Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

mercoledì 31 dicembre 2014

2272


« Ricapitolando… » tentò, quindi, di riprendere il discorso interrotto in conseguenza di quella già sin troppo prolungatasi parentesi a sfondo sessuale « L’idrargirio assolve unicamente a scopi di accumulatore di energia… energia ottenuta per merito dei rifornimenti compiuti in porto, a loro volta derivanti dalle stazioni da diverse stazioni di estrazione sparse un po’ per tutta la galassia, o, quantomeno, nei sistemi più progrediti; oppure, sebbene in quantitativi più modesti, energia raccolta in maniera diretta attraverso le vele solari della stessa Kasta Hamina. » scandì, sentendosi, in cuor proprio, tornata ancora bambina, ai tempi ormai lontani, seppur mai dimenticati, di quanto la sua cara nonna si prodigava affinché ella e sua sorella potessero godere dei benefici di un’istruzione quanto più possibile completa, insegnando loro a leggere, scrivere e far di computo « E fin qui l’ho compreso già da tempo… » commentò a conclusione di quel primo punto.
« Anche per motivi squisitamente personali… suppongo. » ammiccò Mars Rani, questa volta escludendo, tuttavia, riferimenti, espliciti o impliciti, a questioni di natura sessuale e volgendo, altresì, tutta la propria attenzione al braccio destro di lei, quell’arto da lei perduto ormai da oltre vent’anni e, soltanto un ciclo prima, rimpiazzato nella propria funzionalità con una protesi robotica alimentata, a sua volta, da una batteria all’idrargirio: non una delle protesi più sofisticate che ella avrebbe potuto ottenere, pur nel riprendere alla perfezione, nelle proprie forme, le proporzioni di lei, ricalcandole e rispecchiandole rispetto al suo mancino in carne e ossa, in quanto, in verità, progettato quale mero utensile da lavoro per l’impiego nelle miniere di estrazione dell’idrargirio in una colonia penale lunare da lei prontamente visitata al proprio arrivo in quel nuovo, e più amplio, concetto di realtà; e ciò non di meno da lei straordinariamente apprezzato, in quanto in grado di concederle una forza sovrumana, da adoperare, all’occorrenza, tanto in propria difesa, quanto in offesa di immancabili antagonisti.
« Supponi correttamente. » confermò la mercenaria, sorridendo non priva di soddisfazione per quello che, dal proprio punto di vista, aveva avuto occasione di accogliere qual uno straordinario dono della provvidenza « Tornando a noi: l’energia accumulata all’interno dell’idrargirio alimenta, in linea generale, l’intera nave, a cominciare dai sistemi ambientali di base, sino a includere, ovviamente, anche il motore…  »
« … le gondole motori… » si intromesse il meccanico, a puntuale correzione di quel dettaglio.
« … le gondole motori, necessarie per permettere il viaggio interstellare attraverso… attraverso… » esitò, non desiderando ammettere di aver nuovamente perso di vista quel concetto che, nonostante avesse comunque a considerarsi per lei nuovo e innovativo, stava venendo ripetuto dal suo paziente interlocutore ormai da troppo tempo per consentirle di palesare tanta estraneità a simile processo « … uno spiazzamento quantistico… »
« … sfasamento quantistico… » intervenne di nuovo l’altro, dimostrando maggiore comprensione nei suoi riguardi rispetto a quanto ella stessa non sarebbe stata disposta ad attribuirsene.
« … le gondole motori, necessarie per permettere il viaggio interstellare attraverso uno sfasamento quantistico utile a estraniare l’intera Kasta Hamina, e tutto il suo contenuto, noi compresi, da questo piano di realtà per tutta la durata del balzo interstellare. » riprese e concluse ella, priva di soddisfazione per il risultato in quel momento ottenuto nel concludere correttamente la sentenza logica, laddove avrebbe preferito ovviare a correzioni da parte del proprio interlocutore « In caso contrario, per le velocità da noi raggiunte, malgrado ogni sistema di deflettori o scudi energetici, anche il più semplice granello di pulviscolo meteoritico lungo la nostra traiettoria rappresenterebbe certezza di morte. »
« Esattamente. » annuì il capo tecnico, accennando un lieve applauso in direzione della propria estemporanea apprendista, a complimentarsi con lei per quanto, più o meno correttamente, appena enunciato « Quindi, alla luce di questo… qual è il nostro attuale problema…?! »
« La so! » esclamò la donna guerriero più temuta del proprio mondo, e, in quel momento, ben lontana dall’apparire l’Ucciditrice di Dei della propria stessa fama « Durante l’ultimo balzo, il passaggio all’interno di un campo di radiazioni cosmiche non segnalato sulle nostre mappe, ha azzerato la fasatura delle gondole motori e questo ci ha costretti a interrompere il nostro viaggio, scaraventandoci, nostro malgrado, proprio all’interno del succitato campo. » riepilogò, in maniera finalmente corretta, in riferimento al problema a cui, con l’aiuto degli dei, Mars Rani avrebbe dovuto trovare una qualche soluzione, nell’ipotesi non scontata che, effettivamente, esistesse una qualche soluzione a tale problema « Purtroppo, benché gli scudi ci stiano adeguatamente schermando dalle onde più nocive, una parte delle radiazioni sta comunque continuando a filtrare all’interno delle gondole motori, impedendoci una corretta taratura degli stessi e, in ciò, la ripresa del nostro viaggio. »
« Motivo per il quale… » la invitò a continuare egli.
« Motivo per il quale ora stiamo procedendo in sola grazia della spinta dei normali propulsori, alimentati, nella fattispecie, dalle vele solari, in quanto, a questa velocità, potremmo impiegare anche due interi anni… cioè… cicli prima di riuscire a uscire dal campo di radiazioni. » completò la donna « Tempo entro il quale, comunque, avremo già svuotato l’intera cambusa e, nella migliore delle ipotesi, saremo tutti morti di fame. »
« Ecco. » confermò Mars, con un nuovo movimento d’assenso del capo « Motivo per il quale, potrebbe essere cosa buona e giusta, per il bene di tutti, che io riesca a comprendere come riuscire a isolare le gondole motori dalle radiazioni e, in ciò, rifasarle. Concordi?! »

E per quanto la Figlia di Marr’Mahew, cresciuta per mare e già marinaia ben prima di scoprire che anche nello spazio siderale fosse possibile navigare, non avrebbe potuto, allora, riservarsi opportunità di cadere vittima di un qualsivoglia genere di crisi isterica, all’idea appena espressa, e purtroppo consapevolmente diffusa fra tutti i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, nell’aver affrontato già in passato situazioni assimilabili a quella, seppur contraddistinte da un bel diverso livello tecnologico; necessariamente non avrebbe potuto comunque evitare di concordare con il capo tecnico di fronte alla necessità di individuare una via utile a ovviare a una sgradevole fine certa.
Anche perché, benché un tempo avrebbe considerato i suoi quarant’anni, e prima ancora anche i suoi trenta e i suoi venticinque, quali una veneranda e invidiabile età, tale da potersi considerare eventualmente soddisfatta innanzi alla prospettiva di una ineluttabile morte, fosse anche per cause simili a quelle; da quando aveva lasciato i confini del proprio mondo per immergersi in quella più amplia e vasta realtà, aveva piacevolmente scoperto quanto, obiettivamente, quella che, prima, avrebbe potuto addirittura considerare anzianità, lì, fra le stelle, avrebbe avuto a dover essere ritenuta al pari, quasi, di una seconda giovinezza… una giovinezza che, fino a quando le sarebbe stata offerta opportunità, sarebbe allora stata ben lieta di vivere in compagnia del proprio amato così come, nel corso della prima, non le era stata garantita alcuna speranza con il proprio passato compagno, il mai sufficientemente compianto Salge Tresand, a lei negato dalla furia della propria gemella Nissa Bontor.

« Sì… direi proprio di sì. » storse appena le labbra, a dimostrazione della propria palese contrarietà alla prospettiva di morte certa « Personalmente ho ben altri progetti per la testa che meritano di poter essere attuati prima del mio pur inevitabile incontro con Thyres, signora dei mari. »

Al non nuovo riferimento a quella divinità per lui necessariamente sconosciuta, e altresì sovente presente sulle carnose labbra del capo della sicurezza, il meccanico esitò per un istante, ipotizzando di potersi concedere la possibilità di una qualche dissertazione teologica con lei… in fondo una ragione come altre per potersi ancora intrattenere un po’ su quelle iridi color ghiaccio, e su quel volto che, per quanto ben lontano da un concetto di obiettiva beltà, complice anche una spiacevole cicatrice marcante la longitudine del suo occhio sinistro, non sembrava essere in grado di evitare di ammaliarlo, non di meno rispetto al resto del suo corpo. Ciò non di meno, consapevole di quanto, ancora, parecchio lavoro sarebbe stato necessario anche solo per riuscire a comprendere in che modo agire a risoluzione del loro attuale problema, l’uomo si costrinse a porre, almeno temporaneamente, da parte pensieri lubrichi, in favore di una maggiore serietà professionale.

martedì 30 dicembre 2014

2271


« A costo di voler dare adito a stupidi pregiudizi sull’inversa proporzionalità fra la mia circonferenza toracica e il mio quoziente intellettivo… » premesse la mercenaria, allora capo della sicurezza, nel rivolgersi non senza una necessaria quota di autoironia al proprio interlocutore, in un sufficientemente esplicito riferimento alle dimensioni dei propri da sempre imponenti seni, nel merito dei quali, già da tempo, aveva superato ogni forma di pudore, così come in relazione a qualunque altro aspetto intrinseco della fisicità del proprio stesso corpo « … aiutami a comprendere cosa mi sto perdendo in tutto questo discorso. »
« Non mi oserei mai, mia cara. » rispose Mars Rani, il meccanico di bordo della Kasta Hamina, non trascurando l’occasione per sfoggiare un amplio sorriso sornione, e presumibilmente ammaliatore, innanzi alla propria interlocutrice « Farsi beffa di una tanto mirabile e conturbante dote non rientra nella mia indole, nel mio carattere… » argomentò a propria difesa, non negandosi la possibilità di civettare con lei, e in ciò di lasciar ricadere, quasi ineluttabilmente, lo sguardo verso la scollatura del suo abito, del tutto dimentico, in tal frangente, non soltanto di quanto, a bordo della loro medesima nave, avesse a doversi riconoscere imbarcato anche il compagno della stessa, Be’Sihl Ahvn-Qa, a suo fianco da oltre cinque anni in qualità di amante, e da altri quindici nel ruolo di amico e confidente; di quanto, inoltre e ancor non soltanto, costui ospitasse, suo malgrado, all’interno del proprio corpo, lo spirito di un semidio immortale, Desmair, per lo più sposo della suddetta, capace di evocare spettri in grado di scarnificare, nel migliore dei casi in pochi istanti, qualunque creatura vivente o meno; ma, anche, e soprattutto, di quanto ella non fosse certamente il genere di donna volta a cedere in conseguenza a un mero sorriso, al di là di quanto suadente esso avrebbe potuto dimostrarsi… così come, la stessa Figlia di Marr’Mahew, non si volle negare occasione di rammentargli.
« Mars… » sospirò, levando delicatamente la propria destra, in lucido metallo cromato, a raggiungere il mento di lui e a guidare, in ciò, lo sguardo del medesimo a sollevarsi alla ricerca dei propri occhi color ghiaccio, nel contatto con i quali sforzarsi a cogliere, quanto più possibile chiaramente, il messaggio che avrebbe desiderato condividere con lui « Se per te le mie curve rappresentano una così prepotente ragione di distrazione, sono anche disposta a spogliarmi e a fartele ballare innanzi allo sguardo per qualche istante… l’importante è che dopo tu riesca a ritrovare sufficiente lucidità per stare ad ascoltare quello che dico senza perderti in qualche sicuramente banale fantasia erotica con me qual protagonista. »
« Banale fantasia erotica…? Come… banale?! » protestò egli, insoddisfatto per l’attributo da lei individuato a definizione di quanto, in quel momento, stesse chiaramente dominando all’interno della sua mente, sottraendo i giusti spazi a qualunque genere di processo cognitivo.
« Non te la prendere, amico mio… ma ho qualche anno in più di te e una discreta vivacità sessuale. » sorrise ella, liberandogli il mento dalla presenza della propria protesi robotica e scuotendo il capo, nello scandire quelle ultime parole con tono sì carico di malizia da poter spingere a un timido rossore anche la più licenziosa fra le professioniste con le quali egli avrebbe potuto aver avuto passata occasione di fugace intrattenimento « E mi sento sufficientemente sicura che, per quanta originalità tu creda di possedere, non esiste situazione che io non abbia già avuto passata occasione di vivere… »

