Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

mercoledì 31 dicembre 2014

2272


« Ricapitolando… » tentò, quindi, di riprendere il discorso interrotto in conseguenza di quella già sin troppo prolungatasi parentesi a sfondo sessuale « L’idrargirio assolve unicamente a scopi di accumulatore di energia… energia ottenuta per merito dei rifornimenti compiuti in porto, a loro volta derivanti dalle stazioni da diverse stazioni di estrazione sparse un po’ per tutta la galassia, o, quantomeno, nei sistemi più progrediti; oppure, sebbene in quantitativi più modesti, energia raccolta in maniera diretta attraverso le vele solari della stessa Kasta Hamina. » scandì, sentendosi, in cuor proprio, tornata ancora bambina, ai tempi ormai lontani, seppur mai dimenticati, di quanto la sua cara nonna si prodigava affinché ella e sua sorella potessero godere dei benefici di un’istruzione quanto più possibile completa, insegnando loro a leggere, scrivere e far di computo « E fin qui l’ho compreso già da tempo… » commentò a conclusione di quel primo punto.
« Anche per motivi squisitamente personali… suppongo. » ammiccò Mars Rani, questa volta escludendo, tuttavia, riferimenti, espliciti o impliciti, a questioni di natura sessuale e volgendo, altresì, tutta la propria attenzione al braccio destro di lei, quell’arto da lei perduto ormai da oltre vent’anni e, soltanto un ciclo prima, rimpiazzato nella propria funzionalità con una protesi robotica alimentata, a sua volta, da una batteria all’idrargirio: non una delle protesi più sofisticate che ella avrebbe potuto ottenere, pur nel riprendere alla perfezione, nelle proprie forme, le proporzioni di lei, ricalcandole e rispecchiandole rispetto al suo mancino in carne e ossa, in quanto, in verità, progettato quale mero utensile da lavoro per l’impiego nelle miniere di estrazione dell’idrargirio in una colonia penale lunare da lei prontamente visitata al proprio arrivo in quel nuovo, e più amplio, concetto di realtà; e ciò non di meno da lei straordinariamente apprezzato, in quanto in grado di concederle una forza sovrumana, da adoperare, all’occorrenza, tanto in propria difesa, quanto in offesa di immancabili antagonisti.
« Supponi correttamente. » confermò la mercenaria, sorridendo non priva di soddisfazione per quello che, dal proprio punto di vista, aveva avuto occasione di accogliere qual uno straordinario dono della provvidenza « Tornando a noi: l’energia accumulata all’interno dell’idrargirio alimenta, in linea generale, l’intera nave, a cominciare dai sistemi ambientali di base, sino a includere, ovviamente, anche il motore…  »
« … le gondole motori… » si intromesse il meccanico, a puntuale correzione di quel dettaglio.
« … le gondole motori, necessarie per permettere il viaggio interstellare attraverso… attraverso… » esitò, non desiderando ammettere di aver nuovamente perso di vista quel concetto che, nonostante avesse comunque a considerarsi per lei nuovo e innovativo, stava venendo ripetuto dal suo paziente interlocutore ormai da troppo tempo per consentirle di palesare tanta estraneità a simile processo « … uno spiazzamento quantistico… »
« … sfasamento quantistico… » intervenne di nuovo l’altro, dimostrando maggiore comprensione nei suoi riguardi rispetto a quanto ella stessa non sarebbe stata disposta ad attribuirsene.
« … le gondole motori, necessarie per permettere il viaggio interstellare attraverso uno sfasamento quantistico utile a estraniare l’intera Kasta Hamina, e tutto il suo contenuto, noi compresi, da questo piano di realtà per tutta la durata del balzo interstellare. » riprese e concluse ella, priva di soddisfazione per il risultato in quel momento ottenuto nel concludere correttamente la sentenza logica, laddove avrebbe preferito ovviare a correzioni da parte del proprio interlocutore « In caso contrario, per le velocità da noi raggiunte, malgrado ogni sistema di deflettori o scudi energetici, anche il più semplice granello di pulviscolo meteoritico lungo la nostra traiettoria rappresenterebbe certezza di morte. »
« Esattamente. » annuì il capo tecnico, accennando un lieve applauso in direzione della propria estemporanea apprendista, a complimentarsi con lei per quanto, più o meno correttamente, appena enunciato « Quindi, alla luce di questo… qual è il nostro attuale problema…?! »
« La so! » esclamò la donna guerriero più temuta del proprio mondo, e, in quel momento, ben lontana dall’apparire l’Ucciditrice di Dei della propria stessa fama « Durante l’ultimo balzo, il passaggio all’interno di un campo di radiazioni cosmiche non segnalato sulle nostre mappe, ha azzerato la fasatura delle gondole motori e questo ci ha costretti a interrompere il nostro viaggio, scaraventandoci, nostro malgrado, proprio all’interno del succitato campo. » riepilogò, in maniera finalmente corretta, in riferimento al problema a cui, con l’aiuto degli dei, Mars Rani avrebbe dovuto trovare una qualche soluzione, nell’ipotesi non scontata che, effettivamente, esistesse una qualche soluzione a tale problema « Purtroppo, benché gli scudi ci stiano adeguatamente schermando dalle onde più nocive, una parte delle radiazioni sta comunque continuando a filtrare all’interno delle gondole motori, impedendoci una corretta taratura degli stessi e, in ciò, la ripresa del nostro viaggio. »
« Motivo per il quale… » la invitò a continuare egli.
« Motivo per il quale ora stiamo procedendo in sola grazia della spinta dei normali propulsori, alimentati, nella fattispecie, dalle vele solari, in quanto, a questa velocità, potremmo impiegare anche due interi anni… cioè… cicli prima di riuscire a uscire dal campo di radiazioni. » completò la donna « Tempo entro il quale, comunque, avremo già svuotato l’intera cambusa e, nella migliore delle ipotesi, saremo tutti morti di fame. »
« Ecco. » confermò Mars, con un nuovo movimento d’assenso del capo « Motivo per il quale, potrebbe essere cosa buona e giusta, per il bene di tutti, che io riesca a comprendere come riuscire a isolare le gondole motori dalle radiazioni e, in ciò, rifasarle. Concordi?! »

