Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 16 agosto 2013

2034


Sono nata quarant’anni fa. Mese più, mese meno.
Sono nata in una piccola isola di nome Licsia, nell’estrema periferia meridionale del vasto regno di Tranith, la maggior superficie del quale si è da sempre estesa più nelle immensità dei mari che nei ridotti spazi continentali là dove, ciò nonostante, vive la maggior parte del genere umano.
Figlia di una famiglia di pescatori, ho condiviso i primi dieci anni della mia vita, in ogni loro singolo istante, con una sorella gemella a me identica. Una sorella che mi era amica, complice e confidente. Una sorella che in me aveva riposto sogni e speranze. Una sorella che, ciò non di meno, non mi sono serbata scrupolo alcuno a tradire. E nel tradirla, ho scelto il modo e il momento peggiore. L’ho tradita fuggendo nelle tenebre della notte, abbandonandola sola nella nostra camera da letto. E l’ho tradita un anno prima che nostra madre, prematuramente e inaspettatamente, scomparisse.
E benché non avrebbe potuto essermi attribuita, in alcun modo, una qualche responsabilità per la morte di nostra madre; la mia condizione di triplice spergiura non mi ha garantito pietà alcuna innanzi al giudizio della mia gemella. Così, quando dopo due anni ho fatto ritorno, ormai fanciulla e marinaio, alla mia isola e alla mia famiglia, alcuna amichevole accoglienza mi è stata offerta. Anzi. Trovando intollerabile poter riconoscere il proprio stesso viso sul mio, la mia rabbiosa sorella ha tentato di strapparmi la faccia dal cranio, il volto dalla testa… letteralmente: un’ipotesi per lei allora priva di possibilità di successo e che, ciò non di meno, non la volle vedere qual sconfitta.
Esiliatami volontariamente dalla mia terra natale e da quanto rimasto della mia famiglia, per il dolore di quanto ho compreso essere stato da me causato, ho vagato ancora qualche anno per le vie del mare, diventando una giovane donna e una giovane donna innamorata, accanto al bambino, divenuto uomo, con il quale avevo condiviso quella nuova stagione della mia vita, prima di rincontrare la mia gemella. E quanto tale momento di riunificazione ci ha vedute protagoniste, ciò non ha condotto a un risultato migliore rispetto a quello della precedente occasione, dell’ultimo nostro incontro. Anzi. Mia sorella, colei che un tempo mi era amica, complice e confidente, aveva scelto di unirsi a una ciurma di pirati per riuscire a conquistare una qualche possibilità di vendetta in mio contrasto e, non paga, ne era divenuta addirittura capitano. Dallo scontro che ne seguì, io uscii spiacevolmente sconfitta, con una orribile cicatrice a dividermi il volto, in corrispondenza del mio occhio sinistro, e, peggio ancora, il ventre squarciato. E benché allora sopravvissi, tale ferita mi segnò per sempre, negandomi qualunque speranza di poter divenire un giorno madre.
Vittima di un anatema scagliato contro di me dalla mia stessa gemella, fui costretta a lasciare le vie del mare lungo le quali ero vissuta sino ad allora, nel desiderio di evitare che la furia della mia nemesi potesse rivalersi su coloro che più mi erano cari, primo fra tutti il compagno che, allora, abbandonai. Fu in quel momento, in quel frangente, però, che la mia vita ebbe, ove possibile, ancor a peggiorare, nel ritrovarmi colpevolizzata, in luogo a mia sorella, di reati di pirateria, per i quali, nella città di Kirsnya, venni condannata a morte. Esecuzione che, per iniziare, mi vide amputato il braccio destro, quello attorno al quale tutta la mia esistenza, sino a quel momento, si era concentrata. Ciò non di meno, riuscii a scappare.
Pur sfregiata, resta sterile e mutilata, oltre che esiliata dal sol genere di esistenza che avevo mai desiderato vivere; mi rifiutai di cedere innanzi alla sorte avversa. E, al contrario, mi impegnai oltremodo per riconquistare la dignità perduta e, soprattutto, la mia autodeterminazione. Per effetto di un empio patto con un’antica razza dimenticata dall’umanità, ottenni un nuovo arto destro, in nero metallo dai rossi riflessi, e, nello scoprirlo tuttavia completamente inutilizzabile nel delicato giuoco di forze necessario per maneggiare una spada, mi riaddestrai al fine di divenire mancina, anche laddove gli dei mi avevano voluto destrorsa.
Fu in tal modo, quindi, che dopo un paio di cicli stagionali, all’età di vent’anni, mi presentai in quel di Kriarya, città del peccato del regno di Kofreya, per lì tentare la sorte in una nuova professione, qual avventuriera mercenaria. E nella fiducia riconosciutami da un giovane mecenate, che in me volle vedere qualcosa di più di una prosperosa donna con la quale impegnarsi nelle più appassionate attività fra le lenzuola; ebbi occasione di compiere la prima impresa, l’uccisione di una chimera, con la quale alimentare la leggenda che, attorno al mio nome, da quel giorno iniziò a crescere e a diffondersi.
Per dieci lunghi anni restai lontana dal mare e, con esso, dalla mia vita passata, dedicando ogni mia energia, ogni mio sforzo, al fine di offrire un nuovo senso alla mia quotidianità, alla mia stessa esistenza mortale, nel recuperare reliquie perdute, nel combattere mostri ritenuti invincibili e nell’affrontare qualunque genere di sfida mi venisse posta innanzi. Per dieci anni mi illusi di poter dimenticare quanto accaduto prima d’allora, quanto occorso in quel drammatico passato, con mia sorella… contro mia sorella. Purtroppo, però, alfine scoprii come non fosse possibile fuggire per molto ai conti rimasti in sospeso. E non appena commisi l’imprudenza di poter tornare a solcare i mari, fosse anche per un semplice viaggio verso nord volto a riaccompagnare a casa una giovane donna; il prezzo della mia superficialità fu pagato dallo stesso uomo per salvare la vita al quale avevo cercato una vita da eremita, perdendomi nel continente e prestando attenzione a mantenermi il più possibile lontana da quell’elemento che per ma avrebbe dovuto considerarsi natio.
Malgrado più di un decennio fosse allora trascorso dal nostro ultimo incontro, la mia gemella, la mia nemica, non aveva ancora perduto interesse nei miei riguardi. Al contrario, dall’alto di una straordinaria posizione di potere, da lei meritatamente conquistata in quegli stessi anni e tale da condurla a essere, addirittura, sovrana di tutti i pirati dei mari del sud, nonché di un’isola di nome Rogautt, eletta a capitale del proprio dominio; ella venne ispirata a riprendere aperta offensiva nei miei riguardi, violando, persino, le regole da lei stessa stabilite e spingendosi a violare il mio nuovo territorio, per ferire e uccidere le persone a me più vicine, da me più amate.
Al suo fianco, quasi il potere da lei in tal modo accumulato con le sole proprie forze, con la sola propria straordinaria determinazione, non avesse a doversi riconoscere qual più che sufficiente per rovinarmi l’esistenza; ella ebbe occasione di trovare altre due potenti alleate, uno spirito e un’entità che, per mia colpa, nel corso di quella che volli considerare una semplice missione come altre, erano stati liberati dalla prigione in cui, per secoli, avevano riposato. Ma, in tal modo forte della possibilità di spingere la propria minacciosa ombra sul mondo intero, la mia gemella commise l’errore di considerare me stessa quale propria, unica e sostanziale nemesi, quale solo ostacolo fra lei e il dominio del Creato intero.
Come io stessa ebbi occasione di scoprire il giorno in cui mi fu concesso un indegno surrogato in sostituzione al mio perduto arto destro, ogni scorciatoia, ogni stregoneria volta a piegare a sé e ai propri capricci la realtà, prevede sempre un terribile prezzo da pagare. Un prezzo che, per qualche stolido, qual io stessa sono stata in gioventù, nella speranza di poter rimediare alla mutilazione subita, può essere considerato equo, giusto, accettabile; ma che, presto o tardi, dimostra sempre tutti i propri limiti, tutta la propria tragica essenza, sino a negare, nel migliore dei casi, ogni beneficio offerto, o, nel peggiore, ogni speranza di vita. E se, mia sorella, accettò di lasciarsi plagiare dall’idea di quanto semplice, di quanto facile, di quanto banale avrebbe potuto essere raggiungere i propri obiettivi, i propri risultati, ricorrendo al potere delle proprie empie alleate; il destino impietoso si mosse contro di lei, per presentarle un terribile saldo.
Un saldo che, alla fine, l’ha veduta costretta a uccidere il suo primogenito, reo di non essere più in grado di riconoscere, in lei, la stessa amata madre che lo aveva cresciuto, che lo aveva nutrito e protetto per venti, splendidi anni di vita. E nell’insopportabile dolore della morte del frutto del suo seno, ella ha accettato di lasciarsi morire contro la mia stessa spada, nella speranza, in ciò, di punire coloro realmente colpevoli di tale tragedia, quello spirito e quell’entità che di lei si erano serviti per i propri scopi, nel conseguimento dei quali non si erano posti scrupolo alcuno a farle immergere le mani nel sangue del proprio sangue.
Ma se mia sorella è morta; sopravvissuti sono altresì coloro che per mia responsabilità, per mia colpa, sono stati liberati dalla propria prigione, dalla letale trappola in cui erano rimasti relegati per secoli, ponendo al sicuro l’umanità e l’intero Creato da ogni loro brama di dominio e di distruzione. E ora, che io lo possa esserne lieta o meno, è mio compito dare loro la caccia, per vendicare la mia famiglia, per vendicare me stessa e, soprattutto, per evitare che interi mondi possano essere distrutti in conseguenza a un loro semplice capriccio, per loro mero sollazzo.
Così come, ancora bambina, sono stata pronta a partire senza nulla in mano, in un viaggio che, indubbiamente, avrebbe dovuto essere riconosciuto più grande di me, e destinato a portarmi alla scoperta di una realtà per me allora del tutto inimmaginabile; oggi, trent’anni dopo, sono nuovamente pronta a lasciarmi ogni cosa alle spalle, in termini che mai, come ora, hanno da essere riconosciuti qual estremamente reali, concreti e del tutto privi di qualunque possibilità di metaforica enfasi. Perché, nel fuoco di vita della mia più potente alleata, la fenice, io sto per abbandonare non soltanto le terre nelle quali ho vissuto in questi ultimi vent’anni, ma, con esse, ogni altra terra attigua, ogni altra terra appartenente al mio mondo, per spingermi oltre i confini del medesimo, verso il cielo infinito e, oltre a esso, le stelle lucenti, là dove il mio destino mi attende, là dove avrà a proseguire una guerra per me tutt’altro che finita e, al contrario, soltanto iniziata.
In questa occasione, tuttavia, non desidero commettere lo stesso errore che già ha contraddistinto e segnato la mia intera vita, nel tradire e nell’abbandonare chi mi ama. Chi, negli ultimi vent’anni, è stato mio amico, complice e confidente, e, negli ultimi cinque anni, mio compagno e amante. E a rinnovata dimostrazione di quanto io non desideri credere nella predestinazione, in una storia già scritta per ognuno di noi a partire dal giorno della nostra nascita sino al momento della nostra morte; e benché una visione del futuro che mi attende, per intercessione di una coppia di antichi scettri, mi abbia mostrato sola in questo nuovo viaggio, così come sola ho sempre voluto essere in ogni altra mia avventura; il mio compagno e amante, l’uomo con il quale ho deciso che condividerò quanto resta ancora della mia esistenza mortale e, che gli dei lo vogliano o meno, anche il resto dell’eternità, verrà con me, in questo viaggio alla conquista del cielo e di tutte le stelle.
Qualcuno potrebbe far maliziosamente notare che un amante non ha lo stesso valore di una sorella. E altri, magari più informati sui fatti, e nel merito dello spirito del semidio immortale che si trova attualmente ospitato all’interno della medesima mente del mio compagno, che per una strana sequenza di circostanze è anche il mio non propriamente amato né desidero sposo; potrebbero insinuare che la mia scelta derivi, unicamente, dalla volontà di mantenerlo sotto controllo, a ovviare al rischio che, in mia assenza, nel mentre in cui io vagherò fra le stelle, quello stesso sgradito inquilino possa prendere in controllo e, magari, ambire a imporre un qualche ben poco originale predominio sul mio mondo.
Che dire? Si pensi quello che si vuole. Per intanto, però, il mio uomo viene con me.
Sono nata quarant’anni fa in una piccola isola di nome Licsia. Da allora ho combattuto, ho amato, ho trionfato e ho perduto. E ho esplorato vasta parte del mio mondo. Ora, sono in procinto di spingermi oltre…
… molto oltre!
Il mio nome è Midda Bontor… e questa storia è la mia storia.



