Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 23 marzo 2014

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« Aiutami un attimo a capire… ti sei fatto mettere davvero fuori gioco in maniera tanto stupida?! » questionò Desmair, scuotendo il capo con secco rimprovero nei miei confronti « Non ci siamo, vecchio mio… non ci siamo davvero. » ribadì, con apparente sincera commiserazione per la mia spiacevole assenza di qualsivoglia risultato a tal proposito « Non è mio desiderio infierire a tuo discapito ma… diamine… in questo modo anche la mia dignità sta venendo posta in serio dubbio. In fondo sono anche io qui dentro, sebbene sembra che tu tenda a dimenticarti di questo piccolo, e pur non insignificante, dettaglio… »

Approfittando della mia perdita di sensi nel confronto con il mondo reale, il mio inquilino, il mio ospite, il mio costretto compagno di vita, nonché, paradossalmente, anche il mio rivale in amore, l’unica ragione per la quale, nostro discapito, a Midda e a me non era stata concessa opportunità di convolare a giuste nozze, così come entrambi, pur, avrebbe desiderato poter compiere, e così come, anche, qualche mese prima di allora eravamo stati quasi prossimi a compiere, nell’illuderci che, con la presunta morte del medesimo, anche il suo matrimonio con la mia adorata fosse venuto a decadere; non si era lasciato mancare occasione di richiamarmi a confronto con lui, entro i confini propri della mia stessa psiche, della mia stessa mente, in uno spazio che egli, pur, aveva lì arredato in maniera tale da risultare in tutto e per tutto identico alla dimora nella quale, per troppi secoli, era rimasto imprigionato, esiliato fuori dal mondo. Una prigione nella quale egli era stato costretto per volere della propria stessa madre, nonché nostra antagonista, Anmel Mal Toise, e nel confronto con la quale, ciò non di meno, doveva aver evidentemente maturato una certa familiarità, un paradossale affetto, in misura tale da spingerlo, malgrado tutto, a ricercarla nuovamente, a ricrearla appositamente anche laddove, entro i confini della mia immaginazione, egli avrebbe potuto spingersi a dar vita a un qualunque scenario, a una qualunque ambientazione.
E così, che potessi apprezzarlo o meno, ancora una volta ebbi occasione di ritrovarmi al cospetto di Desmair, venendo da lui accolto qual ospite all’interno della mia stessa mente, nel coglierlo comodamente adagiato sul proprio imponente trono, intento, pur senza una qualche ragione pratica, una qualche esigenza concreta in tal senso, a sorseggiare un denso liquido di un intenso color scarlatto, da un’elegante e pregiata coppa dorata. Una scena, quella lì nuovamente offertami, alla quale non mi sarei potuto in alcun modo definire nuovo e che, in ciò, non ebbe più a sortire effetto alcuno a mio discapito, nel ritrovarmi, anzi, sostanzialmente disinteressato se non, persino, tediato da tanta grottesca teatralità da parte del mio interlocutore, il quale, malgrado la propria condizione, malgrado l’esser divenuto, ormai, l’ombra di quanto era un tempo, non sembrava essere in grado di rinunciare all’idea di essere un semidio, e, in ciò, di aver diritto a occupare una posizione di obbligato rilievo nel confronto con il mondo intero a se circostante…

« Ti posso assicurare che non potrei mai dimenticarmi della tua presenza dentro la mia testa… » commentai, storcendo le labbra verso il basso, nell’avanzare verso di lui con maggiore stanchezza, e stanchezza psicologica, rispetto a quanto non avrei preferito dimostrare di provare « Anzi. Anche senza questo imprevisto, ti avrei presto contattato… ho bisogno del tuo aiuto. »
« Intendi forse chiedermi di prendere il controllo del tuo corpo per richiamare a me le mie orde di spettri e spazzare via tutto questa oscena varietà di forme e colori delle quali ti sei circondato… e magari, con esse, l’intero mondo nel quale la fenice ha scelto di scaricarci, per ragioni che, probabilmente, non hanno a esser considerate chiare neppure a lei stessa?! » domandò con macabra ironia il mio interlocutore, sorridendo ferino, e in ciò mostrando una lunga fila di zanne nel confronto con le quali, obiettivamente, non potei che provare maggiore ritrosia rispetto a quanto mai Falamar avrebbe potuto sperare di impormi ragione, malgrado, obiettivamente, avrebbe potuto sicuramente nuocermi, a livello fisico, molto più di quanto Desmair non avrebbe potuto avere ormai ragione a compiere « Se così fosse, potrei anche iniziare a giudicare razionali le tue scelte… e apprezzabile il tuo incedere in un mondo tanto strano da non risultar neppure degno d’essere conquistato, d’essere soggiogato, quanto e soltanto d’essere annientato, eliminato per sempre dal Creato. »
« Niente di tutto questo, Desmair… » cercai di frenarlo, levando entrambe le mani a contenere, gestualmente, l’impeto proprio dei suoi propositi, per così come allora con me condivisi « Dal momento in cui temo che Midda non abbia dimostrato sufficiente autocontrollo nel corso del colloquio con Pitra Zafral, vorrei che tu potessi contattarla… e accertarti del fatto che stia bene. »
« Non stai dimenticando qualcosa…?! » mi domandò egli, inarcando un sopracciglio nell’osservarmi con incedere dubbioso « Qualcosa di tondo e dorato… che tu hai ben pensato di donarle per negarmi qualunque possibilità di entrare in contatto con lei. »