Per un lunghissimo istante, assoluto silenzio ricadde all’interno della sala macchine, nel terzo ponte del sezione toracica della Kasta Hamina, nel mentre in cui il responsabile di quell’ambiente si ritrovò intimamente diviso fra l’eventualità di controbattere, ulteriormente, a quella palese provocazione e l’ipotesi di racchiudersi in un più misurato silenzio, a ovviare al precipitare di quel dialogo che, probabilmente, con una meno complice interlocutrice, sarebbe troppo facilmente scaduto in una denuncia per molestie sessuali a suo discapito, al cospetto del capitano. Tuttavia, quasi a non voler tradire la propria fama di donnaiolo, e, probabilmente, nel non riuscire fisicamente a tacere di fronte alla prospettiva di porre alla prova la propria controparte con una delle sue più vivaci fantasie notturne, Mars Rani decise alfine di rompere il silenzio e di pronunciare, con maggiore serietà possibile, i precisi termini di una fra le più colorite idee a cui avesse mai spinto il proprio intelletto, e soltanto quello, proprio malgrado, nella certezza che mai ella sarebbe stata in grado di controbattere a fronte di tanta, presunta, audacia da parte sua.
Purtroppo per lui, raramente la mercenaria aveva concesso alle proprie labbra e alla propria voce di alimentare semplice fola…

« Uhm… » esitò ella, al termine della definizione da lui propostagli, incerta su come replicare a ciò « Vorrei essere in grado di trovare il modo più delicato per dirtelo ma… ieri pomeriggio. In armeria. » comunicò alfine, in maniera più concisa possibile, piegando appena il capo di lato pronta a cogliere ogni reazione sul volto dell’altro a tale novella.
« … no… » sgranò gli occhi l’altro, senza più intento giocoso, ma soltanto animato da quanto mai sincera sorpresa e sgomento, di fronte a quell’informazione.
« Con Be’Sihl… ovviamente. » specificò, benché, in quel particolare periodo della propria esistenza, non avrebbe invero lasciato spazio a possibilità alternative rispetto a quella in tal modo sottolineata.
« … no… » insistette il primo, sempre più attonito.
« E non è stata la prima volta. » puntualizzò ella, a conclusione, nel corrispettivo di un affondo dritto al cuore, ove quello in corso, fra loro, avrebbe avuto a doversi considerare un duello ad arma bianca.
« … non ci credo… » scosse il capo Mars, rifiutando di accettare quanto da lei in tal modo argomentato.
« Se desideri gettare nel gabinetto quel poco di dignità che potrebbe esserti ancora rimasta, puoi sempre provare a chiedere a Duva. » minimizzò Midda, stringendosi fra le spalle e, in ciò, riferendosi a Duva Nebiria, il secondo in comando all’interno del loro equipaggio, nonché comproprietaria della stessa Kasta Hamina, in quanto ex-moglie del capitano Lange Rolamo « Purtroppo, nella foga, mi ero dimenticata di bloccare la porta e… beh… ha deciso di venirmi a trovare nel momento sbagliato. »

Benché ogni precedente affermazione avrebbe avuto a doversi considerare del tutto sincera e onesta, anche a costo di superare, senza il benché minimo pudore da parte sua, ogni supposto limite di decenza, proprio in quell’ultima e conclusiva asserzione ella si era voluta concedere una licenza poetica, arricchendo la narrazione degli eventi occorsi con quell’unico, erroneo dettaglio atto a rappresentare Duva qual testimone involontaria degli accadimenti: la porta dell’armeria, a dispetto di quanto da lei appena affermato, era stata infatti saldamente bloccata non appena Be’Sihl e lei ne avevano superato il confine, onde evitare, propriamente, l’eventualità di poter recare scandalo innanzi a qualche fortuito spettatore. Ciò non di meno, la donna dagli occhi color ghiaccio non aveva potuto ovviare a imporre, oltre l’inevitabile danno, anche la proverbiale beffa al povero Mars Rani, certa di quanto, in Duva, a lei più prossima di quanto non fosse stata nei precedenti trent’anni la sua stessa sorella gemella, avrebbe sempre e comunque trovato un’affidabile collaboratrice, che, a fronte di pur improbabili richieste di conferma da parte dell’uomo, avrebbe retto il suo gioco in termini tali da far passare ogni ulteriore bramosia di erotica sfida al medesimo.
O, quantomeno, così ella, per un fugace momento, si era voluta illudere di poter credere… laddove, malgrado tutto ciò, ben distante dal poter essere sopita avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la fantasia del capo tecnico, così come egli, non a proprio positivo credito, volle offrire immediata riprova, quasi a tentare di riprendersi dal duro colpo appena incassato.

« Comunque sia… dicevi sul serio prima?! » questionò, già dimentico della magra figura da lui appena compiuta su quel medesimo terreno di gioco « Intendo riferirmi al fatto di ballarmi nuda davanti… »

E, sebbene, per un lunghissimo istante Midda prese in considerazione l’idea di impegnarsi a fargli venire un infarto, nell’offrire corpo a quella sua provocatoria richiesta; viste e considerate le attuali situazioni della Kasta Hamina, ella escluse la possibilità di poter giungere a un qualche porto in assenza dell’unico responsabile della sala macchine… ragione per la quale, almeno per il momento, avrebbe dovuto evitare di assassinarlo, seppur in termini che, probabilmente, egli non avrebbe giudicato poi così negativi.

lunedì 29 dicembre 2014

2270


Lo spazio siderale.
Illimitato, forse infinito. In parte esplorato, per lo più incompreso.
Da qualcuno amato, dai più temuto. Per pochi occasione di vita... per tutti gli altri semplice certezza di morte.
Per quanto di primo acchito, a un primo impatto, a uno sguardo ancora estraneo e, invero, non desideroso di una migliore conoscenza, di un più approfondito contatto, esso sarebbe potuto apparire soltanto cupo e tenebroso, promessa, anzi garanzia, di morte e di morte orribile qual neppure al proprio peggior antagonista avrebbe avuto a volersi augurare; agli occhi di coloro i quali, altresì, sarebbero stati in grado di comprenderlo e, in ciò, di apprezzarlo, lo spazio infinito, quella sterminata distesa oscura, non avrebbe potuto sperare di essere più luminosa, più brillante, più ricolma di colori rispetto a come, da sempre e per sempre, si sarebbe mostrata, si sarebbe modestamente e timidamente rivelata essere per chi dimostratosi in grado di accoglierla, di apprezzarla, di amarla. Perché nulla di più vivo e vitale, di più energico e traboccante fiero potere, avrebbe mai potuto essere riconosciuto, avrebbe mai potuto essere obiettivamente indicato rispetto al celeste firmamento, con i suoi astri, le sue stelle sì colme di primordiale violenza dal non sapere come altro gestirla al di fuori del rigurgitarla non dissimili a infante satollo qual conseguenza di un quantitativo eccessivo di materno latte preteso più per capriccio che, effettivamente, per desio, per necessità. Astri apparentemente solitari, e pur mai tali, pur mai isolati, laddove si fosse stati in grado di espandere la propria capacità di comprensione, di apprezzamento, a una realtà più amplia, a un livello di intesa più esteso, e tale da comprendere, attorno a ognuno di quei soli, i relativi sistemi, e, ancora, le galassie e le nebulose, realtà così vaste da non permettere alcuna pur minima possibilità di intesa, di comprensione e, ciò non di meno, e, anzi, proprio in conseguenza di ciò, da porre un’aperta sfida a chiunque avesse, in tal senso, voluto impegnarsi, nel cercare di rendere proprio quanto, palesemente, di esclusivo possesso soltanto degli dei, o di qualunque altra entità superiore alla quale si avrebbe avuto desiderio di destinare il proprio Credo, le proprie speranze e, magari, le proprie preghiere, se non i propri più incontrollati e atavici timori, terrori, nel dubbio di quanto avrebbe mai potuto attendere oltre la morte, della consapevolezza che avrebbe potuto conseguire a quell’appuntamento obbligato, a quel costretto passaggio di fronte al quale nessuno avrebbe mai potuto ritrarsi, nessuno avrebbe mai potuto rifiutarsi.
Stelle, nebulose, galassie… lo spazio siderale, così immenso, illimitato, forse infinito, e ricolmo di colori, di energia, e di potere. Così tanti colori, un livello sì elevato di energia e di potere, da non poter essere neppure mantenuto imbrigliato dagli stessi astri celesti, ognuno, chi in misura maggiore, chi meno, impegnati per l’intera durata delle proprie apparentemente sempiterne esistenze, a disperdere la propria forza all’esterno, sotto forma di raggi visibili e invisibili, di radiazioni sì potenti da essere, necessariamente, letali. E, pur, sì indispensabili alla vita, a concedere il calore e la speranza necessarie per confidare in un qualunque indomani a coloro, animali o vegetali, che, in numero incommensurabile, popolavano centinaia, migliaia, milioni, miliardi di pianeti sparsi nell’intero universo, pianeti e creature i quali mai avrebbero potuto esistere in assenza di tale luce, di tale calore e della speranza di un futuro che solo attraverso l’intercessione delle stelle avrebbe potuto essere loro donato.
Se già tanto, forse e addirittura troppo, nel proprio rivelarsi, sovente, immeritato, da sempre donavano gli astri, con la propria forza, con il proprio potere, con la propria energia dispersa all’interno dello spazio siderale; tanta grazia aveva imparato a essere ulteriormente sfruttata da molte delle creature viventi per suo medesimo mezzo, incanalata al fine di rendere possibile anche l’impossibile… o, per lo meno, quanto creduto tale da coloro i quali, a tale progresso, non avevano ancora avuto la possibilità di sospingere i propri passi, i propri pensieri, le proprie fantasie. Non a tutti nell’universo, quindi, seppur già a molti, era stata garantita la possibilità di sfruttare il potere delle stelle allo scopo di estendere le proprie ambizioni, i propri sogni, le proprie speranze ben oltre ai confini propri del mondo in cui ognuno era nato e cresciuto, ben oltre ai limiti della realtà così come era stata, magari, da sempre conosciuta ai propri padri e ai propri nonni, proiettando il proprio presente, e il proprio avvenire, fra le medesime stelle, fra quegli astri così prossimi, nella propria stessa natura, agli dei. Ma coloro che erano stati in grado di carpirne i segreti, di comprenderne le possibilità, erano stati in grado di imbrigliare tanto smisurato potenziale all’interno di speciali nuclei di idrargirio, per alimentare, in sua grazia, motori sì potenti da permettere il volo attraverso lo spazio a velocità sufficienti da rendere prossimi pianeti altrimenti reciprocamente posti a distanze ineguagliabili, incommensurabile e incolmabili. E, in tutto questo, le medesime stelle che a tali creature avevano già garantito il dono della vita, avevano anche permesso di oltrepassare ogni limite, sospingersi al di là di ogni sogno, di ogni immaginazione, di ogni possibile raziocinio, alla ricerca di un più alto scopo nelle proprie esistenze e, forse, del significato intrinseco delle stesse, di un contatto con gli dei, con i creatori di tanto straordinario Creato.
A tale consapevolezza, a tale intesa nel merito dello spazio siderale e, con esso, dei viaggi interstellari al suo interno, era riuscita a spingersi la mente di Midda Bontor, donna umana, guerriera e mercenaria, nata e cresciuta su uno dei tanti mondi che, qualcuno, avrebbe arrogantemente definito attraverso l’impiego del termine primitivi e, ciò non di meno, abitati da molte, a volte troppe, straordinarie culture, così variegate, così originali nelle proprie tradizioni, nei propri usi e nei propri costumi, da risultare a propria volta un intero universo all’interno di un singolo mondo, un’intera realtà in uno spazio decisamente più ristretto e che, per questo, mai avrebbero avuto ragione di essere denigrati nell’impiego di una simile definizione.
Midda Bontor, sul proprio mondo, sulla propria terra per lei priva di un nome atto a indicarla nella propria integrità, non avendo mai avuto alcuna precedente esigenza di definire in maniera univoca qualcosa che, dal suo punto di vista, avrebbe avuto a dover essere considerato equivalente al tutto, non aveva mai voluto accontentarsi di essere una donna ordinaria: sin dalla più tenera età aveva seguito, in maniera sovente cieca e sorda, il proprio più intimo desio per la ventura, prima qual marinaio, successivamente qual avventuriera, affrontando, nel corso dei primi otto lustri della propria esistenza un numero straordinariamente elevato di battaglie, di avversari, umani e non, e portando a termine un numero ancor più sorprendente di imprese, di sfide, in quella che, in maniera più amplia, con uno sguardo più esteso, avrebbe potuto essere altresì considerata un’unica grande sfida, un’unica interminabile battaglia, in lotta contro l’intero universo animata dall’unica volontà di offrire un significato alla propria vita e, in esso, di dimostrarsi della medesima la sola e unica padrona, l’indiscussa dominatrice. Da tali imprese, molti erano i nomi per lei derivati, più famoso fra i quali Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra, che in maniera quanto più esplicita sembrava essere in grado di definirla nella propria stessa essenza; fino a giungere all’ultimo, Ucciditrice di Dei, da lei conquistato in conseguenza alla concretizzazione dell’impossibile, al conseguimento di un’impresa ben oltre ogni ipotesi di razionale accettazione, qual l’assassinio di un dio… un dio minore, come giustamente era riconosciuto Kah, e ciò non di meno un dio.
Probabilmente solo in conseguenza a una vita sì costellata di incredibili vittorie, di straordinarie imprese, Midda Bontor era stata in grado di scendere a patti con l’idea di essersi, alfine, spinta anche oltre i confini del proprio mondo, immergendosi nello spazio siderale e, alfine, ritrovandosi a essere soddisfatto membro dell’equipaggio di una piccola nave classe Libellula, la Kasta Hamina, all’interno del quale ella aveva assunto il ruolo, complice le proprie innegabilmente valide referenze, di capo della sicurezza. E, nello scendere a patti con tutto ciò, ella non aveva potuto fare a meno di intendere lo spazio siderale nei medesimi termini nei quali, in quanto figlia del mare, aveva da sempre inteso le apparentemente immense distese d’acqua dei mari del sud in mezzo alle quali era nata e cresciuta, nella piccola isola di Licsia; non riuscendo, invero, a cogliere sostanziali differenze, concrete distante fra il mare e lo spazio, e fra i sentimenti propri degli uomini, e di qualunque altra creatura, per l’uno e per l’altro, vittime, per lo più, della propria stessa ignoranza, della propria intrinseca difficoltà, a volte incapacità, ad accettare quanto apparentemente estraneo alla propria natura o, più precisamente, ai limitato concetto di realtà all’interno del quale era stata concessa occasione di nascere, crescere e vivere.
E così come, nei lunghi anni da lei trascorsi per mare, non rare, non eccezionali, erano state le occasioni nelle quali ella si era ritrovata a doversi confrontare con le difficoltà di un inconveniente, di un incidente, della rottura inattesa di una vela, di un pennone, di un albero, tali per cui il completamento di un viaggio avrebbe avuto a doversi considerare tutt’altro che ovvio, scontato; allo stesso modo sufficientemente naturale era stato per lei doversi confrontare con tale inconveniente nel momento in cui questo occorse nello spazio… benché, sicuramente, diverse e ancor meno convenienti avrebbero avuto a dover essere considerate le condizioni a margine, e, con esse, le speranze di sopravvivere a tutto ciò.

