Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 3 marzo 2014

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Per la seconda volta in un brevissimo intervallo di tempo, le parole del capitano si imposero sulla mia mente, alla mia attenzione, con molta più forza, con molta più prepotenza di quanta egli non avrebbe potuto ipotizzare o presumere, pur avendo sicuramente scandito quanto appena dichiarato all’unico scopo di pretendere, da parte mia, tutta la dovuta attenzione del caso.
Egli, infatti, con quell’ultimo intervento fu capace di andare a colpire un’area particolarmente scoperta e sensibile della mia sfera emotiva, rievocando nella mia mente le immagini di un passato che, se su un fronte sarei stata ben lieta di dimenticare, sul fronte opposto non avrei mai voluto, né dovuto, obliare, affinché mi fosse d’insegnamento, mi potesse essere di soccorso in momenti qual quello, in cui, sciaguratamente, da una mia scelta sbagliata avrebbe potuto derivare un nuovo carico di violenza, morte e necessità di vendetta eguale, o persino superiore, a quello che già gravava pesantemente sul mio cuore, sulla mia mente e sul mio animo. Perché, purtroppo, più di vent’anni prima rispetto a quella nuova occasione, a quel nuovo scenario, mi ero già trovata a confronto con dinamiche e scelte che avrebbero potuto essere considerate sufficientemente equivalenti a quella allora in corso, a quelle allora in atto, e, per quanto difficilmente, per carattere, tenda a rimpiangere scelte compiute, non saprei definire quanto effettivamente corretta e difendibile, con il senno del poi, avrebbe avuto a doversi riconoscere la mia decisione, soprattutto a confronto con la purtroppo totale mancanza di reali risultati che, da essa, ebbe a derivare. Non, quantomeno, nei limiti di quello che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il mio primo, principale e fondamentalmente unico scopo in tutto ciò.
Quando infatti, nell’inseguire la propria brama di vendetta contro di me, per il tradimento che aveva avvertito esserle stato imposto nel giorno in cui, ancora bambine, io lasciai la dimora della mia famiglia per imbarcarmi, clandestina, a bordo di una nave mercantile e, in tal modo, per inseguire i miei sogni di avventure, di mirabolanti imprese in giro per il mondo, sogno che, obiettivamente, mai ho smesso di ricercare e di ricercare con tutte le mie energie; Nissa Bontor, la mia gemella, allor già divenuta capitano di una ciurma di pirati, scelta di vita da lei compiuta che, nei lustri successivi, la condusse sino al ruolo di regina di tutti i pirati dei mari del sud, mi interdì l’accesso al mare… al “suo” mare, così come volle considerarlo, pena la sistematica strage di tutti coloro che a me si sarebbero osati avvicinare, a partire dall’equipaggio della mia nave e, con esso, a partire da Salge Tresand, il mio primo compagno, il mio primo amore; allorché concedere allo stesso Salge e a tutti i miei compagni di combattere, e di combattere al mio fianco per la propria vita, io scelsi di arrendermi e, arrendendomi, di esiliarmi perennemente dal mare che pur tanto avevo da sempre amato, avendo imparato a nuotare ancor prima che a camminare, convinta, in tal modo, che attraverso il mio personale sacrificio, la mia rinuncia a tutto ciò che, sino ad allora, per me era stata vita, di poter preservare l’incolumità di tutti gli altri. Un’incolumità, purtroppo, che non ebbe in alcun modo a essere comunque preservata, laddove la minaccia in tal modo rappresentata da Nissa ebbe a gravare su di loro per gli anni a venire, per i lustri a venire, tanto da riuscire a riproporsi, puntuale e terrificante, a dieci anni di distanza, ritrovando proprio il mio amato Salge, e non solo, vittima designata di un odio che non aveva ascoltato ragione alcuna di prescrizione, e che, anzi, nel corso del tempo si era soltanto rafforzato, consolidato, quasi dimentico persino delle proprie ragioni nell’essere alimentato autonomamente da se stesso, e dalla propria folle persistenza.
Salge Tresand, e con lui altre straordinarie figure purtroppo ormai soltanto proprie del mio passato, avevano così pagato a costo della propria vita il prezzo della mia scelta, il costo intrinseco nella mia decisione volta a tentare di affrontare sola tutto quello, volta a cercare di gestire singolarmente una situazione, obiettivamente, più amplia rispetto a me e a quanto, mai, io avrei potuto essere in grado di gestire. E Nissa, con la propria letale minaccia, aveva proiettato per decenni, addirittura, la propria ombra su di me e su tutti loro senza avere nulla da temere, senza avere la benché minima ragione di preoccupazione per il proprio domani, un domani che, anzi, aveva coltivato giorno dopo giorno con risultati persino ammirevoli, nel riuscire, come sopra accennato, a fondare un vero e proprio regno imponendo un forte ordine costituito là dove prima vigeva soltanto anarchia, e nel riuscire, anche, a vivere la propria vita in ogni singola esperienza mai avrebbe potuto desiderare, creandosi, persino, una propria famiglia, generando dei propri figli e, in ciò, assicurandosi quell’unica, reale speranza di immortalità a cui, qualunque mortale, potrebbe mai offrire reale riferimento.
In che modo, in tale situazione, in un simile quadro d’insieme, Nissa era caduta?!
Ella era caduta, aveva incontrato la fine del proprio sogno e della propria vita, nel giorno in cui, pur all’apice del proprio potere, della propria forza, in un insano patto di alleanza con Anmel Mal Toise, si era ritrovata a confronto non tanto con una sola, singola avversaria, qual pur, io, avrei obiettivamente dovuto essere riconosciuta, al di là di tutta la mia pur affascinante e straordinaria fama, ma con una schiera compatta di avversari, una squadra, un esercito addirittura, costituito per effetto di una decisione antitetica a quella che, vent’anni prima, avevo compiuto e che, vent’anni prima, le aveva garantito l’opportunità di dare origine al proprio dominio di dolore, di sangue e di morte. Perché, per sconfiggere Nissa, quanto avevo compiuto era stato riunire attorno a me tutte le persone a me care, tutti i miei amici, tutti i miei alleati, e tutti i loro amici e alleati, e, persino, alcuni miei trascorsi avversari, per combattere coesi contro di lei, in una sfida che, forse, ci avrebbe potuto alfine ritrovare sconfitti ma che, pur, ad alcuno avrebbe negato occasione utile a combattere per la propria vita, e per il proprio diritto alla vita.
Ancora una volta, quindi, mi stavo ritrovando posta a confronto con il medesimo problema, con la medesima situazione. E, soltanto nelle parole di Lange Rolamo, ebbi occasione di rendermi conto di quanto, in tutto ciò, null’altro stavo per compiere che non il ricadere, nuovamente, nei medesimi errori, nello stesso, identico sbaglio strategico che, tanto, e mai troppo, tempo addietro era costato la vita a molte persone a me care, persone che, in conseguenza alla mia decisione di isolarmi da tutto e da tutti, di ripudiare qualunque legame e qualunque affetto, non si erano viste salvate, quanto e piuttosto condannate a morire sole.
Possibile che, dopo vent’anni, fossi ancor pronta a ripetere il medesimo sbaglio, vanificando in maniera a dir poco stolida, quanto sino a quel momento avessi mai conquistato? Possibile che una vita intera, spesa a rinunciare a ogni legame per ovviare al dolore e alla sofferenza che, per questi, sarebbe mai potuto derivare, non mi avesse realmente insegnato nulla?!

