Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

martedì 8 luglio 2014

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Sia chiaro: Midda Bontor non aveva, e non ha, mai definito se stessa un’assassina. Non conversando con me, non rapportandosi con alcun altro. Nel confronto con le cifre straordinarie a cui i conteggi delle sue vittime potrebbero sospingersi, probabilmente, molti si potrebbero considerare decisamente dubbiosi nel merito della validità di un tale giudizio, di una simile autovalutazione, nell’arrivare, addirittura, a considerarla ben più di una semplice assassina, quanto, e addirittura, una genocida… o poco meno. Ciò non di meno, tutti coloro che in tal senso si potrebbero sospingere a esprimere commenti, dimostrerebbero ne contempo di tutto ciò quanto limitata avrebbe a doversi comunque considerare la propria confidenza con il particolare stile di vita che ella ha scelto, da sempre, qual proprio... uno stile di vita nel quale non avrebbero potuto essere giudicate esistenti sfumature di grigi fra l’uccidere e l’essere uccisa, fra l’essere sopraffatta o il sopraffare.
Se già, infatti, in un mondo come il nostro, come quello in cui entrambi siamo nati e cresciuti, raramente potrebbe essere riconosciuta qual una qualità la generosità verso il prossimo, non per egoismo, non per mancanza di un qualche desio di comune solidarietà, quanto e piuttosto nella consapevolezza di quanto ancor più difficile sarebbe stato non veder simile atto, tale gesto, confuso qual mera evidenza di debolezza e, in quanto tale, autorizzazione più esplicita che implicita a una risposta volta alla propria oppressione, al proprio stesso abbattimento, annientamento; la professione da lei abbracciata qual propria non potrebbe mai tollerare, da parte sua, alcuna benché minima incertezza, alcuna pur effimera esitazione… non, quantomeno, nel voler sopravvivere a se stessa. Perché chi, suo pari, della guerra ha fatto la propria quotidianità, della morte ha reso la propria vita, tanto all’una quanto all’altra non ha possibilità di ovviare a offrire necessario tributo in ogni singolo giorno della propria esistenza.
Non per cattiveria, non per sadismo, non per perversione, quindi, Midda Bontor abbatté chiunque le si parò innanzi. Non desio di sangue, né brama di morte, la sua. Non gioia derivante dalla sofferenza dei propri antagonisti, né ebrezza conseguente al potere che quel proprio agire le stava donando, nel decretare il destino di così tanti uomini e donne, quella che ella provò. Quanto, e semplicemente, l’imporsi di un operato freddo e distaccato, l’avanzare continuo e costante di chi, ognuno di quei gesti letali, ognuna di quelle mosse mortali, era in grado di condurre a compimento senza neppure doversi riservare un superficiale impegno di riflessione, di consapevole elucubrazione, nel combattere con la stessa inconsapevole spontaneità con la quale avrebbe potuto vantare di saper respirare o di saper sospingere il proprio sangue attraverso vene e arterie in grazia al battito del proprio stesso cuore.
E se a completare l’incredibile, coinvolgente, eccitante, e a modo suo persino sensuale, quadro di violenza e di morte da lei in tal modo dipinto con ogni proprio singolo gesto, con ogni propria singola azione, avrebbe avuto a doversi allor considerare assente soltanto la sua spada bastarda, quella stessa estensione del proprio essere, del proprio corpo, che le era stata sequestrata in occasione del nostro arresto e che, pur ella avendo successivamente ricercato, non era stata in grado di riottenere come sperato, come desiderato; non di improbabile immaginazione potrebbe avere per alcuno a riconoscersi lo stupore nel ravvisare, a preludio del proprio incontro con Milah Rica Calahab, la propria amata arma, la tanto preziosa lama che mai avrebbe potuto attendersi di ritrovare proprio in quell’occasione, e che, pur, le si presentò innanzi sorretta fra le mani di una sconosciuta chimera dall’aspetto canide…
… sì! La sconosciuta chimera, o quantomeno tale per la mia amata, altri non avrebbe avuto che a doversi identificare qual la responsabile per la mia sorte, per la prigionia impostami: la canissiana Tannouinn Reshat. La quale, come già ho anticipato in questa mia cronaca, in questa mia testimonianza, si ritrovò allora a essere repentinamente decollata da un montante proposto dal pugno destro, in lucente metallo cromato, della mia compagna, al di sotto del suo mento direzionato non tanto a definizione di una qualche vendetta per quanto da me patito, quanto e semplicemente all’unico scopo di riappropriarsi di quella lama, dalla quale, a quel punto, né quella tutt’altro che malcapitata vittima, né un eventuale esercito, sarebbero stati sufficienti per trattenerla lontana. Una morte priva di valore, priva di qualunque sentimento, fu quindi quella che venne riservata alla mia traditrice, e, in tutto ciò, indubbiamente una morte misericordiosa, laddove, tale fu la furia della mia amata, che ella non ebbe, sicuramente, neppure a comprendere cosa potesse star accadendo… né, tantomeno, ad apprezzare l’evidenza di essere, ormai, trapassata.

