Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 17 marzo 2014

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Dietro quelle porte, avrei potuto attendermi di trovare qualunque cosa. Tranne ciò che, effettivamente, ivi trovai. E innanzi a qualunque cosa avrei potuto conservare un certo autocontrollo. Tranne per ciò che, effettivamente, lì mi attese.
Perché laddove, se anche ad attendermi fosse stato uno scorpione gigante, fosse stata un’orda di non morti, fosse stata la stessa Anmel Mal Toise, o una combinazione dei tre, con la nostra nemica in compagnia di un’orda di scorpioni giganti non morti pronti ad aggredirmi, avrei potuto giudicare simile scenario persino accettabile; l’essere posto a confronto con l’essenza stessa, più pura e incontaminata, del concetto di follia, così come lì avvenne, prevaricò completamente ogni mia possibilità di raziocinio, di controllo, lasciandomi inerme vittima degli eventi, delle circostanze, trascinato in quel crescendo di insania in evasione dal quale, forse, non avrei più riservarmi avere occasione di salvezza.
Innanzitutto… il caos.
Credetemi. Per chi, come me, sino a quel momento aveva trascorso gli ultimi vent’anni, e più, della propria esistenza in un’urbe conosciuta con l’epiteto di città del peccato, l’idea stessa di caos non avrebbe avuto a doversi considerare qual comune ai più, laddove, in quel di Kriarya, molti sono stati gli scenari, troppe sono state le vicende, che in più di un’occasione hanno reso tale significante, e il suo significato, persino inadeguato nel confronto con il contesto lì presentato. In un coacervo di culture, di etnie, di usi e costumi, e nella più assoluta mancanza di un ordine costituito a imporre, con la propria autorità, un'unica direzione alla popolazione di una città anarchica nella propria più profonda, e sincera, essenza, all’interno delle mura della quale soltanto le proprie doti avrebbero potuto distinguere il vittorioso dal vinto, il dominatore dal soggiogato, fossero esse doti di semplice forza, così come di carisma, di intelligenza o, anche e soltanto, di astuzia; in un crocevia quasi obbligato non soltanto fra l’estremità sud-occidentale del continente, con i propri porti e la ricchezza dei propri mercati, e il resto del medesimo, così come fra il regno stesso di Kofreya e il suo antico rivale d’Y’Shalf, divisi da epoca remota da un conflitto originato per ragioni ormai dimenticate e che pur non avrebbe potuto sperare in alcuna pur vaga possibilità di risoluzione; in un contesto ove l’aggressione di una donna in pieno giorno, e in pubblica strada, avrebbe potuto attrarre, al più, l’entusiasmo dei passanti, benché, di lì a un istante dopo, quella stessa donna avrebbe potuto, in tutta serenità e con assoluta e sacrosanta ragione, sbudellare il proprio aggressore senza, in ciò, suscitare il benché minimo scandalo, né tantomeno la benché minima ipotesi di un intervento da parte delle supposte guardie cittadine, figure che, entro simili confini, non avrebbero mai potuto vantare alcuna autorità; e, perdonatemi, oltre non proseguo nell’addurre esemplificazioni giacché il contesto presentato, in merito a Kriarya, credo abbia ormai a potersi riconoscere più che adeguatamente delineato; impiegare un termine qual quello di caos avrebbe avuto semplicemente a giudicarsi riduttivo, un’imperdonabile semplificazione di una realtà obbligatoriamente più ricca, più complessa, più intricata, e pur, sempre e comunque, violentemente onesta, sincera, trasparente nella propria stessa natura, a differenza di molte altre capitali, a differenza di molte altre organizzazioni sociali contraddistinte, soltanto, da falsità, da ipocrisia, da inaccettabili perbenismi atti, sempre e soltanto, a celare il marciume altresì esistente nel profondo del sistema, nelle viscere del medesimo.
Quindi, come già invocato: credetemi. Perché quanto lì, innanzi al mio sguardo, si presentò, fu quanto mai avrei potuto vantare precedente occasione di consapevolezza, di confidenza, con il caos nella propria accezione più pura, nella propria forma più incontaminata, sotto ogni profilo, sotto ogni punto di vista, sotto qualunque parametro di giudizio. Fosse anche, e semplicemente, di natura estetica.

