Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 30 luglio 2014

2256


« … wow… » sussurrai a stento, nel momento in cui ella mi concesse nuova occasione di respiro, fondamentalmente ormai privi entrambi di fiato nell’enfasi che ci aveva travolti in quel particolare contesto, in quell’occasione « Mi pare di comprendere di esserti mancato… un pochino almeno… »
« Giusto un pochino… » replicò Midda, in un alito di voce, scandendo ogni singola sillaba con le sue morbide labbra contro le mie « E prima che non me ne sia più concessa occasione, voglio che tu sappia che ti amo, Be’Sihl… ti amo probabilmente sin dal primo giorno in cui ci siamo incontrati sebbene, nella mia stupidità, ci abbia messo anni a comprenderlo… »
« Ti amo anche io… ma… » esitai, non riuscendo a comprendere, in quel particolare contesto, il perché di tanta enfasi, laddove, al di là di ogni avversità, alla fine eravamo riusciti a rincontrarci e, quello, avrebbe avuto a dover rappresentare fondamentalmente la fine della storia, il giusto epilogo di quell’avventura… un’avventura certamente lungi da poter essere considerata l’ultima della nostra vita e, ciò non di meno, in conclusione alla quale, finalmente, ci sarebbe stata concessa possibilità di un po’ di requie, nel riposo del vincitore « … mi sta sfuggendo qualcosa? » domandai, a cercare di offrire un senso a tutto ciò, a tentare di trovare una corretta chiave di lettura a quella dichiarazione d’amore così apparentemente fuori luogo in quel particolare momento e contesto, soprattutto a confronto con il suo carattere, con la sua indole.

Dopo averci concesso un istante di riservatezza, ben comprendendo le nostre ragioni e pazientemente rispettando quell’estemporanea parentesi di intimità, fu Lys’sh a prendere voce prima di Midda, in parte anticipando la sua replica, a concedermi, in ciò, un migliore quadro d’insieme, e in parte meglio argomentando il mio interrogativo, a concederle, di conseguenza, un punto di partenza migliore per le proprie risposte, per le spiegazioni domandatele.

« Che è successo…? Hai trovato Anmel? E l’antidoto…?! » scandì, in rapida successione, dimostrandosi meno tranquilla rispetto a quanto non avrei apprezzato poterla ascoltare in quel particolare momento.

Forse furono le parole utilizzate da Midda, forse fu il tono impiegato da Lys’sh, o forse ancora fu l’occorrenza della parola “antidoto”… ma, improvvisamente, qualcosa non ebbe più a suonarmi tanto gradevole. E quel momento di apparente gaudio, quell’evoluzione di tardiva, ma quanto mai apprezzabile conclusione della nostra disavventura, ebbe ad assumere sfumature decisamente più cupe rispetto a quanto non avrei potuto riservarmi occasione di apprezzare.
In altre parole: la cosa non mi piacque per nulla!

« Ho trovato Milah Rica… già morta. » rispose la mia amata, prendendo appena le distanze da me, pur senza allontanarmi, forse nel constatare quanto precarie avessero a dover essere considerate allora le mie condizioni, forse nel non voler sprecare quell’occasione di comunione… quella possibile, ultima occasione di comunione « Dell’antidoto nessuna traccia… non che saprei effettivamente riconoscerlo, comunque. »
« Milah Rica…? Antidoto…?! » ripetei, quasi meccanicamente, a volermi riservare occasione di soppesare quei significanti per meglio apprezzarne… o, più precisamente, disprezzarne il significato « Chi è Milah Rica…? E che antidoto stai cercando…?! » incalzai, nel timore di non ricevere replica a quei due miei quesiti che pur non desideravo permettere fossero facilmente obliati.
« Milah Rica Calahab era la padrona di casa qui, ed è stata l’ultima ospite della nostra amica Anmel. Almeno fino a quando Anmel non ha deciso di dimostrare ben misera originalità nella scelta dei propri colpi di scena, facendomi trovare la suddetta morta nel proprio letto… » spiegò, indicando con un cenno del capo la camera lì vicino « Purtroppo, oltre a imprigionarmi e torturarmi per lungo tempo, Milah ha anche preteso le mie prestazioni professionali… e per assicurarsi la mia fedeltà, mi ha iniettato in corpo non so bene quale genere di veleno. Un veleno che mi dovrebbe concedere ancora e soltanto… »
« … undici ore e mezza… » dichiarò Lys’sh, offrendo un quadro terribilmente chiaro della situazione « Undici ore e mezza che, però, possiamo ancora impiegare per capire che cosa ti ha fatto e come rimediarvi… » precisò subito dopo, a voler offrire a quel proprio computo un tono positivo, persino speranzoso, nel dimostrare di essere ben lontana da qualunque genere di resa a un fato apparentemente avverso « Il fatto che Milah Rica Calahab sia morta non cambia nulla: dubito che avrebbe mai parlato, anche nel caso in cui tu l’avessi fatta a pezzi. Possiamo ancora farcela! »

Se mai avrebbe potuto esistere qualcosa in grado di far improvvisamente dimenticare quegli ultimi mesi di prigionia alla mia mente, e tutti i problemi fisici a essi conseguenti al mio corpo, di certo fu la scarica di adrenalina che ebbe a seguire quell’annuncio.
L’idea che Midda avrebbe potuto morire entro poche ore da quel momento, e che ciò avrebbe potuto conseguire, oltretutto, a qualcosa di tanto infido, di tanto ignobile, qual un veleno, obiettivamente, non avrebbe potuto evitare di suscitare in me un moto di rifiuto sì netto, sì deciso, da concedere un’energia imprevedibile, e a modo suo persino sovrumana, alle mie membra atrofizzate, al mio organismo debilitato, nonché una lucidità straordinaria, e a modo suo addirittura sorprendente, ai miei pensieri, quasi nulla fosse accaduto nel corso di quella prigionia e, lì, mi fossi allora presentato al momento del risveglio dopo un lungo periodo di riposo. Perché, e non esagero, avrei preferito morire facendomi esplodere il cuore sotto lo sforzo in tutto ciò richiestomi, allorché ritrovarmi a vivere con il cuore spezzato in conseguenza alla morte di colei per solo tramite della quale tutto avrebbe mai potuto riservarsi un qualsivoglia genere di significato.
Così, da essere pressoché un peso morto fra le braccia della mia amata, repentinamente ritrovai autosufficienza, recuperai una postura eretta, e mi separai da lei, muovendo passi decisi verso la stanza indicata quale scena del delitto, deciso a collaborare, in prima persona, non tanto all’attività di demolizione intrapresa pocanzi dalla stessa Midda, quanto e piuttosto alla ricerca di una soluzione a quel problema, di una via di evasione dalla certezza di quella condanna a morte, deciso a non arrendermi fino a quando mi fosse ancora stato concesso un singolo istante da spendere in quella direzione…

« Dove stai andando…?! » domandò la mia compagna, non negandosi un’inflessione addirittura preoccupata nella voce, anteponendo la mia salute, la mia sopravvivenza, alla propria, in una scelta naturale, spontanea reciprocamente per entrambi, e che pur non avrebbe potuto allora trovarmi tuttavia realmente concorde con lei, nel preferire, a mia volta, anteporre la sua salute, la sua sopravvivenza, alla mia.
« A cercare questo maledetto antidoto… qualunque cosa esso sia. » dichiarai, quasi sorprendendomi nell’ascoltare, fuoriuscire dalle mie labbra, un tono decisamente più vigoroso rispetto a quanto non avrei mai potuto attendermi di percepire, effetto lampante di quell’imprevedibile resurrezione che, in nome del nostro amore, mi aveva lì appena veduto protagonista « Se per lei era davvero così importante, è possibile che questa Milah Rica Calahab, o comunque si chiamasse, si sia premurata di tenerlo vicino a sé, al fine di non permettere a nessun possibile intruso di sottrarlo impunemente… » argomentai, ritrovandomi, in pochi passi, già nell’altra stanza, tutt’altro che desideroso di perdere ulteriore tempo in chiacchiere e, in tale frangente, addirittura del tutto disinteressato persino alla minaccia potenzialmente rappresentata dalle guardie che, da un istante all’altro, avrebbero nuovamente potuto piombare su di noi, imponendoci assedio.
« E credi che non ci abbia pensato…?! » commentò, scoraggiata, Midda, scuotendo alle mie spalle il capo, in un gesto che in quel mentre non potei ovviamente cogliere ma che risultò sufficientemente trasparente anche e soltanto in conseguenza dal proprio tono di voce « Purtroppo temo che Anmel si sia premurato di non lasciarmelo a disposizione, prima di svignarsela di qui… »
Fu allora che, credo, ebbi un’incredibile possibilità di sorprendere e spiazzare la mia amata, nel porre una domanda apparentemente ingenua e, che pur, non avrebbe potuto ovviare a gettare nuova luce su tutta la questione per così come, almeno per lei, sino a quel momento considerata: « Di preciso… chi dovrebbe essere questa donna…?! »

martedì 29 luglio 2014

2255


Midda Bontor, donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione, Figlia di Marr’Mahew dea della guerra, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei, e molti altri titoli e nomi con i quali avrebbe potuto essere chiamata, non avrebbe potuto vantare, obiettivamente, un carattere nevrotico. Avendo posto sfida a uomini, mostri e dei, creature mortali e immortali, ed essendo puntualmente sopravvissuta a ognuna di esse; ella aveva necessariamente maturato un indubbia capacità di autocontrollo, tale da lasciar apparire improbabile l’eventualità nella quale ella avrebbe potuto perdere il lume della ragione e, ancor peggio, avrebbe potuto lasciarsi dominare da una qualche estemporanea isterica follia, come pur, probabilmente, sarebbe stato considerabile umano e giustificabile per chiunque ove eventualmente posto a confronto con le medesime prove che ella aveva avuto a dover affrontare nel corso della propria vita, le stesse oscene allucinanti immagini da incubo innanzi alle quali ella aveva avuto occasione di porsi nello svolgersi delle proprie strabilianti imprese, meravigliose avventure.
Certamente, al di là dei contesti nei quali mantenere un assoluto autocontrollo avrebbe avuto a doversi considerare vitale, non mi era stata negata occasione di coglierla in atteggiamenti sicuramente più spontanei, più sinceri, più liberi. E, nel riferirmi a simili momenti, non intendo soltanto e banalmente citare i frangenti di intimità fra noi condivisi, ma anche, e meno esclusivamente, a tutte quelle nottate da lei spese, all’interno della mia stessa locanda, in vivaci risse… attività che, per chiunque altro, avrebbero avuto a doversi giudicare, probabilmente, non dissimili da sfide mortali in funzione dell’evolversi delle quali attendersi, o meno, speranza di sopravvivenza o di morte; ma che, al suo sguardo, al suo giudizio, altro non avrebbero avuto che a ritenersi semplici momenti di svago, nel corso dei quali permettere alla propria più intima natura di emergere, e di emergere con violenza talvolta devastante, in una misura tale per cui, forse e addirittura, avrei avuto a potermi ritenere persino geloso di lei, come se tutto ciò altro non avesse che a doversi intendere qual una vera e propria alternativa, in tutto e per tutto, al disimpegno che avrebbe potuto riservarsi nei nostri appuntamenti talamici.
Al di là di tali occasioni, di simili attività volte a consapevole svago, tuttavia, mai avevo avuto pregressa occasione di cogliere la mia amata Midda in quella che avrebbe potuto essere considerato, da parte sua, una parentesi di onesta isteria, di furia condizionata a un insuccesso, a un fallimento, tale da spingerla, senza mezze misure, a demolire qualunque cosa innanzi a sé.
E fu proprio in tal maniera che ebbi a coglierla al mio arrivo, al mio rientro nella sua vita, quando, mi piacerebbe poter scrivere “seguendo” ma, sostanzialmente, venendo trascinato di peso dalla cara Lys’sh, la raggiunsi in quelle che, mi venne poi confermato, intuii essere le stanze della padrona di casa, i suoi appartamenti privati, e la trovai intenta a spazzare con la propria spada, e un nuovo braccio destro in lucente metallo cromato, ogni pur minima suppellettile, ogni mobile, ogni proprietà un tempo appartenuta alla signorina Calahab. Ovviamente, prima di giungere a lei, e al cadavere della signorina Calahab, non ci venne negata una giusta prospettiva su tutta la lunga sequenza di morti da lei falciati per giungere sino a lì, ultima, e pur non meno importante delle quali, una decollata Tannouinn, nell’osservare i resti mortali della quale, non voglio negarlo, ebbi ad accarezzare un’intima reazione di soddisfazione, nella consapevolezza di essere già stato, adeguatamente, vendicato. Cadaveri a parte, alla fine giungemmo a lei, e molto più della pur notevole scia di sangue che ella aveva lasciato alle proprie spalle, e alla quale non avrei potuto che considerarmi abituato, ebbi quindi a sorprendermi per la condizione in cui, lì, ebbi a ritrovarla, quasi non riconoscendola nel furore che, in tanta determinata demolizione, la stava dominando.

« Ehy! » la richiamai, evitando, insieme a Lys’sh, di avvicinarmi a lei, onde evitare di essere involontariamente travolto dalla furia della sua lama.

