Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

sabato 29 marzo 2014

2233


« Cosa intendi dire…?! » domandai, in parte in termini retorici, in parte sincero, ritenendo di conoscere quanto egli avrebbe avuto desiderio di condividere con me e, ciò non di meno, non desiderando negargli la possibilità di prendere voce autonomamente, di esprimere quanto egli poteva aver desiderio di suggerire, senza anticiparlo, senza inopportunamente definire io, per lui, quanto avrebbe avuto a poter asserire, laddove, dopotutto, se tale fosse stata, sarebbe stata da parte sua una straordinaria cortesia, nel confronto con la quale il mio debito con lui non avrebbe potuto essere in alcun modo banalizzato, non avrebbe potuto essere in alcuna misura minimizzato nel proprio valore.
« So che ci conosciamo da poco… ma… a quanto ho compreso, tu non hai esattamente un luogo ove poter pensare di andare a dormire stasera. Sei nuovo in città… su questo mondo… e non conosci nessuno. Senza contare che, oltretutto, sei anche senza l’ombra di un credito e, senza crediti, è difficile pensare di trovare un luogo ove alloggiare, fosse anche la peggiore fra tutte le bettole di questo pianeta. » argomentò, a introduzione della propria proposta, definendo, parola dopo parola, in misura sempre maggiore quanto, già, stavo attendendo avrebbe potuto avere desiderio di dire, rivolgendosi a me « Ora… se non hai particolari pregiudizi verso di me, o verso altri canissiani, penso che per qualche giorno potrei ospitarti senza problemi. Il posto dove sto non è esattamente un albergo di lusso… ma siamo tutti amici. E, te lo dico per esperienza, per chi arriva nuovo su un mondo alieno, nulla è più importante di un gruppo di amici a cui fare riferimento. »

Alla luce di quanto egli già aveva compiuto per me nel corso di quei nove giorni, senza alcuna apparente motivazione, senza alcun evidente beneficio, al di là dell’ovvia conquista di tutta la mia più sincera stima, di tutta la mia più onesta riconoscenza per tutto ciò che mi aveva riservato pur senza alcuna ragione a giustificare il suo interesse in me, l’amicizia in tal modo tributatami; quell’ennesima offerta, quella nuova concessione non avrebbe potuto che ritrovami in sincero imbarazzo, nel dubbio di non poter mai sperare di ricambiare, non allora, non in futuro, tutta la cordialità della quale egli mi aveva reso riferimento, mi aveva eletto protagonista, quasi e soltanto per una questione di simpatia innata, per un’affinità elettiva che, pur senza alcun pregresso comune, ci aveva veduto allora fare squadra, e fare squadra innanzi a una sfida comune, qual, pur, era stata quella allora riservataci all’interno dell’ufficio di collocamento.
Ciò non di meno, per quanto tutto quello non avrebbe potuto evitarmi una giustificabile, e giustificata, ragione di imbarazzo, non avrei potuto ignorare quanto, obiettivamente, quell’aiuto avrebbe avuto a dover essere riconosciuto per me indispensabile, a meno di non voler prendere in esame l’idea di dormire per strada. E dal momento in cui, per quanto ne avrei potuto sapere, dormire per strada avrebbe potuto scoprirsi, all’atto pratico, qual illegale entro i confini propri di quel mondo; probabilmente l’accettazione di quell’offerta avrebbe avuto a doversi effettivamente riconoscere qual indispensabile… senza alternative di sorta.

« Falamar… io non ho parole per ringraziarti per la tua disponibilità nei miei confronti. » asserii pertanto, non potendo avere, invero, molto altro da aggiungere a quanto, sino a quel momento, già dichiarato « Quando sono giunto su questo mondo, e sono stato separato dalla mia amata, ho temuto di poter essere solo… solo in contrasto a un intero pianeta per me alieno, contraddistinto da usi e costumi per me del tutto sconosciuti, da una tecnologia per me del tutto sconosciuta… da leggi per me del tutto sconosciute. Ciò non di meno, tu mi hai dimostrato quanto, anche agli estremi confini dell’universo, per così come fino a qualche giorno fa non avrei neppure saputo concepirlo, possono esistere persone di cuore… persone capaci di atti di sincera amicizia anche nei confronti di perfetti estranei, tali da rendere onore non soltanto al proprio nome, ma anche a tutta la propria discendenza, a tutta la propria gente, nel rapporto con la quale, da ora e per sempre, io avrò un debito incolmabile. »
« … quante parole per dire “sì, grazie!”. » ridacchiò egli, al termine del mio estemporaneo monologo a dimostrazione della gratitudine che, nei suoi riguardi, non avrei potuto ovviare a provare « E comunque non commettere l’errore di credere che tutti i canissiani siano brava gente. » soggiunse poi, quasi a volermi porre in guardia in risposta all’impetuoso attestato di stima e di fiducia che, nelle mie parole, avevo appena rivolto a tutta la sua razza « Per quanto potrebbe apparirti strano, anche fra noi non mancano dei veri e propri figli d’un cane! » concluse, scoppiando in una grassa risata, per quella battuta che, nel considerare la natura stessa del mio interlocutore, fosse stata suggerita da chiunque altro avrei trovato a dir poco razzista e che pur, nell’essere stata allora scandita a opera della sua stessa voce, non avrebbe potuto riservarsi ragione di offesa alcuna, risultando, al contrario, soltanto l’ennesima riprova di un’evidentemente marcata autoironia.
« Sei una persona straordinaria… Falamar. » conclusi, non negandomi un sincero sorriso in reazione a quel suo umorismo, per quanto, in quel frangente, difficile sarebbe stato per me riuscire a credere realmente che un qualunque esponente della medesima razza del mio nuovo amico avrebbe potuto essere meno di una persona meritevole di fiducia, di stima, di rispetto e di ammirazione.

