Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 6 maggio 2014

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Passarono giorni. Giorni infiniti costituiti da ore interminabili, nel confronto delle quali, lo ammetto, avrei offerto qualunque cosa per poter, se non essere libero, quantomeno essere posto in compagnia di un qualunque possibile interlocutore, fosse questi Desmair o, paradossalmente, fosse questi persino colei che a tutto quello mi aveva condotto… anche se, in tal caso, la possibilità di conversazione si sarebbe notevolmente ridotta a un mio truce inveire a suo discapito, intervallato da immancabili promesse di morte, e di morte nei modi più violenti e terrificanti che sarei stato in grado di immaginare, di concepire, di tradurre in parole a me note e, possibilmente, comprensibili dal mio traduttore automatico. Morte che, se anche non fossi stato io stesso alfine capace di assicurarle, di certo non avrebbe mancato di esserle tributata per mano della mia amata, non appena le fossero state evidenti le dinamiche di quanto accaduto o, meglio ancora, dal mio stesso compagno e inquilino, non appena gli fosse stata concessa la possibilità di agire, e di agire liberamente per così come, pur, egli non avrebbe potuto sicuramente ovviare a desiderare, soprattutto dopo un periodo così oscenamente protrattosi di interdizione da ogni contatto con il mondo a sé circostante… a noi circostante, in effetti e con il quale, pur senza riservarmi una maggiore occasione di soddisfazione, soltanto a me stava venendo concessa opportunità di confronto.
In un tale contesto, le tre visite al giorno concessemi dal personale medico, unico evento non semplicemente degno di nota… ma, più banalmente, unico evento e basta, non avrebbe potuto che assumere una valenza soavemente straordinaria, qual quella propria di una grande festa, di una tanto bramata celebrazione dopo un’attesa inconcepibilmente prolungata, evento in concomitanza al quale soltanto i migliori doni avrebbero avuto a doversi riconoscere qual allora generosamente dispensati. E per quanto, probabilmente in conseguenza a un qualche ordine loro imposto, alcuno fra coloro che mi offrirono visita in tali occasioni, ebbero a riservarsi l’opportunità di scambiare una sola parola con il sottoscritto, l’interferenza da loro rappresentata nella più completa monotonia di quel puro e, forse, pur vano, sopravvivere a me stesso, si configurò innanzi al mio sguardo e al mio giudizio, alla mia mente e al mio cuore, quanto di più affascinante, conturbante, coinvolgente, addirittura eccitante, avrebbe lì potuto accadermi, avrebbe mai potuto essermi donato da una sorte alfine dimostratasi, anche solo in maniera effimera, sorprendentemente benigna, stupendamente benevola.
Comprendo perfettamente come, nel limitarsi a leggere o ad ascoltare ora queste mie parole, risulti difficile, se non impossibile, acquisire una reale consapevolezza nel merito di quanto mi venne allor imposto, e della difficoltà che ebbe, disgraziatamente, a essermi propria nel tentativo di mantenere una qualche parvenza di lucidità mentale, di senno, nel confronto con una simile prova. Ciò non di meno, non mi sento neppure di augurare, pur retoricamente, ad alcuno fra coloro che saranno testimoni di questa mia narrazione, l’occasione volta a ritrovarsi nei miei panni, nel mio ruolo, in un contesto paritario a quello da me in tutto ciò affrontato, giacché soltanto a discapito di coloro che lì mi ci avevano condotto potrei mai dimostrare tanta crudeltà da imporre una simile prova.
A mutare, tuttavia e alfine, completamente la situazione, se pur per un effimero arco di tempo, fu un evento estraneo all’abituale triplice rito di visita riservatomi dal personale medico. Un evento che ebbe a far risuonare, letteralmente, il proprio impatto in tutto l’edificio, con un boato assordante, una scossa sconvolgente e, ancora e soprattutto, una temporanea perdita di controllo, da parte della tecnologia preposta al contenimento del mio socio…
… e quando ciò avvenne, per mia fortuna, riuscii a dimostrare sufficiente autocontrollo da non ipotizzare alcuno spreco di tempo in superflue reazioni di sorpresa, o vane domande volte a cercare di comprendere quanto stesse accadendo, quanto e piuttosto, da penetrare istantaneamente nella mia mente, nei livelli più profondi della mia coscienza, finalmente sbloccatisi, per lì comunicare, con poche, brevi parole, tutto ciò che a Desmair sarebbe stato necessario sapere.