giovedì 11 dicembre 2014

2269


Conclusione.

Ebbene sì… ce l’ho fatta. E… no. Con “ce l’ho fatta” non intendo riferirmi agli eventi qui sopra narrati, quanto e piuttosto al fatto di essere stato in grado di narrarli.
Mi si voglia offrire un briciolo di comprensione: come scritto, ripetuto e ribadito più volte, l’ultima poc’anzi, io non sono uno scrittore. Non sono un cantore. Non sono un bardo. Né, obiettivamente, ho mai avuto velleità alcuna in tal senso. Di mio sono un locandiere: amo cucinare, apprezzo potermi prendere cura della mia clientela, e credo di essere sufficientemente bravo, senza falsa modestia, nel premurarmi affinché ognuno possa trascorrere una lieta serata all’interno della mia locanda, facendo tutto il possibile per provvedere alle più diverse e variegate esigenze dell’avventore di turno. A chi mi ha chiesto birra, sono sempre stato solito offrire la migliore birra di tutta Kriarya e dintorni. A chi mi ha ordinato cibo, non ho mai fatto mancare piatti tracotanti la migliore carne e le migliori verdure di tutta la provincia, consegnatemi quotidianamente da fornitori selezionati. A chi mi ha domandato compagnia, ho sempre proposto professionisti e professioniste seri e fidati, in grado di offrire piena soddisfazione a ogni genere di capriccio al giusto prezzo.
D’accordo. Non nego di non essere propriamente sempre stato un locandiere. In giovinezza, dopotutto, anch’io ho vissuto le mie avventure. Avventure che, del resto, mi hanno visto attraversare un intero continente, partendo dalla natia Shar’Tiagh, all’estremità nord orientale di Qahr, per giungere in quel di Kofreya, nell’estremo sud occidentale, là dove poi mi sono stabilito e ho avuto occasione di incontrare, per la prima volta, Midda Bontor. E, obiettivamente, al di là di anni ormai perduti nel fiume del tempo, difficile sarebbe comunque e anche ora qualificarmi ancora come locandiere, dal momento in cui la mia locanda è a… non so nemmeno immaginare, tantomeno quantificare, quanta distanza da me, affidata alle sapienti cure di una coppia di giovani che, sono certo, sapranno gestirla al meglio. E comunque meglio di quanto non potrei ora, io, presumere di poter gestire. Ciò non di meno, per quanto probabilmente la qualifica più appropriata sarebbe, anche per me, quella di avventuriero; è indubbio quanto, nel mio intimo, io mi senta ancora più prossimo al locandiere di un tempo che a una figura qual quella propria della mia amata. Locandiere o avventuriero che io abbia a dover essere indicato, comunque, certamente non sono un bardo. Né un cantore. Né uno scrittore. E se in questo esperimento mi sono lasciato coinvolgere in conseguenza all’insistenza della mia amata, desiderosa che mi potesse essere concessa l’opportunità di colmare il vuoto narrativo altrimenti relativo a quanto occorsomi durante i mesi che ci avevano visti separati; preferisco obiettivamente ovviare a ripetere nuovamente questa esperienza, anche vista la mancanza di costanza che, purtroppo, mi è stata propria, e lasciare il non semplice onere del narratore a chi, meglio di me, si è giò dimostrato capace di coprire simile ruolo.
Comunque sia andata, bene o male, disastrosamente o straordinariamente… ce l’ho fatta. E, alla fine, sono giunto alla conclusione della storia. O, quantomeno, di questa storia, in particolare. Giacché ancora molte hanno a dover essere elencate le avventure di Midda Bontor, donna guerriera e mercenaria, indubbiamente meritevoli di essere raccontate.

Midda sopravvisse.
Non che, in verità, potessero sussistere dubbi alcuni a tal riguardo, soprattutto in coloro che, prima di porre mano alla mia cronaca, hanno avuto occasione di leggere quella scritta, di proprio pugno, dalla mia amata e volta, nella propria conclusione, ad anticipare l’ovvietà intrinseca della propria stessa sopravvivenza alla presunta condanna a morte impostale, laddove, altrimenti, difficilmente sarebbe stata sua possibile prerogativa quella di redigere, ella stessa, un diario relativo alle proprie imprese, a quanto da lei compiuto.
Comunque, e a scanso di ogni possibilità di equivoco… Midda sopravvisse. E l’unica ragione che fummo in grado di argomentare a tal proposito, attorno a una tale inattesa, rivelazione, necessariamente, fu quella propria di un inganno, di una menzogna, di un tranello orchestrato, sin dall’origine, dalla trapassata signorina Calahab, la quale, evidentemente, non aveva mai messo in forse la sopravvivenza del proprio possibile investimento, preferendo soltanto lasciar intendere simile minaccia ancor prima che rischiare di attuarla concretamente. Quanto, poi, di ciò, avrebbe avuto a doversi attribuire direttamente alla volontà della stessa Milah Rica, o piuttosto della regina Anmel Mal Toise, ovunque ella fosse finita, difficile sarebbe stato comprendere o apprezzare.
A onore di cronaca, non posso ovviare a segnalare quanto, proprio a tal riguardo, il mio inquilino, Desmair, abbia proposto l’esistenza di una propria ipotesi, una propria teoria volta a definire le ragioni alla base del comportamento della propria ben poco amata figura materna. Purtroppo, però, Desmair ha il proprio carattere… e nell’essersi ritrovato intrappolato all’interno della mia mente, e, peggio ancora, lì inibito a qualunque genere di contatto con me o con il mondo esterno, per effetto del collare ideato dalla sua stessa genitrice, o chi per lei, non si è dimostrato sufficientemente collaborativo dal voler condividere, realmente, con noi, o anche soltanto con me, simile teorema. Implicito, in queste mie ultime parole, ha da considerarsi quanto, come probabilmente avrebbe potuto essere facilmente prevedibile, Midda Bontor, gratificata dalla scoperta della propria mantenuta esistenza in vita, non si volle premurare allo scopo di permettere la rimozione, dal mio collo, del dispositivo lì impostomi durante il periodo di prigionia all’interno della torre della famiglia Calahab… al contrario!
Non meno lieta, in ciò, rispetto al potersi riconoscere sopravvissuta a un’ipotetica condanna a morte, la mia amata ebbe immediatamente a propormi il mantenimento di tale, non propriamente comodo, ornamento, per poterci, almeno temporaneamente, liberare della scomoda presenza del mio ospite, nonché suo sposo, e riconquistare l’intimità che, già da troppo tempo, ci stava venendo negata. Una proposta, la sua, che si potrà banalmente comprendere venne, da me, immediatamente accettata; laddove, per quanto spiacevole avrebbe avuto a doversi considerare il ricordo di quei mesi di prigionia, con ogni annesso e connesso, ancor più spiacevole sarebbe stata la prospettiva di dover ricondurre, nuovamente, il nostro rapporto a una sfera puramente psicologica, abbandonando l’indubbiamente piacevole, estasiante, inebriante e, perché negarlo?, assuefacente sfera fisica in quelle stesse ore appena riscoperta. Lasciato quindi analizzare il collare tanto al buon medico di bordo, quanto al capo tecnico, al fine di verificare ogni annesso e connesso collegato all’idea di mantenere in funzione tale dispositivo, e verificato quanto, con buona pace dello stesso Desmair, apparentemente simile collare avrebbe avuto a doversi considerare più un dono che un dolo; sostanzialmente retorica fu la scelta volta ad aggiungere il medesimo al mio… equipaggiamento di base, quasi un nuovo dorato ornamento shar’tiagho volto a rendere omaggio a qualche dio.
Un dio tecnologico, in quello specifico contesto, in sola grazia e lode al quale mi stava lì venendo concessa e garantita la possibilità di riprendere a vivere un rapporto pieno e completo con la mia amata, con la donna per la quale avevo accettato di abbandonare non soltanto quella che, da sempre, era stata la mia vita quotidiana ma, ancor più, con essa, tutto il mio intero mondo, tutto ciò che, sin dal mio primo respiro, avevo mai avuto occasione di conoscere e comprendere, in favore di una consapevolezza sicuramente più amplia sul Creato ma, non per questo, necessariamente più piacevole o più semplice da accettare e digerire.

E, così, eccoci giunti alla fine dell’inizio. A una fine contraddistinta dal sapore proprio di un inizio e che, qualcuno, avrebbe potuto considerare equivalente al medesimo punto da cui tutto aveva avuto inizio, benché, obiettivamente, nulla avrebbe potuto essere considerato realmente eguale. Perché se pur qualcosa doveva ancora essere completato, restando immutato, qualcos’altro era cambiato. E qualcosa di vecchio era stato perduto nel mentre in cui qualcos’altro di nuovo era stato trovato.
Anmel Mal Toise, la regina immortale, l’Oscura Mietitrice, il principio stesso di morte e distruzione di tutto il Creato, era ancora in libertà, esattamente così come quando ci era sfuggita al termine dell’ultima grande battaglia sul nostro mondo, e, ancora, non avevamo la benché minima idea di dove avremmo potuto rintracciarla, né, tantomeno, di come avremmo mai potuto fermarla, arrestarla, sconfiggerla definitivamente. Al contrario, in quanto accaduto su Loicare, in quanto occorso in quei primi mesi, avevamo avuto nuova riprova di quanto pericolosa ella avrebbe avuto a doversi riconoscere, nell’essere stata capace, meglio di noi, di riadattarsi rapidamente a quella nuova realtà e di trovare, in essa, nuove occasioni di potere, nuovi metodi per rendere la nostra missione tutt’altro che agevole, primo fra tutti la creazione di un fittizio passato per la mia amata, sua antagonista e nemesi, tale da spingerle contro un intero pianeta con maggiore efficacia rispetto a quanto mai non poteva essere stata capace di ipotizzare di compiere neppure la sua stessa gemella, Nissa Bontor, nell’agire con il volto, le fattezze, la voce, il portamento della sorella, all’unico scopo di screditarne il nome e la fama.
Ciò non di meno, benché l’obiettivo principale del nostro viaggio attraverso l’universo intero avrebbe avuto a doversi considerare ancora ben lontano dal raggiungere una qualsiasi possibilità di compimento, Midda e io non avremmo avuto a poter essere considerati al medesimo punto di qualche mese prima. 
Midda aveva ottenuto un più che valido rimpiazzo per il nero arto dai rossi riflessi che per quasi un ventennio aveva accompagnato le sue gesta, qual surrogato del destro braccio perduto in gioventù. E per quanto, ancora, il bracciale dorato in grazia al quale avrebbe potuto isolarsi dal vincolo esistente con il suo sposo Desmair fosse ancora perduto, e probabilmente destinato a restare tale, almeno la sua amata spada bastarda era stata ritrovata, andando ad affiancare un sempre più amplio arsenale di nuove armi con le quali non si sarebbe mai lasciata mancare occasione di maturare confidenza.
Io, dal canto mio, per quanto ancora a mia volta intimamente connesso a Desmair, avevo alfine guadagnato l’occasione di potermi considerare nuovamente qual il solo padrone della mia mente e del mio corpo, così come da troppo tempo, ormai, non mi era stata più concessa la benché minima possibilità. E sebbene mi sarei dovuto considerare privato del ruolo che, per anni, mi aveva contraddistinto all’interno della società, nonché della vita della mia stessa amata, quello di locandiere, ciò non di meno mi ero già riservato opportunità di dimostrare quanto, comunque, sarei stato pronto a rimettermi in gioco in ogni momento, venendo a patti, necessariamente, con quelle regole completamente nuove e, in parte, ancora da scoprire.
Ed entrambi, particolare ancor più importante rispetto a ogni altra banalità, necessariamente tale a confronto con ciò, non avremmo più potuto considerarci stranieri in terra straniera, soli in un mondo a noi sconosciuto e alieno. Giacché se il mondo attorno a noi, ancora per qualche tempo, sarebbe comunque rimasto alieno, a bordo della Kasta Hamina ci stava venendo concessa l’occasione di essere parte di qualcosa. Di un equipaggio. Di una famiglia.
Un equipaggio, una famiglia. Obiettivamente: cos’altro avremmo potuto, di più, domandare agli dei…?