E per quanto la Figlia di Marr’Mahew, cresciuta per mare e già marinaia ben prima di scoprire che anche nello spazio siderale fosse possibile navigare, non avrebbe potuto, allora, riservarsi opportunità di cadere vittima di un qualsivoglia genere di crisi isterica, all’idea appena espressa, e purtroppo consapevolmente diffusa fra tutti i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, nell’aver affrontato già in passato situazioni assimilabili a quella, seppur contraddistinte da un bel diverso livello tecnologico; necessariamente non avrebbe potuto comunque evitare di concordare con il capo tecnico di fronte alla necessità di individuare una via utile a ovviare a una sgradevole fine certa.
Anche perché, benché un tempo avrebbe considerato i suoi quarant’anni, e prima ancora anche i suoi trenta e i suoi venticinque, quali una veneranda e invidiabile età, tale da potersi considerare eventualmente soddisfatta innanzi alla prospettiva di una ineluttabile morte, fosse anche per cause simili a quelle; da quando aveva lasciato i confini del proprio mondo per immergersi in quella più amplia e vasta realtà, aveva piacevolmente scoperto quanto, obiettivamente, quella che, prima, avrebbe potuto addirittura considerare anzianità, lì, fra le stelle, avrebbe avuto a dover essere ritenuta al pari, quasi, di una seconda giovinezza… una giovinezza che, fino a quando le sarebbe stata offerta opportunità, sarebbe allora stata ben lieta di vivere in compagnia del proprio amato così come, nel corso della prima, non le era stata garantita alcuna speranza con il proprio passato compagno, il mai sufficientemente compianto Salge Tresand, a lei negato dalla furia della propria gemella Nissa Bontor.

« Sì… direi proprio di sì. » storse appena le labbra, a dimostrazione della propria palese contrarietà alla prospettiva di morte certa « Personalmente ho ben altri progetti per la testa che meritano di poter essere attuati prima del mio pur inevitabile incontro con Thyres, signora dei mari. »

Al non nuovo riferimento a quella divinità per lui necessariamente sconosciuta, e altresì sovente presente sulle carnose labbra del capo della sicurezza, il meccanico esitò per un istante, ipotizzando di potersi concedere la possibilità di una qualche dissertazione teologica con lei… in fondo una ragione come altre per potersi ancora intrattenere un po’ su quelle iridi color ghiaccio, e su quel volto che, per quanto ben lontano da un concetto di obiettiva beltà, complice anche una spiacevole cicatrice marcante la longitudine del suo occhio sinistro, non sembrava essere in grado di evitare di ammaliarlo, non di meno rispetto al resto del suo corpo. Ciò non di meno, consapevole di quanto, ancora, parecchio lavoro sarebbe stato necessario anche solo per riuscire a comprendere in che modo agire a risoluzione del loro attuale problema, l’uomo si costrinse a porre, almeno temporaneamente, da parte pensieri lubrichi, in favore di una maggiore serietà professionale.

martedì 30 dicembre 2014

2271


« A costo di voler dare adito a stupidi pregiudizi sull’inversa proporzionalità fra la mia circonferenza toracica e il mio quoziente intellettivo… » premesse la mercenaria, allora capo della sicurezza, nel rivolgersi non senza una necessaria quota di autoironia al proprio interlocutore, in un sufficientemente esplicito riferimento alle dimensioni dei propri da sempre imponenti seni, nel merito dei quali, già da tempo, aveva superato ogni forma di pudore, così come in relazione a qualunque altro aspetto intrinseco della fisicità del proprio stesso corpo « … aiutami a comprendere cosa mi sto perdendo in tutto questo discorso. »
« Non mi oserei mai, mia cara. » rispose Mars Rani, il meccanico di bordo della Kasta Hamina, non trascurando l’occasione per sfoggiare un amplio sorriso sornione, e presumibilmente ammaliatore, innanzi alla propria interlocutrice « Farsi beffa di una tanto mirabile e conturbante dote non rientra nella mia indole, nel mio carattere… » argomentò a propria difesa, non negandosi la possibilità di civettare con lei, e in ciò di lasciar ricadere, quasi ineluttabilmente, lo sguardo verso la scollatura del suo abito, del tutto dimentico, in tal frangente, non soltanto di quanto, a bordo della loro medesima nave, avesse a doversi riconoscere imbarcato anche il compagno della stessa, Be’Sihl Ahvn-Qa, a suo fianco da oltre cinque anni in qualità di amante, e da altri quindici nel ruolo di amico e confidente; di quanto, inoltre e ancor non soltanto, costui ospitasse, suo malgrado, all’interno del proprio corpo, lo spirito di un semidio immortale, Desmair, per lo più sposo della suddetta, capace di evocare spettri in grado di scarnificare, nel migliore dei casi in pochi istanti, qualunque creatura vivente o meno; ma, anche, e soprattutto, di quanto ella non fosse certamente il genere di donna volta a cedere in conseguenza a un mero sorriso, al di là di quanto suadente esso avrebbe potuto dimostrarsi… così come, la stessa Figlia di Marr’Mahew, non si volle negare occasione di rammentargli.
« Mars… » sospirò, levando delicatamente la propria destra, in lucido metallo cromato, a raggiungere il mento di lui e a guidare, in ciò, lo sguardo del medesimo a sollevarsi alla ricerca dei propri occhi color ghiaccio, nel contatto con i quali sforzarsi a cogliere, quanto più possibile chiaramente, il messaggio che avrebbe desiderato condividere con lui « Se per te le mie curve rappresentano una così prepotente ragione di distrazione, sono anche disposta a spogliarmi e a fartele ballare innanzi allo sguardo per qualche istante… l’importante è che dopo tu riesca a ritrovare sufficiente lucidità per stare ad ascoltare quello che dico senza perderti in qualche sicuramente banale fantasia erotica con me qual protagonista. »
« Banale fantasia erotica…? Come… banale?! » protestò egli, insoddisfatto per l’attributo da lei individuato a definizione di quanto, in quel momento, stesse chiaramente dominando all’interno della sua mente, sottraendo i giusti spazi a qualunque genere di processo cognitivo.
« Non te la prendere, amico mio… ma ho qualche anno in più di te e una discreta vivacità sessuale. » sorrise ella, liberandogli il mento dalla presenza della propria protesi robotica e scuotendo il capo, nello scandire quelle ultime parole con tono sì carico di malizia da poter spingere a un timido rossore anche la più licenziosa fra le professioniste con le quali egli avrebbe potuto aver avuto passata occasione di fugace intrattenimento « E mi sento sufficientemente sicura che, per quanta originalità tu creda di possedere, non esiste situazione che io non abbia già avuto passata occasione di vivere… »