Fu così che, dopo nove giorni trascorsi all’interno dell’ufficio di collocamento, iniziai in quel modo una nuova fase della mia vita. Una nuova fase della mia vita che, potenzialmente, avrebbe potuto durare soltanto pochi giorni e che, ciò non di meno, ben conoscendo le tempistiche abitualmente proprie della mia amata nel fare ritorno da me, non avrebbe potuto ovviare a prolungarsi per molto più tempo del previsto.
Per mia fortuna, o almeno così ancora credevo dal basso della mia ingenuità, quel periodo di attesa non mi avrebbe veduto solo, non mi avrebbe veduto affrontare la vita quotidiana senza alcun supporto da parte del mondo a me circostante. Non, per lo meno, sino a quando Falamar, e il suo gruppo di amici, mi avessero offerto ospitalità, mi avessero accettato fra loro, benché diverso da loro, senza in questo giudicarmi, senza in questo superficialmente condannarmi.
E per qualche settimana, in effetti, tutto parve andare bene. O, per lo meno, non male.
Sebbene, come prevedibile, il lavoro riservatomi non avrebbe avuto a potersi considerare propriamente all’apice delle mie ambizioni, soprattutto nel ricordarmi come, soltanto qualche mese prima, mi sarei potuto riconoscere proprietario di una florida locanda in quel della città del peccato del regno di Kofreya; la presenza di una cerchia di amici a cui poter offrire riferimento, alla solidarietà dei quali poter tornare ogni sera, avrebbe avuto a doversi riconoscere, obiettivamente, quanto di più prossimo a una famiglia avrei potuto pretendere di ottenere, e di ottenere in maniera tanto semplice, spontanea, addirittura gratuita. Degli amici, una famiglia, in tutto ciò utile a sostenermi, non tanto fisicamente, quanto e piuttosto psicologicamente, emotivamente, per permettermi di tirare avanti, di proseguire nel mio cammino quotidiano, nella mia vita di tutti i giorni, con un certo equilibrio, con una certa fiducia in me e nel mio destino, in ciò che gli dei avrebbero potuto pormi innanzi, malgrado la rivoluzione assoluta che, in tutto ciò, aveva pur coinvolto la mia esistenza… aveva pur sconvolto la mia esistenza, ogni certezza di un tempo negandomi in funzione di sempre nuove verità, tali da far apparire, addirittura, la mia vita di un tempo qual un ricordo lontano, una memoria strana e confusa, quasi frutto più dell’immaginazione che di una reale esperienza vissuta. E forse, se solo non vi fosse stato, comunque, Desmair, nella mia mente, a ricordarmi il mondo da cui effettivamente provenivo, a ricordarmi la realtà incredibilmente diversa rispetto a quella, e pur non di meno reale, dalla quale ero uscito, la mia mente avrebbe potuto anche iniziare realmente a vacillare in tutto ciò, in misura tale da rendere, alfine, la trappola di Anmel Mal Toise ancor più crudele, più terribile rispetto a quanto non avrei potuto ritenere possibile.
Purtroppo, neppure la presenza, al mio fianco, del mio semidivino ospite, fu alfine in grado di tutelarmi… di tutelarci dai giuochi nei quali la nostra antagonista ebbe la premura di trascinarci; dimostrando, anche su quel nuovo mondo, anche in quella nuova realtà così diversa da quella in cui, ella stessa, era nata e cresciuta diversi secoli prima, tutta la propria pericolosità… e tutta la propria incredibile capacità di adattamento a contesti sempre nuovi, sempre diversi e, ciò non di meno, sempre straordinariamente favorevoli a concederle quanto da lei, pur, ricercato. Il potere. E il potere assoluto.

0 commenti: