Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 23 febbraio 2014

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« … la più importante… » ripetei, scandendo sillaba dopo sillaba quelle parole, quasi a volerle in ciò soppesare una a una, come avessero a doversi riconoscere per me nuove seppur ammantate da un’aura di familiarità che non avrebbe potuto mancare di renderle estremamente care nel confronto con il mio giudizio, con il mio intelletto, al mio orecchio e, ancor più, al medesimo cuore da lei appena invocato.

Ove questa avesse a doversi considerare non tanto una testimonianza il più onesta possibile degli eventi per così come da me allora vissuti, quanto e piuttosto l’ennesima versione romanzata di un episodio della mia esistenza, come già, in passato, è sovente avvenuto per molti altri, qual effetto collaterale della mia fama e dell’interesse di troppi bardi e cantori attorno alle mie vicende; non nego che, ora, potrei essere influenzata, nel descrivere tale analisi, simile valutazione, da una qualche, possibile necessità di voler appagare quella richiesta di romanticismo che, in fondo, in molti possibili lettori o ascoltatori di questa vicenda, potrebbe umanamente e comprensibilmente essere presente, al fine di suggerire una felice opportunità di ricongiungimento fra il mio amato Be’Sihl e me, e, perché no…?, magari la sempre desiderata possibilità di riuscire a liberarsi, nel contempo di ciò, dall’ingombrante, scomoda e tutt’altro che apprezzata figura del mio semidivino sposo Desmair. In ciò, quindi, potrei essere spinta a descrivere, qual mia scelta, qual mia preferenza, qual mia predilezione nell’individuare una sola, importante priorità nella mia vita, quella volta a garantire tutto ciò, a permettermi di affondare nuovamente il volto nell’incavo fra la spalla e il petto del mio amante e, nel suo calore, nel suo profumo, obliare ogni altra preoccupazione, ogni altra ansia, ogni altra angoscia, fosse anche quella propria della mia lì sempre più prossima morte.
Tuttavia, ove non l’appagamento della parte più romantica dell’animo di chiunque, ora, stia leggendo o ascoltando queste mie parole, ha da dover essere ricercata, sperando, malgrado ciò, di non riconoscere torto ad alcuno fra voi, quanto e piuttosto l’offerta di un resoconto quanto più sincero possibile, anche a costo di potermi esporre, in tutto ciò, a possibili critiche da parte dei più, soprattutto ove abituati ad avere a che fare con un’altra Midda Bontor, con il personaggio che da me hanno più o meno fedelmente ispirato, e che pur, con me, con la persona, nulla potrebbe mai avere a che fare; verso una ben diversa direzione ho necessità di riportare l’indirizzamento dei miei pensieri, per così come ebbero a svilupparsi allora. Pensieri che, pur nulla volendo negare all’importanza di Be’Sihl nella mia vita, o al mio desiderio di poterlo ritrovare, riabbracciare e, possibilmente senza Desmair nelle vicinanze, tornare ad amare, in quella che, pur e obiettivamente, avrebbe avuto a doversi considerare, di giorno in giorno, una sempre crescente frustrazione sessuale da parte mia, ponendomi ancora ben distante da qualunque, ipotetica, pace dei sensi; e che, pur nulla volendo negare all’allor non meno concreta bramosia di rientrare in possesso della mia spada e del mio bracciale dorato, proprietà negatemi al momento dell’arresto da parte della autorità di Loicare e, da allora, non ancora restituitemi; così come, ancora, pur nulla volendo negare al quasi ossessivo pensiero rivolto all’omicidio di Milah Rica Calahab, potenzialmente nei tempi più lunghi possibili, e nelle modalità più truculente auspicabili; non avrebbero potuto, comunque e alfine, evitare di poter essere rivolti, in maniera indubbiamente coerente, verso quello che, fra tutti i desideri, fra tutte le bramosie, fra tutti gli scopi, necessariamente avrebbe avuto a doversi considerare il primo e più importante. La famigerata priorità maggiore in direzione della quale impegnarmi a rivolgere tutti i miei sforzi.
Perché, al di là di ogni distrazione, al di là di ogni altra emozione, al di là, persino, del pensiero di quanto, ormai, la mia vita potesse essere in pericolosa prossimità alla propria conclusione, non avrei potuto ignorare, non avrei potuto trascurare, non avrei potuto dimenticare il solo, reale motivo per il quale, qualche mese prima, avevo abbracciato la forse insana decisione di varcare i confini stessi del mio mondo, dell’unico pianeta che, sino ad allora, non soltanto avevo conosciuto, ma, anche e ancor più, avevo avuto ragione di considerare qual esistente. Un motivo che, obiettivamente, alcuna correlazione avrebbe potuto vantare né con il mio amato Be’Sihl, che pur aveva accettato, forse ancor più folle di me, di seguirmi; né tantomeno con la famiglia Calahab, l’esistenza della quale non avrebbe potuto essere, da me, neppur supposta, al di là di tutto il potere da loro ipoteticamente incarnato. Potere, il loro, che, pur nulla desiderando banalizzare, avrebbe, per inciso, dovuto essere giudicato addirittura ridicolo nel confronto con quello della mia sola, reale e definitiva nemesi, Anmel Mal Toise, innanzi alla quale, mi spiace per lei, la stessa Milah Rica Calahab avrebbe potuto essere considerata contraddistinta dalla medesima pericolosità propria di un fuoco fatuo.
Per inseguire Anmel Mal Toise avevo accettato di abbandonare il mio pianeta natale. Per inseguire Anmel Mal Toise avevo accettato di gettarmi a capo chino in quella nuova avventura il ritorno dalla quale non avrebbe potuto essere considerato in alcun modo qual ovvio, qual banale o scontato. Per inseguire Anmel Mal Toise avevo letteralmente superato ogni limite, in misura ben maggiore rispetto a quanto non avessi già avuto occasione di compiere in passato. Ragioni per le quali, che potessi apprezzarlo o meno, e che chiunque altro potesse apprezzarlo o meno, il mio solo interesse, la mia unica, vera priorità, innanzi a tutto, avrebbe avuto a doversi considerare quella di riuscire a condurre a compimento il mio viaggio… ovunque esso mi avesse condotta, pur di giungere, alla fine, a rimediare al danno che avevo compiuto nel giorno in cui, sciaguratamente, avevo concesso nuova libertà a quell’anima inquieta.