Fu questione di un istante e, laddove un attimo prima innanzi a noi era apparsa la violenza di una fiera in gabbia, di una bestia in cattività, desiderosa di evadere dalla propria prigione a costo di uccidersi nel tentativo di forzare le sbarre; un momento dopo Midda ci si offrì nuovamente calma e controllata. Ansimante, necessariamente. Sudata, inevitabilmente. Ma calma e controllata… in un quadro che, ineluttabilmente, non avrebbe potuto ovviare ad apparire quasi terrificante se soltanto non si fosse trattato di lei. Se soltanto non fosse stata la donna che tanto amavo e che, per troppo tempo, avevo temuto non avrei più rivisto...

« Be’S! » esclamò ella, guardandomi e lasciando trasparire la propria sorpresa, la propria emozione, nel rincontrarmi, permettendo alle proprie pupille, prima perdute all’interno delle iridi color ghiaccio, di espandersi sino quasi a fagocitarle integralmente, lasciandole scomparire all’intero del nero perfetto di quella nuova coppia di occhi « Lode a Thyres… stai bene?! » domandò, esitando ad avvicinarsi a me, dimostrandosi, malgrado tutto, sospettosa nei riguardi della mia apparizione, in quella prudenza ai confini della paranoia che da sempre l’aveva contraddistinta in ogni aspetto della propria esistenza… la stessa prudenza che, del resto, per oltre quindici anni ci aveva visto posticipare qualunque possibilità di coinvolgimento sentimentale o fisico fra noi, nell’insano timore di quanto, così facendo, avremmo potuto comprometterci in una qualche misura.
« Sì… » annuii, sollevando faticosamente una mano a indicare il collo e il collare che lì, ancora, si poneva ben fissato, dal momento in cui, dopo una breve analisi, la mia salvatrice ofidiana non aveva ritenuto prudente rimuoverlo senza avere effettivamente idea di come funzionasse o di quali conseguenze avrebbero potuto scaturire da un’eventuale tentativo di forzatura « Per questo non ti preoccupare… non dovrebbe essere nulla di nocivo. Non nell’immediato quantomeno. »
« Desmair…? » questionò ulteriormente, seppur non per un qualche sentimento di premura nei confronti del proprio sposo, così come ebbe modo di lasciar trasparire più che esplicitamente nel proprio stesso tono di voce, che si impegnò a scandire le sillabe di quel nome quasi con disgusto, intuibile ribrezzo e non celato disprezzo, come se, dietro a tale nome, avesse a dover essere intesa la peggiore piaga che mai avrebbe potuto affliggermi qual, del resto, tale ella lo considerava.
« Credo sia sempre lì… sebbene Anmel abbia fatto in modo di negarmi ogni possibilità di contatto con lui, proprio per mezzo di questo collare. » spiegai, scuotendo appena il capo e, malgrado la difficoltà di muovermi in maniera autonoma, sforzandomi di staccarmi da Lys’sh per accennare qualche passo verso Midda, nel desiderio di riabbracciarla dopo un distacco tanto prolungato e il serio timore di non poterla più stringere a me come, in quel mentre, nulla e nessuno mi avrebbe impedito di tentare di compiere « … quindi non hai ragioni per non venire a darmi un bacio, non è vero?! » la provocai subito dopo, perfettamente consapevole di quanto la sua ritrosia ad avvicinarsi a me, in quel frangente, altro non avrebbe avuto che a doversi ricondurre sempre alla solita questione… al fatto che, mio malgrado, all’interno della mia testa, del mio corpo, si fosse insediato lo spirito del suo ben poco amato marito.
« Assolutamente. » confermò ella.

Ancor prima che potessi rendermi conto di quanto stesse accadendo, ritrovai le mie membra atrofizzate solidamente sorrette da quelle calde e frementi della mia adorata, la quale non si limitò, semplicemente, a concedermi un fuggevole bacio, così come, probabilmente, la situazione avrebbe pur reso consigliabile e auspicabile, ma, ancor più, si sprofondò in me, offrendo libero sfogo a una passione che, non ebbi dubbio alcuno, non avrebbe avuto a dover essere ricondotta soltanto a quegli ultimi mesi, quelle ultime stagioni di lontananza, ma, ancor più, avrebbe avuto a dover essere considerata conseguenza anche di tutto il periodo di volontario distacco che ella si era imposta, nello psicologico, e pur concreto, timore di ritrovarsi inaspettatamente impegnata a baciare Desmair anziché il sottoscritto.
E benché quell’ultimo anno, quale scoprii sostanzialmente essere trascorso, mese più, mese meno, dal nostro arrivo su Loicare, non fosse stato né piacevole, né gratificante, né appagante… diamine… qui lo giuro per iscritto: quel bacio, quel bacio che sol blasfemia avrebbe potuto minimizzare qual tale, mi permise istantaneamente di cancellare tutto quanto, quasi mai avessi lasciato il dolce contatto con quel corpo meraviglioso.

lunedì 28 luglio 2014

2254


Non mi è dato di conoscere quali esperienze di vita potranno aver caratterizzato coloro i quali si ritroveranno un giorno a leggere, o ascoltare, queste mie parole, nella loro forma originale che or ora sto stendendo oppure in una qualunque loro rilettura, più o meno fedele. Ciò non di meno, mi sento sufficientemente confidente nell’affermare che poche sono le esperienze di vita capaci di creare subitaneamente una solida amicizia, ponendo indubbie basi a un rapporto sincero, onesto, trasparente e, soprattutto, duraturo nel tempo… ammesso di averne, effettivamente, ancora a disposizione. E fra queste poche esperienze, una ha a doversi considerare pressoché universale, interpretabile in maniera assoluta pressoché in qualunque contesto linguistico o culturale, fosse questo umano o non.
Così, per le stesse ragioni che, qualche mese prima, avevano visto Lys’sh instaurare un solido legame di amicizia nei confronti di Midda e Duva, anch’io ebbi, in quel giorno, occasione di avvertire senza esitazione alcuna l’evidenza del già fondato e edificato rapporto di fratellanza, di complicità, di rispetto e di fiducia, nei medesimi confronti dell’ofidiana. Del resto, come avrebbe mai potuto accadere qualcosa di differente nel confronti di colei alla quale avrei dovuto la mia sopravvivenza e la mia libertà?
Mi si definisce pure ingenuo o sprovveduto: ma se qualcuno si dimostra capace di porre in forse il proprio domani per garantire il mio… beh… quel qualcuno avrà, per sempre, la mia stima e la mia ammirazione, oltre, ovviamente, alla mia amicizia e, ineluttabilmente, alla mia gratitudine.

« A costo di apparir banale e scontato, soprattutto nel considerare le circostanze… piacere di conoscerti, Lys’sh! » replicai, accennando a un lieve movimento del capo per offrirle giusto tributo « Gli amici di Midda sono miei amici. »
« Soprattutto quando vogliono impegnarsi al fine di portare al sicuro il tuo tanto decantato fondoschiena, immagino… » commentò, con tono immancabilmente scherzoso, nel contempo in cui ancora una guardia cadeva a terra priva di sensi, riducendo gradevolmente la distanza esistente fra me e l’agognata salvezza, da lei lì rappresentata, sostanzialmente incarnata « Con rispetto parlando, s’intende. » soggiunse poi, giocando, ancora e immancabilmente, con me, nel destreggiarsi in quel confronto verbale con non minor abilità, e agilità, rispetto a quanta non ne stesse dimostrando nel proprio confronto fisico.
« S’intende. » ripetei, quasi senza neppure riflettere realmente sulle parole da lei pronunciate a lode del sottoscritto o, quantomeno, di una parte del sottoscritto, nel mentre in cui, per un istante, ebbi a a distrarmi nel cercare di verificare, o anche solo di stimare, quanto ancora avrebbe avuto a poter durare quel confronto.
« Ancora poco e sono tutta tua… » tentò di rassicurarmi, quasi avesse avuto modo di intuire le mie preoccupazioni e, in tal modo, quasi avesse desiderio di tranquillizzarmi sulla mia più che imminente liberazione « Il tempo di liberarmi di questi ammiratori un po’ troppo insistenti… »
« Non ti preoccupare. Fai pure con calma… » minimizzai, benché, nell’intravedere una tanto prossima possibilità di salvezza, ormai fosse per me realmente difficile trattenere l’entusiasmo, e, con esso, l’ansia, alla prospettiva di poter essere liberato « E non sto impegnandomi in facile sarcasmo: a frequentare una come Midda, ti abitui presto a certe situazioni. »
« Quindi non è la prima volta che vieni salvato da lei…?! » si informò, curiosa, Lys’sh, ancora abbattendo un avversario e, con esso, ancora riducendo la distanza fra noi.
« A esser pignoli, l’ultima volta sono stato io a doverla soccorrere… » puntualizzai, aggrottando appena la fronte, non approvando pienamente l’idea di poter apparire qual la tipica donzella in difficoltà… e, soprattutto, nel non voler apparire qual una donzella, benché, obiettivamente, in quel momento tale apparisse il mio ruolo, nella passiva attesa dell’arrivo di un cavaliere in lucente armatura a soccorrermi e a rendermi salva la pelle « Ehy… fra l’altro… cosa intendevi dire prima con “tanto decantato fondoschiena”?! » incalzai, maturando probabilmente tardiva coscienza nel merito della frecciatina lanciatami qualche battuta prima.
« Oh… nulla di che… niente di particolare… discorsi fra donne. » banalizzò l’altra, stringendosi appena fra le spalle, nello stesso istante in cui, agile e veloce come un serpente, riuscì a guizzare all’esterno della traiettoria di un colpo a lei rivolto quasi a tradimento, e che avrebbe avuto a doverla cogliere alle spalle se soltanto, con quel proprio gesto, non avesse reso tanto impegno pressoché nullo « Diciamo soltanto che non vedo l’ora di farti alzare di lì, per poter constatare quanto il giudizio di Midda abbia a doversi considerare obiettivo a tal riguardo. »

Tacqui. Nel rendermi conto di quanto, qualunque ulteriore parola da parte mia a tal riguardo, non avrebbe avuto altro effetto, altra conseguenza, che quella di autorizzare un degenerante crescendo della questione, tale da pormi in inevitabile imbarazzo anche in conseguenza della mia pressoché superficiale conoscenza della mia interlocutrice, tacqui. E, dopotutto, nel partire dal presupposto dell’esistenza di un rapporto di amicizia fra Midda e quella mia quasi sconosciuta salvatrice, e nel ben conoscere il carattere della mia amata, alcuno stupore avrebbe avuto a potermi cogliere a fronte di una simile argomentazione, dal momento in cui nulla di tutto ciò avrebbe avuto a doversi riconoscere qual inedito: non un qualunque genere di più o meno approfondita dissertazione nel merito del mio fondoschiena, o di altre parti del mio corpo, non altri pettegolezzi di sorta, volti, comunque e al di là di comprensibili imbarazzi, a tessere le mie lodi… non, quantomeno, nella stessa squisita emancipazione che non avrebbe potuto ovviare a sollazzare i miei più intimi desideri, così come quelli di qualunque altro shar’tiagho a differenza della maggior parte degli uomini del nostro pianeta natale. Dopotutto, quello era anche uno dei motivi per cui la amavo… e per cui non avrei potuto fare a meno di amarla.
Negando, quindi, a Lys’sh ogni ulteriore possibilità volta a tentare di pormi a disagio con quelle non troppo velate allusioni, nel giudicare quanto, a tal fine, non sarebbe certamente mancato un momento futuro, soprattutto in grazia al rapporto da lei accennato con la mia compagna; evitai di replicare ulteriormente a quella provocazione, limitandomi a provare, comunque e in cuor mio, una certa soddisfazione all’idea che, comunque, potessi essere mancato alla mia amata in misura sufficiente a spingerla a parlare di me ad altri… e, soprattutto, a parlare di me in determinati termini. Anzi. A onore del vero, mi presi un appunto mentale atto a tentare di ricordarmi di riservarmi un commento direttamente in direzione della stessa Midda, non appena ne avessi avuta l’occasione, e non appena ci sarebbe stata offerta un’occasione di intimità.
Dei… come mi mancava l’idea di intimità e di intimità con lei.