giovedì 15 agosto 2013

2033


« Howe, Be’Wahr e Seem… » recuperò quanto stava dicendo pocanzi « A voi che da quasi dieci anni mi state seguendo, più o meno costantemente anche sulla base di quanto io ve ne dia la possibilità, io avevo promesso molto più oro di quanto non avreste potuto immaginarne. E se, nello scandire tale impegno, mia è stata soltanto sincera volontà, benché fossi assolutamente conscia di quanto mai, alcuno fra voi, ha realmente deciso di seguirmi per mera brama di ricchezze. » si concesse di sorridere verso quei tre, che, per quanto in termini indubbiamente originali, erano comunque stati, nel corso di quegli anni, quanto di più prossimo a una famigli avesse mai avuto occasione di godere « Oltre all’oro promessovi, pertanto, a voi desidero affidare il mio retaggio, la mia eredità in quanto mercenaria e avventuriera. »
« Mia signora… » cercò di intervenire, con inevitabile imbarazzo, il giovane Seem, il quale, anche alla fine di tutto quello, e in un momento quale quello che la mercenaria aveva scelto di dedicargli, non si stava dimostrando in grado di rendere propria alcuna particolare arroganza, continuando a restare, in termini estremamente modesti, lo stesso, timoroso garzone che, quasi un decennio prima, le aveva domandato la possibilità di divenire suo scudiero « Mia signora… perché il tuo discorso sta assumendo, di istante in istante, sempre più la parvenza di un testamento? Vi è forse qualcosa che non sappiamo e che dovremmo sapere?! » questionò, necessariamente preoccupato per lei, non potendo mancare di rivolgere la propria attenzione al braccio orrendamente mutilato, che, se pur coperto da un bendaggio pulito, non avrebbe mai potuto offrire la benché minima parvenza di salute.
« Non temere mio fidato scudiero. » scosse il capo ella, nel desiderio di rassicurarlo « Benché il colpo che ho subito avrebbe potuto uccidermi, non è ancora mio desiderio quello di abbandonarmi all’abbraccio della morte. Ho ancora qualcosa da compiere… e molte terre da esplorare, molti avversari da sconfiggere e molti tesori da conquistare. »
« Ma… allora…?! » tentò di insistere, salvo essere interrotto dalla voce della Campionessa di Kriarya, che subito volle proseguire nel proprio discorso.
« Brote… mio mecenate e mio vecchio amico. E anche tu, Bugeor, che tanto ha cercato di ottenere i miei servigi, senza riuscire mai a conquistarmi, perché la mia fedeltà era già stata riconosciuta al primo uomo che era stato in grado di vedere in me un guerriero e una risorsa su cui investire quando ancora ero priva di una qualche nomea, allorché una semplice coppia di grossi seni sui quali poter sfogare qualche fantasia repressa. » spostò ulteriormente la propria attenzione su tali rappresentati della città di Kriarya e, allora, non solo « A voi offro la mia personale garanzia sull’affidabilità di questi tre uomini, di questi tre avventurieri, formatisi al mio fianco, non quali meri subalterni, quanto e piuttosto quali complici, alleati, amici e, persino, fratelli. » dichiarò, a dimostrazione di quanto il discorso nel merito di Howe, Be’Wahr e Seem non avesse a doversi considerare concluso « Dal momento in cui, per qualche tempo, anni probabilmente, io non sarò più disponibile per soddisfare le vostre richieste, per partecipare alle vostre ricerche di straordinarie reliquie perdute, il mio personale consiglio è quello di non sottovalutare alcuno fra loro…sarebbe un errore, così come, per i più, è stato un errore sottovalutarmi vent’anni or sono, quando per la prima volta feci capolino nella città del peccato che voi sovrintendete. »

Se lord Brote, a quelle parole, restò immobile e imperturbabile, offrendo in verità l’evidenza di quanto, dietro a tanta apparente disattenzione a quel discorso, avesse a doversi riconoscere l’angoscia di chi, a quel punto, avrebbe dovuto considerarsi tristemente consapevole della perdita non soltanto di una straordinaria collaboratrice, ma anche, e forse, dell’unica vera amica che avesse mai avuto in quegli stessi ultimi due decenni; lord Bugeor, suo antico rivale e, ciò non di meno, suo primo complice in ogni questione di comune interesse, volle onorare le parole della mercenaria chinando il capo in segno di rispetto. Un gesto silenzioso, il suo, che pur si sarebbe dovuto considerare, allora, più carico di quanto non avrebbe potuto esserlo nel ritrovarsi contraddistinto da una lunga sequenza di parole.
In tutto quello, fra le righe e pur in termini sufficientemente espliciti, comunque, un’importante informazione era stata offerta a tutti loro. Un’informazione volta a definire la Figlia di Marr’Mahew, allora, qual prossima a una qualche partenza, a una qualche prolungata assenza, che l’avrebbe resa irreperibile per il ritorno tanto alla vita che era stata costretta ad abbandonare troppi anni prima, lungo le vie del mare; quanto a quella che, invece, in quegli ultimi decenni l’aveva vista attiva ed entusiastica protagonista, in misura tale, addirittura, da porla al centro di decine e decine di ballate, di sonate, di canzoni rapidamente diffusesi in quell’intero angolo di mondo e, probabilmente, anche oltre. Un’informazione che, inevitabilmente, non poté mancare di suscitare un’improvvisa e violenta reazione di ribellione, di protesta collettiva, da parte di tutti i presenti, in un tanto chiassoso quanto probabilmente inutile vociare che avrebbe avuto la sola utilità di rendere improbabile l’aggiunta di qualunque spiegazione, nell’impossibilità a essere uditi in simile contesto.
Solo una figura, fra tutti i partecipanti a quella riunione, non si lasciò coinvolgere da tanta animosità. Una figura che, propria fortuna o proprio malgrado, era già perfettamente confidente con quanto l’Ucciditrice di Dei avrebbe dovuto annunciare. E non per la presenza, all’interno della sua mente, di Desmair, in quel momento percepito qual attento ascoltatore di quanto stava accadendo, quanto e piuttosto perché reso già partecipe, tempo addietro, di un paio di strani sogni ricorrenti che avevano visto coinvolta la propria amata nel periodo in cui ella era stata a stretto contatto con gli scettri dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh, il padre di Anmel Mal Toise, reliquie dotate della maledizione dell’onniscienza, qual solo essa avrebbe dovuto essere considerata, così come avrebbe potuto confermare chiunque ne avesse goduto i letali privilegi. E sebbene Midda Bontor, nell’assenza di una mano e di avambraccio in carne e ossa da lungo tempo, non avrebbe potuto attingere a tale potere in maniera diretta, preservandosi dagli effetti negativi del medesimo; ciò non di meno qualche eco di futuro doveva essere comunque stato condiviso con il suo subconscio durante le ore notturne, venendo da lei, successivamente, rielaborato in chiave onirica. Sogni che, tuttavia, coinvolgevano persone e, soprattutto, situazioni che ella non avrebbe potuto avere neppure mai l’occasione di immaginare quali esistenti, motivo per il quale difficile sarebbe stato minimizzare tutto ciò a mera fantasia notturna.
In tale contesto, proprio malgrado forte di quella consapevolezza, fu quindi proprio Be’Sihl Ahvn-Qa a tacere al centro di quella bufera di esclamazioni di sorpresa e richiesta di ulteriori spiegazioni. Un silenzio che, dopo qualche istante, non poté che essere notato innanzitutto dalla stessa mercenaria dagli occhi color ghiaccio e, successivamente, un po’ alla volta, da tutti gli altri, i quali, incuriositi, non poterono che zittirsi, uno alla volta, in attesa di scoprire quanto egli avrebbe potuto avere da dire tale da giustificare quell’apparente quiete, per quanto straordinariamente seria.

« Hai deciso di partire veramente per le stelle… quindi?! » esordì alfine, diretto e privo di preamboli, non desiderando poter perdere tempo dietro a qualche sfoggio di vana retorica, in quel momento quantomeno inappropriata, almeno nel confronto con il suo giudizio.
« Se conosci già la risposta, perché me lo domandi? » replicò ella, sospirando e chinando appena lo sguardo, nel non riuscire a reggerlo innanzi al giudizio dell’uomo amato, per quanto ancora troppe questioni avessero a doversi considerare aperte fra di loro, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi riguardanti il suo semidivino sposo « Nissa è morta. Ma Anmel e l’Oscura Mietitrice sono ancora là fuori. Lo abbiamo visto tutti. E dal momento che sono stata io a liberarle, è giusto che sia io a sistemare la questione, prima che possano ritornare più forti di prima… » esplicitò, a beneficio di tutti, laddove, altrimenti, quel confronto avrebbe potuto non essere adeguatamente apprezzato dagli altri, loro circostanti.
« E, suppongo, che io dovrò limitarmi a tornare a Kriarya, alla nostra locanda, aspettando per anni di vederti tornare… sempre ammesso che tu possa, realmente, fare ritorno da dove andrai… » commentò Be’Sihl, lasciando pesare, per la prima volta dall’inizio del loro rapporto, della loro amicizia, prima, e del loro amore, poi, la distanza che ella sembrava intenzionata a porre fra loro, una distanza che, purtroppo, in quel frangente non avrebbe potuto mai essere misurata semplicemente in miglia.

Per conquistare un posto nel cuore di Midda Bontor, donna guerriera, mercenaria e avventuriera; per riuscire a riservarsi un posto nella vita della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, dell’Ucciditrice di Dei; quel tranquillo locandiere, di lei innamorato forse dal momento del loro primo incontro, da quando, per la prima volta, ella gli propose di lasciarle una camera perennemente riservata in cambio del proprio aiuto a mantenere la sua locanda libera da ogni malintenzionato, in un arduo proposito all’interno della città del peccato; quell’uomo, ben distante dal modello di compagno che chiunque avrebbe potuto immaginare associato a una figura qual quella di una eroina tanto straordinaria, divenuta una leggenda vivente, aveva dovuto scendere a patti con una verità fondamentale, con un concetto nell’incomprensione del quale non avrebbe mai avuto speranza alcuna con lei, ma nella consapevolezza del quale, al contrario, avrebbe potuto considerarsi su tutti avvantaggiato. E tale verità fondamentale, tale concetto sì cardine, null’altro avrebbe dovuto essere riconosciuto che il rispetto della straordinaria forza di carattere di quella donna, un’energia da lei spesa, in ogni singolo istante della propria esistenza, a combattere per la propria autodeterminazione, per definire la propria indipendenza innanzi a mortali e dei.
In ciò, quindi, egli aveva accettato di attendere il suo amore, la possibilità di far evolvere il loro rapporto a qualcosa di più di quella relazione di già straordinaria complicità che era, per quindici anni. Quindici lunghi anni trascorsi i quali ella gli aveva giocato un brutto scherzo, simulando il proprio assassinio all’interno della sua stessa locanda; errata scelta strategica a seguito della quale egli, al suo poco miracoloso ritorno in vita, l’aveva praticamente costretta ad affrontarlo e a scegliere se rifiutarlo o se accettarlo. E benché, allora, ella lo avesse accettato, in quegli ultimi cinque anni ben poche erano state le avventure fra loro condivise, dal momento in cui, non desiderando in alcun modo forzarle la mano più di quanto già non avesse compiuto, egli le aveva concesso la possibilità di proseguire la propria vita come se nulla fosse accaduto, arrivando, addirittura, a mentire pubblicamente sulla loro relazione. All’idea, però, di doverla veder partire verso il cielo e le stelle al di là del medesimo, per un’avventura dalla quale, forse, probabilmente anzi, non avrebbe più fatto ritorno, non avrebbe potuto essere per lui considerato maggiormente accettabile di quanto non fosse stata quella morte simulata. Ragione per la quale, lì, in quel giorno, in quel momento, egli era pronto a mettere di nuovo in giuoco tutto, per lei, per non essere costretto a rinunciare a lei.
Perché ella, invero, per lui era tutto… e nulla avrebbe avuto ragione senza di lei.