Una nota a mio discapito… o forse no: il fatto che, giunto in un mondo per me alieno, contraddistinto da architetture e tecnologie estranee a ogni mia possibilità di comprensione, di immaginazione sulle medesime, e immediatamente ritrovatomi a confronto con l’autorità costituita locale e, con essa, con la prospettiva di un futuro per me tutt’altro che roseo, tutt’altro che lieto e sereno, mi avesse impedito di cogliere alcuni particolari all’interno del proprio inesplorato contesto; credo abbia a potersi ritenere umanamente comprensibile e, a modo suo, accettabile.
Il fatto che, però, questi particolari avessero a essere identificati, secondo l’accezione lì comune del termine, per quanto con una nota inequivocabilmente negativa, quali chimere, creature umanoidi e, ciò non di meno, in nulla e per nulla umane, come anche esplicitamente identificabile in conseguenza del loro stesso aspetto fisico; è probabile che abbia a rendere la mia precedente arringa qual gratuitamente fine a se stessa, contraddistinta, mio malgrado, da un’evidente mancanza di attenzione nel confronto con dettagli che, difficilmente, avrebbero potuto essere riconosciuti qual secondari.

Nel confronto con simile mia precedente mancanza, con tale mia cecità intellettuale, purtroppo e pertanto, ciò di cui non ebbi sufficiente attenzione a maturare coscienza prima mi sorprese, mi sconvolse, senza alcuna possibilità di appello, all’ingresso nell’edificio ospitante il cosiddetto ufficio di collocamento, nel momento stesso in cui mi ritrovai a confronto con una smisurata schiera di… chimere, e mi si perdoni per l’impiego di questo termine, di ogni forma, colore e dimensione. Uomini e donne con fattezze di serpente, uomini e donne con fattezze feline, uomini e donne con teste di animale, incredibilmente prossimi, fra l’altro, all’aspetto con il quale sono da sempre raffigurate la divinità del mio pantheon, uomini e donne con quattro braccia, o tre gambe, o sei occhi, o ancora molte, troppe varietà, impossibili da elencare in maniera puntuale. Nella stessa misura in cui, al di fuori di quell’edificio, non ero stato in grado di rendermi conto della loro esistenza, all’interno di quell’edificio, per un lungo periodo di tempo, non fui in grado di rendermi conto dell’esistenza di altri umani… o comunque apparentemente tali, in misura sufficiente da potermi spingere a ritenere quanto stesse accadendo un sofisticato inganno, un miraggio conseguente, magari, a un crescendo di follia che stava iniziando a contagiarmi, a pretendere dalla mia mente il proprio giusto tributo a fronte di quanto accaduto, di tutti gli eventi che mi avevano visto inconsapevole protagonista sino a quel momento e che, per quanto, forse, nell’essere qui testimoniati, non potrebbero essere giudicati né straordinari, né altro, imponendomi, ciò non di meno, il confronto con una concezione di Creato totalmente estranea a qualunque avrebbe mai potuto essermi propria sino a quel momento e, in questo, sbalzandomi all’interno di un contesto così dissimile da qualunque altro mi fosse mai stata concessa possibilità di conoscere, né mi sarebbe mai potuta essere concessa possibilità di conoscere.
Ma se follia tutto ciò avrebbe potuto essere, follia nulla di tutto ciò fu. E lo straordinario repertorio di eterogenea… umanità… lì schieratomi innanzi non poté che dividermi fra una quasi obbligata fascinazione e un innato terrore, mio malgrado, quest’ultimo, derivante dal confronto, in tutto ciò, con immagini che, sin dalla più tenera età, nel mio mondo erano state associate, non gratuitamente, non in maniera del tutto pregiudizievole, almeno spero, a veri e propri mostri, che alcun rapporto avrebbero potuto vantare con coloro che lì, allora, ebbi occasione di incontrare e, persino, di conoscere, familiarizzando nel mentre dell’incredibile esperienza di vita che ebbe a esserci a tutti quanti offerta all’interno di quelle mura.

« … dei… » non mi potei risparmiare occasione di sussurrare, sgranando gli occhi e ritrovandomi, semplicemente, emotivamente, disarmato, disorientato di fronte a tutto ciò, incapace anche soltanto a prendere in esame l’idea stessa di valutare in che termini potermi confrontare con quello scenario, con quell’ambiente.

E se, forse, in ubbidienza agli istinti più primordiali, più primitivi, innanzi a tale scenario avrei potuto ritrovarmi vittima di tutto ciò e, in ciò, intento a correre via, a scappare, ad allontanarmi da quanto non avrei potuto, e forse voluto, comprendere; in mio soccorso, inconsapevolmente, venne allora la premura e la solidarietà di una di quelle persone, a me rivolgendosi in termini tali da farmi, addirittura, immediatamente vergognare di qualunque ritrosia un istante prima vissuta in loro supposta opposizione.

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