« Ehm… spero di non averti offeso! » esitò ella, concludendo, finalmente, il proprio operato e osservandosi, per un istante, attorno, a verificare di avere effettivamente escluso dalla battaglia qualunque antagonista, prima di potersi alfine dedicare a me « Sei diventato improvvisamente laconico… »
« Nessuna offesa! » mi affrettai a escludere, non volendo offrire un’impressione sbagliata alla mia salvatrice… soprattutto in quel momento, quando, finalmente, avrebbe potuto liberarmi « Come ti stavo dicendo, sono più che abituato a Midda… e l’amo anche e soprattutto per questi aspetti del suo carattere. » non cercai in alcun modo di dissimulare, preferendo la schietta verità come soluzione preventiva a ogni possibile incidente diplomatico « Ora… ti prego, liberami da questo dannato lettino. » la spronai, cercando di agitarmi per quanto la mia muscolatura, ormai disabituata a qualunque movimento, e prossima, addirittura, all’atrofizzazione, non mi concesse particolare supporto a tal fine « E dopo, tu e Midda potrete anche comporre un sonetto in onore dei miei lombi, se proprio vi aggradano! » conclusi, probabilmente giocando soltanto a mio discapito con una simile battuta e, ciò non di meno, valutandola sul momento adeguata a escludere, da parte mia, qualunque possibilità di risentimento per quelle precedenti.
« Addirittura un sonetto…?! » sorrise, divertita all’idea « Lascia che sia io a giudicare, mio caro Be’Sihl! » mi invitò, nel mentre in cui, con un rapido balzo, mi fu sopra, a valutare, allora, non tanto il mio sedere, quanto e piuttosto i blocchi entro i quali le mie braccia e le mie gambe erano lì vincolate da più tempo di quanto non sarebbe stato salubre supporre.

martedì 22 luglio 2014

2253


Voglio essere sincero: non avessi avuto precedente esperienza di apprezzabile convivenza con un gruppo di canissiani, e di canissiani più che sinceramente benintenzionati come Falamar Hithorn, la comparsa in scena di quella ofidiana avrebbe potuto quantomeno sorprendermi, spiazzarmi, se non, addirittura, spaventarmi, non lasciandomi presupporre alcun risvolto positivo.
Fortunatamente, però, fatta eccezione per la pur sgradevole, estremamente sgradevole, esperienza con l’allor già defunta Tannouinn Reshat, per quanto, ancora, di tale risvolto egoisticamente positivo non fossi stato ovviamente informato, non avrei potuto sollevare la benché minima critica nel confronto con l’ospitalità altresì offertami da Falamar e da tutti i suoi compagni; ragione per la quale, in un frangente al pari di quello nel quale mi ero così ritrovato a essere, imprigionato da tempo sufficiente a farmi dimenticare le sensazioni conseguenti all’assunzione, anche solo e banalmente, di una posizione eretta, per non parlare poi del piacere potenzialmente derivante dal poter muovere qualche passo, non avrei potuto riservarmi alcun gratuito pregiudizio a discapito della nuova giunta soltanto in funzione del colore della sua pelle… o, più precisamente, del fatto che la sua epidermide fosse, fondamentalmente, costituita da vellutate squame in tutto e per tutto assimilabili a quelle di un serpente. E così, benché non avrei potuto né vantare alcun genere di pregressa confidenza con Har-Lys’sha, né, tantomeno, avrei potuto presumere le dinamiche che, in effetti, l’avevano condotta sino a me animata dall’unica, esplicita volontà di soccorrermi, di liberarmi; nell’osservarla in tal maniera sopraggiungere e, ancor più, esordire nella mia direzione, non potei che riconoscermi più che ben disposto nel considerarla qual la mia nuova migliore amica, se solo, come non avrei potuto evitare di sperare, mi avesse restituito la libertà perduta e, ormai, quasi insperata.

« Precisamente. » confermai, quindi, alla sua richiesta « E a costo di apparire peggiore della più economica meretrice di tutta Kriarya, sono pronto a votare ogni singolo giorno del resto della mia vita all’adorazione della tua persona se solo ti rivelerai qui sopraggiunta all’unico scopo di concedermi una qualsivoglia speranza rivolta all’indomani stesso. »

Stavo scherzando, ovviamente. O, per lo meno, così preferisco pensare, per quanto, dopo quel periodo di prigionia, mi duole ammetterlo, una parte di quella sostanziale dichiarazione d’amore tutt’altro che incondizionato nei suoi riguardi avrebbe avuto a doversi considerare addirittura fondata, se soltanto la mia richiesta fosse stata lì soddisfatta.
Fortunatamente, però e nuovamente, la mia interlocutrice non avrebbe avuto a doversi considerare interessata a un qualunque genere di coinvolgimento sentimentale con me. Soprattutto dal momento in cui…

« … credo che la mia cara amica Midda potrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di scuoiarci entrambi vivi se soltanto ti sentisse esprimerti in siffatta maniera. » replicò, sorridendo apertamente e scuotendo il capo, facendo apparire, in grazia alle proprie parole, quel gesto quantomeno adorabile, per quanto la conformazione fisica del suo viso, nell’assenza di un naso considerabile tale, di orecchie giudicabili tali, e di labbra riconoscibili qual tali, l’idea stessa di un sorriso sarebbe apparsa quantomeno aliena « Per questa ragione, farò finta di non averti sentito, per quanto non possa evitare comunque di ringraziarti per il tuo non disinteressato apprezzamento nei miei riguardi! » concluse, scoppiando a ridere e, nel mentre di quella stessa risata, e di quelle ultime parole, abbattendo contemporaneamente due guardie con un agile calcio frutto di un movimento rotatorio che le vide necessariamente costrette alla perdita dei propri sensi, e generosamente non della propria vita, per quanto in senso contrario non le avrebbero sicuramente riconosciuto eguale premura.

Permettetemi di essere estremamente franco: al di là delle ammirevoli forme e proporzioni di un corpo giovane e praticamente perfetto qual quello che Lys’sh ebbe comunque a presentare al di sotto degli abiti con i quali si palesò innanzi al mio sguardo, e che comunque non avrebbero mai permesso a un qualunque apprezzamento nei suoi confronti di risultare privo di fondamento con sodi seni e glutei sì tondi e alti da risultar quasi una sfida alle leggi della natura; nel sentire pronunciare, dalle sue labbra non labbra il nome della mia amata, da lei definita oltretutto qual propria cara amica, non il benché minimo particolare in lei avrebbe, allora, potuto essere meno che adorato a fronte del mio tutt’altro che in tal modo distaccato giudizio. Che non un solo capello ricadesse dalla sua nuca sulle sue spalle; che i suoi occhi apparissero enormi e gialli, contraddistinti dall’assenza di iridi e da sottili nere pupille verticali; che il suo naso fosse definito da una semplice sporgenza al centro del suo volto, con due fessure in luogo alle narici; che le sue orecchie non fossero altro che una coppia di incavi ai lati del suo capo; e che le sue labbra fossero del tutto inesistenti, vedendo la sua bocca emergere al di sotto delle narici qual una sorta di ritaglio all’interno della sua verde pelle squamosa… beh… non avrebbe minimamente potuto interessarmi. Anzi.
In quel momento, tutto ciò ebbe persino a scomparire alla mia vista, nell’offrirla al mio giudizio semplicemente qual la più affascinante, meravigliosa, conturbante e seducente creatura su cui mai avrei potuto porre lo sguardo. Subito dopo la stessa Midda, naturalmente.

« Dimmi che non sei un’allucinazione… te ne prego. » mi ritrovai a supplicare, rinunciando a qualunque barlume di dignità o di orgoglio personale, nel dimostrarmi pronto a contrattare persino con le conseguenze di un’insorgente psicosi pur di riabbracciare la mia amata, in una prospettiva, in tale contesto, a dir poco straordinaria, soprattutto nel considerare tutto ciò che ci era accaduto e come ciò era accaduto.

Disperato chi?... io?!

« Nel frequentare una donna del calibro di Midda mi ero convinta che tu fossi contraddistinto da uno spiccato buon gusto… ciò non di meno, se davvero puoi arrivare a credere che io abbia a poter essere confusa con un parto della tua immaginazione, temo di dovermi ricredere. » commentò, non priva di indubbia autoironia, tale da sollevare aperta critica a proprio stesso discredito, per quanto con tono giustamente scherzoso, a definizione della facezia propria di quel dialogo in paradossale contrasto alla serietà dell’impegno fisico che pur stava sostenendo in quello stesso frangente temporale, combattendo con tutte le proprie energie non soltanto per la mia salvezza ma, anche e indubbiamente, per la propria stessa sopravvivenza, lì posta in maggiore dubbio rispetto a quanto non avrebbe potuto aversi a giudicare la mia medesima « Cioè… davvero non riesci a fantasticare su nessuna meglio di me…?! »
« E qui rischiamo pericolosamente di rientrare in zona scuoiamento. » mi permisi di obiettare, ritrovandomi a interloquire con quella completa sconosciuta con la medesima naturalezza con la quale mi sarei potuto porre a confronto con la mia amata, o con, comunque, una persona a me amica da più di pochi istanti… e, soprattutto, della quale magari avrei potuto vantare conoscenza a riguardo del suo nome « Il che rischia di essere a dir poco insalubre, soprattutto visto e considerato che non ho avuto ancora neppure la possibilità di chiederti come ti chiami… » sottolineai, palesando allora la mia più completa ignoranza nel merito dell’identità della mia potenziale salvatrice, la quale pur aveva dimostrato non soltanto di conoscere la mia, ma, ancor più, di essere in evidente confidenza con la sola donna che abbia dominato il mio cuore in maniera sì ossessiva e preponderante come unicamente Midda è stata capace di fare sin dal primo giorno in cui ci siamo incontrati e per ogni istante successivo ad allora.
« Hai ragione! » constatò, per sola replica « Il mio nome è Har-Lys’sha… ma puoi chiamarmi semplicemente Lys’sh! » si presentò, salvo poi aggiungere « E se non fosse chiaro, sono qui per trarti in salvo! »

martedì 15 luglio 2014

2252


« … come?! » esitai, non volendo accettare, nell’immediato, il senso proprio di quelle pur sufficientemente chiare asserzioni.
« Siamo a una distanza obiettivamente folle rispetto al nostro pianeta natale… » tentò, con ammirevole pazienza, di puntualizzare il mio interlocutore, in verità probabilmente non più soddisfatto di quanto, di lì a un istante, non avrei avuto a dovermi dimostrare io stesso « E per quanto gli spiriti non abbiano a sottostare alle medesime leggi fisiche che regolano la vita dei viventi, una tale lontananza non può essere in alcuna maniera banalizzata neppure per loro e per le loro possibilità di movimento. » spiegò, storcendo le labbra verso il basso, a meglio offrir evidenza nel merito di quanto tutto ciò non avesse in alcuna misura a rallegrarlo « In altre parole… nel tempo che probabilmente ci sarà concesso, potrei essere forse in grado di iniziare a evocarli, senza, tuttavia, condurne qui neppure uno. »

Lo ammetto: se soltanto la situazione non fosse stata intrinsecamente drammatica, ai confini con il tragico, tutto quello avrebbe avuto un che di paradossale, addirittura squisitamente comico.
Tralasciando il fatto che, da mesi, non avevo avuto neppure l’occasione di godere della compagnia della mia amata, se anche simile possibilità mi fosse stata concessa, infatti, una tale piacere, una tanto pur apprezzabile opportunità, sarebbe stata severamente moderata, nei propri più appassionati sviluppi, dalla presenza, da me mai ricercata, né tantomeno desiderata, dello stesso Desmair all’interno della mia mente, del mio corpo, consapevolezza innanzi alla quale mai la mia adorata Midda sarebbe stata in grado di soprassedere, di passar oltre, per quanto, tutto ciò, la ferisse in misura obiettivamente non inferiore rispetto a quanto, già, non avrebbe potuto tristemente vantare essere in grado di nuocere a me stesso. In conseguenza di tutto ciò, credo che chiunque avrebbe potuto riconoscere più che auspicabile un qualche vantaggio tattico di sorta, un qualche genere di privilegio tale per cui, se non accettabile, il sacrificio che ci stava allora venendo richiesto avrebbe potuto essere riconosciuto, forse, meno ingiustificabile, immotivato, rispetto a quanto, pur, a una superficiale valutazione avrebbe avuto a doversi condannare. Ma se, malgrado tutto ciò, a fronte di tanti disagi e di tante rinunce, alcun pur minimo vantaggio avrebbe avuto a doverci essere lì riconosciuto… beh… credo sia meglio per me astenermi da ulteriori commenti, nella volontà di non scadere apertamente in un linguaggio quantomeno colorito, se non, più esplicitamente, scurrile.

« Fantastico… » gemetti, con malcelato sarcasmo, qual conseguenza di quella precisazione « Midda è sempre stata solita ripetere quanto, dalla stregoneria o dalla negromanzia, nulla di positivo avrebbe mai potuto derivare… e che per qualunque scorciatoia apparentemente ottenuta, inaspettatamente alto avrebbe avuto alfine a doversi riconoscere il prezzo da pagare. » sospirai, allor sinceramente demoralizzato per quella rivelazione inattesa « Ma… dannazione… in questo caso, stiamo pagando un caro prezzo da fin troppo tempo, senza che alcun genere di scorciatoia ci sia mai stata riconosciuta! »

Uno sbotto, il mio, conseguente più all’amarezza e alla delusione per il rifiuto lì riservatomi, non per propria volontà, dallo stesso Desmair, che, pur, non avrebbe avuto a potersi considerare propriamente corretto, effettivamente appropriato, innanzi al ricordo delle dinamiche entro le quali aveva avuto occasione di svolgersi il precedente conflitto fra Midda e la regina Anmel Mal Toise, quest’ultima in simbiosi all’interno del corpo di Nissa Bontor. In tale occasione, in effetti, l’aiuto garantitoci dal mio inquilino ebbe ragione di dimostrarsi di fondamentale importanza all’interno della precaria economia della battaglia, offrendoci l’opportunità di rispondere in maniera adeguatamente misurata alla negromantica offensiva della stessa sovrana, opponendo ai suoi zombie, ai suoi non morti, gli spettri al servizio del suo ben poco amato figliuolo.
Ciò non di meno, in quel particolare frangente, in quel particolare momento, semplice sofisma sarebbe risultata qualunque argomentazione a tal riguardo offerta alla mia attenzione, al mio intelletto, laddove, per quanto non sia solito giudicare me stesso qual una persona eccessivamente istintiva, abituata a lasciarsi guidare dal cuore ancor prima che dalla mente, sempre e comunque umano avrei avuto a dover essere riconosciuto… e, quanto tale, più che orgogliosamente soggetto ai limiti propri della mia carne, dei miei desideri, delle mie passioni e, in momenti quale quello, delle mie frustrazioni.
E poi... mi si perdoni l’eccessiva libertà di espressione… sarei pronto a sfidare chiunque a ritrovarsi, allora, nelle condizioni in cui ebbi a ritrovarmi, senza porsi terribilmente prossimo a cedere all’isteria. E all’isteria derivante dall’assurda consapevolezza di essere stato accolto qual compagno e amante da una donna del rango di Midda Bontor, contraddistinta da un carisma, da una sensualità, da un intrinseco erotismo tal da risvegliare pensieri lubrichi anche nel più illuminato fra tutti gli asceti;  salvo, poi, vedermi negata ogni speranza di intimità in sua compagnia per colpa dell’incontrollata e incontrollabile presenza dello spirito di un semidio immortale nella mia testa, dal quale, in un momento di bisogno qual quello, alcun genere di aiuto avrebbe potuto comunque derivarmi, alcun genere di supporto avrebbe potuto comunque essermi garantito, così come se questi neppure avesse a dover essere riconosciuto lì come effettivamente presente… in nulla più utile rispetto al frutto di una qualche mia insana fantasia.