« Supponi male, dolcezza… » negò, tuttavia e sorprendentemente, Midda Bontor, sollevando i propri occhi color ghiaccio per offrirli a quelli ambrati dell’amato « Perché tu verrai con me! »



mercoledì 14 agosto 2013

2032


« E sia… » annuì, pertanto, l’uomo con il volto da teschio, in quello che, se solo gliene fosse stata concessa l’occasione, avrebbe probabilmente potuto essere riconosciuto qual un sorriso « Il tuo debito con me è saldato, Midda Bontor. » asserì, a riconoscerle tale, legittima, liberatoria da ogni ulteriore vincolo, in un disimpegno che, ovviamente, sarebbe valso tanto per l’una, così come per l’altro.

Una nuova parentesi di silenzio contraddistinse quella replica, quella conclusione, qual a tutti gli effetti essa era, nel non volerla privare della propria giusta dignità, del proprio legittimo valore, non laddove, quantomeno, tutto ciò avrebbe potuto rappresentare un’altra fine: la fine del cammino iniziato circa dieci anni prima e che aveva visto, nel corso del tempo, le vite di quell’uomo, il guercio divenuto El’Abeb, e quella donna, Midda Bontor, intrecciarsi in diverse occasioni, in più riprese, in termini alterni, in circostanze sovente contradditorie, e, ciò non di meno, che era alfine state in grado di condurli sino a quel momento, sino a quell’epilogo, nel quale, obiettivamente, ogni questione fra loro avrebbe potuto dirsi sanata, ogni passato conflitto fra loro avrebbe potuto considerarsi ormai risolto.
Dove anche, del resto, Midda Bontor poteva aver indirettamente condannato a morte il guercio dieci anni prima, in occasione della battaglia della piana di Kruth dalla quale ella aveva, alfine, preferito sottrarsi, invitando tutti a fare parimenti; ella era stata, poi, anche e involontariamente responsabile della sua ascesa al ruolo di El’Abeb e, allora, direttamente ed esplicitamente garante per quella definitiva ascesa al potere, e al potere su quel regno edificato dalla violenza della propria gemella e che, ella sperava, nelle mani di quell’ex-marinaio ed ex-mercenario avrebbe trovato una nuova occasione di vita e di prosperità. Un’altra piccola conclusione, quella in tal modo delineatasi, all’interno di un epilogo più amplio, più vasto, ma non per questo volto a negare giusta dignità, e necessario carico emotivo, a qualunque altro evento concomitante, a qualunque altro addio, qual quello stesso si stava evidentemente presentando essere.

« Noal… capitan Noal. » spostò lo sguardo e, ancora una volta, rielaborò immediatamente il proprio esordio, per non privare quell’uomo di un titolo non soltanto ereditato ma, ormai, più che meritato, non soltanto per come era stato in grado di comandare la Jol’Ange e il suo equipaggio in quegli ultimi dieci anni, ma anche e soprattutto per il valore che aveva dimostrato in battaglia, ponendosi sempre innanzi a ogni proprio compagno, a ogni proprio fratello o sorella, pronto a offrire la propria vita in cambio della loro così come solo un vero capitano sarebbe mai stato pronto a compiere « E Hui-Wen. E Masva. E Av’Fahr. E Ifra. E anche tu, Camne Marge, bambina divenuta donna, che avrei dovuto proteggere e che, alla fine, ha fortunatamente trovato in uno splendido equipaggio la famiglia che io non ero pronta a essere per lei. » elencò tutti gli uomini e le donne della Jol’Ange, offrendo a ognuno di loro i propri occhi color ghiaccio « Benché, in effetti, il mio debito nei vostri riguardi appaia forse privo di qualunque possibilità di saldo, nel non avervi offerto nulla, in tutto questo, se non la possibilità di vendicarvi per le vostre perdite delle quali, tuttavia, anche io sono egualmente responsabile; vorrei ora peggiorare ulteriormente la mia posizione chiedendovi ora un importante favore, un impegno enorme, lo comprendo, e che pur, sono onesta, non potrei domandare ad alcun altro, tale è la sua importanza. »
« Parla pure… » la invitò Noal, esprimendosi come voce comune per tutti loro, senza neppure abbisognare di voltarsi per cercare conferma da parte degli altri, consapevole di quanto, in quel momento, il consenso avrebbe avuto a ritenersi soltanto retorico.
« A voi che, per causa mia, avete perso una sorella, un capitano, e un’amica, non dovrei neppure considerarmi degna di rivolgere ulteriormente voce… » ribadì, non volendo in alcuna maniera ipotizzare di minimizzare la propria responsabilità in quanto accaduto « Ma proprio perché, senza alcuna ombra di dubbio, potete comprendere il dramma di una perdita, di più perdite, nell’aver visto la vostra famiglia tanto crudelmente decimata; a voi è la mia supplica per accogliere a bordo della Jol’Ange, e nelle vostre vite, le mie due nipoti, le figlie di mia sorella Nissa. Sono ancora delle bambine e, sotto ai loro occhi, nel corso delle ultime ore, sono morti in rapida successione l’unico fratello e l’unica madre che avevano, lasciandole praticamente sole al mondo. » rammentò, senza negarsi un profondo sospiro « So di non poter vantare alcun credito nei vostri riguardi, e che, soprattutto, quelle bambine nulla hanno a che fare con voi e con la vostra famiglia. Ma, quello che vi sto chiedendo, e di essere voi stessi famiglia per entrambe, aiutandole a sopravvivere, a crescere e a diventare due donne straordinarie quali, sono certa, diverranno. E diverranno insieme, nella speranza che non abbiano a commettere il medesimo, imperdonabile errore commesso da loro madre e da me. »
« Sono certo di parlare a nome di tutti nel dire che saremo onorati di ciò… » annuì il capitano della Jol’Ange, per poi, subito, proseguire « Così come saremo onorati di poterti riaccogliere a bordo della nave che, senza l’anatema scagliato in tuo contrasto dalla tua gemella, oggi certamente sarebbe la tua nave. La nave che, del resto, il nostro capitano, Salge Tresand, ha ricostruito soltanto per te, come tu ben sai. »

Nell’ascoltare simile invito, nel cuore della Figlia di Marr’Mahew qualcosa ebbe, per un istante, a sussultare violentemente, così forte da lasciar temere che il suo stesso battito avrebbe allora potuto interrompersi, avrebbe allora potuto prematuramente arrestarsi. E non per la debolezza conseguente alla perdita di sangue subita, e che ancora lì la stava mostrando decisamente più pallida di quanto, già, abitualmente, non fosse; quanto e piuttosto per l’emozione che una tale idea le suggeriva, nella consapevolezza di quanto, con la morte della sua gemella, fosse effettivamente svanita ogni ragione per la quale non avrebbe potuto riprendere la via del mare. Un’emozione, la sua, un entusiasmo, il suo, che purtroppo fu costretta immediatamente a soffocare, nella non minore consapevolezza di quanto, almeno per il momento, ciò non sarebbe stato possibile.
E senza riservarsi l’opportunità di rispondere a quelle parole, a quell’invito, nel non riconoscere ancora giunto il momento di un certo annuncio che, di lì a breve, era certa, avrebbe sconvolto tutti i presenti, tutti gli astanti, ella tentò di proseguire nel proprio discorso, per così come, tacitamente, le era stato inizialmente domandato di formulare, a indirizzare quel momento di confronto fra persone fra loro tanto estranee quanto, ciò nonostante, tutte a lei ricollegate, in un modo o nell’altro.

« Howe… Be’Wahr… e Seem, mio scudiero… » mosse quindi il proprio sguardo oltre, a spostarsi su quelle altre tre figure, salvo ritrovarsi a essere interrotta da Noal, il quale, rimasto privo di soddisfazione al proprio invito, non sembrava accettare che la questione potesse cadere, serenamente, nel nulla.
« Midda… un istante solo. » riprese voce, intervenendo al di sopra della sua « Hai udito il mio invito? La Jol’Ange ti sta aspettando. Noi tutti ti stiamo aspettando. E, sono certa, anche quelle bambine ti stanno aspettando, perché, che lo si voglia o no, tu per loro rappresenti l’unica famiglia rimasta al mondo. Oltre, particolare non trascurabile, a essere la sorella, e la gemella, della madre che hanno appena perduto. »
« Noal… amici della Jol’Ange… » riportò a lui i propri occhi color ghiaccio « Io non posso essere che lieta, e in parte persino imbarazzata, per il vostro invito, per il vostro affetto e la vostra disponibilità. Purtroppo, per ragioni che trascendono non soltanto la vostra possibilità di arbitrio ma, anche, la mia, sono costretta a rifiutare. » sancì, con tono volutamente freddo, addirittura gelido, non tanto a discapito dell’interlocutore, quanto e piuttosto di se stessa, nel temere di non essere in grado, altrimenti, di poter gestire il carico emotivo lì rappresentato da tutto ciò.
« Perché…?! » intervenne, allora, Camne Marge, anticipando il proprio capitano nel non potersi trattenere dal formulare quell’interrogativo, e dall’esprimere, in esso, tutto il dispiacere all’idea di non potersi ancora riunire, definitivamente, a quella donna straordinaria, accanto alla quale avrebbe apprezzato poter crescere.
« Fra poco lo capirai, Camne… fra poco lo capirai. » la rassicurò la mercenaria, cercando di chiudere in tal modo la questione e riprendere il discorso esattamente laddove interrotto.



martedì 13 agosto 2013

2031


La fine. La fine era giunta.
Per una storia di tradimenti, morti e uccisioni; per una storia d’amore e d’odio; per una storia durata trent’anni, molto più di quanto tutti i protagonisti di quella vicenda avrebbero potuto sperare di sopravvivere; la fine era giunta.
Una fine drammatica, una fine tragica, una fine da dimenticare. E, ciò non di meno, una fine. Una conclusione. L’ultima parola scritta in fondo all’ultima pagina di quel libro. Del libro che avrebbe potuto racchiudere la lunga canzone di Midda e Nissa Bontor, sorelle, gemelle, amiche, nemiche.
Ma se, sotto lo sguardo di chiunque avrebbe letto tale parola, tale conclusione avrebbe potuto essere considerata quanto meno attesa, forse e persino ineluttabile, non potendo tutto ciò proseguire in maniera indefinita e, soprattutto, infinita; e se, all’attenzione di chiunque, essa avrebbe potuto persino essere riconosciuta qual incredibilmente tardiva, in un prolungarsi di quel conflitto oltre ogni possibile aspettativa, in termini tali da rendere quel momento persino atteso, quasi desiderato; per chi ne era stato protagonista e, soprattutto, per coloro che a tutto ciò erano sopravvissuti, simile traguardo non avrebbe potuto essere accolto con eguale entusiasmo, con identica soddisfazione e senso di appagamento, a seguito del completamento di quel sin troppo lungo e impegnativo percorso.
Perché conclusa quella battaglia, terminata quella guerra, raccolti i morti e celebrate le esequie, nell’erigere in verità molte meno pire funebri rispetto all’attesa, all’aspettativa, complice il precedente intervento epuratore degli spettri di Desmair; a contraddistinguere coloro che erano sopravvissuti, non avrebbe potuto che essere un senso di vuoto, in quella conclusiva mancanza di qualunque ulteriore scopo, qualunque ulteriore sfida e, soprattutto, nel maturare coscienza di quanto, in verità, nulla di tutto quello aveva sostanzialmente mutato il mondo. Sebbene, infatti, il pericolo rappresentato dalla regina Anmel Mal Toise e dall’Oscura Mietitrice dietro di lei, avrebbe potuto allora dirsi alfine scampato; nulla di reale, nulla di concreto era, allora, intervenuto a mutare il mondo, a migliorare la qualità della vita di alcuno, e, soprattutto, di chi, così come correttamente analizzato dalla medesima Nissa Bontor, già prima di allora non avrebbe potuto vantare alcun particolare potere, alcuna concreta ricchezza, alcuna influenza sul destino comune, a differenza di pochi signori che, soli, definivano le sorti di tutti.
Inevitabile, in tutto ciò, fu pertanto, per i principali interpreti di quelle vicende, per i più importanti reduci di quella battaglia, ritrovarsi alfine seduti gli uni innanzi agli altri, a quello che, forse, la Storia avrebbe ricordato qual il tavolo dei vincitori, e che pur, nella quotidianità, nulla era né più, né meno, di un comune tavolo, uno fra i tanti presenti all’interno del palazzo edificato dalla defunta regina di Rogautt per esemplificare il proprio potere sull’isola e sui mari a essa circostanti. E lì seduti, ai vincitori non sarebbe stata offerta altra prerogativa, non sarebbe stato riservato altro compito, se non quello di spartire il frutto della loro conquista, in maniera, tristemente, non dissimile da quanto avrebbero compiuto dei comuni predoni, dei semplici pirati, dopo aver imposto, con la violenza, il proprio predominio.
Un parallelismo, quello, che unito alla consapevolezza di tutto il sangue versato per raggiungere simile trionfo e, ancora, all’eco delle parole di monito scandite dalla stessa fu Nissa Bontor nel momento in cui tutti loro, e soprattutto la propria gemella, aveva posto in guardia all’idea di considerarsi migliori rispetto a quanto lei non fosse o non sarebbe potuta divenire; inquinò in maniera particolarmente efficace una parentesi che, a modo proprio, avrebbe dovuto essere di festa, di gioia e di esultanza, imponendo, semplicemente e in termini estremamente imbarazzati, soltanto semplice silenzio su tutti loro.
Un silenzio, quello successivo alla fine, quello conseguente alla conclusione, che fu onere della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, dell’Ucciditrice di Dei e, per diritto di sangue e di morte, della nuova regina di Rogautt e di tutti i pirati dei mari del sud, infrangere, con la propria voce, allora mantenuta più fredda e controllata possibile…