Per un lunghissimo istante, assoluto silenzio ricadde all’interno della sala macchine, nel terzo ponte del sezione toracica della Kasta Hamina, nel mentre in cui il responsabile di quell’ambiente si ritrovò intimamente diviso fra l’eventualità di controbattere, ulteriormente, a quella palese provocazione e l’ipotesi di racchiudersi in un più misurato silenzio, a ovviare al precipitare di quel dialogo che, probabilmente, con una meno complice interlocutrice, sarebbe troppo facilmente scaduto in una denuncia per molestie sessuali a suo discapito, al cospetto del capitano. Tuttavia, quasi a non voler tradire la propria fama di donnaiolo, e, probabilmente, nel non riuscire fisicamente a tacere di fronte alla prospettiva di porre alla prova la propria controparte con una delle sue più vivaci fantasie notturne, Mars Rani decise alfine di rompere il silenzio e di pronunciare, con maggiore serietà possibile, i precisi termini di una fra le più colorite idee a cui avesse mai spinto il proprio intelletto, e soltanto quello, proprio malgrado, nella certezza che mai ella sarebbe stata in grado di controbattere a fronte di tanta, presunta, audacia da parte sua.
Purtroppo per lui, raramente la mercenaria aveva concesso alle proprie labbra e alla propria voce di alimentare semplice fola…

« Uhm… » esitò ella, al termine della definizione da lui propostagli, incerta su come replicare a ciò « Vorrei essere in grado di trovare il modo più delicato per dirtelo ma… ieri pomeriggio. In armeria. » comunicò alfine, in maniera più concisa possibile, piegando appena il capo di lato pronta a cogliere ogni reazione sul volto dell’altro a tale novella.
« … no… » sgranò gli occhi l’altro, senza più intento giocoso, ma soltanto animato da quanto mai sincera sorpresa e sgomento, di fronte a quell’informazione.
« Con Be’Sihl… ovviamente. » specificò, benché, in quel particolare periodo della propria esistenza, non avrebbe invero lasciato spazio a possibilità alternative rispetto a quella in tal modo sottolineata.
« … no… » insistette il primo, sempre più attonito.
« E non è stata la prima volta. » puntualizzò ella, a conclusione, nel corrispettivo di un affondo dritto al cuore, ove quello in corso, fra loro, avrebbe avuto a doversi considerare un duello ad arma bianca.
« … non ci credo… » scosse il capo Mars, rifiutando di accettare quanto da lei in tal modo argomentato.
« Se desideri gettare nel gabinetto quel poco di dignità che potrebbe esserti ancora rimasta, puoi sempre provare a chiedere a Duva. » minimizzò Midda, stringendosi fra le spalle e, in ciò, riferendosi a Duva Nebiria, il secondo in comando all’interno del loro equipaggio, nonché comproprietaria della stessa Kasta Hamina, in quanto ex-moglie del capitano Lange Rolamo « Purtroppo, nella foga, mi ero dimenticata di bloccare la porta e… beh… ha deciso di venirmi a trovare nel momento sbagliato. »

Benché ogni precedente affermazione avrebbe avuto a doversi considerare del tutto sincera e onesta, anche a costo di superare, senza il benché minimo pudore da parte sua, ogni supposto limite di decenza, proprio in quell’ultima e conclusiva asserzione ella si era voluta concedere una licenza poetica, arricchendo la narrazione degli eventi occorsi con quell’unico, erroneo dettaglio atto a rappresentare Duva qual testimone involontaria degli accadimenti: la porta dell’armeria, a dispetto di quanto da lei appena affermato, era stata infatti saldamente bloccata non appena Be’Sihl e lei ne avevano superato il confine, onde evitare, propriamente, l’eventualità di poter recare scandalo innanzi a qualche fortuito spettatore. Ciò non di meno, la donna dagli occhi color ghiaccio non aveva potuto ovviare a imporre, oltre l’inevitabile danno, anche la proverbiale beffa al povero Mars Rani, certa di quanto, in Duva, a lei più prossima di quanto non fosse stata nei precedenti trent’anni la sua stessa sorella gemella, avrebbe sempre e comunque trovato un’affidabile collaboratrice, che, a fronte di pur improbabili richieste di conferma da parte dell’uomo, avrebbe retto il suo gioco in termini tali da far passare ogni ulteriore bramosia di erotica sfida al medesimo.
O, quantomeno, così ella, per un fugace momento, si era voluta illudere di poter credere… laddove, malgrado tutto ciò, ben distante dal poter essere sopita avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la fantasia del capo tecnico, così come egli, non a proprio positivo credito, volle offrire immediata riprova, quasi a tentare di riprendersi dal duro colpo appena incassato.

« Comunque sia… dicevi sul serio prima?! » questionò, già dimentico della magra figura da lui appena compiuta su quel medesimo terreno di gioco « Intendo riferirmi al fatto di ballarmi nuda davanti… »

E, sebbene, per un lunghissimo istante Midda prese in considerazione l’idea di impegnarsi a fargli venire un infarto, nell’offrire corpo a quella sua provocatoria richiesta; viste e considerate le attuali situazioni della Kasta Hamina, ella escluse la possibilità di poter giungere a un qualche porto in assenza dell’unico responsabile della sala macchine… ragione per la quale, almeno per il momento, avrebbe dovuto evitare di assassinarlo, seppur in termini che, probabilmente, egli non avrebbe giudicato poi così negativi.