« Non credere che tutto questo abbia a piacermi in misura superiore di quan… »

Prima ancora che, comunque, al mio interlocutore potesse essere concessa l’opportunità di completare quel proprio nuovo intervento, il prevedibilmente minimale tempo concesso a nostra disposizione ebbe a scadere e, come già in passato, nuovamente mi ritrovai a essere prepotentemente esiliato dal mio stesso subconscio, per essere rigettato a contatto con l’asettica realtà a me allora circostante.
Un’asettica realtà in cui, mio malgrado, sarei quindi stato costretto a restare, che potessi volerlo o meno, ancora per parecchio tempo, forse e addirittura per sempre o, quantomeno, per quell’effimera frazione di eternità che avrebbe avuto a doversi considerare la mia aspettativa di esistenza futura, se non fosse lì improvvisamente e straordinariamente subentrata una nuova figura femminile in mio soccorso. Non, lo ammetto, colei che mi sarei potuto attendere… che avrei desiderato vedersi precipitare oltre l’unica via d’accesso a quel ristretto spazio, a quella mia cella; ma, non per questo, una figura allor meno che apprezzabile, soprattutto nel confronto con la prospettiva che, per suo tramite, mi sarebbe potuta essere assicurata un’opportunità di libertà, un’occasione di fuga. Poiché, sebbene non avessi avuto precedente occasione d’incontro con Lys’sh, e, obiettivamente, neppure avrei potuto riservarmi la benché minima consapevolezza nel merito della sua esistenza; in sola grazia alla dinamica con la quale ella ebbe a presentarsi a me, alcun genere di dubbio, di incertezza, di esitazione avrebbe potuto essermi concessa tanto a riguardo dello schieramento al quale ella avrebbe dovuto considerarsi appartenente, quanto nello specifico punto delle motivazioni per le quali, in tutto ciò, si era sospinta sino a me.
Né più, né meno, rispetto a come avrebbe potuto riservarsi opportunità di compiere Midda Bontor, la mia amata donna guerriero, anche la giovane ofidiana ebbe a presentarsi innanzi al mio sguardo, alla mia attenzione, in strenua lotta contro un’intera schiera di guardie al servizio della regina Anmel, o, comunque, di colei della quale, ella, aveva evidentemente preso possesso nel garantirsi potere e risorse anche in quel nuovo mondo, in quella nuova realtà. E né più, né meno, rispetto a come avrebbe potuto riservarsi opportunità di compiere la Figlia di Marr’Mahew, colei alla quale da oltre vent’anni avevo votato ogni singolo momento della mia quotidianità, anche Lys’sh non soltanto non apparve in alcuna misura impensierita, preoccupata, dalla propria ipotetica inferiorità numerica rispetto agli avversari lì in suo contrasto presentatisi, ma, addirittura, ebbe modo di riservarsi l’opportunità di prendere parola nei miei riguardi, esordendo con semplicità persino disarmante nella propria spontaneità…

« Be’Sihl Ahvn-Qa… voglio supporre. »

lunedì 14 luglio 2014

2251


Nel contempo in cui Midda si ritrovò a maturare spiacevole e sgradita coscienza nel merito di quanto, purtroppo, tutto il proprio impegno, tutta la propria dedizione, tutto il proprio spirito di sacrificio avrebbero potuto presto finire per apparir vani, per risultar tragicamente privi di qualunque genere di significato; Lys’sh, ignara di quanto non troppo lontano da sé stesse accadendo… volutamente ignara nel non scordare il proprio compito, i termini del proprio incarico destinato alla mia salvezza, al mio recupero e, con esso, al compimento della promessa che l’aveva vista esplicitamente vincolarsi a tale scopo, a simile missione, era riuscita finalmente a giungere all’area che la mia stessa amata le aveva indicato qual utile a cercare la mia cella, la mia prigione. E se, per propria esplicita scelta, ignara avrebbe avuto a dover essere considerata la giovane ofidiana nel merito del dettaglio di quanto stesse accadendo, e fosse già accaduto, nelle stanze personali della padrona di casa, dell’erede della grande e potente famiglia Calahab; non maggiormente informate rispetto a lei avrebbero avuto a dover essere considerate tutte le guardie che, innanzi ai suoi passi, cercarono di opporre resistenza, non tanto nel voler manifestare un qualche, immotivato affetto nei miei riguardi, e tale da non concedere loro di accettare quietamente la prospettiva di una mia uscita dalle loro stesse vite, quanto e piuttosto nel voler rimarcare quanto mai alcuno al mondo, o in alcun mondo, avrebbe potuto permettersi la libertà di aggredire l’organizzazione criminale a cui tutti loro avevano giurato fedeltà, illudendosi, in ciò, di potersi mantenere non soltanto in salute… quanto e piuttosto in vita. Così, per quanto probabilmente quella sfida non avrebbe avuto ormai ragion d’essere, non avrebbe avuto ormai significato alcuno nella prematura scomparsa di colei in nome della quale stavano tutti combattendo, gli uomini e le donne, umani e non, preposti a sorveglianza della torre della signorina Calahab, proseguirono nel proprio dovere, nel proprio compito, con immutata solerzia, tale da porre continuamente in dubbio l’indomani di Lys’sh e, con lei, la mia liberazione.
Ovviamente, ancora ben sigillato all’interno del proprio… alloggio?!... e ancora in tutto e per tutto vincolato al solo giaciglio che in quegli ultimi giorni, forse settimane, se non mesi, avessi avuto occasione di conoscere, al sottoscritto non era stata allora concessa alcuna trasparenza nel merito di cosa stesse accadendo. O, in effetti, alcuna o quasi… dal momento in cui, comunque, la fugace interruzione di energia aveva concesso a me e al mio indesiderato ospite di entrare nuovamente, e brevemente, in contatto, quanto sufficiente, per lo meno, da illudermi di potermi riservare un quarto d’ora di gloria, seppur non specificatamente per mio merito. Nell’esatto istante in cui, infatti, Mars Rani aveva sabotato l’afflusso energetico al complesso, così come già era accaduto nell’unica, precedente e assimilabile occasione, il dispositivo saldamente legato al mio collo aveva smesso di funzionare e, in questo, aveva estemporaneamente rimosso la barriera esistente fra Desmair e me, permettendoci, nuovamente di dialogare e, in ciò, di cooperare per un comune desiderio di salvezza. O, quantomeno, di illudermi nel merito della possibilità di collaborare a tal fine, dal momento in cui, nelle considerazioni da me compiute, erano venuti meno alcuni non banali impliciti in assenza dei quali, purtroppo, ogni strategia avrebbe avuto a doversi considerare vanificata… così come, con una certa, tutt’altro che piacevole, ingenuità, ebbi tardiva occasione di comprendere.

« Desmair… presto! » mi precipitai in quell’intima zona del mio intelletto da noi condivisa, non appena ne ebbi la possibilità, per lì interloquire con lui, confidando nella sua assoluta disponibilità così come già era avvenuto in precedenza… o, quantomeno, avevo dato per scontato essere avvenuto in precedenza « So che un giorno potrei pentirmi di questa richiesta… ma abbiamo bisogno dei tuoi spettri. Ora! »

Sono ancora incerto fra considerare più significativo, come anticipo della sua replica, il fatto che egli, innanzi alle mie parole, alla mia richiesta, rimase quietamente seduto dove si trovava, sul proprio consueto trono o, quantomeno, sulla replica del trono che un tempo aveva posseduto e che, ormai, non avrebbe più potuto essergli proprio… non, quantomeno, entro il limitare del mio corpo, là dove, obiettivamente, si estendeva tutta la sua possibilità di esistenza; oppure, la destra che egli ebbe a sollevare lentamente, a coprire i propri occhi neri, nel mentre di ciò abbassatisi insieme al suo capo in un gesto di più che umano imbarazzo nel confronto con quanto da me allora dichiarato, con quanto da me lì appena richiesto, quasi avesse avuto a doversi considerare l’idiozia più folle con la quale avrebbe potuto riservarsi occasione di confronto.
A prescindere, comunque, dall’uno o dall’altro preambolo della sua replica, ciò che apparve immediatamente chiaro, esplicito, trasparente, fu il comune significato da associare a quei due significanti non verbali: “nulla da fare, vecchio mio”!

« Non so quanto tempo ci sarà concesso questa volta… dobbiamo fare qualcosa per cercare di liberarci e di lasciare questo posto, prima che tua madre si stanchi di tenerci in cattività e decida di estirpare radicalmente ogni rischio a noi collegato. » insistetti, cercando di offrire maggiore forza alla mia richiesta, per quanto, purtroppo, il silente messaggio comunicato dai suoi gesti era più che pervenuto alla mia attenzione, negandomi repentinamente qualunque speranza di soddisfazione a fronte di quella mia petulanza « Non possiamo sprecare questa occasione… Desmair! »
« Mi spiace per entrambi, vecchio mio… ma non c’è nulla che io possa fare nell’immediato. » dichiarò, dando voce a quanto prima rimasto celato fra le righe, discretamente taciuto « Ma non è così che opera la mia… magia. I miei poteri… »

Si potrebbe credere che, per semplice merito dell’essermi ritrovato con un semidio dentro il proprio corpo, dentro la propria testa, fosse per me conseguita anche un’immediata consapevolezza nel merito di quanto egli avrebbe potuto o non potuto compiere, di quanto io avrei potuto o non potuto compiere e, in ciò, dell’estensione dei poteri che da tutto ciò sarebbe dovuto essere necessariamente considerato qual derivante. Nulla di più sbagliato.
A riguardo della vita di Desmair, dei suoi pensieri, dei suoi poteri, dei suoi ricordi, dei suoi desideri e, insomma, di tutto ciò che lo avrebbe potuto concernere, il sottoscritto non ha mai avuto alcuna particolare occasione di confidenza, non allora, non oggi, se non entro i limiti di quanto egli stesso, in qualche sporadico momento di confronto, non ha avuto volontà di condividere con me, né più, né meno di come avrebbe potuto essere nel rapporto fra due amici o due semplici conoscenti. L’evidenza del fatto che egli, in tutto ciò, avesse preso residenza all’interno della mia mente, e, in ciò, talvolta avesse avuto persino in concessione l’utilizzo, temporaneo, delle mie membra, del mio intero essere, al fine di poter contribuire alla causa comune, non mi aveva mai garantito alcuna particolare posizione di privilegio. Né, desideravo sperarlo, aveva mai garantito a lui stesso una qualche particolare posizione di privilegio, per così come, a lungo, avevo allora già ripetutamente tentato di convincere la mia amata, inorridita all’idea che, in conseguenza a tale nostra spiacevole condivisione di corpo, ella avrebbe potuto correre il rischio di concedersi al proprio mai apprezzato sposo nel mentre in cui, erroneamente, avrebbe creduto di giacere con me, di stringersi a me, a colui che, per mia grazia, aveva scelto qual proprio compagno, qual proprio solo amante, e unico desiderato sposo… se soltanto non fosse stata ancor vincolata all’empia promessa matrimoniale che l’aveva legata a Desmair.
In tutto ciò, pertanto, la precisazione dello stesso figlio della regina Anmel Mal Toise e del dio Kah nel merito della mia sostanziale ignoranza in relazione al funzionamento dei suoi poteri, non avrebbe potuto essere più che legittima e legittimata… in quanto, obiettivamente, nient’altro che ignorante avrei avuto a dovermi riconoscere in tutto ciò.