« La battaglia è conclusa. La guerra è finita. Nissa Bontor, che negli ultimi dieci anni ha sistematicamente assassinato la maggior parte dei nostri cari, è morta. Vendetta è compiuta. » annunciò, non lasciando trapelare la benché minima soddisfazione, consapevole di come, con il proprio gesto, con le dinamiche della propria morte, la sua gemella era riuscita ad abbandonare il ruolo di carnefice per accogliere quello di semplice vittima, l’ultima vittima di una lunga e tragica sequenza « E ora…? » domandò, in quello che alcuno ebbe ragione di interpretare quale un interrogativo, qual una reale questione, quanto e piuttosto mera retorica, forse utile a introdurre il proseguo di quel discorso, o forse necessario a spingerli a riflettere su quanto accaduto e su come ciò fosse accaduto.

Non Be’Sihl e non Desmair, dentro di lui, ebbero ragione di intervenire. Non capitan Noal, né il suo equipaggio a lui circostante, ebbero motivo di prendere parola. Non El’Abeb, o la sua amata Shu-La al suo fianco, ebbero necessità di dire aggiungere altro. Non lord Brote e neppure lord Bugeor, a rappresentanza di tutti i signori di Kriarya e di tutta Kofreya, nonché degli altri regni che a quell’ultima battaglia avevano preso parte, vollero interromperla.
Il silenzio, attorno a Midda Bontor, o forse nel profondo del suo spirito, rimase assolutamente inalterato, in attesa che fosse ella a proseguire, a offrire la propria interpretazione di quanto lì sarebbe dovuto alfine occorrere, della via lungo la quale tutti loro, da quel giorno in avanti, avrebbero dovuto iniziare a percorrere. Del resto, era stata ella stessa a riunirli tutti in quel punto, tutti in quel luogo, tutti in quella battaglia. E, in ciò, quasi necessario sarebbe stato per lei, alfine, sciogliere quella tanto eterogenea compagnia, esattamente così come l’aveva costituita.

« Guercio… El’Abeb. » si corresse, accettando di chiamarlo con il nome che egli aveva scelto per sé, nel momento in cui aveva deciso di indossare quella maschera rinunciando al proprio volto e al proprio passato, per accogliere il volto e il passato di molti altri prima di lui, il retaggio di diverse generazioni di altri El’Abeb, la consapevolezza di tutti i quali, alfine, risedeva in lui « A te e ai tuoi uomini è stata promessa una terra in cui vivere e prosperare, in maniera indipendente a qualunque potere, a qualunque autorità, esattamente così come, a oggi, avete vissuto, muovendovi qual una colonna di morte all’interno di regni continentali. » ricordò, dimostrando di non voler venire meno agli impegni presi, di non voler evitare di saldare i propri debiti, così come, del resto, aveva sempre compiuto in passato « Vostra sia quindi l’isola di Rogautt, e i mari a essa circostanti. Il dominio che era di mia sorella, ora è vostro. E le responsabilità che erano di mia sorella, ora sono tue. » evidenziò, volgendo i propri occhi color ghiaccio in direzione delle vuote cavità oculari del proprio interlocutore, cercando in quelle tenebre un qualche segno d’intesa per ciò che desiderava sottolineare.
« Vorresti che accogliessi i pirati di Rogautt all’interno della mia gente…? » cercò conferma egli, senza volontà polemica, senza desiderio di contrasto con lei, animato soltanto dalla volontà di comprendere quanto ella si stesse effettivamente aspettando che lui compisse.
« Non possiamo obbligare nessuno a prestare ubbidienza a chi non desidera riconoscere qual guida. » sottolineò la mercenaria, aggrottando appena la fronte a quell’idea, a quella prospettiva « Malgrado ciò, tu sei indubbiamente una figura carismatica, un condottiero da seguire e al quale rivolgere rispetto. E nelle tue fila ai già accolto, in passato, molti reietti. » puntualizzò « Quindi… sì. A coloro che accetteranno questa occasione, io ti chiedo di offrire loro una possibilità, così come in passato l’hai riconosciuta a chiunque te l’ha chiesta, a chiunque abbia voluto unirsi a te e al tuo popolo. »

Cercando, con la propria mancina, la destra dell’amata Shu-La, in un movimento quasi istintivo, quasi spontaneo e naturale, nel desiderio di trovare certa conferma del suo sostegno, del suo appoggio, della sua approvazione, El’Abeb non ebbe neppure la necessità di voltarsi verso di lei a contemplarne l’amato volto per conoscere la sua posizione a tal riguardo, per così come, in maniera dolce e, pur, estremamente ferma, gli venne trasmessa a tal contatto…



lunedì 12 agosto 2013

2030


Che la Figlia di Marr’Mahew, al di là della leggenda sorta attorno al proprio nome, avesse a doversi riconoscere qual donna e qual mortale, purtroppo o per fortuna, avrebbe dovuto essere considerato un dato di fatto. Soprattutto in quel momento, nel quale, pur essendo sopravvissuta a una ferita che avrebbe dovuto vederla ascendere in gloria ai propri dei, non avrebbe potuto, in alcun modo, considerarsi né in salvo, né, ancor meno, in salute… al contrario.
La perdita di sangue che da lei era stata pretesa, nel momento in cui il tridente della gemella le aveva trapassato il braccio da parte a parte, era stata infatti superiore a quanto avrebbe potuto essere tollerato dalla maggior parte delle persone e dei guerrieri. Ragione per la quale, già il semplice fatto che ella, allora, fosse ancora dotata di coscienza e consapevolezza di sé e del mondo a sé circostante, avrebbe dovuto essere considerato un risultato a dir poco straordinario. Da ciò, a poter, comunque, essere in grado di sostenere un qualunque genere di combattimento, e soprattutto un combattimento sicuramente letale qual solo sarebbe stato quello a lei promesso dalla stessa avversaria che già l’aveva ridotta in tal stato; e in contrasto alla quale non era mai stata oggettivamente in grado di riportare un’effettiva vittoria, un trionfo degno di essere ritenuto tale; sarebbe intercorsa la medesima differenza esistente fra la vita e la morte, fra il giorno e la notte, fra l’acqua e il fuoco. E a riuscire a definire in quale, dicotomica, alternativa, ella avrebbe allora potuto rientrare, l’unico fattore di forza sul quale avrebbe mai potuto contare, sul quale avrebbe mai potuto offrire riferimento, sarebbe stata la sua determinazione, il suo fermo attaccamento alla vita e a proprio diritto alla medesima, in contrasto a ogni antagonista, in contrasto a ogni volere avverso, fosse di creatura mortale, umana o no, così come di divinità.
Purtroppo, a prescindere da quanta energia il suo spirito avrebbe potuto vantare, temprato nel corso di quasi trent’anni di avventure, di oltre vent’anni di battaglie e sfide oltre ogni umano limite; ella era e sarebbe sempre rimasta umana, in una misura che non le avrebbe permesso in alcun modo di trascendere alla propria attuale condizione e, soprattutto, di ignorare la propria lì terribile, e potenzialmente letale, debolezza. La sua vista, in quel momento, appariva pericolosamente offuscata, annebbiata e distorta come sotto gli effetti della peggiore ubriacatura a cui mai avrebbe potuto pensare di dedicarsi. Il suo equilibrio, parimenti, risultava essere estremamente precario, tale da lasciar temere che da un momento all’altro ella avrebbe potuto lì crollare al suolo. E le sue membra, non da meno, apparivano deboli e tremanti, non dimostrandosi in grado, malgrado l’incredibile afflusso di adrenalina nelle sue vene, di mantenersi ferme e solide, così come avrebbero dovuto, innanzi al pericolo. Dopotutto, allo stato per lei allora attuale, maggiore avrebbe dovuto essere riconosciuta proprio la presenza di adrenalina rispetto, persino, a quella di sangue, qual sospinta energicamente dal suo potente cuore in circolo in ogni angolo del proprio corpo, a offrire alimentazione e vita allo stesso. E anche laddove, in passato, proprio tale inebriante sostanza era stata per lei, sovente, spartiacque fra una vittoria e una sconfitta, essa, da sola, non avrebbe mai potuto sopperire all’assenza di sangue che, in quel momento, la stava ancora uccidendo.
In tutto ciò, nel momento in cui Nissa levò un alto grido e si avventò contro di lei, Midda Bontor, leggenda vivente, donna guerriero, avventuriera e mercenaria, non poté che essere praticamente certa della propria sconfitta, della propria fine, mantenendo la pesante spada bastarda levata innanzi a sé non perché in qualche misura convinta di poterla effettivamente adoperare per difendersi, quanto e piuttosto per cercare, quantomeno, di presentarsi innanzi al giudizio degli dei tutti qual la combattente che era sempre stata, e non quale una semplice vittima, una bestia condotta al macello senza alcuna dignità. E, attorno a lei, attorno a loro, non uno fra i testimoni di quell’epilogo avrebbe potuto, in cuor suo, dirsi certo che ella sarebbe stata in grado di sopravvivere a tale prova, a simile sfida, nel comprendere quanto già straordinaria fosse l’evidenza della sua testarda esistenza in vita, in quel tanto difficile contesto.

« Thyres! » sussurrò, o forse sospirò, nel cercare di mantenere gli occhi aperti, lo sguardo fermo, e ciò non di meno rassegnando la propria anima alla sua dea prediletta, con la speranza di poterla realmente incontrare al di là della morte, per non scoprire, tardivamente, di essersi sbagliata nel corso della sua intera esistenza.

Per un attimo, per un istante, per un momento, per un fuggevole frammento d’eternità che, per sempre, sarebbe rimasto scolpito nella Storia, il tempo stesso parve fermarsi, parve arrendersi all’ineluttabilità della morte e, con essa, della tragedia che da tutto ciò sarebbe derivata.

« … no… »

Ma se tragedia fu, tale non fu a discapito di Midda Bontor, vittima designata, quanto della sua stessa carnefice, Nissa Bontor, la quale da boia si ritrovò deprecata al livello di condannata. E non tanto per un destino a lei sarcasticamente avverso, non tanto per una sorte a lei ostinatamente antagonista, quanto e, paradossalmente, per propria volontà.
Perché se il suo tridente mancò clamorosamente il bersaglio e, al contrario, la spada bastarda della sua nemesi la raggiunse in pieno petto, trapassandola da parte a parte nello stesso, medesimo punto in cui ella aveva colpito il proprio primogenito, il proprio adorato figlio ed erede; ciò non avvenne né per una qualche miracolosa riscossa della Campionessa di Kriarya, né tantomeno per un intervento esterno e volto a mutare le sorti altrimenti già definite di quella sfida, ma soltanto per sua volontà… soltanto per un’esplicita scelta in tal direzione formulata dalla stessa sovrana di Rogautt, dalla signora di tutti i pirati dei mari del sud, dalla crudele regina che il proprio dominio aveva desiderato espandere sul mondo intero. Fu ella stessa a fallire nella propria offensiva, a deviare il proprio stesso attacco affinché neppure riuscisse a sfiorare le membra della propria gemella, nel mentre in cui, ciò non di meno, si premurò di permetterle di portare a compimento la propria replica, una risposta che pur l’altra non aveva neppur volontariamente cercato e, probabilmente, non avrebbe neppur ormai voluto realmente cercare.