« … Bontor?! » insistette Lange, osservandomi con fermezza e con fermezza attendendosi da me una qualche replica, utile a chiudere, allora, la questione, in una direzione oppure nell’altra, giacché, qualunque fosse stata la mia scelta, necessariamente, sarebbe dovuta essere quella definitiva, innanzi alla quale alcuna ulteriore possibilità di ritorno non mi avrebbe potuto, purtroppo, essere concessa.

Per un istante, così richiamata, socchiusi gli occhi, a concedermi la possibilità di ripassare, mentalmente, intimamente, i volti di tutti coloro che avevano avuto un qualche ruolo nella mia esistenza, di tutti coloro che, in una misura o nell’altra, avevo amato e, successivamente, avevo perduto… e avevo perduto, innanzitutto, perché non ero stata sufficientemente decisa a restare al loro fianco, a combattere al loro fianco, insieme a loro, per loro, contro ogni minaccia che avrebbe potuto essere loro riservata, limitandomi, purtroppo e colpevolmente, ad allontanarmi, a escludermi dalle loro vite come, se così facendo, mi sarebbe stata comunque offerta possibilità di salvaguardarli, di esorcizzare da loro ogni avversità, ogni pericolo, così come, sciaguratamente, ciò non era poi stato.
E nel ritrovarmi a contemplare i visi di molte, di troppe persone amiche, fratelli e sorelle di vita l’affetto e l’amore delle quali mi ero negata in solo ascolto alla mia stolidità, alla mia stupida convinzione che, per tutte loro, la cosa migliore sarebbe stata proseguire le proprie esistenze senza di me, compresi quanto, allora, la scelta che mi stava venendo, ancora una volta, chiesto di compiere avrebbe avuto a doversi considerare fondamentalmente obbligata…

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