Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

venerdì 11 aprile 2014

Intermezzo - parte ottava


« Io… credo di capire quello che volete dire. » annuì il cantore, per quanto, in simile ammissione, egli non avrebbe potuto evitare di ammettere anche la propria ignavia, la propria indolenza e, in ciò, la propria colpa, scoprendosi proprio malgrado partecipe… compartecipe, quantomeno, di tutto ciò che, di male, la sua esistenza sembrava avergli voluto riservare in quegli ultimi due anni della propria vita, in quegli ultimi due anni della propria quotidiana avventura, lasciando in lui emergere tutte quelle debolezze, tutto quell’affaticamento di cui mai, prima, avrebbe avuto piacere di definirsi protagonista e che, nell’assenza di una sua resa, mai lo aveva visto protagonista, mai lo aveva condotto a essere protagonista e, in tutto ciò, mai gli era costato quanto, altresì, in quelle ultime stagioni, proprio malgrado, gli era costato.

Come era giunto a tutto quello? Come si era concesso l’occasione di gettare, metaforicamente, la spugna, negandosi ogni ulteriore possibilità di sfida nei confronti della sorte, e di ogni avversità per così come, pur, propostagli innanzi?... e, soprattutto, perché?!
Una risposta semplice, quella da lui in tal modo ricercata e, al contempo, estremamente complicata, estremamente dolorosa, in quanto volta, ancora, a individuarlo quale unico responsabile di tutto il male a sé destinato, a sé indirizzato, a sé rivolto.
Era stata colpa dell’ultimo tradimento subito? No. Come aveva già chiarito, come aveva persino premesso, quello avrebbe avuto a doversi considerare l’ultima, traboccante stilla in un vaso fin troppo pieno, in un contenitore che già, di per sé, stava tracimando. E un vaso che, dopotutto, era stato lui stesso a colmare… e a colmare con la propria mancanza di stima in se stesso, con la propria patologica mancanza di fiducia nelle proprie capacità, nelle proprie possibilità, nel proprio avvenire,
Così come, addirittura, vittima della malia impostagli dalle false amicizie a cui si era affidato, in cui ancora una volta egli aveva confidato, era arrivato ad ammettere, con semplicità persino disarmante, e che pur avrebbe avuto a doversi dimostrare preoccupante, straordinariamente preoccupante, nelle implicazioni in tutto ciò neppur eccessivamente celate; egli non era mai stato in grado di apprezzarsi, di stimarsi, di amarsi, e, in conseguenza a tale incapacità, si era sempre affidato al giudizio del proprio prossimo, alla valutazione delle persone a sé circostanti, per definire se stesso, per riuscire a offrire un senso al proprio essere e al proprio agire. Ma, nel procedere in tal maniera, nell’incedere in tal misura, egli aveva parimenti sempre offerto troppo facilmente il fianco a valutazione errate, a condanne gratuite, non derivante da una propria effettiva colpa, da una propria reale mancanza, quanto e piuttosto dalla crudeltà, dopotutto, intrinseca nell’umanità, la stessa crudeltà nel tentare di negare la quale si avrebbe dovuto negare la capacità dell’uomo di uccidere i propri simili, e di ucciderli per le più futili motivazioni.
Ma, in tal modo, egli non sarebbe giunto da alcuna parte. Proseguendo su un simile cammino, egli non sarebbe stato in grado di arrivare ad alcuna meta. Ad alcuna meta degna di nota. Ad alcuna meta diversa da quella che era già riuscito in tutto ciò a raggiungere, che era riuscito in tutto ciò a conquistare: la depressione, la sfiducia in se stesso, la stanchezza più intima e profonda, e una sensazione di costante disagio nei confronti del creato a sé circostante, del mondo del quale avrebbe voluto sentirsi parte, in quanto, comunque, animale sociale, e nel quale, tuttavia, non era mai riuscito a trovare il proprio posto, se non in effimeri momenti, in fragili parentesi nel mentre delle quali qualcuno aveva avuto bisogno di lui, e a lui si era avvicinato con nell’unico intento di ottenere, da parte sua, quanto desiderato, quanto ricercato, quanto allora necessario.