« Nissa! » gridò l’Ucciditrice di Dei, subito lasciando andare la propria arma e, improvvisamente dimentica della propria debolezza, del proprio esser quasi morta, precipitandosi a sorreggere la sua avversaria, la sua nemica giurata, nonché la sua unica sorella, la sua gemella che, lì, si era appena suicidata contro la sua stessa lama, dopo essersi premurata di porla nuovamente fra le sue mani alla fine di quella tragica storia.

E benché, innanzi alla morte, e alla morte per mano di Midda, sul volto di Nissa Bontor avrebbe dovuto essere soltanto rammarico, disgusto e rifiuto; quanto all’altra venne dedicato, da carnose labbra allora grondanti sangue, fu soltanto un dolce e malinconico sorriso. Un sorriso che, senza particolare impegno, chiunque avrebbe potuto allora giudicare qual carico di rimpianto.

« Nissa… perché…?! » gemette Midda, crollando in ginocchio sotto il pur esile peso della propria ultima vittima, e, ciò non di meno, a lei mantenendosi saldamente abbracciata, per così come le sarebbe potuto essere possibile con un solo braccio a disposizione « … perché hai voluto morire…? »

Trent’anni di guerra, erano stati quelli intercorsi fra loro. Trent’anni di tradimenti, sangue e morte.
Trent’anni di un odio straordinario e vibrante da parte di quella stessa donna che, in quel modo, aveva appena scelto di uccidersi, in una decisione che avrebbe dovuto essere ritenuta soltanto folle, soltanto insensata, se essa non fosse stata letta nell’unica chiave nella quale tal gesto avrebbe potuto trovare un qualche significato, nell’unica interpretazione nella quale simile tragico atto sarebbe potuto apparire non soltanto giusto ma, anche e persino, doveroso. E per quanto, forse, tutto ciò avrebbe reso quegli ultimi trent’anni ancor di più difficile comprensione, estranei a qualunque genere di logica, di raziocinio, alla base di quel sacrificio estremo, null’altro avrebbe dovuto essere riconosciuto se non…

« … amore… » sussurrò Nissa, in un febile alito di voce.

Trent’anni di guerra, erano stati i loro. E, in un fuggevole istante, in un attimo addirittura neppur percepito da parte di una delle due protagoniste di tale dramma, tutto si era appena concluso. Tutto era terminato, esattamente così come avrebbe dovuto essere, come era inevitabile sarebbe stato: nella morte di una fra loro, uccisa per mano dell’altra.
… e ciò era accaduto per amore.

« … mi sono sempre… detta… che tutto ciò che ho fatto… l’ho fatto per odio verso di te… per odio verso tutto ciò che tu rappresentavi… con le tue menzogne… con il tuo tradimento… con il tuo abbandono… » tentò di spiegare la stessa regina dei pirati, con le proprie uniche energie, in parole sempre più deboli, sempre più impercettibili, tanto da risultare scandite semplicemente da un tremante movimento delle sue ancor sorridenti labbra « … ma… mio figlio… mio figlio mi ha fatto comprendere come… come io abbia sempre agito… solo per amore… »
« … Nissa. » ripeté il suo nome la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, nel mentre in cui essi si colmarono di calde lacrime, che presto si riversarono sulle sue guance, rigandole come pioggia.
« … ti ho sempre amata, sorella mia… e… ti chiedo perdono… di tutto… » concluse l’altra, nel mentre in cui il suo corpo, devastato dall’arma ancor presente fra i suoi generosi seni, in un terrificante contrasto fra quel simbolo di morte immerso là dove soltanto vita avrebbe potuto derivare, si ritrovò attraversato da violenti spasmi, dolorose contrazioni « … non odiarmi… »
« Non ti odio… Nissa. Non ti ho mai odiata. » tentò di rassicurarla la donna guerriero, piangendo per lei.
Con quell’inalterata espressione di serenità sulle labbra, colei che per una vita intera aveva creduto di odiarla, le rivolse un ultimo sguardo e un ultimo saluto, prima di morire: « Addio… Midda Bontor. »

E, nel contempo in cui ella spirò, nel mentre in cui la vita abbandonò quegli occhi color ghiaccio, identici a coloro che lì la stavano piangendo, lamentando la sua morte; una violenta scarica di energia oscura venne improvvisamente e inaspettatamente vomitata dalle sue labbra verso l’alto dei cieli, riversando nel rosso sangue di quel tragico tramonto una nera promessa di morte rivolta al futuro di tutti loro.



domenica 11 agosto 2013

2029


« Nissa… io… » tentò di prendere voce verso di lei, animata dal desiderio, dalla volontà, di esserle allora paradossalmente di conforto, di potersi a lei unire in quel dolore, in quel lutto al quale, sicuramente, non avrebbe potuto partecipare nella medesima misura, e che, ciò non di meno, non avrebbe potuto evitare di avvertire anche qual proprio, in quel figlio che non le era stata concessa la possibilità di avere.

Ma se onesto, sincero, concreto e trasparente avrebbe dovuto essere considerato il suo desiderio nei riguardi della gemella, offrendosi improvvisamente dimentica, innanzi a tutto ciò, della battaglia che le aveva viste protagoniste non soltanto un istante prima, ma nel corso di quegli ultimi trent’anni; quel suo intervento non venne allora accolto nel modo che, probabilmente, ella avrebbe sperato avrebbe potuto essere, nel vedersi, al contrario e addirittura, terribilmente e drasticamente frainteso.
E frainteso in termini che, purtroppo, non avrebbero potuto lasciare il benché minimo spazio ad alcuna ipotesi di pacificazione o, quantomeno, di distensione, per così come aveva voluto illudersi sarebbe potuto essere, almeno innanzi a un tanto ingiustificabile tragedia.

« Tu… cosa…?! » ringhiò la sovrana di Rogautt, sollevando il volto da terra quasi di scatto, in reazione alla voce della gemella, a quella voce che, in tal frangente, ancor meno del solito, avrebbe potuto tollerare, avrebbe potuto accettare e sopportare « Cosa… Midda… cosa?! » ripeté, storcendo le labbra verso il basso e, nel contempo di ciò, restando immobile, seppur palesemente tremante d’ira, di rabbia, nel confronto con tutto quello e con quanto quello avrebbe significato « Vorresti davvero tentare di consolarmi…? O, forse, ti illudi che ci si possa ora abbracciare, stringere l’una all’altra così come non abbiamo fatto neppure quando ancora bambine, quando è morta nostra madre e tu non c’eri?!... » le domandò, con tono inevitabilmente retorico, dal momento in cui le sue avrebbero dovuto essere riconosciute, ancora, quali mere accuse ancor prima che tentativi di comprendere quanto stesse accadendo.
« O, meglio ancora, vorresti che io mi impegnassi, ora, a dimenticare che mio figlio, il mio figlio primogenito, è morto unicamente nel tentativo di compiere ciò che in trent’anni tu non hai mai realmente osato fare…?! » insistette, non concedendole possibilità di replica, nel non reputarla, chiaramente, degna di un simile privilegio, di un tale onore « Plagiato dalle tue menzogne, vittima della tua meschina capacità di entrare nei cuori di coloro che ti sono vicini soltanto per poi distruggerli, egli ha gettato la sua vita… per quale ragione…? Dimmelo… per quale ragione…? » sembrò quasi ripetersi, scuotendo il capo, mentre allora il suo sguardo ricadde palesemente su quella spada che egli non aveva ancora lasciato e che, parzialmente conficcata nel terreno, vedeva il suo braccio essere lì sorretto dalla medesima, quasi la sua avesse a riconoscersi una postura di guardia, lì ancora pronto a scattare, ad agire così come aveva tentato di compiere « Dimmelo, Midda! Per quale ragione…?! »

Ancora una volta, benché in tal modo apertamente apostrofata, alla Figlia di Marr’Mahew non venne concessa la benché minima possibilità di intervento, nel mentre in cui la sua gemella si mosse per afferrare la sua spada bastarda, stringendola attorno al forte, per non ferirsi e, ciò non di meno, per non sfiorare la mano del primogenito assassinato, ancora evidentemente succube all’idea di poter entrare in contatto con l’effettiva evidenza della propria colpa, con una fredda riprova di quanto allora tragicamente avvenuto. E in tal modo impossessatasi di quell’arma, di quella straordinaria lama, ella volle offrire maggiore peso alle proprie parole, alle proprie ragioni, nel rigettarla in direzione della propria interlocutrice, della propria parente, con disprezzo, con ribrezzo addirittura, senza neppure, ancora, impegnarsi neppure a guardarla, animata, in tal senso, non dal desiderio di colpirla, quanto da quello di restituirle quanto le apparteneva di diritto e quanto, soprattutto e ancor peggio, era costata la vita al proprio figliuolo, al proprio bambino, qual sempre tale sarebbe risultato al suo sguardo, al suo giudizio.
In ciò sospinta, la spada bastarda contraddistinta dalla medesima e meravigliosa lega metallica del tridente di Nissa, volteggiò brevemente nel ristretto spazio fra le due sorelle, ricadendo proprio innanzi ai piedi di colei alla quale era stata destinata, alla quale era stata in tal gesto concessa. E, per quanto stremata non soltanto dalle emozioni che stava comunque vivendo, dal dolore che le stava comunque straziando il cuore alla morte del nipote; e non soltanto dalla battaglia per così come sino ad allora occorsa, da tutte le prove che era stata costretta ad affrontare, in contrasto a uomini e mostri; quanto e ancor più dalla ferita che le aveva visto negato molto, forse persino troppo sangue, lasciandola indubbiamente debole, e sorretta unicamente dalla propria forza di volontà e dall’adrenalina ancora fortemente presente ad alimentare i suoi muscoli e la sua mente; ella non si negò occasione utile a chinarsi con prudenza, per riappropriarsi di quella naturale estensione del proprio corpo, quel legittimo proseguo del suo mancino, unico arto rimastole, con un gesto naturale, quasi involontario, lì sospinta più dall’abitudine che non in ascolto un ancor concreto desiderio di sfida, di battaglia nei confronti della gemella.
Una battaglia, la loro, che nonostante tutto, non avrebbe ancora potuto essere considerata lì esaurita, così conclusa, in una consapevolezza tragicamente nota a entrambe, e che pur, per quanto allora esplicitamente professata da parte dell’una, non sembrava voler essere sì entusiasticamente accolta dall’altra, nello spiacevole ripoporsi di un’altra scena già veduta, già vissuta, molti anni prima, troppi anni prima, quando, dopo il proprio primo viaggio, durato per due interi cicli di stagioni, Midda aveva fatto ritorno a Licsia, alla propria isola natia e alla propria famiglia, e lì era stata accolta da una furiosa Nissa, la quale non le aveva voluto riservare altra opportunità se non quella di combattere, e di combattere con lei, innanzi allo sguardo di tutti, loro padre compreso. Lì, esattamente come in passato, Nissa non avrebbe concesso alla gemella alcuna altra possibilità, alcuna pacifica alternativa alla propria avversaria, a colei che, sin da quel giorno, aveva eletto qual propria nemesi; in sua opposizione sospinta non soltanto dal dolore per la triste morte della loro genitrice, ma, ormai, anche dal patimento per la tragica fine del proprio figliuolo, di quel giovane che, per lei, aveva rinnegato non soltanto la propria famiglia ma, ancor peggio, la propria stessa esistenza. E in tale impietoso connubio, nulla di quanto Midda avrebbe mai potuto dire o fare, le sarebbe valsa la possibilità di ovviare a compimento del proprio destino, fosse esso la propria morte, così come la morte della gemella.