lunedì 29 dicembre 2014

2270


Lo spazio siderale.
Illimitato, forse infinito. In parte esplorato, per lo più incompreso.
Da qualcuno amato, dai più temuto. Per pochi occasione di vita... per tutti gli altri semplice certezza di morte.
Per quanto di primo acchito, a un primo impatto, a uno sguardo ancora estraneo e, invero, non desideroso di una migliore conoscenza, di un più approfondito contatto, esso sarebbe potuto apparire soltanto cupo e tenebroso, promessa, anzi garanzia, di morte e di morte orribile qual neppure al proprio peggior antagonista avrebbe avuto a volersi augurare; agli occhi di coloro i quali, altresì, sarebbero stati in grado di comprenderlo e, in ciò, di apprezzarlo, lo spazio infinito, quella sterminata distesa oscura, non avrebbe potuto sperare di essere più luminosa, più brillante, più ricolma di colori rispetto a come, da sempre e per sempre, si sarebbe mostrata, si sarebbe modestamente e timidamente rivelata essere per chi dimostratosi in grado di accoglierla, di apprezzarla, di amarla. Perché nulla di più vivo e vitale, di più energico e traboccante fiero potere, avrebbe mai potuto essere riconosciuto, avrebbe mai potuto essere obiettivamente indicato rispetto al celeste firmamento, con i suoi astri, le sue stelle sì colme di primordiale violenza dal non sapere come altro gestirla al di fuori del rigurgitarla non dissimili a infante satollo qual conseguenza di un quantitativo eccessivo di materno latte preteso più per capriccio che, effettivamente, per desio, per necessità. Astri apparentemente solitari, e pur mai tali, pur mai isolati, laddove si fosse stati in grado di espandere la propria capacità di comprensione, di apprezzamento, a una realtà più amplia, a un livello di intesa più esteso, e tale da comprendere, attorno a ognuno di quei soli, i relativi sistemi, e, ancora, le galassie e le nebulose, realtà così vaste da non permettere alcuna pur minima possibilità di intesa, di comprensione e, ciò non di meno, e, anzi, proprio in conseguenza di ciò, da porre un’aperta sfida a chiunque avesse, in tal senso, voluto impegnarsi, nel cercare di rendere proprio quanto, palesemente, di esclusivo possesso soltanto degli dei, o di qualunque altra entità superiore alla quale si avrebbe avuto desiderio di destinare il proprio Credo, le proprie speranze e, magari, le proprie preghiere, se non i propri più incontrollati e atavici timori, terrori, nel dubbio di quanto avrebbe mai potuto attendere oltre la morte, della consapevolezza che avrebbe potuto conseguire a quell’appuntamento obbligato, a quel costretto passaggio di fronte al quale nessuno avrebbe mai potuto ritrarsi, nessuno avrebbe mai potuto rifiutarsi.
Stelle, nebulose, galassie… lo spazio siderale, così immenso, illimitato, forse infinito, e ricolmo di colori, di energia, e di potere. Così tanti colori, un livello sì elevato di energia e di potere, da non poter essere neppure mantenuto imbrigliato dagli stessi astri celesti, ognuno, chi in misura maggiore, chi meno, impegnati per l’intera durata delle proprie apparentemente sempiterne esistenze, a disperdere la propria forza all’esterno, sotto forma di raggi visibili e invisibili, di radiazioni sì potenti da essere, necessariamente, letali. E, pur, sì indispensabili alla vita, a concedere il calore e la speranza necessarie per confidare in un qualunque indomani a coloro, animali o vegetali, che, in numero incommensurabile, popolavano centinaia, migliaia, milioni, miliardi di pianeti sparsi nell’intero universo, pianeti e creature i quali mai avrebbero potuto esistere in assenza di tale luce, di tale calore e della speranza di un futuro che solo attraverso l’intercessione delle stelle avrebbe potuto essere loro donato.
Se già tanto, forse e addirittura troppo, nel proprio rivelarsi, sovente, immeritato, da sempre donavano gli astri, con la propria forza, con il proprio potere, con la propria energia dispersa all’interno dello spazio siderale; tanta grazia aveva imparato a essere ulteriormente sfruttata da molte delle creature viventi per suo medesimo mezzo, incanalata al fine di rendere possibile anche l’impossibile… o, per lo meno, quanto creduto tale da coloro i quali, a tale progresso, non avevano ancora avuto la possibilità di sospingere i propri passi, i propri pensieri, le proprie fantasie. Non a tutti nell’universo, quindi, seppur già a molti, era stata garantita la possibilità di sfruttare il potere delle stelle allo scopo di estendere le proprie ambizioni, i propri sogni, le proprie speranze ben oltre ai confini propri del mondo in cui ognuno era nato e cresciuto, ben oltre ai limiti della realtà così come era stata, magari, da sempre conosciuta ai propri padri e ai propri nonni, proiettando il proprio presente, e il proprio avvenire, fra le medesime stelle, fra quegli astri così prossimi, nella propria stessa natura, agli dei. Ma coloro che erano stati in grado di carpirne i segreti, di comprenderne le possibilità, erano stati in grado di imbrigliare tanto smisurato potenziale all’interno di speciali nuclei di idrargirio, per alimentare, in sua grazia, motori sì potenti da permettere il volo attraverso lo spazio a velocità sufficienti da rendere prossimi pianeti altrimenti reciprocamente posti a distanze ineguagliabili, incommensurabile e incolmabili. E, in tutto questo, le medesime stelle che a tali creature avevano già garantito il dono della vita, avevano anche permesso di oltrepassare ogni limite, sospingersi al di là di ogni sogno, di ogni immaginazione, di ogni possibile raziocinio, alla ricerca di un più alto scopo nelle proprie esistenze e, forse, del significato intrinseco delle stesse, di un contatto con gli dei, con i creatori di tanto straordinario Creato.
A tale consapevolezza, a tale intesa nel merito dello spazio siderale e, con esso, dei viaggi interstellari al suo interno, era riuscita a spingersi la mente di Midda Bontor, donna umana, guerriera e mercenaria, nata e cresciuta su uno dei tanti mondi che, qualcuno, avrebbe arrogantemente definito attraverso l’impiego del termine primitivi e, ciò non di meno, abitati da molte, a volte troppe, straordinarie culture, così variegate, così originali nelle proprie tradizioni, nei propri usi e nei propri costumi, da risultare a propria volta un intero universo all’interno di un singolo mondo, un’intera realtà in uno spazio decisamente più ristretto e che, per questo, mai avrebbero avuto ragione di essere denigrati nell’impiego di una simile definizione.
Midda Bontor, sul proprio mondo, sulla propria terra per lei priva di un nome atto a indicarla nella propria integrità, non avendo mai avuto alcuna precedente esigenza di definire in maniera univoca qualcosa che, dal suo punto di vista, avrebbe avuto a dover essere considerato equivalente al tutto, non aveva mai voluto accontentarsi di essere una donna ordinaria: sin dalla più tenera età aveva seguito, in maniera sovente cieca e sorda, il proprio più intimo desio per la ventura, prima qual marinaio, successivamente qual avventuriera, affrontando, nel corso dei primi otto lustri della propria esistenza un numero straordinariamente elevato di battaglie, di avversari, umani e non, e portando a termine un numero ancor più sorprendente di imprese, di sfide, in quella che, in maniera più amplia, con uno sguardo più esteso, avrebbe potuto essere altresì considerata un’unica grande sfida, un’unica interminabile battaglia, in lotta contro l’intero universo animata dall’unica volontà di offrire un significato alla propria vita e, in esso, di dimostrarsi della medesima la sola e unica padrona, l’indiscussa dominatrice. Da tali imprese, molti erano i nomi per lei derivati, più famoso fra i quali Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra, che in maniera quanto più esplicita sembrava essere in grado di definirla nella propria stessa essenza; fino a giungere all’ultimo, Ucciditrice di Dei, da lei conquistato in conseguenza alla concretizzazione dell’impossibile, al conseguimento di un’impresa ben oltre ogni ipotesi di razionale accettazione, qual l’assassinio di un dio… un dio minore, come giustamente era riconosciuto Kah, e ciò non di meno un dio.
Probabilmente solo in conseguenza a una vita sì costellata di incredibili vittorie, di straordinarie imprese, Midda Bontor era stata in grado di scendere a patti con l’idea di essersi, alfine, spinta anche oltre i confini del proprio mondo, immergendosi nello spazio siderale e, alfine, ritrovandosi a essere soddisfatto membro dell’equipaggio di una piccola nave classe Libellula, la Kasta Hamina, all’interno del quale ella aveva assunto il ruolo, complice le proprie innegabilmente valide referenze, di capo della sicurezza. E, nello scendere a patti con tutto ciò, ella non aveva potuto fare a meno di intendere lo spazio siderale nei medesimi termini nei quali, in quanto figlia del mare, aveva da sempre inteso le apparentemente immense distese d’acqua dei mari del sud in mezzo alle quali era nata e cresciuta, nella piccola isola di Licsia; non riuscendo, invero, a cogliere sostanziali differenze, concrete distante fra il mare e lo spazio, e fra i sentimenti propri degli uomini, e di qualunque altra creatura, per l’uno e per l’altro, vittime, per lo più, della propria stessa ignoranza, della propria intrinseca difficoltà, a volte incapacità, ad accettare quanto apparentemente estraneo alla propria natura o, più precisamente, ai limitato concetto di realtà all’interno del quale era stata concessa occasione di nascere, crescere e vivere.
E così come, nei lunghi anni da lei trascorsi per mare, non rare, non eccezionali, erano state le occasioni nelle quali ella si era ritrovata a doversi confrontare con le difficoltà di un inconveniente, di un incidente, della rottura inattesa di una vela, di un pennone, di un albero, tali per cui il completamento di un viaggio avrebbe avuto a doversi considerare tutt’altro che ovvio, scontato; allo stesso modo sufficientemente naturale era stato per lei doversi confrontare con tale inconveniente nel momento in cui questo occorse nello spazio… benché, sicuramente, diverse e ancor meno convenienti avrebbero avuto a dover essere considerate le condizioni a margine, e, con esse, le speranze di sopravvivere a tutto ciò.

