Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 12 marzo 2014

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Quanto ebbe a seguire quell’incontro, in parte è già stato narrato.
La mia amata, che prima di me ha iniziato la stesura di queste testimonianze e soltanto ora, per completezza, ha comunque deciso di coinvolgermi in esse… quasi obbligandomi, in effetti, a prestare servizio in tal senso; ha già riportato le dinamiche del proprio personale incontro con l’accusatore Pitra Zafral e quanto, da esse, ebbe a derivare per lei, traducendosi addirittura in un anno di lavori forzati, in attesa di essere processata secondo le leggi vigenti di Loicare. E tutto questo poiché, allorché impegnarsi a cercare un confronto sereno e pacifico con il proprio interlocutore, ella non si era lasciata sfuggire occasione per invocare quelle che, in maniera probabilmente poco elegante, definirei semplicemente rogne, nello spingersi, addirittura, ad aggredire lo stesso Zafral e a minacciarlo in maniera tutt’altro che velata, ben lontano dal potersi considerare suscettibile di qualche possibilità di fraintendimento.
Separato, tuttavia, da lei nel contempo di ciò, e obiettivamente del tutto inconsapevole di quanto ella avrebbe potuto compiere, e compì, mia premura ebbe a doversi considerare, allora, riuscire a chiarire quanto prima ogni dubbio, ogni incertezza, affinché, non soltanto, le nostre… quali ancora credevo ingenuamente essere, relazioni con la popolazione indigena non avessero a doversi considerare sgradevolmente compromesse; ma anche affinché la mia permanenza all’interno di quella prigione, quale senza troppa ambiguità sarebbe stato chiaro riconoscerla malgrado le molteplici differenze culturali e architettoniche fra il nostro mondo natale e Loicare, potesse estendersi per il minor tempo possibile, garantendoci entrambi, quanto prima, non soltanto la libertà perduta, ma anche, e soprattutto, la possibilità di riunirci, di ritrovarci, laddove, in quel momento, eravamo stati, nostro malgrado, spiacevolmente divisi. Così, quando Pitra Zafral scelse di dedicare il proprio interesse verso di me, di rivolgere la propria curiosità al mio indirizzo, da parte mia ebbe a incontrare soltanto massima volontà di collaborazione, che, come ebbi possibilità di scoprire soltanto dopo qualche tempo, allora ebbe a risultare persino maggiore nel seguire, di poco, pochissimo, l’incontro con la mia stessa amata, e tutte le problematiche conseguenti a tale, purtroppo spiacevolmente sprecata, occasione di confronto fra loro.

« Nome e cognome…? » esordì, apparentemente esprimendosi nella stessa lingua che, negli ultimi vent’anni di vita, mi ero abituato a considerare qual mia, benché, in verità, tale miracolo di comunicazione avrebbe avuto a doversi considerare semplice conseguenza di un piccolo strumento definito traduttore automatico, il quale, proprio in occasione del confronto con Midda, aveva avuto occasione di iniziare a maturare confidenza con tale linguaggio, riservandosi il vantaggio di giungere, pertanto, a me con già una prima base di informazioni già collaudate.
« Be’Sihl Ahvn-Qa, figlio di Be'Soul e Ras'Meen Ahvn-Qa. » dichiarai, oltremodo collaborativo, non ponendomi neppure il dubbio sul dichiarare, persino, i nomi dei miei genitori, dal momento in cui, fra l’altro, tale informazione avrebbe avuto a doversi considerare di improbabile verifica per il mio interlocutore, chiunque egli fosse così come, ancora, non sapevo essere.

Il mio interlocutore ebbe, allora e comunque, interesse a segnare tale informazione su un gruppo di fogli, immediatamente ricordandomi, in tal agire, in simile incedere, i magistrati propri del mio paese d’origine, del regno ove sono nato e cresciuto, Shar’Tiagh, i quali, riservandosi anch’essi possibilità di interrogare con poche, mirate domande un inquisito, sono soliti compilare nel contempo di tutto ciò non tanto un rapporto o quant’altro, ma, direttamente, il verbale stesso della condanna, fondamentalmente già espressa ancor prima dell’inizio dell’udienza.
Cercando di sforzarmi, tuttavia, a non arrogarmi il diritto di comprendere, o, peggio, di conoscere preventivamente le azioni della mia controparte al suo primo incedere in qualunque atto, in una supponenza che, oltretutto, avrebbe rischiato spiacevolmente di compromettere la mia situazione allorché simile, pur probabilmente giustificabile paranoia, avesse avuto a spingermi a pregiudicare negativamente quel confronto e, in ciò, a scegliere, anche inconsapevolmente, di boicottarlo; mi offrii con animo il più possibile aperto e disponibile al confronto con i successivi interrogativi, qualsiasi essi avrebbero potuto essere.
Peccato, però, che già al seguente rischiai immediatamente di arenarmi…