« Fai bene a impugnarla. Fai bene a stringerla a te. Fai bene a sollevarla per difenderti. » osservò la regina di tutti i pirati dei mari del sud, con un’enorme sforzo di volontà ponendosi allora genuflessa, nell’inizio di un non facile movimento che l’avrebbe vista rialzarsi, per riprendere quanto era stato interrotto in maniera fugace e desolante « Mio figlio è morto per causa tua… » sancì, scandendo ogni singola parola fra denti tanto stretti da offrire l’impressione di starli digrignando per produrre quello stesso suono, quel medesimo intervento « Nostra madre è morta per causa tua… » insistette, non concedendo riposo a quell’ormai lontano passato, nel voler illustrare in maniera chiara e trasparente le colpe di colei che tanto aveva tormentato in quegli ultimi trent’anni e che, di lì a breve, avrebbe anche provveduto a uccidere « E ora tu perirai per causa mia… e né quella spada, né qualunque altro tuo trucco, potranno impedirmi di portarti innanzi al giudizio insindacabile degli dei, affinché il peso delle tue azioni possa essere valutato e ti possa essere riservata una tanto giusta, quanto e ancor più eterna, condanna. »
« Nissa… » cercò di prendere voce l’Ucciditrice di Dei, per quanto privata di qualunque diritto di parola, nel ritrovarsi posta innanzi all’abominio di quanto aveva compiuto.
« Se ancora porti rispetto per la nostra dea Thyres, faresti meglio a pregarla di concederti tutta la sua pietà… perché, ti giuro, da me non ne avrai! » la interruppe, e concluse, l’altra, tornando a offrirsi, alfine, in piedi, con schiena eretta e sguardo dritto innanzi a sé, a spingersi al di là della salma del figlio, la vista del quale non avrebbe potuto che continuare a torturarla, e a spingersi, dopo un lieve movimento del capo, prima, e del busto intero, poi, verso la propria controparte, nel riservarle simile consiglio « Preparati a morire, Midda Bontor! »



sabato 10 agosto 2013

2028


Se, infatti, il tridente era stato strappato a forza dalle carni della Figlia di Marr’Mahew, con violenza tale da troncarle di netto quanto ancora rimastole del proprio destro, già e comunque considerabile perduto; quella stessa, identica, arma, e la sua empia energia carica di morte, era stata immediatamente rivolta e destinata integralmente a discapito di quel giovane uomo, di colui al quale, in tutto ciò, non sarebbe mai stata concessa l’occasione di maturare ulteriormente e, magari e persino, invecchiare, così come, per almeno una decina di anni in più rispetto a lui era stata concessa a suo padre. Così il nero fascio di potere, di quella stessa malvagia essenza sino ad allora accumulatasi sulla sua triplice punta, non soltanto venne scagliato in suo contrasto e, soprattutto, lo raggiunse, ma, peggio, ciò avvenne da pochi, pochissimi piedi di distanza, a una distanza sì ravvicinata, che, ove anche, ipoteticamente, gli effetti negativi di quell’attacco avessero potuto scemare di pollice in pollice, esso lo colpì comunque con tutta la propria più straordinaria e devastante essenza, in misura tale da non concedergli altra alternativa se non quella di osservare il proprio petto, il centro del proprio petto, non soltanto aggredito, ma addirittura trapassato da parte a parte, in una voragine che, improvvisamente, ebbe a materializzarsi là dove, un solo istante prima, erano ancora sangue, muscoli e ossa, la dove, un solo attimo prima, erano i suoi più importanti organi, oltre a una sezione della propria stessa colonna vertebrale. E dove, un solo, semplice momento prima, egli ancora avrebbe potuto essere animato dal risentimento per il gesto che pur aveva deciso di compiere, nel dolore che, in fondo, gli stava pur straziando il cuore e lo spirito all’idea di poter giungere ad assassinare sua madre, la madre che pur tanto amava e rispettava; allora non un solo ulteriore pensiero, non una sola, semplice preoccupazione ancora lo avrebbe potuto lì animare, nella tragica serenità propria della morte.
Malgrado ciò, malgrado la propria impietosa condanna e l’istantanea esecuzione della medesima, Leas Tresand parve allora deciso a restare aggrappato alla vita con le unghie e con i denti, non per un qualche malato attaccamento alla stessa, non per una folle ostinazione in contrasto all’idea della propria morte, quanto e piuttosto nella volontà di non crollare immediatamente a terra, di non ricadere, in quel frangente, repentinamente al suolo, quasi avesse a doversi considerare non diverso da un burattino a cui fossero stati improvvisamente tagliati i fili. Al contrario, egli sembrò essere ancora in grado di riservarsi sufficiente energia per abbassare la spada pocanzi levata innanzi a sé, in un movimento che, comunque, sarebbe potuto essere spiegato anche e soltanto in conseguenza alla naturale attrazione di qualunque corpo verso il suolo; e lì, subito dopo, utile ancora per lasciarsi genuflettere e inginocchiare, finendo con l’apparire seduto sui propri stessi talloni, per lì restare, in tal posizione, immobile: sconfitto, certamente, e pur ancora non vinto; ucciso, indubbiamente, e pur ancora non cadavere, non semplice carne morta destinata a decomporsi e a marcire come qualunque fra le dozzine di uomini e donne che già, lì attorno, erano morti nella dura battaglia ancora in corso.

« Leas! No! »

Un grido straziante e straziato, quello che eruppe, per la quarta volta consecutiva, dalla gola della madre assassina, la quale, pur carnefice, sembrò essere allora addirittura vittima, in un paradosso che chiunque avrebbe potuto condannare qual schizofrenico e che pur, nel ricordare l’allora tanto particolare condizione della medesima, non avrebbe mai potuto essere, in tal modo, impropriamente minimizzato. Perché, per quanto lì, indubbiamente, sue fossero le mani macchiate del sangue della propria progenie, sebbene soltanto metaforicamente, dal momento che, non diversamente da quanto accaduto in soccorso alla Campionessa di Kriarya, anche in tal caso il letale raggio aveva istantaneamente suturato la voragine aperta nel centro del petto del giovane, negando qualunque perdita di sangue; ciò non di meno ella avrebbe potuto essere riconosciuta qual del tutto contraria a quella conclusione, a quel tragico delitto, lì avvenuto non per sua volontà, non attraverso un qualche suo avallo.
Un’ipotesi, e soltanto un’ipotesi, quella, che pur risultò ciò non di meno confermata a opera della sua stessa voce, oltre che della sua disperazione. Una voce che, distrutta dal dolore e da un immediato e irrefrenabile pianto, dimenticò allora qualunque sinergia, qualunque cooperazione prima esistente con le altre entità in lei dimoranti, rinunciando a ogni impiego di un sicuramente inopportuno plurale, per ricondurre tanta pena, tanta angoscia, a una dimensione personale, a un’intima sfera che mai avrebbe potuto condividere con chi, obiettivamente, responsabile per quanto accaduto…

« Leas… figlio mio. Perché? Perché tu…?! » si lamentò, lasciando cadere il proprio tridente a terra e, un attimo dopo, crollando a propria volta, a carponi sulla nuda terra, con il volto affondato nella medesima, a pochi pollici dalle spoglie del primogenito, di quell’uomo ai suoi occhi necessariamente ancora bambino, e lo stesso bambino che aveva allattato al proprio seno, che aveva cullato fra le proprie braccia, e nel quale, malgrado le modalità del suo concepimento, aveva riversato tutto l’amore di cui si sarebbe mai potuta dire capace « Thyres… perché mi hai permesso di macchiarmi di un tanto atroce crimine? Perché hai preteso il sacrificio di mio figlio in questa guerra e, peggio, contro di me…?! Perché? » domandò, in quanto apparve più prossima a un’imprecazione che a una questione, tanto l’impeto con il quale ogni singola parola venne scandita da quel volto ancora, nonostante tutto, rivolto al suolo, quasi a cercare di poter lì seppellirsi, lì affogare, a espiazione per le proprie colpe.
« Io non volevo arrivare a questo… non ho mai voluto nulla di tutto questo. » gemette, scuotendo il capo, con tutta la forza della propria disperazione, e di quell’angoscia viscerale, qual solo, del resto, avrebbe potuto essere quella di una madre innanzi alla salma del proprio figlio, blasfema violazione di ogni legge di natura, di ogni regola universale che non avrebbe dovuto permettere a un genitore di sopravvivere alla propria prole « Quello che ho fatto, l’ho sempre fatto per te… per la nostra famiglia, per il nostro futuro. » pianse amare lacrime prive, purtroppo, di qualunque speranza di espiazione, qual mai avrebbe potuto esserle concessa da alcun dio o dea per quanto aveva compiuto « Leas… figlio mio… figlio… mio… » ripeté, e ripeté ancora, in un alito di voce, strozzata dalla sofferenza, dalla pena, nel mentre in cui, tremante, cercò di trascinarsi verso quel monumento funebre che egli stesso aveva eretto in propria memoria, con il proprio stesso corpo, senza però osare neppure sfiorarlo, osare neppure levare un solo dito sulle sue carni destinate a divenire sempre più fredde.

Non soltanto facile, ma addirittura banale, forse, sarebbe allora stato per chiunque aggredirla e, forse, anche a sopraffarla, del tutto priva di contatto con il mondo a sé circostante qual ella si stava offrendo in quello stesso frangente. Nonostante questo, non una sola arma si mosse verso di lei, non una sola intenzione venne formulata a suo discapito, vedendo, anzi, l’intera isola arrestarsi attorno a quella tragica immagine, a quel quadro straziante, così dipinto da Leas con il proprio forse involontario, e pur indubbiamente calcolato, sacrificio. Non per compassione per il dolore di quella madre assassina, quanto e piuttosto per la condivisa pena da tutti vissuta in quel momento alla vista di quanto accaduto e di come ciò era accaduto, la morte tanto repentina, quanto forse assurda, che aveva colto colui che, forse, avrebbe dovuto essere considerato incarnazione, testimonianza vivente, di quei lunghi anni di conflitto, di quella guerra assurda come ogni guerra, e non meno spietata, non meno sanguinaria: egli che, con la propria semplice esistenza, con il proprio mero volto, incarnava la più profonda follia di quella trentennale faida fra gemelle.
E la stessa Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei, non poté che avvertire il proprio cuore del tutto straziato dal dolore di quella perdita, quella perdita che, occorsa proprio innanzi ai suoi occhi, proprio sotto il suo sguardo inerme, non poté che porsi, al confronto con la sua mente, in un osceno parallelismo con la morte del padre che egli non aveva mai conosciuto, vittima anch’egli di quello stesso conflitto, di quella stessa follia lì alfine degenerata oltre ogni misura.


venerdì 9 agosto 2013

2027


Fu questione di un solo istante e, tragicamente, nulla fu più come prima.

« Thyres… no! »

Midda Bontor sopravvisse. Così come era da sempre sopravvissuta a tutto e a tutti, in un trionfo che, nel corso del tempo, avrebbe potuto tramutarsi in un’oscena condanna, anche allora la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, l’Ucciditrice di Dei sopravvisse. Anche laddove nessuno, neppure ella stessa, avrebbe mai avuto ragione di che scommettere a favore di un qualunque domani per lei, ella sopravvisse. E sopravvisse, paradossalmente, proprio per merito della sua stessa antagonista. Perché quel medesimo attacco che avrebbe potuto distruggerla, quella medesima energia che avrebbe potuto farla detonare in uno sfacelo di brandelli di carne, ossa e sangue, fu per lei una dolorosa panacea e, ciò non di meno, una panacea.
Se, infatti, nella frenetica evoluzione di quegli eventi, di quell’unico, effettivo e terribile evento, il tridente che avrebbe dovuto distruggerla, venne da lei, e dalla sua presa, strappato via con sufficiente violenza, con forza disumana tale da tranciarle di netto il braccio, o, per lo meno, quanto sino ad allora rimasto del suo braccio destro, negandole non soltanto il gomito ma, con esso, quasi tutto il resto della sua estensione fino alla spalla, in un atto tanto straziante che ella si ritrovò addirittura a temere per la resistenza del proprio stesso cuore, per la sua capacità a contenere tanta oscena sofferenza, tanta devastante pena; ciò non di meno, l’energia soltanto parzialmente rilasciata dalla triplice estremità dell’arma si pose utile a cauterizzare quanto rimasto dell’arto mutilato, con maggiore efficienza rispetto a quanto qualunque fiamma non sarebbe stata in grado di compiere, qualunque ferro rovente non sarebbe stato capace di riservarle. E così, per quanto resa quasi folle per il dolore vissuto in un gesto del genere, ciò non di meno ella si vide straordinariamente graziata la vita, pagando sì il prezzo di quanto rimasto del suo braccio destro, ormai mero ricordo tanto nella propria carne quanto nel proprio metallo, ma, quanto meno, ovviando a qualunque rischio di ritrovarsi in gloria agli dei per un tanto stupido, quanto ineluttabilmente letale, dissanguamento.
Malgrado ciò, malgrado il dolore intrinsecamente conseguente al proprio essere ancora viva, e malgrado la soddisfazione che, da tale condizione, sarebbe potuta per lei comunque derivare, la gioia che avrebbe potuto contraddistinguerla nel poter proseguire, ancora, la lotta, non concedendo facile vittoria alla propria gemella; il vero prezzo, il concreto sacrificio tributato in suo nome, per riconoscerle quell’occasione, non avrebbe in alcun modo vederla soddisfatta, non avrebbe in alcun modo potuto trovare la sua soddisfazione, la sua approvazione, riservandole, addirittura e paradossalmente, l’occasione di maledirsi per tutto ciò. Un prezzo, un sacrificio, un tributo, in confronto al quale la perdita del suo braccio destro sarebbe risultata addirittura ridicola, persino infantile, per quanto fisicamente sì straziante.