« … d’accordo. » annuì pertanto, riprendendo alla fine di ciò voce e, così facendo, tornando a rivolgermi verso Duva, rimasta nel mentre di quella mia analisi introspettiva, di quella mia intima valutazione, in quieta attesa, nel mantenersi, come promesso, a me vicina, lì pronta a concedermi, ove ne avessi abbisognato, tutto il supporto che ella sarebbe mai stata in grado di riservarmi, allor sinceramente desiderosa di potermi aiutare a ritrovare un equilibrio di sorta che, evidentemente, avevo da troppo perduto, e che in maniera sovente incauta, mi stava spingendo troppo facilmente verso molte distrazioni, tali da privarmi, mio malgrado, quella lucidità di pensiero, e di azione, che pur, in un momento anche grave qual quello, non avrebbe dovuto essermi negato « Ci sono. »
« E…? » incalzò Duva, invitandomi, in tal modo, a offrire più spazio verbale ai miei pensieri, a condividerli con lei, non soltanto per un discorso di banale sostegno psicologico nei miei riguardi ma, anche, perché allora indubbiamente curiosa di comprendere cosa potessi aver a condividere con lei, cosa potessi avere da riferirle, a conclusione di quel momento di autoanalisi nel quale ella mi aveva indubbiamente guidata, mi aveva affettuosamente accompagnata.
« E credo che sia giunto il momento di chiamare il capitano e riprendere la nostra bella riunione… » dichiarai, per tutta replica, non perché non desiderassi offrirle le spiegazioni da lei attese, quanto e piuttosto perché, allora, cosciente di avere molte spiegazioni da dover condividere non soltanto con lei ma, ancor più, con tutti quanti.

E spiegazioni, quelle che, a tutti, avrei offerto, non tanto in merito al mio passato e alle motivazioni per le quali avevo lasciato il mio pianeta natale, dettaglio a riguardo del quale, pur, non avevo mancato di concedere, a tempo debito, una forse non approfondita, e pur trasparente, relazione; quanto e piuttosto, in merito al mio presente, e a quel breve, fuggevole momento di confronto onirico con il mio sposo.
Evento che, a confronto con la minaccia rappresentata da Milah Rica Calahab e dalla sua maledizione a discapito della mia vita, avrebbe sicuramente avuto a dover essere addirittura trascurato, minimizzato a un particolare del tutto privo di importanza; ma che, alla luce della definizione, per la sottoscritta, di una nuova direttiva prioritaria a dover seguire, quasi qual principio stesso di coerenza, non avrebbe potuto essere in alcuna maniera ignorato. Né, allora, lo sarebbe stato.

« Devo parlarvi. Devo parlarvi a tutti quanti. » ribadii, rivolgendomi nuovamente verso il primo ufficiale della Kasta Hamina, verso la mia amica che, non avendo forse colto l’urgenza di quel mio bisogno, ancora stava indugiando nell’osservarmi, e nell’attendere, probabilmente, nuove spiegazioni da parte mia « Durante l’assalto alla torre dei Calahab, ho avuto un fuggevole momento di contatto con mio marito… e qualunque cosa stia accadendo, a tal riguardo, non può che essere per me una priorità. E una priorità in termini assoluti. »

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