« Homo homini lupus est. » dichiarò, citando un’antica locuzione latina, nei confronti della quale non si era mai sentito in accordo, non tanto per una fiducia incondizionata verso l’umanità, quanto e piuttosto per un amore assoluto verso i lupi, e un’ammirazione smisurata verso il loro sistema sociale, i loro rapporti.
« … cosa significa? » domandò la donna guerriero, non comprendendo la lingua nella quale egli si era appena espresso e, in ciò, non potendo apprezzare alcuna sfumatura significativa nella dichiarazione da lui, in tal modo, appena scandita.
« Gli uomini sono lupi nei confronti degli altri uomini. » esplicitò, sorridendo amaramente « E’ una frase che non mi ha mai trovato concorde, dal momento che i lupi sono animali indubbiamente superiori, per taratura morale, a quanto mai uomo potrebbe sperare di divenire. E, in questo, se veramente gli uomini fossero per gli altri uomini come dei lupi, tutti noi vivremmo soltanto e necessariamente meglio. » argomentò, a sostegno della propria tesi, della posizione così assunta « Ciò non di meno, non posso evitare ora di riflettere su quanto, al di là del significante, il significato della frase sia terribilmente veritiero… e su quanto, mio malgrado, al di là di tutta la sfiducia che sfoggio possedere nei riguardi del Creato, e dei miei simili, mi sia cempre e solo comportato in modo tale da permettere a chiunque di accentuare in misura terrificante la mia già scarsa autostima, il mio già nullo apprezzamento per me stesso e per le mie capacità, mai combattendo realmente al fine di imporre chi io sia innanzi al mondo, mai combattendo realmente al fine di dichiarare, con orgoglio, la mia identità innanzi a chiunque mi circondi, ma, semplicemente, erroneamente, tragicamente, accettando la sconfitta qual presupposto, qual condizione di partenza, null’altro riservandomi, pertanto, al di fuori di quanto, ora, così ottenuto. »

Homo homini lupus est. Come aveva potuto permettere a tutte le proprie pessime frequentazioni, a tutte le proprie negative compagnie, di concedergli ragione per alimentare il proprio disfattismo? Come aveva potuto permettere a se stesso, all’unica persona che avrebbe dovuto stargli realmente a cuore, di conquistare essere posto tanto in secondo piano innanzi al supposto benessere di altri, di propri supposti amici, dimenticandosi quanto mai… e poi mai… un vero amico gli avrebbe permesso di comportarsi in simile maniera, gli avrebbe permesso di cedere, in tal misura, a proprio stesso discapito, a discapito del proprio cuore e del proprio animo, e in ciò della propria serenità, della propria pace, quella stessa pace in assenza della quale, ormai venuta definitivamente meno, l’aveva fatto precipitare in un baratro d’angoscia privo di qualunque speranza di evasione, possibilità di fuga, non dissimile da una dannazione ancor in vita, e tale da privare la vita stessa di qualunque ragione, di qualunque significato, di qualunque prospettiva, nel presente, così come in futuro, per quanto remoto, per quanto lontano esso avrebbe avuto a poter essere collocato?

« E’ esattamente quello che desideravamo tu potessi comprendere… » sorrise l’ex-locandiere, con sguardo quasi paterno innanzi al cantore, benché la loro differenza d’età non avrebbe potuto essere in alcun modo giustificatrice di una simile definizione « Nulla ti impedisce, ora, comunque, di arrenderti, di accettare la sconfitta, di chinare il capo innanzi al destino. Nessuno fra noi, e nessuno fra altri, può e potrà mai avere il potere di negarti la possibilità di una simile scelta, di una tale decisione. Quanto tuttavia è necessario che tu comprenda è chi, realmente, in tutto questo, potrebbe mai aver a dover essere riconosciuto il tuo antagonista, il tuo avversario, la tua nemesi… non fraintendendola in figure che, addirittura, potrebbero essere persino considerate indegne di un simile ruolo, di tanta importanza da parte tua, ove, a dispetto di ogni presunzione, di ogni dubbio, fondamentalmente prive di qualunque potere, di qualunque autorità su di te, sul tuo cuore o sul tuo animo… ma soltanto in te stesso. E nella sfiducia che tu, per primo, riponi nelle tue possibilità, nella tua forza, nel tuo domani. »
« Il fato non esiste… la predestinazione è soltanto la via di fuga dei perdenti, in grazia alla quale potersi riservare il ruolo di vittime allorché di carnefici, e di carnefici di se stessi. » proseguì e soggiunse la mercenaria, appoggiando e valorizzando le parole pronunciate dal proprio compagno « Tutti sbagliamo… e tutti noi, purtroppo, preferiamo cercare di scaricare la responsabilità dei nostri errori su altri, addirittura sugli dei, piuttosto che accettare di aver fallito. E di aver fallito così come mai avremmo voluto concederci occasione di fallire… »

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