« Tua madre è qui! » annunciai, nell’esatto istante in cui riuscii a materializzarmi innanzi a lui, escludendo ogni possibilità di formale introduzione, di saluto o di quant’altro, fosse anche una cortese, e pur giustificabile, interrogazione nel merito del suo stato di salute benché, essendo fondamentalmente morto, sarebbe stato probabilmente ridicolo porsi dubbi a simile proposito « Con l’aiuto di Tannouinn è riuscita a intrappolarci. E, forse… probabilmente, anche Midda è nelle nostre condizioni. »

Non mi fu, in tutto ciò, necessario aggiungere alcuna esplicita richiesta, formulare alcun palese ordine nei suoi confronti, né, parimenti, concedergli in maniera trasparente un qualche nullaosta a procedere, ad agire con la più completa libertà, conscio di quanto, ciò che già avevo condiviso con lui, sarebbe stato più che sufficiente a garantirgli, da parte mia, un implicito, e incondizionato, invito a compiere quanto necessario per evitare che tanto noi due, quanto Midda, mia amata e sua sposa, permanessimo un solo istante di più all’interno di quel contesto.

« Farò il possibile. » annuì egli, subito levandosi in piedi e, nell’intervallo proprio di un battito di ciglia, scomparendo alla mia vista, nell’ascendere al controllo sul mio corpo e, in ciò, nel riservarsi l’opportunità di agire, e di agire per come sarebbe stato più opportuno operare.

Comprendo bene come, a posteriori, abbia a considerarsi persino banale, da parte mia, dichiarare che, in quella replica, in quella risposta da parte di Desmair, qualcosa ebbe a concedermi dubbio su quanto, realmente, egli avrebbe potuto agire per la conquista della nostra comune libertà, giacché, tanto nella scelta dei termini da lui adoperati, quanto nei toni che ebbi occasione di cogliere da parte sua, non riuscii a percepire la consueta sicumera, ben oltre i limiti dell’arroganza, che avrebbe avuto a doversi considerare per lui caratteristica. Ciò non di meno, qualcosa, in quel momento, ebbe a riservarmi una sgradevolissima sensazione volta a escludere l’eventualità che, come propria abitudine, egli sarebbe stato in grado di salvarci dalla situazione in cui un mio sciagurato e imperdonabile errore di valutazione ci aveva condotti.
Dopotutto, ancor completamente a chiarirsi, sarebbe dovuto essere riconosciuto il mezzo attraverso il quale Anmel era stata in grado di inibire ogni opportunità di contatto fra me e lui. E, in conseguenza di ciò, ancor da chiarirsi avrebbero avuto a dover essere riconosciute le conseguenze proprie di una tale aggressione, gli spiacevoli strascichi che da essa avrebbero potuto derivare tanto per me, quanto e ancor maggiormente per lo stesso Desmair. Ritenere ovvio, quindi, che egli avrebbe potuto prendere, in pochi istanti, in mano la situazione e portarci tutti fuori di lì, avrebbe significato, al contempo, confidare eccessivamente nelle doti di Desmair e, parimenti, minimizzare spiacevolmente la pericolosità di sua madre, e di quanto da lei impostoci in quelle ore, in quei giorni, sperando che soltanto in ore e giorni avesse a doversi riconoscere la nostra prigionia, nella condizione di vittime di quanto, in tutto ciò, da lei riservatoci.
Purtroppo per entrambi, l’illusione di libertà, la speranza di fuga così accordataci, fu terribilmente breve e, quasi prima di rendermi effettivamente conto che quanto avevo appena compiuto non avesse a doversi considerare un mero parto della mia immaginazione, conseguenza di un qualche delirio frutto della lunga prigionia, mi ritrovai nuovamente catapultato a controllo del mio corpo e, in ciò, nuovamente prigioniero, nel non esservi stato tempo utile, per Desmair, per compiere il proprio miracolo. Purtroppo per entrambi, e per me soprattutto, in conseguenza a tutto ciò non mi venne neppure concessa l’opportunità di rincontrare, pur fuggevolmente, il mio compare, ragione per la quale, nell’immediato, non mi fu concessa alcuna opportunità di sapere se egli fosse riuscito a compiere qualcosa e, sostanzialmente, quanto egli fosse riuscito a compiere per la nostra comune causa.
E così, nuovamente, mi ritrovai solo, intrappolato nel mio corpo, e in quella piccola e sempre più odiata stanza, inconsapevole del mondo a me circostante e inconsapevole di quanto, pur speranzosamente, Desmair potesse essere stato in grado di compiere nei pochi, pochissimi istanti a lui concessi.

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