« Scusa, cara… ma questa è mia. E ci sono particolarmente affezionata… » si riservò occasione di commentare la mercenaria, a tentare di offrire un senso all’allor dirompente furia che, sicuramente inattesa e imprevista, aveva rivolto verso colei che al suo sguardo avrebbe avuto a dover essere giudicata un’antagonista come altre, e alla quale, pur, volse maggior impegno, maggiore impeto, in naturale replica all’esaltazione di cui si ritrovò a essere incontrollata protagonista innanzi alla vista della propria spada.
« Ecco dove eri finita! » soggiunse poi, rivolgendosi esplicitamente all’arma forgiata in grazia a una tecnica speciale conosciuta, nel nostro mondo, soltanto a pochi fabbri figli del mare, e in grado di offrire a quella particolare lega metallica una resistenza fuori dal comune, superiore a quella che avrebbe potuto sperare di contraddistinguere qualunque altra lama, oltre a un peculiare riflesso azzurro, forse atto a richiamarne la speciale origine e le divinità dei mari ai quali essa era stata votata sin dal primo istante della propria stessa creazione « A costo di apparir particolarmente ottimista… voglio credere che questa abbia a doversi riconoscere qual evidenza di quanto Thyres stia benedicendo questa mia impresa! » concluse, a chiusura di quella breve parentesi, sinceramente rinvigorita, a livello psicologico, dal ritrovato contatto con la compagna di tante avventure, con l’alleata in innumerevoli gesta, con l’unica amante con cui avesse condiviso il proprio giaciglio nella maggior parte delle notti della propria vita in quegli ultimi dieci anni.

Onestamente convinta, allora, di quanto, in grazia a tutto ciò, in tal maniera, gli dei, e la dea dei mari sopra a tutti, stessero dichiarando il proprio beneplacito nel merito del suo operato, della missione che aveva abbracciato non soltanto in ottemperanza alle richieste della fenice, quanto e piuttosto in opposizione alla regina Anmel Mal Toise; Midda Bontor non si volle riservare ulteriori incertezze prima di proseguire oltre… e di proseguire in direzione delle stanze private di Milah Rica Calahab, là dove era già stata accompagnata in passato e là dove, allora, ella sperava avrebbe avuto occasione di potare a compimento quell’impresa, concludendo una storia iniziata in un altro mondo, in un altro tempo, che, forse, in diretta conseguenza a quel trionfo, a quel successo, sarebbero potuti essere da entrambi nuovamente ritrovati, da lei, e da me, nuovamente riconquistati, nel ritorno alla nostra terra natia, dalla quale eravamo rimasti lontani ancor meno di un anno, e che pur, nel confronto con le nostre emozioni, con i nostri sentimenti, sembrava essere stata abbandonata decenni prima, secoli prima, quasi come se, al nostro ritorno, alcuno fra tutti i nostri amici, fra tutti coloro che avevamo conosciuto, sarebbe ancora stato in vita. Non essi, non, neppure, i loro eredi.
Da ciò, pertanto, incentivata, ella si diresse verso l’ultima porta che, ancora, le sarebbe rimasta da aprire, l’ultima soglia che, ancora, le sarebbe rimasta da varcare, quella oltre la quale, alla fine, tutto ciò che era accaduto avrebbe avuto un significato, tutto ciò che era occorso avrebbe trovato una precisa collocazione all’interno di quel complesso mosaico che qualcuno avrebbe potuto banalizzare con il termine di “destino” e che, ciò non di meno, null’altro avrebbe avuto a doversi confondere se non qual la conclusione di un cammino di vita da lei sempre accolto con perfetta cognizione di causa, con assoluta consapevolezza su cosa avrebbe voluto ottenere e come lo avrebbe desiderato conquistare. E dopo aver forzato i confini rappresentato dal legno di quell’uscio con la ritrovata irruenza che soltanto la sua lama prediletta le avrebbe potuto garantire, ella non mancò di offrire giusto saluto a colei al cospetto della quale, alfine, era nuovamente tornata; lì ripresentatasi priva della consapevolezza nel merito di quanto ella avesse mai potuto realmente desiderare da lei, in ogni criptico ed enigmatico dialogo intercorso precedentemente fra loro e, tuttavia, contraddistinta da una ben più importante cognizione di causa a riguardo di tutto ciò che le era accaduto… e che le sarebbe ancora potuto avvenire.

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