«  No… Leas, no! »

Nissa Bontor sopravvisse. Colei che, in quella tragica storia, era divenuta la prima antagonista, la grande avversaria, in misura tale da invitare persino il sangue del proprio sangue, il proprio figlio primogenito, a ribellarsi contro di lei e contro i propri assurdi piani di dominio globale, sopravvisse. Malgrado il tradimento del frutto del proprio ventre, di quel figlio allattato al proprio seno, cresciuto fra le proprie braccia e educato al rispetto della propria famiglia, primo e più importante valore sopra a ogni altra cosa, la regina di Rogautt, la signora di tutti i pirati dei mari del sud, l’autoproclamatasi sovrana di ogni mare, sopravvisse. E sopravvisse, proprio malgrado, agendo in tal senso sospinta dalla folle bramosia di vita di colei, un tempo vissuta, ora soltanto per suo tramite, per mezzo del suo corpo, ancora avrebbe potuto illudersi di non essere polvere nel vento, di non essere soltanto l’ombra di un passato addirittura dimenticato.
Se, infatti, primo desiderio della signora di quelle terre, altro non avrebbe potuto essere che la conclusione della sfida con la propria nemesi, con colei che per oltre trent’anni aveva perseguitato in ogni modo, con ogni mezzo, nel desiderio di ottenere vendetta per l’insanabile torto subito; ciò non di meno per Anmel Mal Toise, aggrappata alla vita non di meno di quanto da sempre non fosse stata aggrappata al potere, dimostrandosi pronta a compiere qualunque cosa per ottenerlo, per conquistarlo, per assoggettarlo, tale risultato, simile conquista non avrebbe mai potuto essere ottenuta a prezzo della propria sopravvivenza, non avrebbe mai potuto essere accettata qual corrispettivo per il diritto a godere di un’indomani, di un nuovo giorno, da regina, da dominatrice, da dea. Così, ove anche mai Nissa avrebbe distratto il proprio interesse, la propria attenzione, dalla gemella, forse in ascolto all’odio che tanto provava verso di lei, o forse, addirittura, in ascolto a un umano desiderio di trovare finalmente occasione di pace, in una qualche, pur tragica, conclusione al loro ormai quasi eterno conflitto; l’altra principale figura in lei presente, a scandire in coro con lei quel continuo plurale, non avrebbe potuto permettersi di ignorare la minaccia che, in loro opposizione, stava venendo promossa da quel traditore, da quel meschino rinnegato che, non diversamente da Desmair, aveva deciso di voltare loro le spalle, sicuramente in nome di un qualche proprio interesse, certamente in ascolto a una qualche volontà di predominio su quanto, altresì, lei e lei soltanto aveva conquistato. E riconoscendo, allora, il pericolo rappresentato da quel giovane aggressore, maggiore rispetto a quello che mai avrebbe potuto essere proprio di una donna giunta palesemente al proprio ultimo giorno, ferita e stremata, ormai in fin di vita, la figlia dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh prese il controllo di quel corpo per agire così come reputato necessario e, soprattutto, così come soltanto avrebbe potuto permetterle di sopravvivere, di garantirsi ancora una volta quella vita che, altrimenti, le sarebbe stata negata.
Malgrado ciò, malgrado quanto allora compiuto avrebbe soltanto dovuto essere considerato giusto e necessario per tutelare il loro trionfo, per garantire loro la vittoria tanto desiderata, non soltanto su Midda Bontor ma, ancor più, sul mondo intero; per Nissa Bontor non poté esservi allora alcuna occasione di gioia, alcuna speranza di soddisfazione, nel confronto, purtroppo tardivo, con l’evidenza del solo risultato ottenuto da tutti i propri sforzi, da tutto il proprio impegno a discapito della sorella, di colei che, un tempo, per lei, era stata l’unico mondo degno di essere vissuto, l’unica realtà che mai avrebbe desiderato conoscere. Perché, purtroppo, tanto odio, tanto veleno qual quello da lei allora ingerito e vomitato per trenta lunghi anni, non aveva mancato, alfine, a riversarsi anche in sua stessa opposizione, a suo stesso  discapito, arrivando tragicamente a privarla del più importante successo della sua intera esistenza, del più importante traguardo da lei mai conquistato e, in assenza del quale, improvvisamente, ella comprese che nulla avrebbe più avuto reale significato. Un successo, un traguardo che, tuttavia, non avrebbero dovuto essere confusi, nella propria natura, con il predominio da lei conquistato sull’intera Rogautt o sui mari del sud.

« Figlio mio… no… »

Leas Tresand non sopravvisse. Il figlio di Nissa Bontor e Salge Tresand, concepito nell’inganno e, ciò non di meno, nel più puro e incredibile amore di un padre da lui pur mai conosciuto, e del quale era, ciò nonostante, l’immagine pura e incontaminata, promessa d’eternità in tal modo al defunto capitano della Jol’Ange assicurata, non sopravvisse. Benché avrebbe dovuto essere riconosciuto, fra tutti, qual il più innocente, forse e addirittura l’unica vera vittima di quella guerra folle e insensata, non sopravvisse. E non sopravvisse nel tentativo di colpire la propria madre naturale per salvare la donna che avrebbe potuto essergli madre se solo fosse stata loro concessa tale opportunità, venendo allora stroncato, nella propria giovane età, nel fiore dei propri più energici anni, dalla fredda e impietosa triplice lama posta all’estremità del tridente in lega speciale dagli azzurri riflessi della donna che tanto aveva amato, e per la quale, in quel mentre, si era dimostrato pronto a morire, nel forse folle, forse incompreso, desiderio di salvarla… e di salvarla da se stessa e dall’orrore che, in lei, stava crescendo in maniera incontrollata.


giovedì 8 agosto 2013

2026


Leas Tresand, in tutto quanto accaduto in quelle ultime ore, non si era mai schierato in aperto contrasto ai propri ideali, al proprio stesso spirito. Al contrario, egli aveva cercato, come sempre nel corso della propria esistenza, di essere il più possibile coerente con sé stesso e con quanto aveva definito per lui avere un qualche valore, una qualche importanza, riconoscendo in ciò, al primo posto, la famiglia… la propria famiglia e il suo benessere. Ed egli, in quanto aveva compiuto, non aveva mai tradito la propria famiglia, non aveva mai tradito sua madre, la donna che gli aveva offerto vita e che lo aveva cresciuto, consolandolo quando aveva pianto, rassicurandolo quando aveva avuto paura, sorreggendolo quando era stato debole e aveva temuto di non farcela. Se Leas aveva avuto occasione di divenire l’uomo che era, ciò era accaduto anche e soprattutto per merito di quella donna straordinaria, una donna alla quale mai avrebbe potuto voltare le spalle, una donna che mai avrebbe potuto tradire o abbandonare, non nel momento della propria massima gloria, non in quello della più devastante sconfitta.
Leas Tresand non aveva mai conosciuto proprio padre. Aveva conosciuto il padre delle proprie sorelle minori, un uomo che, nei limiti del particolare contesto in cui era nato e cresciuto, lo aveva anche trattato con sufficiente gentilezza, e persino con rispetto, nel confrontarsi con lui sempre come con un uomo, anche quand’ancora era un bambino. Ma quel padre adottivo, o presunto tale, non era mai stato avvertito realmente qual un padre. E quando egli era morto, non aveva avuto lacrime da versare per simile tragedia. Al contrario, egli aveva sempre conosciuto propria madre. E da sempre l’aveva amata e idolatrata, per così come ella era, per quello che sempre ella era stata. Agli occhi del figlio della regina di Rogautt, che la madre fosse riconosciuta qual riferimento per i peggiori tagliagole dei mari del sud, quegli uomini e quelle donne dei quali ogni canzone riferiva essere i malvagi, gli antagonisti della situazione, avrebbe dovuto essere considerato pressoché ininfluente. Anzi. A dispetto di ogni stereotipo, e a dispetto persino della crudeltà che pur, intrinseca, si celava nel cuore di quella donna in conseguenza al tradimento subito; egli, suo figlio, era sempre stato capace di vedere oltre le apparenze, e di spingersi, in ciò, a godere di quell’animo comunque luminoso, comunque straordinario, qual soltanto ella avrebbe dovuto possedere per edificare il regno a cui aveva dato vita, senza che, in esso, vi fossero omicidi e stupri a ogni angolo.
In fondo, addirittura, in quel di Rogautt, per merito della carismatica influenza di Nissa Bontor, si era da sempre vissuti persino meglio che in quel di Kriarya, città del peccato di Kofreya, ove la violenza, spesso gratuita e ingiustificata, era altresì di casa. Ciò, ovviamente non considerando il massacro che era stato compiuto nel giorno in cui proprio quella tranquilla isola era stata scelta quale capitale per il regno che ella stava andando a edificare; scelta in conseguenza alla quale tutti i pacifici pescatori e artigiani lì aventi dimora erano stati uccisi, quasi capi di bestiame condotti al macello. Ma tali eventi albergavano in un passato troppo lontano, di cui Leas non aveva, né avrebbe potuto avere, memoria alcuna. Ragione per la quale, ai suoi occhi, sua madre era a tutti gli effetti una regina saggia e illuminata, in grado di provvedere al benessere del proprio popolo nella stessa misura in cui si era da sempre dimostrata capace di provvedere al benessere della propria famiglia.
Così, pur figlio dell’inganno e cresciuto con la convinzione, addirittura, d’essere figlio d’una violenza, di uno stupro ordito da proprio padre e dalla sua compagna d’allora, sua zia Midda, a discapito della propria adorata genitrice; divenuto uomo sotto lo sguardo vigile e premuroso di una tanto straordinaria madre, Leas Tresand non avrebbe potuto evitare di adorare la propria figura materna ancor più di quanto, comunque, un qualunque figlio avrebbe mai potuto adorare colei che gli aveva dato la vita e lo aveva nutrito e accudito. E, in ciò, non avrebbe mai potuto neppure prendere in esame l’idea di potersi spingere a tradirla, a tradirne la fiducia e tutto l’amore che in lui aveva posto.
A partire da simile presupposto, quanto Leas Tresand scelse di compiere in quel particolare frangente, avrebbe potuto essere facilmente frainteso nel confronto con un’analisi superficiale, con un qualche giudizio affrettato. Ed egli, per quanto pose in essere, e per come agì, avrebbe potuto essere troppo facilmente condannato qual traditore, a discapito di ogni proprio principio e a discapito della propria famiglia.
Ciò nonostante, riservandosi un solo istante in più per cercare di comprendere quanto stesse avvenendo, e, in ciò, non partendo dal falso presupposto che, per quel giovane uomo, i propri valori potessero essere tanto facilmente posti in vendita, abiurati in conseguenza alla convenienza del momento; sarebbe potuta essere facilmente maturata la consapevolezza di quanto egli non solo era rimasto fedele a se stesso, e aveva agito con sincerità d’intenti, in quell’ultima occasione, ma anche in ogni giorno di quelle ultime settimane, sin da quando, a suo dire, aveva permesso a sua zia di catturarlo, di trarlo prigioniero e di interrogarlo. O, quantomeno, di spendere qualche ora in tal tentativo.
Perché egli, che pur adorava sua madre e non avrebbe mai potuto ordire a suo discapito, non avrebbe mai potuto augurarle altro che una vita prospera e interminabile, non era, malgrado tutto, uno stupido. E nel proprio non essere uno stupido, non avrebbe potuto evitare di comprendere quanto, da oltre due anni, sua madre non fosse più la stessa donna che lo aveva amato e cresciuto, corrotta e cambiata da qualcosa che, anche al suo sguardo, non avrebbe potuto che essere considerato oscuro e malefico. E più il tempo scorreva, più la madre che egli amava si smarriva, si perdeva in un folle delirio di blasfema onnipotenza, qual quello che la vedeva parlare di sé al plurale, evocando mostri e zombie, e riferendosi all’uomo che aveva conosciuto come il compagno di propria zia come fosse suoi figlio. Un altro figlio diverso da lui. Un figlio odiato e rinnegato, che avrebbe preferito abortire ancor prima di porre al mondo.
Così, quando giunse il momento di scegliere, egli non ebbe dubbi e non temette di tradire se stesso e la propria famiglia. Al contrario. Agì, ancora una volta, come sempre aveva agito, nel solo intento di proteggere la propria famiglia.
Leas Tresand non ebbe dubbi, così come non li aveva avuti nel momento in cui aveva scelto di partire alla ricerca di quella zia appena intravista più di un anno prima, per potersi confrontare con lei, e comprendere con chi, effettivamente, avrebbe avuto a che fare.
Leas Tresand non ebbe dubbi, così come non li aveva avuti nel momento in cui aveva scelto di allearsi con Midda Bontor e con i suoi compagni e le sue compagne a bordo della Jol’Ange, la nave appartenuta a suo padre, condividendo quell’ultimo tratto di mare quasi fossero una sola, grande famiglia.
Leas Tresand non ebbe dubbi, così come non li aveva avuti nel momento in cui aveva accettato di prendere parte al piano di sua zia, per quanto folle e rischioso, compiendo, in ubbidienza a lei, offrendole tutta la propria fiducia, quanto sarebbe stato necessario per farla giungere, prigioniera e pur viva, nel cuore dell’isola di Rogautt, al quale, altrimenti, mai avrebbe potuto realmente sperare di giungere. Non viva, quantomeno.
Leas Tresand non ebbe dubbi, così come non li aveva avuti in quelle ultime ore, quando, sempre in ascolto alle parole di sua zia, aveva evitato di lasciarsi coinvolgere nel conflitto, proteggendo le proprie sorelle e custodendo, per la sua stessa parente, la spada bastarda che le aveva sequestrato, e che pur aveva sempre prestato attenzione a lasciarle in prossimità, in modo tale che, se solo ve ne fosse stata l’occorrenza, ella l’avrebbe potuta nuovamente richiedere a sé, l’avrebbe potuta nuovamente ottenere.
Leas Tresand non ebbe dubbi, così come non li aveva avuti neppure quando, pronto a gettare quella straordinaria lama in soccorso a sua zia, era stato fermato da un fuggevole sguardo di lei, un’occhiata effimera e pur carica di un messaggio indubbiamente chiaro e perentorio, che lo aveva invitato ad attendere, e attendere ancora il momento più opportuno.
E dovendo agire negli interessi della propria famiglia, e nel rispetto dell’amore che da sempre lo aveva unito a propria madre, egli non ebbe dubbi…
… non ebbe dubbi e si scagliò in avanti, colmando l’aria con un forte grido e levando la spada bastarda di colei nella quale sperava di poter trovare, un giorno, una nuova figura materna, per dirigerla a discapito di quella folle donna che, ormai, non riusciva a riconoscere più qual propria genitrice. Quella folle donna che, se solo non fosse stata fermata, avrebbe definitivamente ucciso la sola che mai avrebbe potuto arrestarne l’empia ascesa verso il dominio del mondo conosciuto.