« Io non sono un negromante. » puntualizzò, cercando di sopperire alla mia mancanza di informazione a tal riguardo « Al mio servizio sono vincolate soltanto le anime di coloro la morte dei quali sono state provocate, direttamente o indirettamente, dalle mie azioni… e tali anime, mi duole doverlo ora ammettere, non sono propriamente a portata di mano in questo momento. »

giovedì 10 luglio 2014

2250


« No… dai… non ci voglio credere. »

Parole sincere, spontanee, e del tutto trasparenti del carico di attonita incredulità del quale ella si era ammantata, non riuscendo ad accettare non tanto quella situazione, quanto la più assoluta, completa e devastante mancanza di originalità della medesima, tale da ripresentarle il medesimo scenario che già, una volta, in passato, aveva contraddistinto la conclusione di una sua avventura, di una sua audace infiltrazione entro i confini propri del territorio di una supposta mecenate, concretamente avversaria, trovata in tutto ciò riversa senza vita sul proprio stesso letto, in quello che, letteralmente, nulla di meno avrebbe avuto a dover essere descritto di un lago di sangue. Anche in quell’occasione, e soltanto a posteriori ella aveva avuto la possibilità di comprenderlo in ogni propria sfumatura, tale brutale assassinio, del quale, immancabilmente, era stata colpevolizzata, altri non avrebbe avuto che a doversi attribuire all’intervento della stessa regina Anmel Mal Toise la quale, non ritenendo ulteriormente attraente il corpo entro il quale aveva trovato estemporaneo rifugio, aveva deciso non soltanto di abbandonarlo, ma, anche, di disfarsene e, con esso, di liberare la precedente inquilina di tale ricettacolo di carne dall’ingombro stesso rappresentato dalla propria esistenza in vita.
In tal maniera, alcuni anni prima, era stata quindi sentenziata la fine dell’affascinante lady Lavero, di Kirsnya, una fra le donne più pericolose che Midda avesse avuto occasione di incontrare, dotata non soltanto di indubbio carisma, ma ancor più di un’eccellente intelligenza strategica, e di una ferrea volontà, che, accompagnati da un’incommensurabile ambizione e dai mezzi e dalla ricchezza utile per tradurla in realtà, era stata in grado di conquistare traguardi ben oltre l’ordinarietà e la straordinarietà, e sfocianti, direttamente, nel mito. E, sia chiaro, non gratuito ed enfatico giudizio ha da esser considerato il mio, quanto conseguenza dei risultati che ella era stata in grado di rendere propri, il più significativo dei quali null’altro avrebbe avuto che a dover essere citato il recupero della medesima corona perduta della regina Anmel Mal Toise, a opera di un inedito, e ristretto, gruppo di avventurieri fra cui, ineluttabilmente, la mia amata: un prezioso diadema, una blasfema reliquia, all’interno della quale purtroppo nessuno aveva avuto possibilità di intuire che fosse stata intrappolata l’essenza stessa dell’antica monarca, in tal maniera liberata, restituita al mondo… anzi all’universo, in tutta la sua potenza e in tutta la sua minaccia.
E, come lady Lavero, di Kirnsya, aveva incontrato, proprio malgrado, un infame destino, obiettivamente indegno della pur malevola grandezza a cui avrebbe potuto ambire se soltanto non fosse tragicamente incappata in tal maledizione; anche Milah Rica Calahab, ad anni di distanza, e a milioni di stelle di distanza, non aveva avuto possibilità di godere di un fato migliore… né, tantomeno, più originale.

« Questo è qualcosa che va ben oltre il concetto stesso di déjà vu… » ebbe di che lamentarsi la mercenaria, contemplando quanto riservato al suo sguardo « … per scadere, banalmente, nella più completa assenza di creatività. Neanche il più pigro fra tutti i bardi, il più scalcagnato fra tutti i cantori, avrebbe mai riciclato in maniera tanto spudorata un’idea passata… »

Distesa supina, sul proprio ampio letto, atto ad accogliere, più che comodamente, non soltanto l’allor ormai trapassata signorina Calahab ma anche eventuali intimi complici in appassionate notti, ella giaceva con la gola squarciata, da orecchio a orecchio, e con il ventre dilaniato, dalla giunzione delle clavicole sino quasi al pube. Rosso di sangue, ancor fresco, appena versato, tutto riluceva in maniera addirittura surreale, mentre viscere ancora calde si intravedevano emergere dalle forme che, nessuno avrebbe potuto obiettare, fino a quella stessa mattina non avrebbero potuto che essere più che desiderate da qualunque suo possibile interlocutore maschile. Uno scenario, quello innanzi alla quale Midda si dimostrò non soltanto indifferente, ma addirittura canzonatoria, nell’incedere delle proprie proteste, che, sicuramente, nelle ore a seguire avrebbe provocato forti conati di vomito a chiunque lì fosse sopraggiunto per prendere in esame quella scena del crimine e che pur, a colei che tanta morte aveva già avuto occasione di rimirare, e, persino, di provocare, ineluttabilmente non offrì il benché minimo disagio.
Come avrebbe potuto essere il contrario, del resto, allo sguardo di una donna guerriero che tante… forse persino troppe, battaglie aveva affrontato, in tante… sicuramente troppo, guerre si era lasciata proprio malgrado coinvolgere, sin dall’età della fanciullezza? La vista di quelle interiora sparse avrebbe dovuto turbare il suo sguardo in misura maggiore rispetto alla vista di dozzine, centinaia di altre viscere non meglio riposte all’interno dei corpi a cui un tempo erano appartenute? L’odore di quel sangue grondante avrebbe dovuto infastidire il suo olfatto in maniera più incisiva rispetto a quanto non era stato in grado di riservarsi occasione di compiere il sangue di centinaia, migliaia di altre persone, e mostri, essiccatosi sulla sua pelle dopo essersi, lì sopra, mischiato al suo sudore, conseguenza dell’impegno volto a spillare tanta linfa vitale?
No. Nulla di quanto lì le sarebbe mai potuto essere offerto avrebbe avuto ragione di sconvolgerla. E, anzi, nel ripresentarle, in maniera spiacevolmente ripetitiva, un’immagine già veduta, un quadro già noto, null’altro avrebbe potuto evocare in lei se non un sentimento di contrarietà, accompagnato, forse e persino, da un senso di noia per tutto quello.

« Davvero sei convinta che potrei mai credere a questa messa in scena, Anmel?! » parlò ad alta voce, come se la propria antagonista potesse sentirla, posta in agguato, in qualche modo, lì attorno, a lei prossima seppur, apparentemente, non visibile, nell’essersi liberata dai vincoli della carne della propria ultima ospite, ormai morta « Per favore… posso comprendere che non hai ragione alcuna per riservarmi profondo rispetto o considerazione. Ma da qui a ritenere che io possa credere veramente a tutto questo... soprattutto dopo quello che è successo a lady Lavero, beh… mi deludi un po’. Un bel po’… in effetti. »

Purtroppo per lei, Anmel non parve intenzionata a replicare. O, più probabilmente, neppure avrebbe più dovuto essere considerata lì presente, neppure in una qualche forma incorporea. Ragione per la quale, tutto l’impegno, tutto lo sforzo, tutta la strategia di comune sacrificio, da parte di Duva, del capitano e persino di Mars Rani, spesa per permetterle di arrivare sino a lì, e sino allo scontro finale, avrebbero avuto a doversi riconoscere, sciaguratamente, quali vanamente gettate al vento.
Così come, se solo non fosse riuscita ad approfittare di tutto quello per trovare la soluzione ai propri problemi, alla maledizione su di lei scagliata da parte della stessa Milah Rica prima di precederla in gloria agli dei, non le sarebbe poi neppure stato garantito tempo utile a lamentarsi eccessivamente di quella non vittoria e non sconfitta… dal momento che, da lì a poco, anch’ella sarebbe comunque trapassata, uccisa in maniera non più degna, non più gloriosa di quanto non fosse accaduto alla sua supposta mecenate e supposta avversaria, in una prospettiva che non solo non avrebbe potuto obiettivamente entusiasmarla sotto alcun particolare punto di vista, per il non troppo implicito concetto di morte in essa celata, quanto e ancor più non avrebbe potuto neppure concederle alcuna parvenza di serenità psicologica al pensiero di quanto, comunque, Anmel Mal Toise fosse ancora in libertà. E, in ciò, la propria missione, l’ultima propria impresa, quella per la quale non semplicemente si era sospinta all’interno di quella torre di vetro e acciaio, ma, ancor più, si era sospinta sino a quell’interno mondo, così lontano dal nostro, non sarebbe stata condotta a termine…
… e questo, lo giuro, mai ella avrebbe potuto sopportarlo. Mai ella avrebbe potuto tollerarlo. Ancor meno dell’idea della propria stessa dipartita.
Perché se anche la propria morte avrebbe potuto essere considerata accettabile nel momento stesso in cui avrebbe comunque garantito all’universo intero l’uscita di scena della propria nemesi, di colei in contrasto alla quale tanto era stato compiuto non solo in quell’ultimo anno ma ancor prima; tutt’altro che tollerabile avrebbe avuto a doversi giudicare in un simile contesto, alla luce di una tale prospettiva.

mercoledì 9 luglio 2014

2249


Una cognizione di causa, la sua, che non in migliori termini avrebbe potuto essere riassunta, se non in quelli che, lì, si premurò di dedicare alla propria anfitrione, qual saluto e, forse doveroso, sicuramente ironico, probabilmente sarcastico, omaggio alla medesima. Un’ospite che, nel recente passato, non l’aveva soltanto onorata con la prospettiva dell’offerta di un incarico, così come pur avrebbe potuto essere apprezzabile e apprezzato, ma che, soprattutto, le aveva dedicato tutto il proprio più sfrenato sadismo, tutta la propria più psicotica crudeltà, ricercando concreto piacere nel farla ripetutamente a pezzi, nel sezionarla, nell’eviscerarla, nello smembrarla, salvo poi, quando ormai prossima a morire, curarla, guarirla, ripristinare la sua integrità fisica con efficacia ed efficienza tali da far apparire la scienza medica in ciò applicata più simile a magia, e forse, persino, superiore alla magia stessa.
In grazia di tutto ciò, ancor prima dell’acquisita consapevolezza dell’identità di tale figura non tanto quale Milah Rica Calahab, quanto e ancor più come la regina Anmel Mal Toise, la mercenaria si era già ampiamente ripromessa di riservarsi un’occasione utile a restituire alla propria supposta mecenate ogni fremito di dolore, di patimento, di sofferenza provato nel corso di quella terribile prigionia, in confronto alla quale la mia reclusione avrebbe avuto a dover essere banalizzata in misura pressoché non dissimile da quella di un soggiorno premio in una serena località di villeggiatura. Dal momento che, allora, era persino e fortunatamente stato offerto alla sua attenzione, alla sua capacità di deduzione, tale dettaglio, simile particolare, soltanto e a dir poco entusiasmante avrebbe avuto a doversi considerare la subentrata possibilità di ottenere soddisfazione, con la propria vendetta, e, contemporaneamente, concludere la missione che, fra le stelle, entrambi aveva condotto, nella volontà di porre fine alla minaccia rappresentata da quello spirito forse immortale… e che, ciò non di meno, avrebbe dovuto alfine essere annientato.

« Mia signora… sono tornata! » esclamò, annunciando il proprio ingresso nelle stanze della signorina Calahab « Sono spiacente di informarti che, a oggi, non ho ancora neppure compreso cosa tu potessi volere da me… ma, in compenso, ho più che compreso che desidero sfruttare le ultime ore di vita presumibilmente concessemi per farti a pezzi. E suddividerti in frammenti così piccoli che, te lo assicuro, alcun genere di scienza, o di magia, potrà mai essere in grado di rimetterti insieme… »

Coloro che già hanno avuto occasione di approfondire le vicende delle quali la mia amata era stata protagonista in contemporanea agli avvenimenti da me qui riportati, di certo, non avranno scordato quanto, a garantire a Milah Rica Calahab la fedeltà della mia amata, e il suo ritorno entro i termini temporali stabiliti con quanto a lei cripticamente domandato, e mai, invero, compreso, avesse a dover essere riconosciuta un’assolutamente spiacevole minaccia di morte e di morte gravante direttamente sull’indomani della mercenaria, alla quale, mi si conceda la possibilità di ricordare, soltanto tre giorni erano stati concessi dal momento della sua liberazione dall’inospitalità della giovane signora del crimine organizzato, prima che qualcosa, iniettato nel suo corpo, agisse allo scopo di distruggerla.
Qualcosa che, per dichiarazione esplicita della stessa Milah, non avrebbe avuto a dover essere considerato nulla di banale quanto del mero veleno e che, ciò non di meno, avrebbe assicurato alla mia compagna morte certa se solo non avesse compiuto quanto necessario per rimediare a un presunto torto passato, un furto ipoteticamente condotto a discapito della giovane di Loicare da parte della donna nel giorno stesso in cui, sempre ipoteticamente, ella aveva sancito la morte del padre della stessa… in quella che, ormai, agli occhi di Midda non avrebbe più potuto evitare di apparire sempre più palesemente frutto di un gioco perverso a opera della regina Anmel, ancor prima che, così come era stato inizialmente creduto, conseguenza di una qualche, incomprensibile, montatura a suo discapito..

« … del resto non credo proprio che tu abbia mai avuto la benché minima voglia di graziarmi. » insistette, continuando a parlare nel mentre in cui, con lo sguardo, spaziava attorno a sé alla ricerca del proprio bersaglio, ovunque ella fosse « Se così fosse, perdona la mia ingenuità, avresti probabilmente evitato di infierire a mio discapito con tutta la brutalità che, altresì, ti ha contraddistinta. » argomentò la mercenaria, considerandosi, in cuor suo, certa del fatto che o la minaccia a lei imposta avrebbe avuto a doversi riconoscere semplice menzogna, giuoco psicologico utile a ottenere la sua fedeltà senza particolari margini di manovra o, altresì e peggio, essa avesse a doversi giudicare sincera e, tuttavia, priva di qualunque possibilità di riscatto, di cura, di antidoto, rendendola in tutto ciò, non di meno, protagonista di un ben diverso genere di perverso giuoco psicologico utile a vederla impegnarsi vanamente al fine di ovviare a una condanna già sentenziata.