« Pianeta d’origine. » richiese il mio ancora anonimo interlocutore, mantenendo inalterata tutta la propria fiera compostezza.
« Ehm… temo di non essere in grado di fornire risposta a un tale interrogativo. » ammisi candidamente, storcendo appena le labbra verso il basso e, ancora, scuotendo appena il capo a escludere una simile opportunità « Purtroppo, prima di qualche ora fa… o all’incirca… non ero neppure consapevole dell’eventualità che il mio avesse a doversi considerare un pianeta… un mondo. Per me, in effetti, è sempre stato l’unico mondo, l’unico pianeta, e non avendolo mai dovuto distinguere da altri, non vi è mai stata neppure la necessità di nominarlo in una qualsivoglia maniera… » cercai di spiegarmi, evitando di concentrarmi eccessivamente sul dubbio di quanti pianeti, di quanti mondi, e mondi abitati, potessero esistere là fuori, nel timore che, tale pensiero, potesse sconvolgermi al punto tale da impedirmi lucidità sufficiente a proseguire tale momento di confronto.
Non riuscendo, tuttavia, a cogliere un’espressione di piena soddisfazione sul volto di Pitra, insistetti sul tema, a minimizzare spazio di dubbio alcuno: « E’ come, per un oste, con il proprio vino o la propria birra… » ripresi, in quello che, indubbiamente, avrebbe potuto esser da parte mia considerato un esempio sufficientemente influenzato dalle mie esperienze di vita vissuta, e che pur, in quel mentre, volli sperare aversi a poter considerare un esempio azzeccato « Finché ne serve un’unica qualità, l’oste non avrà alcuna necessità di chiamarla, di definirla, non innanzi ai propri clienti, non innanzi ai propri collaboratori. Semplicemente sarà il vino, la birra, e basta. »
« Questo, per lo meno, fino a quando non si aggiunge una seconda qualità di vino o birra… tale da rendere necessario offrire un nome identificativo anche per la prima. » annuì la mia controparte, dimostrando sufficiente elasticità da accettare per buone quelle mie parole e, in ciò, persino da completarle, a chiudere il mio tentativo di esemplificazione in quel momento ancora in corso.
« Esatto! » esclamai e sorrisi, più che lieto di ritrovare, in tal senso, l’evidenza di una certa capacità d’intensa fra noi, oltre che a un apparentemente concreto interesse, nei miei confronti, da parte del mio inquisitore, nella speranza che, quindi, si sarebbe potuto anche rivelare ben diverso dai magistrati del mio paese natio « Proprio così… »
« Sconosciuto. » tradusse egli, a chiusura di tale breve divagazione, dimostrando un’apparenza di maggior apertura psicologica di quanto mai non avrei potuto sperare di incontrare in lui « Professione… » proseguì poi, passando a un punto successivo.
« Negli ultimi vent’anni ho operato come locandiere… » suggerii, sperando che fosse sufficiente ciò per soddisfare simile interrogativi.
« … locuzione?! » ripeté l’altro, dimostrandosi incerto sul vocabolo da me impiegato, e, in effetti, definendone uno completamente diverso dal mio, qual effetto di un ancor non completato allineamento del traduttore automatico, il quale, a fronte di alcune parole al momento ancor sconosciute, avrebbe potuto commettere degli errori, così come in quel momento.
« Locandiere. » ripetei d’istinto, aggrottando poi la fronte e cercando delle alternative al medesimo concetto « Albergatore… e ristoratore. » tentai di spiegarmi, affinché non potessero esserci dubbi alcuni su quale fosse la mia professione, o, quantomeno, su quale fosse stata la mia occupazione, dal momento in cui, in quegli ultimi mesi, anni addirittura, la gestione della mia intera locanda fosse già stata riaffidata alle mani fortunatamente esperte di alcuni collaboratori, dimostratisi perfetti nel sanare la mia assenza nel contempo in cui, io, vivevo altre avventure… un altro genere di vita, in compagnia della mia amata.

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