giovedì 11 dicembre 2014

2269


Conclusione.

Ebbene sì… ce l’ho fatta. E… no. Con “ce l’ho fatta” non intendo riferirmi agli eventi qui sopra narrati, quanto e piuttosto al fatto di essere stato in grado di narrarli.
Mi si voglia offrire un briciolo di comprensione: come scritto, ripetuto e ribadito più volte, l’ultima poc’anzi, io non sono uno scrittore. Non sono un cantore. Non sono un bardo. Né, obiettivamente, ho mai avuto velleità alcuna in tal senso. Di mio sono un locandiere: amo cucinare, apprezzo potermi prendere cura della mia clientela, e credo di essere sufficientemente bravo, senza falsa modestia, nel premurarmi affinché ognuno possa trascorrere una lieta serata all’interno della mia locanda, facendo tutto il possibile per provvedere alle più diverse e variegate esigenze dell’avventore di turno. A chi mi ha chiesto birra, sono sempre stato solito offrire la migliore birra di tutta Kriarya e dintorni. A chi mi ha ordinato cibo, non ho mai fatto mancare piatti tracotanti la migliore carne e le migliori verdure di tutta la provincia, consegnatemi quotidianamente da fornitori selezionati. A chi mi ha domandato compagnia, ho sempre proposto professionisti e professioniste seri e fidati, in grado di offrire piena soddisfazione a ogni genere di capriccio al giusto prezzo.
D’accordo. Non nego di non essere propriamente sempre stato un locandiere. In giovinezza, dopotutto, anch’io ho vissuto le mie avventure. Avventure che, del resto, mi hanno visto attraversare un intero continente, partendo dalla natia Shar’Tiagh, all’estremità nord orientale di Qahr, per giungere in quel di Kofreya, nell’estremo sud occidentale, là dove poi mi sono stabilito e ho avuto occasione di incontrare, per la prima volta, Midda Bontor. E, obiettivamente, al di là di anni ormai perduti nel fiume del tempo, difficile sarebbe comunque e anche ora qualificarmi ancora come locandiere, dal momento in cui la mia locanda è a… non so nemmeno immaginare, tantomeno quantificare, quanta distanza da me, affidata alle sapienti cure di una coppia di giovani che, sono certo, sapranno gestirla al meglio. E comunque meglio di quanto non potrei ora, io, presumere di poter gestire. Ciò non di meno, per quanto probabilmente la qualifica più appropriata sarebbe, anche per me, quella di avventuriero; è indubbio quanto, nel mio intimo, io mi senta ancora più prossimo al locandiere di un tempo che a una figura qual quella propria della mia amata. Locandiere o avventuriero che io abbia a dover essere indicato, comunque, certamente non sono un bardo. Né un cantore. Né uno scrittore. E se in questo esperimento mi sono lasciato coinvolgere in conseguenza all’insistenza della mia amata, desiderosa che mi potesse essere concessa l’opportunità di colmare il vuoto narrativo altrimenti relativo a quanto occorsomi durante i mesi che ci avevano visti separati; preferisco obiettivamente ovviare a ripetere nuovamente questa esperienza, anche vista la mancanza di costanza che, purtroppo, mi è stata propria, e lasciare il non semplice onere del narratore a chi, meglio di me, si è giò dimostrato capace di coprire simile ruolo.
Comunque sia andata, bene o male, disastrosamente o straordinariamente… ce l’ho fatta. E, alla fine, sono giunto alla conclusione della storia. O, quantomeno, di questa storia, in particolare. Giacché ancora molte hanno a dover essere elencate le avventure di Midda Bontor, donna guerriera e mercenaria, indubbiamente meritevoli di essere raccontate.