Mai dono più azzeccato, in effetti, avrebbe potuto essere riconosciuto quello che, in tutto ciò, avevo destinato alla mia amata oltre cinque anni prima quando, proprio e mio malgrado, scopertasi vittima di una pericolosa influenza mentale del proprio sposo, si era sospinta, tragicamente, a uccidere due miei cugini e, ancora, a pretendere, persino, la mia stessa vita, nel considerarmi, malevolmente, qual un mostro necrofago desideroso di renderla parte integrante della mia dieta.
Fortunatamente, al di là del vincolo mentale venutosi a creare fra lei e il suo sposo in diretta conseguenza al loro matrimonio, fra i miei bracciali, fra i miei monili dorati votati a diversi dei propri del mio pantheon, ne avrebbe avuto a dover essere riconosciuto uno dedicato al dio Ah'Pho-Is, signore delle tenebre e nemico naturale dell'ordine, il quale, al di là della propria negativa fama, non avrebbe mai permesso a degli inganni ordini da altri, e, nella fattispecie, da un semidio come Desmair, di poter avere la meglio sulla mente di colui o colei che di tale ornamento si sarebbe fatto portatore o portatrice. E così, malgrado le due tragedie che non ero stato spiacevolmente capace di prevenire ed evitare, la furia omicida della mia amata venne, allora, placata… e, soprattutto, ella venne posta al riparo da qualunque nuova possibile offensiva a proprio stesso discapito da parte del proprio osceno marito.

« Provaci lo stesso, Desmair… te ne prego. » insistetti, cercando di ovviare a cedere alla sua provocazione, malgrado tutto « Se le cose sono andate come credo, ella non ha avuto la benché minima possibilità né di rimettere mano alla propria spada, né, tantomeno, al proprio bracciale. E così nulla ti potrà impedire di raggiungerla, ovunque ella sia. »
« Sai… il nostro rapporto è già sufficientemente complesso senza che l’amante di mia moglie abbia a domandarmi di consegnare ambasciate, in suo nome, alla mia medesima sposa. » ironizzò egli, appoggiando il calice, mezzo vuoto, su un tavolinetto accanto a sé, prima di alzarsi, con fare indolente, con movimenti lenti e pesanti, dal proprio trono, per levarsi in piedi e dominare, con la propria mole e la propria altezza su di me, nella volontà di ricordarmi, probabilmente, la sol psicologica differenza di dimensioni esistenti fra di noi, dal momento in cui, venuto meno il suo corpo carnale, ogni argomentazione a tal riguardo avrebbe avuto a doversi considerare fondamentalmente futile, se non, esplicitamente, fine a se stessa « Ciò non di meno, e soltanto in nome della volontà di quieto vivere, mi sforzerò di accontentarti… per questa volta. » dichiarò poi, non senza negarsi un profondo sospiro ancora atto a evidenziare, a porre l’accento, su tutto il proprio intimo impegno per tradurre in realtà qualcosa di pur, dal suo punto di vista, incredibilmente banale « Desideri che abbia a comunicarle un messaggio in particolare…?! »
« Nulla che già tu non potresti sapere. » negai, consapevole di quanto, al di là della sua discrezione nel mentre di tutti gli ultimi eventi della mia esistenza, egli non avesse mancato di seguire, con attenzione, ognuno degli stessi, in tal senso già adeguatamente informato nel merito di qualunque dettaglio Midda avrebbe potuto avere interesse a domandarmi… o, piuttosto, a domandargli, direttamente « Spiegale cosa è accaduto… e cerca, per favore, di comprendere quanto grave possa avere ad apparire la sua situazione, ovunque ora si trovi. »

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