martedì 9 dicembre 2014

2268


Or… prego chiunque avrà occasione di porre mani su questo manoscritto, di volersi sforzare a comprendere quanto avvenne, senza spendersi in troppo facili giudizi.
Se questa non fosse mera cronaca di eventi già occorsi, come più volte ripetuto e ribadito, nel timore che, quanto qui esposto, quanto qui narrato, potesse assumere il sapore proprio del frutto della mia immaginazione e di un evidentemente scarso talento scrittorio, reso, ove possibile, ancor peggiore nella propria resa finale, nel proprio risultato, dai lunghi intervalli occorsi fra un capitolo e il successivo, fra l’occasione di una parziale stesura e la seguente; probabilmente la scelta compiuta, in quel particolare e tragico momento, dalla mia amata avrebbe a doversi qui condannare qual del tutto fuori luogo, qual una decisione estranea a quanto altresì narrato sino a ora, e, in questo, addirittura lesiva nel confronto con il senso del dramma, con le emozioni, che le ultime ore della vita di una persona dovrebbero trasmettere. Insomma… nulla di più, e nulla di meno, che l’ennesima conferma di quanto soltanto pessima avrebbe a dover esser giudicata l’opera dell’autore. Ciò non di meno, per quanto in alcun modo io abbia a voler ora difendere la mia prosa, altresì solennemente impegnandomi affinché questo mio primo, costretto, esperimento di cronaca non abbia a ripetersi ulteriormente in futuro; ancora una volta non posso evitar di ribadire quanto nulla di tutto questo, alcuno fra gli eventi qui raccolti, abbia a potersi considerare adulterato nella propria veridicità, motivo per il quale, anche in questo frangente, anche in questa, per qualcuno probabilmente giudicabile grottesca, conclusione, null’altro di quanto qui riportato avvenne.
E così, per quanto allora non venne meno, né altrimenti avrebbe potuto essere, neppure per un solo istante, la consapevolezza della fine imminente, della tragica conclusione che ci stava attendendo ineluttabile e, ormai, certa, dietro l’angolo; la mia adorata Midda Bontor volle dimostrarsi, fino all’ultimo, fedele a se stessa. Motivo per il quale, al contrario di quanto i più potrebbero credere, riservandosi un approccio superficiale alla questione e, soprattutto, alla protagonista della medesima, ella volle negarsi la possibilità di cedere alla rassegnazione della condannata, all’apatia della moritura, in favore di un ultimo inno alla vita, e, con esso, della possibilità di trascorrere le proprie ipotetiche ultime ore non nel rimpianto per ciò che non avrebbe più avuto, quanto nel palese, e incontrovertibile, impegno a cogliere tutte le occasioni ancora concessele per vivere la propria vita…
… finanche concentrando tutto il proprio interesse, e tutte le proprie energie, in quella che, per quanto ci stava venendo concessa occasione di presumere, sarebbe stata la nostra ultima opportunità di intimità; allorché premurarsi di innalzare, con le proprie mani, la sua stessa pira funebre.

« Sei sicura di voler trascorrere così le tue ultime ore di vita…?! » le avevo domandato, nel mentre in cui mi ero ritrovato a essere trascinato, quasi di prepotenza, entro il suo alloggio a bordo della Kasta Hamina, verso una cuccetta non particolarmente spaziosa, e, ciò non di meno, neppur più piccola di spazi in cui già, in passato, avevamo giaciuto insieme, con reciproca soddisfazione e appagamento « Forse c’è ancora speranza… forse potremmo riuscire a trovare una cura… »
« Be’Sihl… » aveva sussurrato per tutta risposta, premendo le sue morbide labbra contro le mie, in un nuovo, appassionato bacio nel quale impormi occasione di silenzio « Tu più di chiunque altro dovresti renderti conto di quanto io abbia trascorso la mia intera esistenza a prepararmi per il giorno in cui mi sarei ritrovata costretta ad ascendere al cospetto di Thyres, signora di tutti i mari. E dal momento in cui, alla morte, avrò a dover dedicare il resto dell’eternità; per queste ultime ore preferirei preoccuparmi soltanto della vita… e della possibilità di viverla, per quanto ancora mi sarà concessa occasione, insieme a te. »

Così dicendo, forse senza neppure rendersene conto, ella mi aveva già sollevato, di peso, per mezzo del proprio riattivato braccio destro, e mi aveva spinto a sdraiarmi, supino e sotto di lei, altresì prona, sul giaciglio lì riservatoci, a dimostrazione di quanto, allora, difficilmente avrebbe potuto considerarsi meno che assolutamente sicura di quanto, in quelle ultime ore di vita, bramasse consumare, nonché del modo in cui, entro quelle strette pareti, avrebbe desiderato attendere, insieme a me, il momento del proprio ultimo respiro. E benché, una parte di me, del mio cuore e della mia mente, non avrebbero potuto evitare di insistere sul pensiero di quanto, forse, sarebbe stato più opportuno investire il tempo rimastoci in altro modo, lottando probabilmente vanamente nella ricerca di una cura che, a quel punto, avrebbe avuto comunque a doversi considerare irraggiungibile; un’altra parte, predominante, non riuscì a offrirle ragione di torto e, soprattutto, non seppe sottrarsi al richiamo di quelle membra, di quelle forme, di quel calore, che da troppo tempo mi era stato negato e il quale, presto, mi sarebbe stato definitivamente sottratto.

« Vacci piano… » le avevo quindi sorriso, quasi un dolce rimprovero per l’impiego tanto irruento del suo braccio, laddove, pur, nessun danno mi aveva fortunatamente arrecato.
« Purtroppo per te, non credo di potermi riservare l’opportunità di andarci piano… » aveva replicato, nel contempo preciso in cui, a ulteriore dimostrazione di tale teoria, aveva allora mosso sempre la propria destra agli abiti che, in quel momento, ne coprivano le forme, soltanto per strapparli, letteralmente, dal proprio busto, dalla propria vita e dai propri fianchi, per offrirsi, subitaneamente, nuda al mio cospetto, desiderosa soltanto di amarci e di amarci senza alcun freno, senza alcuna inibizione, non che in passato vi fossero mai state fra noi, ma alimentati, ancor più, dalla consapevolezza di quanto non ci sarebbe stata riservata ulteriore possibilità di godere di tutto quello.

Così ci amammo.
E soltanto gli dei possono essermi testimoni, in tutto ciò, di quanto mai amor ebbe a dimostrarsi più appassionato, più ardente, più sfrenato e, necessariamente, disperato, di quello, nella neppur tacita, reciproca consapevolezza di quanto alcuna requie ci avrebbe dovuto essere lì concessa, alcun momento di respiro ci sarebbe dovuto essere lì riservato, alcuna energia avrebbe, in tutto ciò, dovuto essere risparmiata, giacché a nulla, ancora, sarebbe poi servita.
Per ore, entro i confini di quella stanza, ci amammo.
E se, almeno in principio, alla stretta cuccetta venne riservato il compito di accoglierci, alla fine, all’ultimo, entrambi crollammo sul pavimento, sul fronte addirittura opposto a quello inizialmente concessoci, nel non aver risparmiato alcun angolo di quell’ambiente, di quell’improvvisata alcova, al nostro amore, alla nostra passione. Un termine, quello da me appena scelto per indicare il nostro, finale, arrivo al suolo, non casuale, non improvvisato, quanto e piuttosto indicativo di quanto avvenne: giacché, dopo ore di attività sessuale, a tratti frenetica, a tratti dolce, a volte addirittura violenta, altre delicata, e pur sempre complice, pur sempre in completa e assoluta armonia, alfine le forze vennero meno a entrambi, e null’altro che l’oblio del sonno poté esserci imposto… un sonno nel quale, forse, tentammo entrambi di negare ogni ansia, ogni paura, ogni terrore che, malgrado tutto, avrebbe ancor dovuto coglierci, e al quale pur, come conseguenza di quanto riservatoci in quell’ultimo frangente, non avremmo potuto dedicare alcuna energia, neppure volendo.
Per ore ci amammo.
E per altre ore, dopo di ciò, riposammo l’uno nelle braccia dell’altra stesi su quel pavimento. Ore nel corso delle quali, nell’inconsapevolezza, nell’incoscienza di quel volontario oblio, avrei dovuto essere separato, per sempre, dalla mia adorata. E ore, al contrario, al termine delle quali venni allor risvegliato dal più gioioso bacio che mai, prima d’allora, Midda aveva avuto tanto concreta ragione di concedermi, quasi strappandomi l’aria dai polmoni, in ciò, ma, contemporaneamente, offrendomi palese dimostrazione di un’imprevedibile, ma quanto mai apprezzata, realtà.

« Sono viva! »

lunedì 17 novembre 2014

2267


« Dottore… » prese immediatamente voce il capitano, che riconobbi immediatamente nel proprio ruolo anche in conseguenza al carisma che ebbe a porre in quell’invocazione, in quel preludio a un secco ordine atto a non concedersi, e a non concedere ad alcuno al proprio comando, possibilità di lasciarsi dominare dalla disperazione per quella che pur, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una situazione disperata « Mi dica, la prego, che è stato in grado di raggiungere un qualunque genere di risultato nelle analisi degli esami compiuti sul nostro ufficiale tattico. »

Indubbiamente apprezzabile, in quel momento, non ebbe semplicemente a dover essere considerato l’impegno che, malgrado tutto, Lange Rolamo volle imporsi nella ricerca di un’alternativa, di una qualunque soluzione, pur non sperata e, forse, neppur sperabile, alla crisi che stava coinvolgendo il proprio equipaggio; quanto e ancor più il suo impegno a voler riconoscere, al di là di ogni evento pregresso, e di ogni proprio probabilmente ancor non dissipato dubbio, il ruolo di Midda Bontor all’interno del medesimo proprio equipaggio, non considerandola qual una semplice ospite, o, peggio, una fonte di problemi, qual pur avrebbe avuto probabilmente ragione di giudicare, quanto e piuttosto una propria alleata, una propria compagna, una propria sorella. Un’alleata, una compagna e una sorella per sostenere la quale era stato pronto a mettere in forse la sopravvivenza del resto del proprio equipaggio, nel corso dell’attacco, appena conclusosi, alla torre dei Calahab; e un’alleata, una compagna e una sorella per tutelare la sopravvivenza della quale, certamente, non si sarebbe ancor arreso, non avrebbe ancor smesso di combattere… non fino a quando, a lei, così come a lui, sarebbe ancor rimasto un alito di vita in corpo.
E per quanto, quello stesso frangente, avrebbe avuto a doversi riconoscere, per il sottoscritto, qual il primo istante nel quale mi fu concessa occasione di confronto con l’intero equipaggio della Kasta Hamina, e con il suo comandante; null’altro mi fu necessario conoscere, apprendere, domandare, per avvertire, dal profondo del cuore, un sincero sentimento di cameratismo nei loro confronti. Una fiducia, una stima, una fedeltà, quelle che ebbero a sorgere dal mio intimo, che avrebbero avuto a dover essere argomentate, nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni, non qual semplice, e pur doverosa, gratitudine per avermi tratto in salvo dalla prigionia entro la quale ero stato segregato per non avrei saputo definire quanto tempo; ma ancor più, ancor maggiormente, per quella straordinaria reazione di rifiuto nei confronti del fato, ipoteticamente segnato, della mia amata, e per l’intento, quanto mai sincero, volto a compiere tutto quanto possibile, e ancor più, allo scopo di garantirle ancora un nuovo domani, ancora una nuova alba.
Purtroppo, quello slancio di apparente riscossa, di speranzosa brama di futuro, ebbe spiacevolmente a scontrarsi con la mesta realtà derivante dall’assenza di qualunque positivo aggiornamento a opera del medico di bordo…