Midda sopravvisse.
Non che, in verità, potessero sussistere dubbi alcuni a tal riguardo, soprattutto in coloro che, prima di porre mano alla mia cronaca, hanno avuto occasione di leggere quella scritta, di proprio pugno, dalla mia amata e volta, nella propria conclusione, ad anticipare l’ovvietà intrinseca della propria stessa sopravvivenza alla presunta condanna a morte impostale, laddove, altrimenti, difficilmente sarebbe stata sua possibile prerogativa quella di redigere, ella stessa, un diario relativo alle proprie imprese, a quanto da lei compiuto.
Comunque, e a scanso di ogni possibilità di equivoco… Midda sopravvisse. E l’unica ragione che fummo in grado di argomentare a tal proposito, attorno a una tale inattesa, rivelazione, necessariamente, fu quella propria di un inganno, di una menzogna, di un tranello orchestrato, sin dall’origine, dalla trapassata signorina Calahab, la quale, evidentemente, non aveva mai messo in forse la sopravvivenza del proprio possibile investimento, preferendo soltanto lasciar intendere simile minaccia ancor prima che rischiare di attuarla concretamente. Quanto, poi, di ciò, avrebbe avuto a doversi attribuire direttamente alla volontà della stessa Milah Rica, o piuttosto della regina Anmel Mal Toise, ovunque ella fosse finita, difficile sarebbe stato comprendere o apprezzare.
A onore di cronaca, non posso ovviare a segnalare quanto, proprio a tal riguardo, il mio inquilino, Desmair, abbia proposto l’esistenza di una propria ipotesi, una propria teoria volta a definire le ragioni alla base del comportamento della propria ben poco amata figura materna. Purtroppo, però, Desmair ha il proprio carattere… e nell’essersi ritrovato intrappolato all’interno della mia mente, e, peggio ancora, lì inibito a qualunque genere di contatto con me o con il mondo esterno, per effetto del collare ideato dalla sua stessa genitrice, o chi per lei, non si è dimostrato sufficientemente collaborativo dal voler condividere, realmente, con noi, o anche soltanto con me, simile teorema. Implicito, in queste mie ultime parole, ha da considerarsi quanto, come probabilmente avrebbe potuto essere facilmente prevedibile, Midda Bontor, gratificata dalla scoperta della propria mantenuta esistenza in vita, non si volle premurare allo scopo di permettere la rimozione, dal mio collo, del dispositivo lì impostomi durante il periodo di prigionia all’interno della torre della famiglia Calahab… al contrario!
Non meno lieta, in ciò, rispetto al potersi riconoscere sopravvissuta a un’ipotetica condanna a morte, la mia amata ebbe immediatamente a propormi il mantenimento di tale, non propriamente comodo, ornamento, per poterci, almeno temporaneamente, liberare della scomoda presenza del mio ospite, nonché suo sposo, e riconquistare l’intimità che, già da troppo tempo, ci stava venendo negata. Una proposta, la sua, che si potrà banalmente comprendere venne, da me, immediatamente accettata; laddove, per quanto spiacevole avrebbe avuto a doversi considerare il ricordo di quei mesi di prigionia, con ogni annesso e connesso, ancor più spiacevole sarebbe stata la prospettiva di dover ricondurre, nuovamente, il nostro rapporto a una sfera puramente psicologica, abbandonando l’indubbiamente piacevole, estasiante, inebriante e, perché negarlo?, assuefacente sfera fisica in quelle stesse ore appena riscoperta. Lasciato quindi analizzare il collare tanto al buon medico di bordo, quanto al capo tecnico, al fine di verificare ogni annesso e connesso collegato all’idea di mantenere in funzione tale dispositivo, e verificato quanto, con buona pace dello stesso Desmair, apparentemente simile collare avrebbe avuto a doversi considerare più un dono che un dolo; sostanzialmente retorica fu la scelta volta ad aggiungere il medesimo al mio… equipaggiamento di base, quasi un nuovo dorato ornamento shar’tiagho volto a rendere omaggio a qualche dio.
Un dio tecnologico, in quello specifico contesto, in sola grazia e lode al quale mi stava lì venendo concessa e garantita la possibilità di riprendere a vivere un rapporto pieno e completo con la mia amata, con la donna per la quale avevo accettato di abbandonare non soltanto quella che, da sempre, era stata la mia vita quotidiana ma, ancor più, con essa, tutto il mio intero mondo, tutto ciò che, sin dal mio primo respiro, avevo mai avuto occasione di conoscere e comprendere, in favore di una consapevolezza sicuramente più amplia sul Creato ma, non per questo, necessariamente più piacevole o più semplice da accettare e digerire.