Una possibilità, la seconda, che, oltretutto e sciaguratamente, più che perfettamente si sarebbe potuta riconoscere in linea non soltanto con lo stile d’azione che già, ampiamente, la stessa Milah Rica aveva voluto palesare qual proprio; quanto, e ancor più, con ogni supponibile modo d’agire teoricamente proprio della stessa regina Anmel Mal Toise che, entro il limitare proprio della nostra pregressa esperienza con lei, non si era mai dimostrata solita riservarsi possibilità alcuna di prigionieri, di ostaggi, preferendo, di gran lunga, rimuovere ogni ostacolo, vero o presunto, dal proprio cammino prima ancora che questi potesse avere l’opportunità di dimostrarsi d’intralcio per i suoi piani, per la sua strategia, per la sua vittoria sopra a tutto e a tutti.
Per questo, in termini che qualcuno avrebbe potuto definire imprudentemente audaci, e che altri avrebbero potuto giudicare, piuttosto, razionalmente rassegnati, la donna guerriero aveva scelto un approccio più che diretto con la propria antagonista. Probabilmente neppur attendendosi di poter sopravvivere al confronto con lei e, in ciò, lasciando apparir a dir poco vana qualunque altra questione correlata, fosse anche quella relativa alle settantadue ore di vita garantitile e, ormai, prossime all’esaurimento.

« Questo, ovviamente, senza trascurare il non secondario dettaglio della tua identità… » soggiunse, a prosecuzione dell’argomentazione precedente, ancora senza riuscire a offrire una localizzazione certa alla propria antagonista e, in ciò, riservandosi non poche ragioni di inquietudine, che pur cercò di obliare nella sprezzante ironia dei propri interventi, non comprendendone le possibili motivazioni « … non è forse vero, mia cara Anmel?! » domandò, serrando maggiormente le dita della propria mancina attorno all’elsa della ritrovata e sempre più amata spada, nell’attendersi, allora, di essere posta sotto attacco in semplice conseguenza alla pronuncia di quel nome, in grazia allo scandire del quale, credette, non avrebbe potuto essere ovviata una sorta di evocazione della medesima… così come pur non avvenne.
« Eh… già! » incalzò immediatamente, socchiudendo gli occhi e, nel contempo di ciò, lasciando involontariamente contrarre le proprie nere pupille all’interno delle iridi color ghiaccio in misura sufficiente a farle sostanzialmente sparire, in un gesto per lei incontrollato e pur, da sempre, caratteristico del crescendo della sua concentrazione, della sua più intima sintonia con la battaglia attorno a sé e con le sfide che, in essa, le sarebbero state riservate « Sono stata informata anche di questo, sai? E prova a indovinare per merito di chi…?! »

Coinvolgere, nel frangente di quella situazione, di quel contesto, anche il nome di Desmair, ne era sicura, avrebbe dovuto sbloccare l’apparente stallo in cui sembravano essere cadute. Del resto, anche nel merito della presenza di Anmel-Milah in quello spazio, in quelle stanze, ella non si stava serbando dubbio alcuno, sebbene non riuscisse a comprendere la ragione di tanta sua apparente timidezza.
La risposta a tanto silenzio, tuttavia, sopraggiunse violenta e prepotente alla sua attenzione ben prima che potesse essere in grado di scandire il nome del proprio sposo… e costringendola, a propria volta, a restare senza parole, per la sorpresa impostale.

martedì 8 luglio 2014

2248


Sia chiaro: Midda Bontor non aveva, e non ha, mai definito se stessa un’assassina. Non conversando con me, non rapportandosi con alcun altro. Nel confronto con le cifre straordinarie a cui i conteggi delle sue vittime potrebbero sospingersi, probabilmente, molti si potrebbero considerare decisamente dubbiosi nel merito della validità di un tale giudizio, di una simile autovalutazione, nell’arrivare, addirittura, a considerarla ben più di una semplice assassina, quanto, e addirittura, una genocida… o poco meno. Ciò non di meno, tutti coloro che in tal senso si potrebbero sospingere a esprimere commenti, dimostrerebbero ne contempo di tutto ciò quanto limitata avrebbe a doversi comunque considerare la propria confidenza con il particolare stile di vita che ella ha scelto, da sempre, qual proprio... uno stile di vita nel quale non avrebbero potuto essere giudicate esistenti sfumature di grigi fra l’uccidere e l’essere uccisa, fra l’essere sopraffatta o il sopraffare.
Se già, infatti, in un mondo come il nostro, come quello in cui entrambi siamo nati e cresciuti, raramente potrebbe essere riconosciuta qual una qualità la generosità verso il prossimo, non per egoismo, non per mancanza di un qualche desio di comune solidarietà, quanto e piuttosto nella consapevolezza di quanto ancor più difficile sarebbe stato non veder simile atto, tale gesto, confuso qual mera evidenza di debolezza e, in quanto tale, autorizzazione più esplicita che implicita a una risposta volta alla propria oppressione, al proprio stesso abbattimento, annientamento; la professione da lei abbracciata qual propria non potrebbe mai tollerare, da parte sua, alcuna benché minima incertezza, alcuna pur effimera esitazione… non, quantomeno, nel voler sopravvivere a se stessa. Perché chi, suo pari, della guerra ha fatto la propria quotidianità, della morte ha reso la propria vita, tanto all’una quanto all’altra non ha possibilità di ovviare a offrire necessario tributo in ogni singolo giorno della propria esistenza.
Non per cattiveria, non per sadismo, non per perversione, quindi, Midda Bontor abbatté chiunque le si parò innanzi. Non desio di sangue, né brama di morte, la sua. Non gioia derivante dalla sofferenza dei propri antagonisti, né ebrezza conseguente al potere che quel proprio agire le stava donando, nel decretare il destino di così tanti uomini e donne, quella che ella provò. Quanto, e semplicemente, l’imporsi di un operato freddo e distaccato, l’avanzare continuo e costante di chi, ognuno di quei gesti letali, ognuna di quelle mosse mortali, era in grado di condurre a compimento senza neppure doversi riservare un superficiale impegno di riflessione, di consapevole elucubrazione, nel combattere con la stessa inconsapevole spontaneità con la quale avrebbe potuto vantare di saper respirare o di saper sospingere il proprio sangue attraverso vene e arterie in grazia al battito del proprio stesso cuore.
E se a completare l’incredibile, coinvolgente, eccitante, e a modo suo persino sensuale, quadro di violenza e di morte da lei in tal modo dipinto con ogni proprio singolo gesto, con ogni propria singola azione, avrebbe avuto a doversi allor considerare assente soltanto la sua spada bastarda, quella stessa estensione del proprio essere, del proprio corpo, che le era stata sequestrata in occasione del nostro arresto e che, pur ella avendo successivamente ricercato, non era stata in grado di riottenere come sperato, come desiderato; non di improbabile immaginazione potrebbe avere per alcuno a riconoscersi lo stupore nel ravvisare, a preludio del proprio incontro con Milah Rica Calahab, la propria amata arma, la tanto preziosa lama che mai avrebbe potuto attendersi di ritrovare proprio in quell’occasione, e che, pur, le si presentò innanzi sorretta fra le mani di una sconosciuta chimera dall’aspetto canide…
… sì! La sconosciuta chimera, o quantomeno tale per la mia amata, altri non avrebbe avuto che a doversi identificare qual la responsabile per la mia sorte, per la prigionia impostami: la canissiana Tannouinn Reshat. La quale, come già ho anticipato in questa mia cronaca, in questa mia testimonianza, si ritrovò allora a essere repentinamente decollata da un montante proposto dal pugno destro, in lucente metallo cromato, della mia compagna, al di sotto del suo mento direzionato non tanto a definizione di una qualche vendetta per quanto da me patito, quanto e semplicemente all’unico scopo di riappropriarsi di quella lama, dalla quale, a quel punto, né quella tutt’altro che malcapitata vittima, né un eventuale esercito, sarebbero stati sufficienti per trattenerla lontana. Una morte priva di valore, priva di qualunque sentimento, fu quindi quella che venne riservata alla mia traditrice, e, in tutto ciò, indubbiamente una morte misericordiosa, laddove, tale fu la furia della mia amata, che ella non ebbe, sicuramente, neppure a comprendere cosa potesse star accadendo… né, tantomeno, ad apprezzare l’evidenza di essere, ormai, trapassata.

« Scusa, cara… ma questa è mia. E ci sono particolarmente affezionata… » si riservò occasione di commentare la mercenaria, a tentare di offrire un senso all’allor dirompente furia che, sicuramente inattesa e imprevista, aveva rivolto verso colei che al suo sguardo avrebbe avuto a dover essere giudicata un’antagonista come altre, e alla quale, pur, volse maggior impegno, maggiore impeto, in naturale replica all’esaltazione di cui si ritrovò a essere incontrollata protagonista innanzi alla vista della propria spada.
« Ecco dove eri finita! » soggiunse poi, rivolgendosi esplicitamente all’arma forgiata in grazia a una tecnica speciale conosciuta, nel nostro mondo, soltanto a pochi fabbri figli del mare, e in grado di offrire a quella particolare lega metallica una resistenza fuori dal comune, superiore a quella che avrebbe potuto sperare di contraddistinguere qualunque altra lama, oltre a un peculiare riflesso azzurro, forse atto a richiamarne la speciale origine e le divinità dei mari ai quali essa era stata votata sin dal primo istante della propria stessa creazione « A costo di apparir particolarmente ottimista… voglio credere che questa abbia a doversi riconoscere qual evidenza di quanto Thyres stia benedicendo questa mia impresa! » concluse, a chiusura di quella breve parentesi, sinceramente rinvigorita, a livello psicologico, dal ritrovato contatto con la compagna di tante avventure, con l’alleata in innumerevoli gesta, con l’unica amante con cui avesse condiviso il proprio giaciglio nella maggior parte delle notti della propria vita in quegli ultimi dieci anni.

Onestamente convinta, allora, di quanto, in grazia a tutto ciò, in tal maniera, gli dei, e la dea dei mari sopra a tutti, stessero dichiarando il proprio beneplacito nel merito del suo operato, della missione che aveva abbracciato non soltanto in ottemperanza alle richieste della fenice, quanto e piuttosto in opposizione alla regina Anmel Mal Toise; Midda Bontor non si volle riservare ulteriori incertezze prima di proseguire oltre… e di proseguire in direzione delle stanze private di Milah Rica Calahab, là dove era già stata accompagnata in passato e là dove, allora, ella sperava avrebbe avuto occasione di potare a compimento quell’impresa, concludendo una storia iniziata in un altro mondo, in un altro tempo, che, forse, in diretta conseguenza a quel trionfo, a quel successo, sarebbero potuti essere da entrambi nuovamente ritrovati, da lei, e da me, nuovamente riconquistati, nel ritorno alla nostra terra natia, dalla quale eravamo rimasti lontani ancor meno di un anno, e che pur, nel confronto con le nostre emozioni, con i nostri sentimenti, sembrava essere stata abbandonata decenni prima, secoli prima, quasi come se, al nostro ritorno, alcuno fra tutti i nostri amici, fra tutti coloro che avevamo conosciuto, sarebbe ancora stato in vita. Non essi, non, neppure, i loro eredi.
Da ciò, pertanto, incentivata, ella si diresse verso l’ultima porta che, ancora, le sarebbe rimasta da aprire, l’ultima soglia che, ancora, le sarebbe rimasta da varcare, quella oltre la quale, alla fine, tutto ciò che era accaduto avrebbe avuto un significato, tutto ciò che era occorso avrebbe trovato una precisa collocazione all’interno di quel complesso mosaico che qualcuno avrebbe potuto banalizzare con il termine di “destino” e che, ciò non di meno, null’altro avrebbe avuto a doversi confondere se non qual la conclusione di un cammino di vita da lei sempre accolto con perfetta cognizione di causa, con assoluta consapevolezza su cosa avrebbe voluto ottenere e come lo avrebbe desiderato conquistare. E dopo aver forzato i confini rappresentato dal legno di quell’uscio con la ritrovata irruenza che soltanto la sua lama prediletta le avrebbe potuto garantire, ella non mancò di offrire giusto saluto a colei al cospetto della quale, alfine, era nuovamente tornata; lì ripresentatasi priva della consapevolezza nel merito di quanto ella avesse mai potuto realmente desiderare da lei, in ogni criptico ed enigmatico dialogo intercorso precedentemente fra loro e, tuttavia, contraddistinta da una ben più importante cognizione di causa a riguardo di tutto ciò che le era accaduto… e che le sarebbe ancora potuto avvenire.