« Mi spiace… » scosse il capo Roro Ce’Shenn, dimostrando sul proprio grinzoso viso tutto il concreto, reale e palpabile risentimento a proprio stesso discapito per non essere, in quel frangente, in grado di riservarci la risposta positiva che tutti stavamo allor attendendo, nella quale tutti stavamo, forse stolidamente, confidando « Per quanto stia cercando di vagliare ogni possibile mezzo d’indagine, non ho ancora raggiunto alcun risultato utile a comprendere quale genere di minaccia stia gravando sulla nostra compagna. » asserì, con tono penitente, volto a chiedere perdono per quello che, allora, stava avvertendo completamente quale un proprio fallimento « Ovviamente continuerò senza tregua a cercare di ottenere qualcosa… qualunque cosa. Ma… temo di non essere in grado di garantire alcun risultato. »

Solo un breve istante di silenzio seguì quella che, in tal modo, parve volersi definire qual una sentenza di morte a discapito della mia amata. Un breve istante di silenzio che fu, ancora, interrotto dalla voce del capitano, il quale, nuovamente, non parve volersi concedere possibilità di resa alcuna. Né, tantomeno, ne avrebbe concessa a chiunque altro fra noi.

« Abbiamo poco meno di otto ore. » ricordò, facendo proprio un tono di voce tutt’altro che equivocabile con intenti di resa, ben lontano dal potersi riconoscere qual trasparente di un desiderio di rassegnazione di fronte a quanto, istante dopo istante, sempre più tragicamente giudicabile qual irreversibile, improcrastinabile, qual solo la morte, da sempre, era stata universalmente in grado di apparire, al di là di qualunque differenza culturale, di qualunque distanza tecnologica o quant’altro « E per quanto mi concerne, non è mia intenzione attendere la fine di questo conto alla rovescia in quieta e rassegnata contemplazione del Fato e dei suoi risvolti più cupi, più oscuri. »
« Ben detto. » approvò Duva, rivolgendo verso l’ex-marito uno sguardo straordinariamente colpo di gratitudine tale da rendere difficile escludere quanto, in tal sentimento, non ne avesse allora a celarsi anche un altro più profondo, un amore probabilmente fra loro mai sopito e pur, malgrado tutto, razionalmente rinnegato nel confronto con due concezioni, due sguardi sulla realtà fra loro troppo estranei « Nessuno di noi ha intenzione di arrendersi, Midda… nessuno di noi si arrenderà. E qualunque cosa ti abbia iniettato quella cagna, stai certa che ne verremo a capo. »

Seguendo l’esempio del proprio capitano, e dopo di lui del secondo in comando, tutti si impegnarono, in rapida successione, in quello che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a potersi considerare nulla di meno di un vero e proprio voto espresso in direzione della loro nuova compagna, della loro nuova sorella, di fronte alla prematura dipartita della quale mai si sarebbero concessi occasione di resa.
E se non uno fra coloro lì presenti si riservò possibilità di sottrarsi a quell’importante, quella significativa dichiarazione d’intenti, volta a sancire, al di là di ogni incertezza, quanto Midda, pur ancor per molti, troppi versi estranea quanto me a bordo di quella nave, fosse stata ciò non di meno accettata da tutti qual membro di quella famiglia; una voce ebbe pur occasione di sollevarsi in contrasto a tutto ciò, in netta negazione della prospettiva di trascorrere quelle ultime otto ore, o meno, in una nuova, adrenalinica battaglia contro un nemico purtroppo invisibile, impalpabile e, in questo, probabilmente invulnerabile. Una voce che non avrebbe avuto a doversi attribuire ad alcuno dei membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, né tantomeno al sottoscritto… e che, nell’assenza di una qualche particolare sovrabbondanza di attori lì presenti, facile può avere a intendersi, pertanto, qual quella della stessa donna guerriero per salvare la quale tutti sarebbero stati pronti a compiere il possibile e, forse, anche l’impossibile.

« Vi ringrazio… ma no grazie. » intervenne, concedendo alle estremità delle proprie carnose labbra di incresparsi leggermente, in un tenue sorriso probabilmente animato anche da un certo imbarazzo per quanto appena occorso e, ancor più, per quanto, lì, ella stava ritrovandosi costretta ad asserire « Il tempo a nostra disposizione è scaduto… e, sinceramente, non intendo spendere queste ultime ore di vita a inseguire una chimera. Ne ho già inseguite troppe nella mia vita. Letteralmente. » si riservò occasione di ironizzare, in un riferimento che pur, allora, probabilmente ebbi occasione di cogliere soltanto io.
« Ma… Midda! » tentò di protestare Lys’sh, sgranando gli occhi verso di lei.
« Non puoi dire davvero! » insistette Duva, non meno sconvolta all’idea, rispetto all’ofidiana.
« Posso. E lo dico. » confermò la prima, con tono fermo e controllato nel comunicare la propria decisione « E dal momento in cui, a tutti gli effetti, ho a dovermi ritenere una condannata a morte; preferirei quantomeno concedermi un ultimo momento di intimità con il mio compagno. » comunicò, volgendo uno sguardo carico di sentimento sincero nei miei confronti, lasciando appoggiare contro una parete la propria lama, solo per avere la possibilità di sollevare la mancina verso di me, a invitarmi a lei… un invito innanzi al quale non esitai a offrirmi, al di là della disperazione crescente nel mio cuore all’idea dell’ineluttabile.
« Mars… per cortesia. » richiese ella alfine, in direzione del capo tecnico, nel mentre in cui già i nostri corpi di stringevano in un dolce abbraccio « Credi di poter riavviare, in tempi brevi, la mia protesi e il congegno che Anmel ha posto attorno al collo di Be’Sihl…? »

martedì 4 novembre 2014

2266


Non sono in grado, ora, di fornirvi il numero preciso di cadaveri con i quali l’allor improvvisata coppia formata da Midda e da Desmair si premurò di decorare il percorso verso l’uscita.
Non che, probabilmente, Midda, in autonomia, ne avrebbe falciati in numero inferiore, considerando, fra l’altro, la non secondaria riunificazione fra lei e la spada dalla quale troppo a lungo era stata separata… ciò non di meno, qualcosa, nel riportare memoria di tali accadimenti, mi spinge a pensare che, almeno in parte, una quota di tali uccisioni ebbe lì a imputarsi più alla ricerca di una qualsivoglia occasione di sfogo per la mia amata, ancor prima che per un reale intento assassino nei loro riguardi. Uno sfogo, nella fattispecie, in tutto e per tutto conseguente alla tutt’altro che poco ingombrante presenza di Desmair al suo fianco. Presenza di fronte alla quale avrebbe avuto, volente o meno, a doversi sforzare di offrire buon viso… e che pur, inevitabilmente, non sarebbe mai riuscita realmente a digerire. Né ne avrebbe avuto interesse alcuno, neppur in nome di un qualche bene superiore.
In merito, poi, a coloro i quali si ritrovarono a essere giustiziati a opera dei miei gesti, seppur non propriamente miei, invece non avverto ragione utile a riservarmi dubbi di sorta: l’unico rimorso che il semidio dentro la mia testa ebbe a riservarsi, fu quello di non potersi riservare maggiore tempo da spendere in favore di quella carneficina, in un ritrovato piacere per la lotta che ebbe modo, a dir poco, di esaltarlo. Impossibile, del resto, stimare l’ammontare preciso dei secoli nel corso dei quali egli era stato esiliato dalla nostra dimensione, dal nostro universo, per ritrovarsi a essere rinchiuso nella prigione per lui eretta per esplicita richiesta della sua stessa madre, là segregato lontano da tutto e da tutti e, in ciò, costretto a riservarsi qual proprio unico tramite di contatto con il mondo esterno, con il mondo reale, quello concessogli dagli spettri al suo servizio, al suo comando. Spiriti che, alla fine, in maniera naturale e spontanea, erano divenuti, per lui, l’unico mezzo utile per interagire con chiunque, con qualunque cosa. Ritrovarsi, pertanto e in quel momento, privo di ogni supporto dalle proprie armate e costretto, straordinariamente, a dover difendere la propria… la nostra esistenza in vita a colpi di spada, non avrebbe potuto evitare di imporsi, a confronto con il suo cuore come un’esperienza a dir poco galvanizzante, inebriante, addirittura assuefacente, in misura utile a restituirgli, o probabilmente a donargli per la prima volta, consapevolezza dell’effettivo senso di un’esistenza mortale e, quindi, a entusiasmarlo per tutto ciò.
Totalizzando, comunque, in parte l’uno, in parte l’altra, un conteggio utile a negarci qualsivoglia prospettiva di successiva benevolenza da parte di coloro lì al servizio della famiglia Calahab, non che, fino ad allora, ce ne fosse stata riservata alcuna; Midda e Desmair, con al seguito, necessariamente, anche la sempre più taciturna Lys’sh, resa tale da ovvie motivazioni, riuscirono alfine a conquistare l’obiettivo prefissosi e, riversandosi in strada, ebbero allora a dover fare i conti con gli abitanti di una città che, attorno a loro, non aveva maturato particolare coscienza di poco o nulla nel merito di quanto, al di sopra delle proprie teste, stava accadendo… per nostra, incontrovertibile, fortuna. Se soltanto, infatti, al di fuori del grattacielo da noi preso d’assalto fosse trapelata la benché minima percezione di quanto, al suo interno, stesse accadendo, non semplicemente difficile, ma assolutamente improponibile sarebbe allor divenuto, per tutti i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina lì impegnati in quell’azione di guerriglia urbana, riuscire a riservarsi una benché minima speranza di salvezza; nel doverci ritrovare, disperatamente, costretti a dichiarare battaglia non soltanto agli scagnozzi della famiglia Calahab, ma anche, e peggio, a tutte le forze dell’ordine che lì sarebbero accorse, nel confronto con le quali meno ovvia, banale o scontata avrebbe avuto a doversi giudicare la nostra vittoria.
Probabilmente, tuttavia, la questione avrebbe avuto a doversi interpretare alla luce di una chiave leggermente più profonda della mera fortuna, volgendo allor riferimento, nel dettaglio, proprio alla particolare situazione politica caratteristica dei rapporti fra l’autorità costituita dell’omni-governo di Loicare e l’organizzazione criminale facente riferimento alla stessa famiglia Calahab. Per quanto, infatti, non potemmo, e non potremo, mai riservarci opportunità di conferma concreta in tal senso, sarei anche ora pronto a scommettere la mia metà di proprietà della locanda, che possiedo in condivisione con Midda, in favore dell’ipotesi che l’omni-governo, e tutte le forze a esso collegate, si riservò piena coscienza di quanto, entro quelle mura, stesse accadendo, voltando, tuttavia e metaforicamente, lo sguardo da un’altra parte, nella speranza che, qual conseguenza degli eventi di quello stesso giorno, l’impero eretto dai Calahab potesse essere, finalmente, distrutto. Così come, dopotutto, avvenne, dal momento in cui l’ultima erede dei Calahab, Milah Rica, si era riservata la spiacevole opportunità di entrare nel lungo annovero di ex-collaboratrici, e poi vittime, della regina Anmel Mal Toise.
Che, allora, ci potemmo riservare occasione di fuga per mera fortuna, o per una tacita complicità da parte dello stesso omni-governo che, all’arrivo di Midda e mio su Loicare, non aveva avuto occasione di accoglierci propriamente a braccia aperte… poco o nulla ha ormai valore. Quanto conta, e quanto allora ebbe ragione di interessarci, fu l’opportunità di porci in salvo. E di ritrovarci, di lì a meno di due ore dopo, nuovamente in orbita, al sicuro entro il ventre della Kasta Hamina.

Permettetemi, ora, di trascurare, da questa mia già eccessivamente prolungatasi cronaca, tutte le banalità e le ovvietà relative al passaggio di consegne, del mio corpo, fra Desmair e il sottoscritto. O, parimenti, delle mie reazioni iniziali innanzi allo spettacolo, per me ancor impensabile, ancor inconcepibile, rappresentato da quella nave mercantile di classe libellula, probabilmente priva di particolare valore, di concreta importanza innanzi agli sguardi di chi abituato a una tale realtà e, altresì, straordinaria e sconvolgente innanzi al giudizio di chi, come me, giunto da un mondo scevro da ogni genere di tecnologia.
Invero, a voler spendere parole attorno a tali digressioni, avrei occasione di occupare ancora molte pagine, in quello che potrebbe persino assumere la connotazione di un trattato, per lo meno nella propria seconda tematica. Ciò non di meno, quanto credo abbia a essere più importante e rilevante, è ciò che, al di là di tutto il rumore a margine, ebbe allora a interessare maggiormente tanto il sottoscritto, quanto l’intero equipaggio della Kasta Hamina, sin dal primo passo che ci riservammo occasione di compiere a bordo della nave… anzi… ancor prima a bordo della navetta che ci permise di lasciare il pianeta e riconquistare l’orbita del medesimo e la nave lassù ormeggiata, se mi concedete l’improprio impiego di tale termine. Un tema, un argomento, un interrogativo, nella fattispecie, che ebbe a essere formulato per voce dello stesso primo ufficiale di quell’equipaggio, persino in anticipo rispetto alla riconsegna, a Midda e a me, di traduttori funzionanti.
Ragione per la quale, necessariamente, dovette poi essere ripetuto. E ragione per la quale non mancò di esserlo, con foga trasparente di un sentimento incontrovertibilmente sincero… e un sentimento carico di affetto, di premura e di timore per la replica che, a tale questione, avrebbe potuto seguire.

« Quindi…? Avete trovato l’antidoto?! » incalzò Duva Nebiria, non appena ne ebbe la possibilità, rivolgendosi direttamente in direzione di colei che, per prima, avrebbe dovuto riservarsi interesse a tal riguardo, laddove la propria stessa sopravvivenza, altresì, avrebbe avuto a doversi ricordare qual posta in serio dubbio, in terrificante forse.
« Preferisci una risposta sgradevole ma sincera oppure una replica speranzosa ma del tutto priva di fondamento?... » sospirò la mia amata, offrendo un sorriso che si sforzò di concedere alla propria interlocutrice un fugace spiraglio di ironia, di giuoco, di scherzo, e che pur, nell’argomento affrontato, non parve essere in grado di animarsi dell’opportuno entusiasmo, di un’effettiva vivacità, tale da risultare convincente, credibile nel proprio intento.

E se giocoso ebbe a doversi descrivere il tentativo di lei per concedere, al dramma di quel momento, un’evoluzione rivolta alla commedia, quasi a banalizzare il destino di morte in tal modo impostole, impossibile fu per chiunque fa i presenti non avvertire la cupa ombra della tragedia stendersi su tutti noi, innanzi all’idea di quanto, ormai, apparentemente e irrevocabilmente inevitabile.

lunedì 3 novembre 2014

2265


« Thyres! » gemette la mia amata, a denti stretti.

Fra i tanti tratti caratterizzanti la non semplice personalità di Desmair, uno fra i primi che Midda, a proprie spese, aveva imparato a conoscere, e a disprezzare, avrebbe avuto senza ombra di dubbio alcuno quello relativo alla sua più completa indisposizione a concedere l’ultima parola… non che, in tal senso, la mia amata si sia mai dimostrata contraddistinta da particolare generosità.
Figlio di un dio, minore certo e, ciò non di meno, sempre un dio, nonché di una regina shar’tiagha, a sua volta progenie dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh; a voler peccare di eccessiva precisione, una certa arroganza di fondo da parte sua avrebbe, invero, potuto anche essere giustificata e compresa, per quanto, ovviamente, difficilmente accettata e, ancor più faticosamente, tollerata. In verità, addirittura, nel voler ricordare come la donna guerriero avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la sua novecento undicesima sposa, già estremamente ampio, insolitamente importante, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto lo spazio di manovra che egli aveva accettato di concederle… non per propria concreta e volontaria decisione ovviamente, e pur, ciò nonostante, concederle qual tributo alla straordinarietà da lei stessa, incontrovertibilmente, incarnata in ogni singolo gesto, azione, pensiero o parola. Che a confronto con l’animo non meno orgoglioso di Midda Bontor, tuttavia, simile, minimale, concessione, potesse essere considerata qual sufficiente, soltanto follia avrebbe avuto a dover essere considerata: una follia della quale, ineluttabilmente, ella non si sarebbe mai volontariamente mostrata complice, né, tantomeno, avrebbe offerto riprova di voler quietamente tollerare.
Insomma… un matrimonio tutt’altro che desiderato o apprezzato, da ambo le parti, per di più contraddistinto, nelle proprie medesime parti, da due caratteri che improbabilmente avrebbero potuto trovare una qualsivoglia opportunità di reciproca sopportazione, proponendosi, al contempo, indubbiamente antitetici e, ciò non di meno, terribilmente assimilabili.
Fu l’ennesimo intervento, incomprensibile e incompreso, da parte di Lys’sh a costringere tutti a ritrovare il giusto confronto con le reali priorità e, in particolare, con l’urgenza di abbandonare, quanto prima, quell’edificio, non potendoci permettere di lasciarci ritrovare ancora al suo interno nel momento stesso in cui le conseguenze dell’impiego del bagatto fossero state sanate, e il vantaggio per noi derivante dalle medesime si fosse, irrimediabilmente, dissolto.

Un intervento che, al di là di tutti i naturali, e, all’epoca, insormontabili, ostacoli linguistici, ebbe ciò non di meno occasione di risultare incontrovertibilmente chiaro nel proprio significato, traducendosi in un estremamente efficace: « Smettetela con queste inutili ciance e preoccupatevi soltanto di portare la pelle in salvo! »
« Non avrei saputo dirlo meglio, sorella… qualunque cosa tu abbia appena detto! » dichiarò Desmair, attraverso le mie labbra, probabilmente nel desiderio di dimostrarsi allor animato da una volontà volta alla collaborazione, alla cooperazione, e, ciò non di meno, non riuscendo a negare, alle proprie parole, un forse irrinunciabile sarcasmo di fondo che, prontamente, venne intercettato dalla mia amata, incapace, a propria volta, a riconoscergli qualunque genere di libertà, fosse anche, semplicemente, di natura verbale.
« Non è tua sorella… » sancì, costringendosi, poi, a tacere e a impedirsi, in tal modo, di alimentare, ulteriormente, quell’inutile diatriba… inutile, soprattutto nell’aver, comunque, colto il messaggio che Lys’sh si era voluta appena sforzare di condividere con entrambi, l’impegno della quale, altresì, avrebbe spiacevolmente vanificato senza, invero, alcuna reale motivazione utile in tal senso.
« Giusto… » annuì l’altro, non rifiutandosi, ancora una volta, di ricercare l’occasione dell’ultima parola « E, pertanto, non ci potrebbe essere nulla di male, per me e per lei, a concederci un’occasione di intimità. Concordi?! » obiettò, in quella che avrebbe potuto considerarsi una gratuita provocazione alla propria sposa e che, ciò non di meno, non avrebbe avuto a doversi banalizzare semplicemente qual tale… non a confronto con l’insolito, ma non per questo meno conturbante, fascino esotico intrinseco in quella giovane donna serpente.

Sia chiaro: non avrei mai potuto, né mai potrei, riservarmi dubbio alcuno nel merito del fatto che Midda, al di là della distanza che aveva imposto fra noi, non avrebbe potuto, né mai potrebbe, tollerare l’idea di veder Desmair, nel mio corpo, amoreggiare con la propria nuova amica, non tanto per Desmair, quanto e ovviamente per il fatto che egli avrebbe potuto riservarsi tale opportunità solo nel mio corpo, nonché per il fatto che mai avrebbe condannato Lys’sh all’orrore di un qualsivoglia genere di legame con il proprio sposo, divenuto, obiettivamente, tale soltanto al fine di preservare da tale destino un’altra propria amica, un’altra propria compagna di ventura. E, proprio alla luce di ciò, e del carattere abitualmente ben lontano dal potersi considerare moderato della mia stessa prediletta mercenaria, soprattutto a confronto con il proprio odiato marito e tutto quanto a lui pertinente; non potrei in alcun modo, ora, negare alla medesima Midda Bontor il giusto merito di essere stata capace, allor, di tacere, di concedere al proprio interlocutore un’apparente vittoria utile a porre termine a quel dibattito del tutto fine a se stesso, e a garantire, di conseguenza, al nostro intero gruppo di proseguire, con maggiore quiete e controllo, nella discesa da quella torre, da quella città in verticale all’interno della quale soltanto un triste destino avrebbe potuto esserci garantito se non ci fossimo tutti concentrati, così come richiesto da Lys’sh, sull’unica cosa, allora, realmente importante: riportare a casa la pelle.
E se proprio la metaforica pelle della mia amata, la mia adorata, avrebbe avuto a doversi ricordare, a confronto con tutto ciò, qual quella lì più a rischio, più in forse nel confronto con la minaccia ancor oscenamente persistente, e terribilmente letale, della promessa di morte a lei rivolta da parte della regina Anmel Mal Toise, o di chi per lei. Una promessa di morte che, istante dopo istante, stava pazientemente contemplando gli ultimi momenti di vita che sarebbero stati offerti a colei che sola, fra tutte, aveva offerto riprova di poter essere, per tale folle dominatrice, un reale ostacolo nella conquista del potere… e di un potere da questa desiderato qual assoluto e supremo.

« Mi permetto di considerare questo silenzio qual tacito assenso… » tentò, nuovamente, di stuzzicare Desmair, evidentemente tutt’altro che pago dall’assenza di una qualsivoglia replica da parte della propria alleata e, pur, antagonista, in quella che, probabilmente, per lui avrebbe avuto a doversi considerare una tutt’altro che spiacevole schermaglia, soprattutto a confronto con il lungo silenzio, e isolamento, al quale era stato costretto dal collare che, ormai privo di ogni operatività, ancora era saldamente legato attorno al mio… al nostro collo « Quantomeno non ti potrò accusare di essere incoerente, nel concedere anche a me il lusso di un’amante, così come tu hai ricercato quasi immediatamente, dopo il nostro matrimonio. »

Ancora nessuna risposta da parte della mia amata. E ancora, in tal modo, soddisfatto il desiderio dell’ultima parola, proprio di colui che, in quel mentre, stava parlando attraverso la mia stessa voce, facendomi pronunciare frasi per le quali, probabilmente, Midda non mi avrebbe offerto perdono alcuno, se non fosse stata più che consapevole di quanto non avrei potuto essere io a scandirle.

« E sia… » concluse il figlio di Kah, storcendo le labbra verso il basso, con inferiore soddisfazione rispetto a quella che, probabilmente, avrebbe potuto considerare propria nel vincere, allora, tale confronto a fronte dell’effettiva partecipazione della controparte « … prima usciamo di qui, e prima riprenderemo questo discorso. Anche perché sono proprio curioso di capire se davvero saresti soddisfatta di immaginare il corpo del tuo amante intento a giacere al fianco della tua nuova amichetta dalla pelle squamata. Quadro che, per inciso, personalmente mi stuzzica… e non poco. »

martedì 21 ottobre 2014

2264


Midda Bontor, la mia amata Midda Bontor, addestrata a essere guerriero da anni antecedenti a quelli in cui aveva potuto iniziare a essere riconosciuta pienamente qual donna, e prima ancora marinaio, e, successivamente, mercenaria, da quando il precipitare di alcuni eventi le avevano negato la possibilità di continuare a percorrere le vie del mare, aveva affrontato, nel corso della propria non breve esistenza, molteplici sfide, probabilmente persino troppe battaglie, per non potersi considerare consapevole nel merito della necessità, in talune occasioni, di stringere insolite alleanze, all’occorrenza di un comune nemico da fronteggiare.
In questo, benché propria prerogativa, da sempre, avesse a dover essere riconosciuto il mantenimento dei propri principi, delle proprie idee, in una coerenza granitica che, ancor prima di ogni altra sua straordinaria caratteristica, la rendeva comunque e inoppugnabilmente una persona fuori dal comune, fuori da ogni possibilità di stereotipata banalizzazione; proprio laddove consapevole di ciò, di quanto la guerra, nella propria concezione più pratica, più concreta, più violenta, fosse solita offrire pretesto per ritrovarsi a creare un unico fronte con coloro i quali, paradossalmente, un attimo prima si sarebbe potuti essere impegnati in un non meno letale tenzone, difficilmente avrebbe potuto ignorare il raziocinio esistente dietro le parole di Desmair, dietro l’avvertimento da egli così sollevato nel merito della necessità di accettare, almeno estemporaneamente, la sua presenza al proprio fianco… e nel mio corpo. Non che, comunque, in tal accettazione, ella avrebbe mai potuto mutare le proprie idee, e i propri desideri, in ferino contrasto al proprio sposo, a quel semidio da lei sposato unicamente per l’occorrenza di un istante sperato, creduto qual fugace, e poi, sgradevolmente, scopertosi qual impropriamente duraturo: ove anche, in quel frangente, così come già in passato, la presenza e l’aiuto di Desmair avrebbero potuto essere da lei tollerati, nulla di tutto ciò avrebbe mai potuto mutare, o anche solo smorzare, la ferma volontà, da parte della mia amata, di definire quanto prima, e in maniera speranzosamente duratura e irrevocabile, il proprio stato di vedovanza, quella condizione della quale, per breve tempo, ella si era illusa di poter godere finanche al punto di arrivare a suggerire l’eventualità delle nostre nozze, di una nostra, quanto mai insperata unione eterna.
Così, ingoiando a forza, con disprezzo, ribrezzo e, addirittura, disgusto, l’amaro… amarissimo boccone che il destino le stava in tal modo riservando, ella si trattenne dal perseguire qualunque obiettivo in contrasto a colui che, prima di chiunque altro, prima ancora, e persino, anche rispetto alle guardie armate lì schierate in nostro esplicito contrasto, non avrebbe potuto evitare di identificare, in quel frangente così come un qualunque altro contesto, qual un avversario, qual un antagonista; reindirizzando, non senza un deciso impegno, un concreto sforzo, tutto il proprio impeto, tutto il proprio furore, verso diversi obiettivi. E dove anche, in quel momento, al computo dei combattenti sarebbe ancora mancato il nome di Lys’sh, del suo intervento non vi fu alcuna evidenza di necessità… non sotto l’azione, contemporanea, dei colpi inferti da Desmair e da Midda Bontor.
Ovviamente, a fronte di un tale scenario, di un simile, inatteso intervento da parte “mia”, la giovane ofidiana non ebbe a risparmiarsi commenti, i quali, purtroppo, rimasero privi, almeno nell’immediato, di qualsivoglia replica, nella subentrata impossibilità, fra noi e lei, di qualsivoglia comprensione, facendo emergere, se mi si può concedere l’osservazione, il prepotente limite della tecnologia della quale, sino a quel momento, ci eravamo tutti avvalsi per comunicare. Giacché, palesemente, la comodità allor conseguente all’impiego di tale supporto, di simile strumento, si dimostrò compensata, in maniera incontrovertibile, dalla mantenimento della più assoluta ignoranza, della più completa estraneità, nel merito della lingua, o delle lingue, che, per mezzo del traduttore automatico, non ci era stata richiesta l’esigenza di apprendere. Un limite il quale, se pur non avrebbe avuto occasione di emergere fin tanto che lo strumento avrebbe continuato a operare in maniera corretta, sarebbe altresì purtroppo risultato più che spiacevolmente vincolante in caso di malfunzionamento, così come in quel momento.
Per nostra fortuna, a margine di questa mia personale considerazione, in quel frangente Midda e Lys’sh avrebbero avuto a doversi comunque riconoscere qual più che perfettamente allineate, nel merito di quanto avremmo avuto a dover compiere nell’immediato futuro, ragione per la quale, al di là del solido muro di incomunicabilità eretto fra noi, ciò non avrebbe potuto rappresentare alcuna ragione d’ostacolo.
Non, quantomeno, fin a quando Desmair si fosse dimostrato comunque collaborativo nei confronti di entrambe, nell’egual misura in cui alla propria sposa aveva domandato di sforzarsi di essere nei propri…

« Tutto questo mi fa ritornare giovane… a prima che mia madre decidesse di esiliarmi in quella dannata fortezza fra i ghiacci ai confini del mondo! » esultò e rievocò, rivolgendosi, appena ansimante, in direzione di Midda, non appena anche l’ultima delle guardie, di quel nuovo contingente in nostro contrasto schieratosi, fu abbattuta « Dei… mi ero quasi dimenticato quanto potesse essere piacevole infliggere colpi con le proprie stesse mani… » soggiunse, quasi a titolo di commento a margine.
« Tre cose… » replicò la donna guerriero, con tono quanto più possibile gelido e distaccato, benché, fra tutti i propri antagonisti, Desmair avesse a doversi considerare, effettivamente, quello che più di chiunque altro era in grado di farle smarrire il proprio altrimenti glaciale autocontrollo « Primo: invece di stare qui a crogiolarti innanzi al massacro compiuto, vedi di darti una mossa… ne abbiamo ancora di strada da fare per uscire da qui. » comandò, attuando ella stessa, immediatamente, le proprie parole e, con un cenno, invitando anche Lys’sh a seguirla, nel riprendere la discesa appena interrotta, in maniera tanto effimera, fugace « Secondo: cerca di non dimenticarti che quelle non sono le tue stesse mani, ma le mani di Be’Sihl. Al quale dovrai restituire il controllo non appena si sarà ripreso o, te lo giuro, tua madre diverrà l’ultimo dei tuoi problemi. » minacciò, in quella che, qualcuno, estraneo a qualsivoglia confidenza con lei, avrebbe potuto considerare un futile sfogo e che, tuttavia, alcuno si sarebbe mai dovuto concedersi la leggerezza di dover fraintendere qual tale, a meno di non volerne poi pagare le terrificanti conseguenze « Terzo: non sei mai stato imprigionato ai confini del mondo, per mia sventura. O non sarei incappata nella tua fortezza per puro errore… » concluse, in quella che, allora, ebbe anche per lei a suonare quasi a titolo di commento a margine… un commento carico di rimpianto e di nostalgia all’idea di quanto, se gli eventi non l’avessero mai condotta a conoscerlo, sicuramente quegli ultimi anni di vita avrebbero preso una piega decisamente diversa e, forse, migliore.
« Tre cose… » insistette egli, sembrando quasi volerle fare verso, nel riprendere facendo proprie le medesime parole da lei appena destinategli « Primo: commetti troppo spesso l’errore di dimenticarti quanto, in verità, la mia metà umana sia nata e cresciuta in quel di Shar’Tiagh. E con “metà umana”, ovviamente, non intendo riferirmi al tuo amante, mia fedifraga sposa. Pertanto… sì. Essere confinati in sulla cima dei monti Rou’Farth, per te dietro l’angolo, dal mio punto di vista ebbe a doversi considerare essere esiliato ai confini del mondo. » puntualizzò, rammentando, non a torto, quanto le origini di sua madre Anmel Mal Toise, e quindi anche le sue, per uno strano scherzo del destino avrebbero avuto a doversi considerare corrispondenti alle mie, nel ricondurci entrambi in quel del regno di Shar’Tiagh « Secondo: dovresti essere tu a rammentarti, piuttosto, quanto in questo momento le mie spoglie mortali abbiano in tutto e per tutto a essere considerate coincidenti con quelle del succitato amante… ragione per la quale, probabilmente, dovresti ponderare con maggiore attenzione le tue minacce, e la fattibilità delle medesime, prima di formularle a vuoto. A meno che, ovviamente, il tuo desiderio di arrecarmi un torto abbia a considerarsi maggiore rispetto alla tua brama di tutelare l’integrità fisica, e la salute, del tuo supposto amato. » suggerì, non negandosi un ampio sorriso sornione, quanto mai a sproposito, allora, laddove espresso dal mio stesso volto « Terzo: mi pare che io ti stia seguendo… quindi, anche in questo caso, tutto il tuo precedente sfogo ha da considerarsi del tutto fine a se stesso, per non dire completamente vano e superfluo. » concluse, con malcelata soddisfazione per il successo in tal maniera considerato qual proprio, qual riportato nel confronto appena occorso con lei.

lunedì 13 ottobre 2014

2263

Fu quello che, poeticamente, potrei ora descrivere come l’intervento del fato, ma che, sostanzialmente, altro non avrebbe avuto a dover essere ricondotto a un mio sciocco momento di distrazione, a restituire a me, e anche alle mie due compagne, la consapevolezza di quanto, nuovamente, non avrei più potuto definirmi realmente solo, così come mai avrei potuto permettermi di vantarmi di essere sin dal giorno in cui, mio malgrado, ero stato individuato dal marito della mia amata qual ricettacolo ideale per il proprio fuggente spirito, ancor aggrappato al piano d’esistenza mortale benché il suo stesso corpo, ipoteticamente immortale, fosse stato sconfitto per intervento, per opera, del medesimo dio minore al quale avrebbe avuto a doversi dichiarare grato per la propria esistenza in vita, nell’esserne semidivina progenie. Uno sciocco momento di distrazione le conseguenze del quale, nel rendere giustizia allo stesso Desmair, avrebbero potuto persino aversi a considerare fatali se solo, appunto, non fossi stato allora graziato dalla pur mal digerita, e mal digeribile, presenza del medesimo all’interno del mio corpo.
Ovviamente, di quanto a seguire, non mi venne data occasione di essere testimone in prima persona, se non nel proprio preambolo, ragione per la quale, ancora una volta, questo mio resoconto si prenderà la libertà di riportare non tanto eventi da me concretamente vissuti, quanto e piuttosto ricostruire la dinamica degli stessi sulla base di quelle che, a posteriori, sono state le vicissitudini a me stesso riferite. Giacché io, nel mentre della nostra fuga, benché ancor sostenuto, oltremisura, dai mai sgradevoli effetti dell’adrenalina, mi ritrovai, imperdonabilmente, a inciampare, forse in conseguenza di un controllo ancor non completo sul mio corpo, forse a seguito dell’incredibile concitazione del momento o, ancora, forse per effetto di una reazione inconscia e istintiva a un qualche segnale di pericolo a me circostante: impossibile, ora, per me definire con precisione entro quale fra queste, e molte altre, eventualità, avrebbe avuto a doversi considerare la causa del pur ingiustificabile crollo che mi coinvolse, che mi vide protagonista, e che, peggio che mai, mi ritrovò intento a picchiare la nuca al suolo, con foga fortunatamente insufficiente ad aprirmi il cranio come un melone troppo maturo e pur, ciò non di meno, adeguata a privarmi, temporaneamente, dei sensi. Condizione alla quale, per collettiva fortuna, si premurò di rimediare rapidamente il mio ospite, prendendo egli stesso controllo del mio corpo altrimenti rimasto, in quel particolare frangente, privo di una coscienza utile a guidarlo.

« Be’Sihl! » gridò Midda, anche in quel momento, anche in quella particolare situazione che avrebbe potuto comprendere i suoi ultimi istanti di vita, a causa del male ancor incurato all’interno del suo corpo dono della sua carceriera, preoccupandosi maggiormente per me ancor prima che per se stessa, e subito precipitandosi al mio fianco per offrirmi il proprio aiuto ed, eventualmente, la propria protezione « Stai bene…?! »

Nel contempo di ciò, un sibilante suono provenne dalle labbra di Lys’sh, proponendosi, invero, quale l’effettivo suono della sua voce, e la concreta espressione della sua lingua natia, non filtrata e non tradotta attraverso congegni in quel momento ormai inutilizzabili, e, in ciò, obiettivamente incomprensibili nel proprio significante, e nel proprio significato, tanto alle orecchie della mia amata, e sua prima compagna di ventura, quanto alle mie… o, per lo meno alle mie orecchie pur, allora, non più sotto il mio effettivo controllo.
Malgrado tale concreto inconveniente, e l’apparente impossibilità a comunicare, il messaggio che Lys’sh aveva voluto offrirci risultò quanto meno esplicito, in quello che avrebbe avuto a dover essere inteso qual un allarme volto a preservarci dall’aggressione di un nuovo gruppo di guardie che, proprio su di noi, stavano per piombare in quel momento, equipaggiati per uno scontro all’arma bianca, con pugnali e daghe.

« Thyres! » imprecò la mia amata, preparandosi al nuovo scontro.

Ancor prima che ella potesse muovere di un solo soffio la propria lama, a intervenire, però, fui io. O, meglio, fu Desmair.
Desmair, il quale, non concedendo più al nostro corpo di giacere a terra, ci spinse con forza, con energia, e con l’assurda eleganza di un unico gesto, di una sola flessione muscolare, a recuperare una posizione eretta innanzi al nemico e, nel contempo di ciò, a proiettare la lama con la quale, un istante prima, mi stavo accompagnando, verso i nostri antagonisti, con impeto espresso, indubbiamente, dal mio corpo e, ciò non di meno, manifestando una violenza della quale non mi sarei mai riuscito a rendere interprete, neppure in grazia a un’adrenalinica overdose. Perché la spada con la quale mi ero armato, allora, volò fra noi e i nostri antagonisti con la precisione e la traiettoria di un dardo scoccato da una balestra e, letteralmente, trapassò, da parte a parte, il petto di ben due guardie, finendo, addirittura, con il ferirne una terza alle loro spalle, così come, sicuramente, neppure una lancia si sarebbe mai potuta concedere occasione di compiere.
E se un nuovo sibilo, ora di chiara sorpresa, commentò l’accaduto sul fronte della nostra ofidiana compagna, parole ben più comprensibili manifestarono la reazione di Midda all’accaduto…

« Ma… come…?! » esitò ella, per un fugace istante, salvo poi lasciar scomparire le proprie nere pupille all’interno delle glaciali iridi, a conferma di quanto, in quel momento, avesse perfettamente compreso l’identità di colui che le stava innanzi e, malgrado l’intervento in comune soccorso, non ne fosse minimamente lieta « … Desmair! »
« Mia signora… bentrovata. » sorrisi… sorrise egli, con il mio volto, accennando un lieve inchino prima di balzare in avanti e catapultarci nella mischia, a finire la terza guardia già ferita e ad affrontare quelle che, dietro a quel primo contingente, stavano per arrivare « Credi che io possa rischiare di apparire eccessivamente sdolcinato evidenziando quanto tu mi sia mancata in questi ultimi mesi…?! »

Quasi a volerle rendere omaggio, in un gesto che, pur, non avrebbe dovuto essere in alcun modo considerato naturale per lui, per la sua indole, per il suo carattere o, comunque, per i loro trascorsi quantomeno burrascosi e fondati su una reciproca e consapevole inimicizia, l’allor detentore del mio corpo ci scagliò senza riservarsi il benché minimo freno inibitore contro il pericolo e, nel contempo di ciò, si riservò persino quell’occasione di scherzo, di giuoco con lei, in quello che, altresì, avrebbe avuto a doversi considerare un modo d’agire proprio della mia stessa compagna, nonché sua mai desiderata sposa.
E, di ciò, di tale gesto, di simile atto, Midda non mancò ovviamente di cogliere l’evidenza, pur non offrendo alcuna trasparenza di ipotetica soddisfazione per quanto, in cotale maniera, tributatole. Perché, al di là dell’omaggio sì rivoltole, quanto più di ogni altra cosa ella non poté ovviare a notare fu l’innegabile, sgradevole e temuto ritorno in azione di Desmair. E di Desmair come prepotente possessore del corpo entro il quale, solo un istante prima, ero stato io ad agire. A confrontarmi con lei. A stringermi a lei.

« Non sono in vena di scherzi, Desmair! » obiettò ella, rialzandosi da terra, là dove mi aveva raggiunto quando ero caduto, per avanzare verso di noi, rivolgendosi al marito quasi come se null’altro, in quel frangente, esistesse allora attorno a noi… incluse anche le guardie che, rapidamente, lo stesso Desmair stava falciando apparentemente senza impegno alcuno, senza fatica alcuna, dimostrando un’imprevedibile maestria nell’uso di un’arma là dove, prima di allora, non ne aveva mai offerto riprova né a me, né tantomeno alla propria sposa « Restituiscimi subito Be’Sihl… ora! »
« Non credo che questo sia possibile. » replicò egli, stringendosi appena fra le spalle « E non prendere il mio qual un capriccio volto a recarti torto, sia chiaro. » puntualizzò subito dopo « Si da tuttavia il caso che, in questo corpo, ci siamo entrambi… e dal momento in cui la coscienza del tuo amato, in questo momento, non è propriamente operativa, sarebbe per me quantomeno sgradevole ritrovarmi costretto a morire. Nuovamente a morire. »

mercoledì 17 settembre 2014

2262


Per un istante ebbi a temere l’eventualità di una devastante deflagrazione. O un terremoto. O una folgore divina volta a imporre dirompente distruzione attorno a noi. O… non saprei ora elencare di preciso tutte le eventualità che, in quell’eterno e pur fuggevole attimo scolpito nel tempo ebbero ad attraversare la mia mente. Di certo, molte, persino troppe prospettive attraversarono la mia mente, spingendomi a prendere in esame i più variegati motivi, le più originali soluzioni e, di volta in volta, paventando soltanto scenari catastrofici, nel migliore dei casi. Ciò non di meno, quanto accadde ebbe occasione di sorprendermi, offrendomi l’unica evoluzione che mai avrei potuto prevedere… il silenzio e l’oscurità.
Dove, un momento prima, una pioggia di laser ci stava promettendo una fine forse rapida e indolore, o più probabilmente lenta e dolorosa, nell’avvelenamento da necrosi che avrebbe potuto conseguire a una ferita non immediatamente letale, assediandoci in quella stanza, nel cuore di uno degli ultimi piani dell’immensa torre all’interno della quale ancora non avevo, né avrei potuto avere, effettiva consapevolezza di essere stato rinchiuso; un semplice battito di ciglia dopo, soltanto silenzio e oscurità ci avvolse, sorprendendo sicuramente il sottoscritto, a maggior ragione i nostri antagonisti, e pur in alcuna misura turbando né Midda, né Lys’sh, le quali, al contrario, non avrebbero potuto che dichiararsi più soddisfatte per quanto occorso. Per le conseguenze dell’impiego del bagatto, il quale, improvvisamente, permise loro di capovolgere la situazione precedentemente a nostro sfavore, decretando, in maniera persino banale, la completa disfatta delle nostre controparti. Ad agire in tal senso, per dovere di cronaca, non fu tanto il bagatto stesso, che si limitò a concederci tale possibilità, quanto e piuttosto la nostra compagna ofidiana, la quale ebbe a dimostrarmi, in maniera squisitamente pratica, quanto per lei minimale avesse a doversi considerare l’ostacolo allora rappresentato da quelle tenebre e da quello che, al mio udito, apparve, almeno nell’immediato, un ambiente incredibilmente tranquillo, nell’improvvisa quiete imposta dall’inattesa, imprevedibile, e allor imprevista, svolta nel conflitto in corso. Un silenzio che, in effetti, scoprii non essere mai stato percepito qual tale dalla stessa… non laddove nel petto di troppe persone era allor impegnato a battere, oltremisura, il rispettivo cuore, e attraverso le labbra di troppe persone era parimenti scandito il rispettivo respiro: un concerto, quello che alla sua attenzione ebbe quindi soltanto a risultare, che le permise di agire con straordinaria rapidità in contrasto a tutti i nostri assedianti, sancendone una misericordiosa sconfitta. E mi concedo l’impiego di tale termine, laddove soltanto misericordiosa ebbe a potersi considerare le sopravvivenza da lei loro garantita, a dispetto della sicura condanna a morte che, altresì, non sarebbe stata risparmiata entro i confini del diverso approccio morale proprio tanto della mia amata, quanto e non di meno di coloro che, malgrado tutto, si videro lì riservare una prospettiva di futuro.
Così, quando dopo poco, pochissimo, alcune flebili lampade d’emergenza ripresero a illuminare l’ambiente a noi circostante, seppur manifestandosi palesemente diverse da quelle che, pocanzi, erano state preposte a un più quotidiano impiego; quanto ebbe a concedersi alla mia attenzione fu un paesaggio decisamente diverso dal precedente, e indubbiamente sgombro da ulteriori minacce. Un paesaggio al centro del quale, persino maestosa al di là di un fisico indubbiamente longilineo, ebbe a predominare la figura di Lys’sh, sola al centro della pacificazione imposta dalla sua rapida, e non impietosa, azione.

« … ma cosa…?! » non potei evitare di domandare, pur non attendendomi, almeno nell’immediato, una qualunque spiegazione e pur non riuscendo a trattenere l’imporsi di tale questione all’attenzione comune, prevaricato nel mio raziocinio, nella mia capacità di controllo, dalla sorpresa per quanto avvenuto, per quell’oscuro lampo nel quale tutto era stato così repentinamente stravolto.
« Ricordami di spiegarti che cosa è un impulso elettromagnetico… » commentò la mia amata, accennando un lieve sorriso e invitandomi, con un cenno del capo, a seguirla e a seguirla animato dalla medesima, assoluta fiducia che in lei avevo da sempre riposto e avrei per sempre riposto, non potendo agire diversamente, non volendo agire diversamente se non vivendo la mia intera esistenza come se, entro i confini del suo essere tutto fosse per me, e nulla, al di fuori di lei, potesse esistere « Ora muoviamoci… tutti i sistemi dell’edificio sono fuori uso, e abbiamo da cercare di uscire di qui il prima possibile. »

Nelle sue mani riponendo, in tal modo, nuovamente la mia vita e il mio domani, rimandando a un secondo momento qualunque genere di spiegazione e, in cuor mio, sperando… pregando ogni dio e dea a me noti affinché, al di là della condanna a morte annunciatami qual gravante sopra l’immediato futuro della mia amata, potesse ancora esservi un indomani per noi, non soltanto in un secondo momento, ma, al suo seguito, in un terzo, un quarto, un quinto e, ancora, un’infinità a seguire.
In tutto ciò, addirittura, non ebbi neppure a prestare concreta attenzione al fatto che il suo nuovo braccio destro, in lucido metallo cromato, si stava lì dimostrando del tutto inerme, inanimato, peso pendente lungo il suo fianco, in incomprensibile opposizione alla vivacità che, malgrado la propria artefatta natura, aveva dimostrato sino a un momento prima, sino a prima di quel repentina interruzione di tenebra, mostrandosi addirittura contraddistinto non soltanto da forme, ma anche da movenze tanto naturali che, non vi fosse stata la complicità dell’estetica propria di quell’arto, avrei potuto persino illudermi di star assistendo a una sorta di miracolo, un’inspiegabile rigenerazione occorsa a sanare l’amputazione che, purtroppo, l’aveva contraddistinta fin da prima del nostro primo incontro e che, a seguito dell’ultima battaglia in contrasto alla propria gemella, e con essa ad Anmel Mal Toise, era persino, tragicamente, peggiorata nella propria estensione, privandola, dell’intero braccio al di sotto della spalla. Di quella stessa spalla che, in quel frangente, si stava concedendo alla mia vista lucente e scintillante, nel metallo che l’aveva ricoperta, adattandosi perfettamente a lei, alle sue forme e alle sue proporzioni, e che, tuttavia, a seguito dell’impiego del bagatto, e del conseguente impulso elettromagnetico, era stata nuovamente privata di ogni funzionalità, non diversamente dai sistemi dell’edificio e, più esplicitamente, dalle armi di tutti i nostri avversari, di tutti gli assedianti in contrasto ai quali tanto serenamente si era potuta riservare opportunità di intervento la sempre più straordinaria Lys’sh.

« Andiamo. » confermai, ancor godendo dei benefici propri di tutta l’adrenalina allor distribuitasi all’interno delle mie membra e, soltanto in grazia all’azione della medesima, potendomi riservare tanta reattività in risposta a quell’invito, all’esortazione rivoltami, soltanto estemporaneamente dimentico di tutto quanto impostomi nel corso della lunga prigionia che, entro quelle mura, mi aveva visto segregato… estemporaneamente dimentico di tutto quanto non avrebbe mancato di riversarsi violentemente a mio discapito nel momento in cui gli effetti benefici di quella droga naturale mi avrebbero abbandonato.

Con il mio corpo e la mia mente, quindi, concentrati sulla mia amata e sulla sua compagna, al solo scopo di poter riconquistare nel minor tempo possibile la libertà perduta, e con il mio cuore e il mio animo, parimenti, fortemente legati alla più sincera e appassionata preghiera della mia vita, per poter credere di avere ancora un futuro insieme a colei per solo la quale, senza esitazione alcuna, avevo abbandonato tutto ciò che in passato aveva contraddistinto la mia esistenza; seguii le mie due salvatrici, raccogliendo, strada facendo, una daga da una delle guardie abbattute allo scopo di poter essere pronto ad agire nel caso di bisogno, all’occorrenza di un nuovo assalto qual, sicuramente, non sarebbero mancati prima di poterci considerare effettivamente in salvo.
E nel contempo di tutto ciò, non ebbi né il tempo, né, tantomeno, la lucidità, di riflettere su quanto fosse lì accaduto e su come, nella violenta negazione dell’operatività di qualunque dispositivo tecnologico a noi circostante, inclusa addirittura la protesi della mia amata, anche altri due congegni degli effetti dei quali pocanzi beneficiavamo avrebbero avuto a doversi considerare non di meno perduti, tanto nel bene, quanto nel male: il traduttore automatico, in sola grazia al quale a Midda, e a me, poteva essere stata concessa una possibilità di relazione verbale con il mondo a noi circostante, Lys’sh inclusa, e il collare inibitore, in sola conseguenza alla presenza del quale a Midda, e a me, era stata negata l’altrimenti sempre presente, e pur sempre celata, ingombrante ombra di Desmair.