E, così, eccoci giunti alla fine dell’inizio. A una fine contraddistinta dal sapore proprio di un inizio e che, qualcuno, avrebbe potuto considerare equivalente al medesimo punto da cui tutto aveva avuto inizio, benché, obiettivamente, nulla avrebbe potuto essere considerato realmente eguale. Perché se pur qualcosa doveva ancora essere completato, restando immutato, qualcos’altro era cambiato. E qualcosa di vecchio era stato perduto nel mentre in cui qualcos’altro di nuovo era stato trovato.
Anmel Mal Toise, la regina immortale, l’Oscura Mietitrice, il principio stesso di morte e distruzione di tutto il Creato, era ancora in libertà, esattamente così come quando ci era sfuggita al termine dell’ultima grande battaglia sul nostro mondo, e, ancora, non avevamo la benché minima idea di dove avremmo potuto rintracciarla, né, tantomeno, di come avremmo mai potuto fermarla, arrestarla, sconfiggerla definitivamente. Al contrario, in quanto accaduto su Loicare, in quanto occorso in quei primi mesi, avevamo avuto nuova riprova di quanto pericolosa ella avrebbe avuto a doversi riconoscere, nell’essere stata capace, meglio di noi, di riadattarsi rapidamente a quella nuova realtà e di trovare, in essa, nuove occasioni di potere, nuovi metodi per rendere la nostra missione tutt’altro che agevole, primo fra tutti la creazione di un fittizio passato per la mia amata, sua antagonista e nemesi, tale da spingerle contro un intero pianeta con maggiore efficacia rispetto a quanto mai non poteva essere stata capace di ipotizzare di compiere neppure la sua stessa gemella, Nissa Bontor, nell’agire con il volto, le fattezze, la voce, il portamento della sorella, all’unico scopo di screditarne il nome e la fama.
Ciò non di meno, benché l’obiettivo principale del nostro viaggio attraverso l’universo intero avrebbe avuto a doversi considerare ancora ben lontano dal raggiungere una qualsiasi possibilità di compimento, Midda e io non avremmo avuto a poter essere considerati al medesimo punto di qualche mese prima. 
Midda aveva ottenuto un più che valido rimpiazzo per il nero arto dai rossi riflessi che per quasi un ventennio aveva accompagnato le sue gesta, qual surrogato del destro braccio perduto in gioventù. E per quanto, ancora, il bracciale dorato in grazia al quale avrebbe potuto isolarsi dal vincolo esistente con il suo sposo Desmair fosse ancora perduto, e probabilmente destinato a restare tale, almeno la sua amata spada bastarda era stata ritrovata, andando ad affiancare un sempre più amplio arsenale di nuove armi con le quali non si sarebbe mai lasciata mancare occasione di maturare confidenza.
Io, dal canto mio, per quanto ancora a mia volta intimamente connesso a Desmair, avevo alfine guadagnato l’occasione di potermi considerare nuovamente qual il solo padrone della mia mente e del mio corpo, così come da troppo tempo, ormai, non mi era stata più concessa la benché minima possibilità. E sebbene mi sarei dovuto considerare privato del ruolo che, per anni, mi aveva contraddistinto all’interno della società, nonché della vita della mia stessa amata, quello di locandiere, ciò non di meno mi ero già riservato opportunità di dimostrare quanto, comunque, sarei stato pronto a rimettermi in gioco in ogni momento, venendo a patti, necessariamente, con quelle regole completamente nuove e, in parte, ancora da scoprire.
Ed entrambi, particolare ancor più importante rispetto a ogni altra banalità, necessariamente tale a confronto con ciò, non avremmo più potuto considerarci stranieri in terra straniera, soli in un mondo a noi sconosciuto e alieno. Giacché se il mondo attorno a noi, ancora per qualche tempo, sarebbe comunque rimasto alieno, a bordo della Kasta Hamina ci stava venendo concessa l’occasione di essere parte di qualcosa. Di un equipaggio. Di una famiglia.
Un equipaggio, una famiglia. Obiettivamente: cos’altro avremmo potuto, di più, domandare agli dei…?

martedì 9 dicembre 2014

2268


Or… prego chiunque avrà occasione di porre mani su questo manoscritto, di volersi sforzare a comprendere quanto avvenne, senza spendersi in troppo facili giudizi.
Se questa non fosse mera cronaca di eventi già occorsi, come più volte ripetuto e ribadito, nel timore che, quanto qui esposto, quanto qui narrato, potesse assumere il sapore proprio del frutto della mia immaginazione e di un evidentemente scarso talento scrittorio, reso, ove possibile, ancor peggiore nella propria resa finale, nel proprio risultato, dai lunghi intervalli occorsi fra un capitolo e il successivo, fra l’occasione di una parziale stesura e la seguente; probabilmente la scelta compiuta, in quel particolare e tragico momento, dalla mia amata avrebbe a doversi qui condannare qual del tutto fuori luogo, qual una decisione estranea a quanto altresì narrato sino a ora, e, in questo, addirittura lesiva nel confronto con il senso del dramma, con le emozioni, che le ultime ore della vita di una persona dovrebbero trasmettere. Insomma… nulla di più, e nulla di meno, che l’ennesima conferma di quanto soltanto pessima avrebbe a dover esser giudicata l’opera dell’autore. Ciò non di meno, per quanto in alcun modo io abbia a voler ora difendere la mia prosa, altresì solennemente impegnandomi affinché questo mio primo, costretto, esperimento di cronaca non abbia a ripetersi ulteriormente in futuro; ancora una volta non posso evitar di ribadire quanto nulla di tutto questo, alcuno fra gli eventi qui raccolti, abbia a potersi considerare adulterato nella propria veridicità, motivo per il quale, anche in questo frangente, anche in questa, per qualcuno probabilmente giudicabile grottesca, conclusione, null’altro di quanto qui riportato avvenne.
E così, per quanto allora non venne meno, né altrimenti avrebbe potuto essere, neppure per un solo istante, la consapevolezza della fine imminente, della tragica conclusione che ci stava attendendo ineluttabile e, ormai, certa, dietro l’angolo; la mia adorata Midda Bontor volle dimostrarsi, fino all’ultimo, fedele a se stessa. Motivo per il quale, al contrario di quanto i più potrebbero credere, riservandosi un approccio superficiale alla questione e, soprattutto, alla protagonista della medesima, ella volle negarsi la possibilità di cedere alla rassegnazione della condannata, all’apatia della moritura, in favore di un ultimo inno alla vita, e, con esso, della possibilità di trascorrere le proprie ipotetiche ultime ore non nel rimpianto per ciò che non avrebbe più avuto, quanto nel palese, e incontrovertibile, impegno a cogliere tutte le occasioni ancora concessele per vivere la propria vita…
… finanche concentrando tutto il proprio interesse, e tutte le proprie energie, in quella che, per quanto ci stava venendo concessa occasione di presumere, sarebbe stata la nostra ultima opportunità di intimità; allorché premurarsi di innalzare, con le proprie mani, la sua stessa pira funebre.

