Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 24 marzo 2014

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Fu così che rimasi solo. E rimasi solo come soltanto lo si potrebbe essere all’interno della propria stessa mente, nel mentre in cui il proprio corpo non è più sotto il proprio controllo oltre che, in quel particolare frangente, persino privo di effettiva coscienza.
Non un’esperienza nuova, quella che in tal modo la collaborazione con Desmair mi stava offrendo, nell’essermi già ritrovato in passato a offrirgli possibilità di gestione del mio stesso corpo, per periodi limitati, in misura tale da sostituirci reciprocamente, da invertirci l’un l’altro, ritrovandomi in tal senso io prigioniero della sua gabbia dorata e lui al comando della mia stessa vita. Un comando che, nel contesto proprio di quel preciso momento, non gli avrebbe concesso in verità grandi possibilità di manovra, essendo comunque la mia mente ancora estemporaneamente separata dal mio stesso corpo, stordito a seguito del colpo ricevuto; ma che, ciò non di meno, gli avrebbe dovuto concedere la possibilità di raggiungere la mia amata… sua moglie, ovunque ella avrebbe potuto essere in quello stesso momento, per condurle la mia ambasciata e per permettermi di verificare in quale misura, purtroppo, i miei sospetti avrebbero avuto a doversi considerare concreti, effettivi, realistici, a discapito di ogni mia speranza nel merito di un maggiore autocontrollo da parte sua, benché, obiettivamente, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato addirittura qual un tradimento del proprio stesso carattere e di tutto ciò che, da sempre, l’aveva resa colei che ella era.
Quanto contraddistinse, tuttavia, quell’occasione da ogni precedente esperienza vissuta in identiche condizioni, allora, fu quello che accadde nel corso della medesima. E che, non nella ricerca di qualche facile giustificazione, credo altro non avrebbe potuto che conseguire, in maniera spiacevolmente diretta, a ogni ansia, a ogni timore, a ogni paura conseguente, in maniera non casuale, a tutta quella situazione, a tutto quel contesto, al mio imposto distacco fisico da Midda e, soprattutto, al mio imposto distacco fisico da lei in un ambiente per entrambi assolutamente alieno e, non di meno, alienante, tale da imporre alla mente, necessariamente, maggiore ragione di stanchezza, di prova, rispetto a ogni altra possibile e precedente circostanza, nel corso delle quali, pur, la mia compagna e io ci eravamo ritrovati a essere distaccati per lungo periodo l’uno dall’altra e, sempre e drammaticamente, senza alcuna reale certezza di poterci, alfine, nuovamente riabbracciare.
Cosa accadde di tanto originale…?!
Accadde che, nel ritrovarmi solo all’interno dell’ambiente fittizio ricreato proprio uso e consumo dal mio ospite all’interno della mia stessa mente, non potei evitare di provare un certo disagio nel confronto con la costante assenza di qualche mio, personale, punto di riferimento, qualche mia, effettiva, certezza alla quale sforzarmi per attingere non soltanto conforto, ma anche, e soprattutto, forza, energia, psicologica ed emotiva, per tirare avanti. Perché, per quanto potessi star allora sforzandomi di considerare, quanto a me circostante, al pari di una situazione assolutamente normale, quietamente banale addirittura, non avrei potuto evitare di accusare il colpo… i colpi derivanti da quanto mi stava accadendo, più psicologicamente ed emotivamente, ancor prima che fisicamente. Non, per lo meno, volendo ancora considerare un minimo di equilibrio mentale in una situazione che pur, sembrava, desiderare in ogni modo distruggerlo.
Così, senza che neppure potessi rendermi conto, in maniera cosciente, di essere io l’unico artefice di quanto stava avvenendo, quasi come in un sogno i contorni dell’ambiente a me circostante iniziarono lentamente a sfumare, a mischiarsi, a confondersi, impegnandosi poi ad assumere sembianze a me più consone, a me più familiari, quali quelle proprie della mia locanda, della locanda nella quale avevo vissuto e lavorato negli ultimi venti, e più, anni della mia vita, e nella quale tutta la mia relazione con Midda aveva avuto occasione di formarsi, di crescere, di maturare e, alfine, di concretizzarsi. E prima ancora che, coscientemente, potessi rendermi conto di quel mutamento, avvenuto secondo dinamiche sì oniriche da risultare, addirittura, quanto di più ordinario possibile, un altro attore subentrò nella scena in tal modo da me inconsapevolmente allestita, richiamato… anzi… richiamata all’interno della medesima dal medesimo inconscio che tutto ciò si era preoccupato di ricrearmi attorno, a mio esclusivo uso e consumo.