lunedì 7 luglio 2014

2247


Che Lys’sh potesse essersi impegnata al fine di preservare l’esistenza in vita di Mars Rani animata dalla precisa volontà di potersi riservare l’opportunità di un qualche coinvolgimento romantico con lui, ciò avrebbe avuto a doversi considerare qual decisamente suscettibile di obiezioni. Che Lys’sh, ciò non di meno, si fosse impegnata a tal scopo a tutela del meccanico, così come si sarebbe dimostrata a salvaguardia di qualunque altro proprio compagno, di qualunque altro proprio commilitone, alcuna ambiguità avrebbe potuto riservarsi, verità indubbia e palese non di meno rispetto al sorgere del sole all’alba, o al suo eclissamento al crepuscolo.
Per quanto, infatti, esattamente al pari rispetto alla mia amata Midda, Lys’sh avesse a dover essere riconosciuta l’ultima arrivata all’interno della formazione operativa dell’equipaggio della Kasta Hamina, e per quanto, in verità, tal sopraggiunta presenza avesse a dover essere considerata, non per propria colpa, tutt’altro che spontaneamente gradita allo stesso capitan Rolamo; la giovane ofidiana avrebbe avuto a dover essere obiettivamente apprezzata qual, non di meno, una delle più fedeli e affidabili presenze all’interno del gruppo, più che disposta, probabilmente, al sacrificio, laddove esso si fosse dimostrato necessario, per la salvezza di chiunque fra coloro che la circondavano e che lei si onorava di poter definire propri commilitoni. E tutto ciò, purtroppo, non avrebbe potuto evitare di essere considerato a dir poco paradossale, soprattutto ove posto a confronto con l’evidenza di quanto, in sola conseguenza alla propria stessa natura di ofidiana… anzi… di non umana, ella non avrebbe potuto ovviare, suo malgrado, a un non condivisibile, e pur non del tutto incomprensibile, pregiudizio da parte dello stesso Lange Rolamo, a cui pur ella non aveva mancato di giurare la propria fedeltà.
Molti anni prima, infatti, il capitano della Kasta Hamina aveva perduto la propria prima moglie, e il proprio ancor non nato erede, qual conseguenza di una brutale aggressione, a discapito della nave di cui era primo ufficiale, da parte di un gruppo di predoni dello spazio, pirati che, nella fattispecie, avrebbero potuto essere pregiudizievolmente definiti all’interno del fin troppo abusato termine di “chimere”. In conseguenza di ciò, del dolore, della sofferenza, della tragedia da tutto questo per lui derivante, in termini indubbiamente non acclamabili, e pur, umanamente, neppur facilmente deprecabili, a meno di non voler peccare di superficialità o ipocrisia, aveva ceduto ai propri istinti più primordiali e irrazionali, non limitandosi a colpevolizzare soltanto i pirati ma, con essi, qualunque esponente di qualunque razza non umana… insomma, qualunque chimera. E per quanto, in effetti, nel diffuso pregiudizio esistente fra umani e non, rari avrebbero avuto a dover essere giudicati gli equipaggi misti, alla luce di tutto ciò, di tali accadimenti, alcuna ragione al mondo avrebbe mai potuto convincere Lange ad accettare, e accettare di buon grado, l’idea di accogliere a bordo della propria nave, e della nave che aveva preso il nome della propria perduta sposa, una chimera, di qualunque razza essa fosse…
… alcuna ragione al mondo o quasi, dal momento in cui, come la presenza stessa di Lys’sh nel suo equipaggio avrebbe potuto palesare, per infrangere simile vincolo, tale limite, era stato sufficiente che la persona comproprietaria della stessa Kasta Hamina, la sua seconda moglie e prima ex-moglie Duva Nebiria, lo obbligasse ad accettare, che lo volesse o meno, la giovane ofidiana a bordo della nave, dopo che, insieme a Midda Bontor, era stata per lei alleata nelle vicende che avevano veduto instaurarsi un solido legame di complicità fra le tre donne, incontratesi, forse per semplice fatalità, o forse per un progetto ben preciso degli dei, in un carcere edificato sulla superficie di una luna lontana, lì arrivate per diverse ragioni, per diverse motivazioni, e pur, tutte e tre, egualmente condannate dall’omni-governo di Loicare.
E sebbene, probabilmente, sarebbe dovuto ancora passare del tempo prima che Lange Rolamo fosse in grado di superare i propri limiti psicologici, i confini del proprio pregiudizio; la giovane e audace Lys’sh non sarebbe certamente rimasta in passiva attesa di quel giorno, ben distante dal potersi considerare desiderosa di veder, la propria presenza, accettata a bordo della Kasta Hamina per semplice partito preso, e, altresì, più che bramosa di poter dimostrare, quanto prima, di meritare tale ruolo, conquistandolo con l’indiscutibile valore delle azioni che l’avrebbero vista protagonista accanto alle proprie ormai vecchie amiche, praticamente sorelle, Duva e Midda, così come al fianco di qualunque altro compagno o compagna avrebbe avuto il piacere di incontrare. A incominciare, come allora ebbe a dimostrarsi, dallo stesso Mars Rani… sino a giungere al sottoscritto, in merito al quale aveva ricevuto un incarico più che definito e di difficile possibile ambigua interpretazione.
Così, pur non avendo alcuna possibile idea, o quasi, nel merito della mia effettiva locazione geografica all’interno di quella sconfinata torre, l’effettiva dimensione della quale, io stesso, all’epoca, non avrei neppur potuto supporre di maturare consapevolezza; ella non si lasciò dominare neppure per un solo istante dallo sconforto o da una qualsivoglia idea di rinuncia, approcciando, al contrario, alla questione con tutta la più ferma convinzione che mai avrebbe potuto porre nel confronto con una simile impresa, pronta, ove necessario, a esplorare ogni singolo angolo di quella città verticale, se solo si fosse dimostrato necessario per individuarmi. Un impegno, uno sforzo, che avrebbe richiesto, sicuramente, ben più tempo di quanto non avrebbe potuto sperare di potersi concedere e che, fortunatamente, non le sarebbe neppure stato realmente necessario dal momento in cui, così come Anmel aveva voluto deliziarsi a comunicarmi, Midda stessa era rimasta imprigionata non lontana da me, offrendo, in conseguenza a ciò, un buon punto di partenza per la propria amica, per la propria compagna, nel merito di dove poter sperare di rintracciarmi. Certamente si sarebbe potuto obiettare, razionalmente, come la consapevolezza nel merito dell’effimera vicinanza fra la mia amata e me, nel periodo di comune prigionia all’interno dell’edificio di proprietà della famiglia Calahab, avesse a doversi considerare in comune condivisione fra Midda e me, a meno che non le fosse stato trasmesso a opera di Desmair, così come, soltanto in seguito, scoprii non essere pur avvenuto: ciò non di meno, avendo innanzi a sé un territorio indubbiamente vasto da esplorare, e un tempo indubbiamente ridotto per potersi permettere simile esplorazione, più che condivisibile avrebbe avuto a doversi considerare il voto in favore di una strategia atta a indirizzare, per iniziare, Lys’sh entro la medesima zona ove già avrebbe avuto a doversi considerare una pregressa esperienza di detenzione illegittima e, nel caso specifico della mia amata, di ripetute torture, fosse anche in ascolto a un’allora pur non così vana speranza di fortunato successo.
Nella mia direzione, o, quantomeno, in quella che sperava si sarebbe effettivamente essere la mia direzione, ebbe allora a muoversi la giovane ofidiana, avanzando nuovamente, all’interno di quel territorio per lei ancor ampiamente inesplorato e assolutamente avverso, con la grazia, la rapidità e la discrezione tipiche della sua specie, nella maggior parte dei casi riuscendo, addirittura, ad aggirare qualunque necessità di confronto e, negli altri casi, ove resosi ineluttabile lo scontro, agendo puntualmente in termini non meno straordinari rispetto a quelli che l’avevano veduta liberare il cammino innanzi a Mars Rani, nel travolgere le guardie preposte alla sicurezza dell’edificio con una determinazione e una forza priva di ogni possibilità di paragone. E se pur, non avendo particolari ragioni per esigere la morte di alcuno fra loro, Lys’sh non si impegnò a pretendere necessariamente la vita degli antagonisti che le si pararono di fronte; al tempo stesso non si premurò neppur particolarmente di tutelarne l’indomani, perfettamente consapevole, proprio malgrado, di come non uno fra i criminali che lì le si opposero, se solo avessero avuto l’occasione di portare a segno uno dei propri colpi, le avrebbero allora riconosciuto la benché minima parvenza di pietà, concedendole parimenti salva la vita.
Non una scia di sangue, quindi, quella che ella lasciò lungo il proprio cammino. Non, quantomeno, pari a quella che, dal canto proprio, non si riservò alcuna ragione di turbamento di generare la mia stessa amata, donna guerriero, professionista della guerra e, almeno nel nostro mondo, della dea della guerra riconosciuta persino qual figlia naturale, la quale, con decisamente minor rispetto per l’esistenza in vita di quegli uomini e di quelle donne, si mosse sempre e comunque all’unico, chiaro e determinato scopo di spargere morte attorno a sé, mietendo sogni e speranze di vittoria con la medesima naturalezza con la quale il villano avrebbe falciato, attorno a sé, il grano maturo.

giovedì 3 luglio 2014

2246


Il primo ad agire fu Mars Rani. E, in tal senso, il primo a porsi necessariamente nei guai fu proprio lo stesso capo tecnico, il quale, proprio malgrado e pur consciamente, ebbe a riservarsi in tal modo occasione di maggiore esposizione rispetto a qualunque altro fra i propri compagni, nel ritrovarsi in obbligata esposizione nel momento in cui i generatori ausiliari ebbero a riprendere e, ancora, nel momento in cui un contingente delle guardie della signorina Calahab ebbero a presentarsi là dove il sabotaggio era avvenuto, il guasto era stato causato, nella volontà di identificarne le cause e, senza particolare premura, disfarsi delle medesime. La mia poco gentile anfitrione, infatti, pur proprietaria dell’intero complesso e, accanto a ciò, quasi obbligato membro di spicco della società locale, avrebbe avuto, in verità, a dover essere anche riconosciuta qual una delle maggiori esponenti della criminalità locale… ove, all’interno del termine “locale” non avrebbe avuto a doversi, semplicemente, intendere quella mera città o quella regione, e neppure, addirittura, l’intero pianeta, quanto e più propriamente un’ampia fetta di quel sistema stellare. Figlia di suo padre, Maric Calahab, prematuramente scomparso in circostanze tutt’altro che naturali non troppo tempo prima dell’arrivo mio e di Midda in quella nuova, e ancor ampiamente inesplorata realtà; Milah Rica aveva da lui ereditato non soltanto ricchezze e potere, ma anche la gestione dell’impero criminale che, negli anni, aveva faticosamente eretto: un impero sì ampio, e sì consolidato, che neppure le pur intransigenti autorità lì imperanti, neppure il tanto temuto omni-governo di Loicare, si era azzardato a ipotizzare di aggredire, nella tragica consapevolezza di quanto, qualunque tentativo in tal senso, avrebbe semplicemente condotto alla propria più devastante disgrazia.
In tutto ciò, seppur non destinato a contrastare apertamente Anmel Mal Toise, all’audace meccanico, così come alle altre due figure candidatesi a semplice distrazione per le guardie del grattacielo, non avrebbe potuto essere riconosciuto semplice compito… né, ancor meno, ovvia aspettativa di sopravvivenza, laddove un’aggressione alla torre non sarebbe mai stata tollerata da parte di chi, nel proprio incarico protettivo, avesse avuto a doversi identificare non qual un semplice dipendente, ma, a tutti gli effetti, un affiliato, un membro della medesima organizzazione criminale che, a qualunque genere di provocazione, dovendo comunque premurarsi di tutelare il proprio nome e la propria immagine, si sarebbe limitata a reagire con tutte le proprie forze, con tutta la propria violenza, cercando di spazzare addirittura il ricordo stesso dell’esistenza in vita di chi tanto sciocco da sperare di condurre a termine una simile azione e confidare, ancora, in un qualunque domani.
E dove anche Mars non avrebbe potuto dichiararsi psicologicamente impreparato a ciò che l’avrebbe atteso, la reazione delle guardie nei suoi confronti ebbe a dimostrarsi, suo malgrado, indubbiamente maggiore rispetto a qualunque valutazione a tavolino, in misura sufficiente da costringerlo, rapidamente, ad arroccarsi sulle proprie posizioni e a condannarsi, tuttavia e ciò non di meno, a un assedio dal quale, difficilmente, avrebbe mai potuto attendersi di sopravvivere.

« Diamine… » si ritrovò costretto a commentare a denti stretti, già prefigurandosi in gloria a una qualche propria divinità, o, comunque, proiettato verso qualunque genere di aldilà nel quale egli avrebbe mai potuto avere motivo di credere « … questo mi ricorda perché, in genere, è Duva a occuparsi di certe questioni. »

Prima dell’allor ancor recente arrivo della mia amata all’interno dell’organizzazione dell’equipaggio della Kasta Hamina, infatti, il ruolo a lei affidato per esplicita volontà della stessa Duva Nebiria, altro non avrebbe avuto a doversi riconoscere qual precedentemente amministrato dalla medesima, la quale, accanto al proprio immutato ruolo di seconda in comando, aveva sempre fatto funzione anche di capo della sicurezza, resa più che abile a tale compito non soltanto da un carattere sostanzialmente equivalente a quello che poi sarebbe stato inaspettatamente scoperto anche in Midda Bontor, nonché da una medesima predilezione alla volta di nuove occasioni di conflitto, di scontro o, più in generale, di guai, in misura tale che alcun altra persona, sana di mente, avrebbe avuto piacere a tollerare; ma anche, e ancor più, in conseguenza a un non meno significativo pregresso bellico, un passato da guerriera, da soldato in effetti, che, obiettivamente, mai l’aveva abbandonata… né mai, forse, avrebbe potuto abbandonarla, così come sempre avrebbe avuto a doversi giudicare in simili casi.
Non gratuito, quindi, avrebbe avuto a dovesi considerare il riferimento del meccanico in direzione del primo ufficiale della nave, nonché ex-moglie del suo capitano. Né, tantomeno, semplice volontà di malizioso scherzo volto, in qualche misura, a stemperare la tensione del momento. Non, quantomeno, laddove, egli ne era convinto, se soltanto lì, al suo posto, vi fosse stata Duva, mai ella avrebbe permesso ai propri avversari di circondarla tanto facilmente, e di bloccarla, ancor più facilmente, in un angolo cieco dal quale non avrebbe più potuto trovare occasione di uscita.
Per sua fortuna, comunque, Duva e Midda non avrebbero avuto, in tutto ciò, a doversi considerare le uniche donne guerriero della nave, né, tantomeno, le uniche figure contraddistinte da un passato, e da un presente, qual combattenti. Perché, a ovviare a una sua rapida, e, in ciò, non meno tragica, disfatta, ebbe a intervenire allora la stessa compagna che sino a quel punto già l’aveva una volta scortato, e che, pur non dimentica del proprio compito, del proprio ruolo all’interno della pianificazione collettiva, non aveva avuto cuore di ignorare il destino del proprio camerata, ritardando, seppur di poco, il proprio avanzare all’interno dell’edificio soltanto allo scopo di assicurarsi che, così come non era avvenuto, Mars non avrebbe avuto ad accusare problemi nel sopravvivere a quanto sarebbe di lì a breve occorso.
Così, cogliendolo in difficoltà, o, in quella che soltanto eufemisticamente, avrebbe avuto senso di poter essere descritta qual difficoltà, Lys’sh si riservò il diritto di transigere all’evidenza dei fatti e, in ciò, venir estemporaneamente meno alle direttive ricevute, soltanto per concedere, a colui con il quale ancora avrebbe avuto a dover imparare a relazionarsi a un livello più che superficiale, e con il quale, pur, non desiderava rinunciare a tale occasione, un’occasione di salvezza. E un’occasione di salvezza allor garantita non tanto da un’improvvisa disfatta di tutti i suoi antagonisti, quanto e piuttosto da un razionale riequilibrio delle forza in giuoco, intervenendo rapidamente, discretamente e, non per questo, meno che letalmente, a spazzare metà del contingente avversario, in ciò, quindi, contemporaneamente decimando il numero totale di avversari con i quali egli avrebbe avuto a doversi confrontare e, parimenti, aprendogli una possibile via di fuga, uno spazio di manovra che egli avrebbe potuto sfruttare per liberarsi dai limiti dell’arrocco in cui egli stesso si era, forse ingenuamente, sicuramente pericolosamente, sospinto.
Non una parola, in tutto ciò, fu da lei pronunciata. Non un suono, quasi, venne da lei prodotto… per quanto, probabilmente, in conseguenza delle proprie origini miste, non di puro sangue ofidiano ma, in pur minima misura, ibridata con geni umani, ella sarebbe stata tanto intransigente nei propri confronti da dichiarare il proprio operato qual terribilmente rumoroso, in un frastuono che non avrebbe avuto cuore di giustificare. Un frastuono, quello da lei prodotto, che, ciò non di meno, avrebbe avuto forse a doversi considerare equivalente a quello proprio di un alito di vento, da una leggera brezza primaverile: una brezza in seguito al passaggio della quale, ciò non di meno, Mars Rani ebbe possibilità di tornare a sperare nel proprio domani.

« Non sono certo di aver capito cosa è successo… » commentò fra sé e sé, nel rivolgersi all’unico interlocutore lì apparentemente offertogli, nella ricerca di una qualche occasione di psicologico sfogo nei confronti del crescendo di tensione proprio di quel momento, per quanto, ancor, soltanto iniziale « … ma se è stata quella ragazza serpente, giuro sulla barba del capitano che, squame o non squame, la bacerò da capo a piedi non appena ne avrò la possibilità. » si ripromise, tutt’altro che dispiaciuto dall’implicito proprio di un simile voto, dal momento in cui, al di là dell’evidente natura rettile, ella non avrebbe avuto a dover essere in alcun modo considerata qual spiacevole alla luce di qualunque canone di bellezza estetica « Ammesso di sopravvivere… » puntualizzò poi, decidendo di porsi immediatamente all’opera per garantirsi una simile opportunità.

mercoledì 2 luglio 2014

2245


La donna guerriero non aveva il benché minimo dubbio nel merito della strategia concordata, di cosa avrebbe dovuto chiedere, di cosa avrebbe dovuto attendersi di ottenere, e di cosa avrebbe, in conseguenza a ciò, dovuto compiere. Di cosa chiunque avrebbe dovuto compiere.
Obiettivamente, ella non avrebbe potuto avere il benché minimo dubbio. Non laddove, in fondo, quanto era stato deciso non le era stato imposto dall’alto, non le era stato banalmente comunicato qual conseguenza di una valutazione a lei esterna ed estranea, ma era stato concordato individuando, proprio in lei, non semplicemente la prima interlocutrice ma, in effetti, l’unica interlocutrice utile a definire qualunque dinamica. Ciò, per amor di dettaglio, per onestà di cronaca, era potuto avvenire nel considerare non soltanto l’esperienza per lei derivante da una vita intera dedicata alla guerra, votata alla lotta, con ogni mezzo, in ogni maniera o misura, alla difesa del proprio diritto a essere, e a continuare a essere in ogni nuovo, singolo giorno della propria esistenza, in una ragione che avrebbe, comunque, potuto essere riconosciuta già più che legittima, più che adeguata per giustificare un tale riconoscimento; ma anche, e forse in misura persino più significativa, nel considerare la sua confidenza con l’antagonista designata, la nemica eletta, colei in contrasto alle insidie della quale soltanto ella avrebbe potuto vantare, propria fortuna o proprio malgrado, un qualsivoglia genere di pregresso. Un pregresso che, tuttavia e ciò non di meno, non avrebbe potuto oggettivamente essere considerato particolarmente profondo, concretamente intimo, sostanzialmente viscerale, in conseguenza della semplice evidenza di come, la consapevolezza dell’esistenza di una simile figura accanto a colei che, ancor prima, avrebbe avuto a dover essere commemorata qual sua nemesi, la sua gemella Nissa Bontor, era stata tardivamente maturata ed, entro doverosi limiti, persino sottovalutata nel confronto con la più palese, e psicologicamente concreta, minaccia dall’altra rappresentata.
Ciò non di meno, fra il poco e il nulla più assoluto, quanto era valso a contraddistinguere positivamente la designazione della mia amata al ruolo conferitole avrebbe avuto a dover essere considerato proprio quel poco, quel pur superficiale pregresso che, all’interno dell’equipaggio della Kasta Hamina, avrebbe potuto renderla, di diritto, la maggior esperta nel merito di un simile argomento, di una tale tematica.
Pur, quindi, non potendo denunciare la benché minima perplessità nel merito della conoscenza di quanto avrebbe avuto a dover accadere, o, quantomeno, di quanto tutti loro speravano avrebbe avuto, di lì a breve, ad accadere; Midda Bontor non avrebbe potuto considerarsi lieta dell’occasione riservatale, né, tantomeno, della responsabilità assegnatale. E, sino all’ultimo momento, ella non poté dichiararsi particolarmente ansiosa di sancire la metaforica apertura delle danze, in quel sempre nuovo, e pur mai realmente innovativo, ballo con la morte, con quell’antica compagna di giuochi che, da quaranta lunghi anni la accompagnava, e all’insistenza della quale, presto o tardi, anch’ella avrebbe avuto a dover cedere. Un appuntamento ineluttabile innanzi al quale, comunque, mai ella avrebbe avuto di che temere per se stessa, quanto, e ancor più, per tutti coloro che, lì, le erano accanto, fisicamente o, comunque, moralmente… e che mai avrebbe avuto a volersi ritrovare costretta a seppellire.
Ormai, comunque, tardivo avrebbe avuto a dover essere considerato qualunque genere di ripensamento. Ragione per la quale, senza alcun entusiasmo e, ella si impose, senza alcun’altra possibilità di emozione, l’atteso segnale venne alfine scandito, in una sola, semplice frase che non tutti avrebbero avuto la possibilità di comprendere e che, pur, non per questo, avrebbe avuto minor valore…

« Che Thyres guidi il nostro cammino… » pregò, offrendo tributo alla propria dea prediletta, alla signora dei mari a cui, da sempre, aveva affidato il proprio destino, il proprio fato, la propria sorte, non pretendendo da lei alcun genere di benevolenza e, ciò non di meno, a lei dedicando ogni proprio successo così come ogni propria sofferenza, in quel rispettoso tributo che soltanto una figlia del mare, suo pari, avrebbe potuto comprendere nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni.

Il primo ad agire, nel rispetto dei comandi ricevuti, fu così Mars Rani.
Scortato dalla attenta e letale Lys’sh, giovane ofidiana, o donna serpente, nel banalizzare un concetto più complesso, in grado di muoversi con discrezione tale da poter comparire al fianco di chiunque senza palesare in alcuna misura la minaccia da lei comunque rappresentata, ignorata nella maniera più totale da qualunque senso umano; il meccanico della Kasta Hamina aveva raggiunto quello che era stato individuato qual il principale gruppo elettrogeno preposto all’alimentazione dell’intero edificio, dell’intera e colossale torre, nel sabotare il quale, a tutti loro, sarebbe stata concesso il vantaggio derivante da qualche momento di totale cecità e sordità da parte di tutti i sistemi di sicurezza lì presenti e, di conseguenza, delle guardie preposte alla protezione della sola signora e padrona del grattacielo. Un momento indubbiamente effimero, un vantaggio del tutto estemporaneo, e già atteso qual tale, già consapevolmente presunto né più, né meno, qual similare, che sarebbe allor presto stato dissipato, come già a seguito del precedente attacco alla torre di proprietà di Milah Rica Calahab, dal subentrare di generatori ausiliari, di altre fonti di riserva, preposte, propriamente, a ovviare all’eventualità di simili eventi, di tali aggressioni nel confronto delle quali non sarebbe stato in alcuna misura considerabile sano lasciarsi trovare impreparati. Un momento, comunque, che avrebbe avuto a dover essere considerato più che sufficiente, per tutti loro, per Midda, per Lange, per Duva, per Lys’sh e per lo stesso Mars, al fine di infiltrarsi all’interno della torre dai diversi accessi da loro stessi presidiati e, in ciò, dare il via alla difficile partita che, insieme, si stavano preparando ad affrontare, a giocare fino all’ultima risorsa.
E se il capo tecnico della Kasta Hamina non deluse alcuno, più che competente nel proprio mestiere al di là di quanto, pur, il suo carattere goliardico e guascone avrebbe potuto lasciar presumere, nell’offrirsi abitualmente apparentemente più interessato a vantare le proprie abilità ancor prima che a dimostrarle, soprattutto in presenza di rappresentati del gentil sesso innanzi all’attenzione delle quali tentare di cercar occasione utile a primeggiare; alcuno, parimenti, si dimostrò meno che preparato ad agire, e ad agire esattamente come convenuto, all’unico scopo di conquistare quel primo, semplice, e pur non ovvio, traguardo, a partire dall’ottenimento del quale la vera sfida avrebbe avuto inizio e in assenza del quale, ciò non di meno, nulla avrebbe potuto essere.
Non uno, fra loro, avrebbe avuto possibilità di illudersi che, comunque, a fronte di quell’evento, di tale aggressione ai sistemi energetici dell’edificio, coloro preposti al mantenimento della sicurezza al suo interno, avrebbero avuto ragione di ritenere, tutto ciò, conseguenza di un mero guasto, di un semplice disservizio e non, così come effettivamente era, evidenza di una non particolarmente originale strategia volta all’obiettivo di cui sopra. Scopo dell’equipaggio della Kasta Hamina, in tutto ciò, avrebbe del resto dovuto apparire quello, non tanto, di ottenere un accesso assolutamente discreto all’interno del grattacielo, così come, forse, non avrebbero mai potuto riservarsi occasione di conquistare… quanto, e piuttosto, quello di traviare la comprensione dell’effettiva loro strategia con quello che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a doversi considerare un diversivo. E, nella fattispecie, un diversivo atto a dimostrare tre diversi accessi illegali alla struttura, quali quelli che si sarebbero dimostrati non sì palesi da suscitare sospetto, e pur non sì celati da rischiare di non essere adeguatamente colti, condotti da parte del capitano, della sua ex-moglie e del loro meccanico; nel mentre in cui, d’altro canto, a Midda sarebbe rimasto l’onere di raggiungere le stanze personali della padrona di casa, a riservarsi l’opportunità di affrontarla a viso aperto, e a Lys’sh sarebbe altresì stato riservato il non più semplice compito di individuare la mia stessa posizione all’interno dell’edificio e, soprattutto, recuperarmi, a onorare quella che, tanto a lei, quanto agli altri membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, avrebbe potuto rischiare di essere l’ultima richiesta della mia amata, l’ultimo desiderio di chi, perfettamente conscia del proprio destino, avrebbe dovuto riconoscersi terribilmente prossima al proprio ultimo alito di vita.