« Sei sicura di voler trascorrere così le tue ultime ore di vita…?! » le avevo domandato, nel mentre in cui mi ero ritrovato a essere trascinato, quasi di prepotenza, entro il suo alloggio a bordo della Kasta Hamina, verso una cuccetta non particolarmente spaziosa, e, ciò non di meno, neppur più piccola di spazi in cui già, in passato, avevamo giaciuto insieme, con reciproca soddisfazione e appagamento « Forse c’è ancora speranza… forse potremmo riuscire a trovare una cura… »
« Be’Sihl… » aveva sussurrato per tutta risposta, premendo le sue morbide labbra contro le mie, in un nuovo, appassionato bacio nel quale impormi occasione di silenzio « Tu più di chiunque altro dovresti renderti conto di quanto io abbia trascorso la mia intera esistenza a prepararmi per il giorno in cui mi sarei ritrovata costretta ad ascendere al cospetto di Thyres, signora di tutti i mari. E dal momento in cui, alla morte, avrò a dover dedicare il resto dell’eternità; per queste ultime ore preferirei preoccuparmi soltanto della vita… e della possibilità di viverla, per quanto ancora mi sarà concessa occasione, insieme a te. »

Così dicendo, forse senza neppure rendersene conto, ella mi aveva già sollevato, di peso, per mezzo del proprio riattivato braccio destro, e mi aveva spinto a sdraiarmi, supino e sotto di lei, altresì prona, sul giaciglio lì riservatoci, a dimostrazione di quanto, allora, difficilmente avrebbe potuto considerarsi meno che assolutamente sicura di quanto, in quelle ultime ore di vita, bramasse consumare, nonché del modo in cui, entro quelle strette pareti, avrebbe desiderato attendere, insieme a me, il momento del proprio ultimo respiro. E benché, una parte di me, del mio cuore e della mia mente, non avrebbero potuto evitare di insistere sul pensiero di quanto, forse, sarebbe stato più opportuno investire il tempo rimastoci in altro modo, lottando probabilmente vanamente nella ricerca di una cura che, a quel punto, avrebbe avuto comunque a doversi considerare irraggiungibile; un’altra parte, predominante, non riuscì a offrirle ragione di torto e, soprattutto, non seppe sottrarsi al richiamo di quelle membra, di quelle forme, di quel calore, che da troppo tempo mi era stato negato e il quale, presto, mi sarebbe stato definitivamente sottratto.

« Vacci piano… » le avevo quindi sorriso, quasi un dolce rimprovero per l’impiego tanto irruento del suo braccio, laddove, pur, nessun danno mi aveva fortunatamente arrecato.
« Purtroppo per te, non credo di potermi riservare l’opportunità di andarci piano… » aveva replicato, nel contempo preciso in cui, a ulteriore dimostrazione di tale teoria, aveva allora mosso sempre la propria destra agli abiti che, in quel momento, ne coprivano le forme, soltanto per strapparli, letteralmente, dal proprio busto, dalla propria vita e dai propri fianchi, per offrirsi, subitaneamente, nuda al mio cospetto, desiderosa soltanto di amarci e di amarci senza alcun freno, senza alcuna inibizione, non che in passato vi fossero mai state fra noi, ma alimentati, ancor più, dalla consapevolezza di quanto non ci sarebbe stata riservata ulteriore possibilità di godere di tutto quello.

Così ci amammo.
E soltanto gli dei possono essermi testimoni, in tutto ciò, di quanto mai amor ebbe a dimostrarsi più appassionato, più ardente, più sfrenato e, necessariamente, disperato, di quello, nella neppur tacita, reciproca consapevolezza di quanto alcuna requie ci avrebbe dovuto essere lì concessa, alcun momento di respiro ci sarebbe dovuto essere lì riservato, alcuna energia avrebbe, in tutto ciò, dovuto essere risparmiata, giacché a nulla, ancora, sarebbe poi servita.
Per ore, entro i confini di quella stanza, ci amammo.
E se, almeno in principio, alla stretta cuccetta venne riservato il compito di accoglierci, alla fine, all’ultimo, entrambi crollammo sul pavimento, sul fronte addirittura opposto a quello inizialmente concessoci, nel non aver risparmiato alcun angolo di quell’ambiente, di quell’improvvisata alcova, al nostro amore, alla nostra passione. Un termine, quello da me appena scelto per indicare il nostro, finale, arrivo al suolo, non casuale, non improvvisato, quanto e piuttosto indicativo di quanto avvenne: giacché, dopo ore di attività sessuale, a tratti frenetica, a tratti dolce, a volte addirittura violenta, altre delicata, e pur sempre complice, pur sempre in completa e assoluta armonia, alfine le forze vennero meno a entrambi, e null’altro che l’oblio del sonno poté esserci imposto… un sonno nel quale, forse, tentammo entrambi di negare ogni ansia, ogni paura, ogni terrore che, malgrado tutto, avrebbe ancor dovuto coglierci, e al quale pur, come conseguenza di quanto riservatoci in quell’ultimo frangente, non avremmo potuto dedicare alcuna energia, neppure volendo.
Per ore ci amammo.
E per altre ore, dopo di ciò, riposammo l’uno nelle braccia dell’altra stesi su quel pavimento. Ore nel corso delle quali, nell’inconsapevolezza, nell’incoscienza di quel volontario oblio, avrei dovuto essere separato, per sempre, dalla mia adorata. E ore, al contrario, al termine delle quali venni allor risvegliato dal più gioioso bacio che mai, prima d’allora, Midda aveva avuto tanto concreta ragione di concedermi, quasi strappandomi l’aria dai polmoni, in ciò, ma, contemporaneamente, offrendomi palese dimostrazione di un’imprevedibile, ma quanto mai apprezzata, realtà.

« Sono viva! »