« … Midda?! » esclamai, ben riconoscendo le fattezze della mia amata, il suo profumo, il suono dell’incedere dei suoi passi sulle assi del pavimento, il leggero tintinnio prodotto dal movimento del suo braccio destro, di quella sua protesi in nero metallo dai rossi riflessi, accompagnata dal quale, da sempre, l’avevo conosciuta, essendo io subentrato nella sua vita soltanto a seguito dei tragici eventi che l’avevano vista perdere il proprio avambraccio « Sei veramente tu…?! »
« O sono io… o sono Nissa rediviva che finge di essere me. » replicò ella, lasciando risuonare nelle mie orecchie la melodia propria della sua voce, della quale non avrei potuto che essere perdutamente innamorato, dopo aver atteso per lustri interi, addirittura, di sentirla pronunciare il mio nome in termini appassionati, con desiderio e bramosia « A te la scelta, mio caro… » soggiunse, accostandosi a me e incrociando le braccia sotto ai propri, prosperosi seni, in attesa di una mia valutazione, di un mio giudizio, ben lontana dal potersi considerare desiderosa di apparire svenevole al mio sguardo, così come, del resto, mai avrei potuto apprezzarla essere, di lei, sin dal primo giorno, innamoratomi, per la forza del suo animo, per il suo incredibile carisma, per la sua emancipazione e, in essa, per la fiera volontà di difenderla, a prescindere da ogni dominanza patriarcale all’interno della società in cui ci eravamo entrambi ritrovati a vivere, da immigrati, stranieri in terra straniera.

Considerando quanto occorso con Desmair, che quella innanzi a me potesse essere l’ombra, lo spirito della gemella della mia amata, non voglio negarlo, avrebbe potuto essere un rischio. Così come, e in misura ancor maggiore, il mio intelletto mi volle porre in guardia dal fatto che, quell’immagine, quella presenza, altro non avrebbe potuto che essere frutto della medesima fantasia che aveva appena riplasmato l’ambiente a me circostante per offrire al medesimo le sembianze della mia locanda, un luogo in cui poter cercare occasione di conforto e rifugio.
Ciò non di meno, osservando gli occhi color ghiaccio di lei, e in essi smarrendomi come sempre, non riuscii a ovviare al richiamo della carne e, in particolare, al richiamo intrinseco in quello stesso sguardo a me rivolto, lo sguardo che, in quegli ultimi anni, era sempre stato preludio di lunghe, straordinarie, indimenticabili e appassionanti ore d’amore, e d’amore carnale; innanzi a tutto ciò, e a lei, volutamente dimenticandomi di dove realmente fossi, e di qualunque altro particolare, di qualunque altro dettaglio, per concedermi l’occasione di tendermi a lei, e alle sue braccia, che subito di allargarono per accogliermi, e alle sue labbra, che subito si dischiusero per offrirmi conforto, del tutto indifferente, egoisticamente indifferente, al fatto che quello, nel migliore dei casi, null’altro avesse che a doversi considerare diversamente da un semplice sogno, in conseguenza al quale nulla sarebbe mutato nella realtà dei fatti. E, ciò non di meno, un sogno per tutelare il quale avrei preferito morire piuttosto che, al medesimo, sottrarmi e sottrarmi per mia esplicita decisione, per mia palese volontà.

« … forse… non dovremmo… » cercai di offrirmi una scappatoia, in frasi bofonchiate a stento fra labbra saldamente intrecciate con quelle di lei, lingue difficili a distinguersi, a dividersi l’una dall’altra, in un’unione tanto profonda da risultar più simile a una fusione.
« … no… non dovremmo… » mi fece verso lei, nel mentre in cui, tuttavia, i suoi gesti, le sue mani, vollero comunicare un messaggio ben diverso, forzando le mie vesti ad aprirsi, a rivelare il mio corpo al di sotto della propria stoffa, con un impeto in conseguenza al quale, più che limitarsi a spogliarmi ella, addirittura, strappò via quegli stessi abiti dalle mie membra, con una prepotenza, un’energia, innanzi alla quale non avrei potuto evitare di cedere, e di perdere completamente ogni possibile, effimero eco di controllo, null’altro desiderando che unirmi a lei… e unirmi a lei in quel momento, in quel luogo, senza ulteriore esitazione.
« … dei… » gemetti, quasi a cercare, in ciò, un perdono divino per quanto stavo per compiere, per la foga alla quale, ero cosciente, non avrei cercato assolutamente di sottrarmi… al contrario.

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