« Perdonami… mamma! »


mercoledì 7 agosto 2013

2025


« Dei… »

Nel momento in cui le solide forme di quell’ascia si infransero in un’esplosione di schegge, che ebbero a riversarsi come una scintillante pioggia metallica lì attorno, nel mezzo di tanti, troppi dubbi, domande e incertezze sul futuro, e su quanto nell’immediato sarebbe potuto essere riservato a tutti loro; all’attenzione di chi lì presente per assistere a quegli eventi, a quei drammatici sviluppi, non fu altro che la potenzialmente tragica consapevolezza di quanto, ormai, l’Ucciditrice di Dei fosse rimasta disarmata. E disarmata innanzi alla propria nemesi, alla propria avversaria, alla propria nemica che troppo facilmente, in quel momento, alla luce di ciò, avrebbe potuto pretendere la sua vita offerta in sacrificio al proprio nome, alla propria gloria, sola e ineluttabile conclusione di quell’insano gioco al massacro, di quella battaglia forse protrattasi anche per troppo tempo, nel considerare i trent’anni trascorsi, i trent’anni di lunga attesa per giungere a tutto ciò.
Una consapevolezza, quella in tal modo immediatamente diffusasi, che non avrebbe potuto evitare di essere propria anche della stessa Nissa, la quale, malgrado la tragica epicità di quel momento, non esitò neppure per un istante, non si concesse un solo, effimero attimo di attesa prima di agire, in quella parentesi che, ove la loro fosse stata una drammatica ballata, ella non avrebbe potuto pur tradire, non avrebbe potuto pur ignorare, nel rispetto del proprio ruolo e dell’intensità di un tanto sanguinoso epilogo. Ciò non di meno, non essendo la protagonista di una canzone, di una qualche sonata, la signora di tutti i pirati dei mari del sud non avrebbe potuto ignorare la pericolosa certezza di quanto, allora, anche il più semplice momento di esitazione, fosse conseguente a un mero addio riservato alla sorella, alla propria gemella, avrebbe potuto garantirle una qualche possibilità di riscossa, tale da capovolgere completamente le sorti di quanto in atto, in una misura che, personalmente e sinceramente, avrebbe preferito evitare di sperimentare.
Così, nel contempo in cui quella semplice e comune esclamazione rivolta agli dei tutti venne scandito sulle labbra dei più, in larga parte compagni e alleati della stessa Midda Bontor, premura della sua candidata assassina fu quella di lasciar roteare il proprio lungo tridente, per poter rivolgere, allora, la sua terrificante triplice estremità in direzione del proprio nuovo obiettivo e, immediatamente, affondare verso il medesimo, con la stessa freddezza e lo stesso controllo di un pescatore innanzi alla propria preda, a una preda da colpire e, immediatamente, uccidere, nell’incertezza di poter godere di un secondo tentativo, di un nuovo momento utile a tale scopo…

« … Thyre… ahh! »

Una preghiera, o forse una bestemmia, fu quella che, impietosamente, ebbe allora a mutarsi in uno straziante grido di dolore, un urlo di sofferenza, che esplose dalla gola della Figlia di Marr’Mahew con la stessa furia con la quale il suo sangue, in contemporanea, esplose violento e travolgente al di fuori del suo corpo, in uno spettacolo di morte nel quale, purtroppo, alcun futuro avrebbe potuto essere garantito.
Ciò non di meno, per quanto sangue e per quanto dolore il suo fu, simile tributo non rappresentò, ancora e fortunatamente l’epilogo della sua esistenza mortale, così come anche la sua stessa antagonista e nemesi ebbe allora ragione di cogliere, non senza un certo moto d’insofferenza, di delusione per quanto lì appena occorso e, soprattutto, per quanto lì non era, alfine, avvenuto. Perché, in ubbidienza a un innato, e per lunghi decenni incredibilmente sviluppato, istinto di sopravvivenza, la mercenaria non era rimasta impassibile innanzi a quella sentenza, a quella condanna, ma, ricorrendo alla propria ultima risorsa, o, per lo meno, a quanto rimastole di quell’arto che un tempo era la propria prima risorsa, aveva sollevato quanto ancora rimastole della propria protesi in nero metallo dai rossi riflessi, schierandola innanzi a sé qual scudo.
Uno scudo che, a giustificazione del dolore e del sangue, era stato tristemente infranto dall’impeto di quella triplice punta, ritrovando non soltanto il metallo a essere straziato, ma ancor più, e soprattutto, la carne  e le ossa al di sotto del medesimo, quel residuo d’arto che, malgrado la mutilazione impostale vent’anni prima, le era ancora rimasto, da sempre celato al di sotto di quell’armatura tenebrosa. Carne e ossa che, poco sotto la sua spalla, nell’estremità superiore di tale arto, erano stati travolti senza pietà alcuna da quell’aggressione, ritrovandosi a essere non soltanto praticamente trapassati da parte a parte ma, addirittura, quasi segati di netto, così come nessun’arma, se non quella, con la propria speciale lega, avrebbe potuto sperare di ottenere, avrebbe potuto illudersi di conquistare.
Ferita, quindi, e probabilmente ferita a morte, laddove se quell’emorragia non fosse stata arginata, presto ella sarebbe morta per dissanguamento. E, ciò non di meno, ancora viva. Ancora viva per combattere, ancora viva per tentare, un’ultima volta, di opporsi al trionfo della propria gemella.

« Maledetta! » imprecò la sovrana, storcendo le labbra verso il basso a lasciar trapelare tutta la propria frustrazione per quel parziale fallimento, prima di sforzarsi per ritrarre la propria arma da lei, al fine di rimediare, immediatamente, a quella mancanza « Non riesci neppure a morire come sarebbe dignitoso che tu compissi. Maledetta… maledetta… per tre volte maledetta! » definì, nel contempo in cui, proprio malgrado, si scoprì impossibilitata a riottenere controllo sul proprio tridente.

Perché, al di là di quanto straziante avrebbe potuto essere il dolore in quel momento, in quel frangente, tale da spingerla a pregare affinché quanto rimastole del proprio arto destro venisse del tutto separato dal suo corpo nella speranza di riuscire a porre minimamente a tacere tanta pena, sì roboante all’interno della sua mente in misura tale da lasciarla a dir poco stordita; Midda Bontor, con le proprie ultime energie, con le proprie ultime forze, stava lì sforzandosi, con l’aiuto della propria mancina, di lì trattenere immobile l’arma nemica, a ovviare alla possibilità, per lei, di rientrarne in possesso e, in ciò, completare quanto iniziato, concludendo, alfine, la loro sfida.
Un gesto, il suo, che all’attenzione della sua gemella, e assassina, non avrebbe potuto che risultare del tutto privo di ragione, di fondamento, nel non potersi comunque riservare alcuna possibilità di sottrarsi all’inevitabile e, ciò non di meno, la vide allora fermamente impegnata, e impegnata, apparentemente, al solo scopo di andarle comunque contro, sino all’ultimo…

« Tale è quindi il tuo disprezzo verso di noi, sorella?! » richiese possibilità di spiegazioni Nissa, ancora sforzandosi di ritrarre a sé la propria arma, quasi essa fosse diventata una sorta di ludo con il quale intrattenere due bambine, in termini che avrebbero potuto essere considerati addirittura ironici se non fossero stati incredibilmente tragici « Tale è quindi la tua avversione a nostro discapito, in termini che ti preferiscono accogliere lentamente la morte quale conseguenza delle ferite riportate, qual ineluttabile traguardo del dissanguamento ormai inarrestabile, ancor prima che accettare la grazia che soltanto noi potremmo concederti, nell’alleviare il tuo patimento e nello spingerti immediatamente in gloria a Thyres? »

Necessariamente concentrata a trattenere in sé, entro i limiti del proprio corpo mortale, quegli ultimi cenni di vita, Midda Bontor non rispose, e, ciò non di meno, non allentò la presa, non le restituì la propria arma, facendo sì che il proprio sangue potesse scorrere lungo tutta la sua impugnatura sino alle mani di colei che lo avevano preteso, allorché offrirle vittoria, concederle quella soddisfazione che, se solo gli dei fossero stati con lei, non le avrebbe mai concesso. Gli dei e… qualcun altro.

« E sia… » acconsentì la signora dell’isola « Se questo è il tuo gioco, che ci possa essere offerta l’occasione di giocarlo insieme. » soggiunse, nel mentre in cui, a contorno di tutto il dolore allora vissuto, a contrastare gli sforzi della Figlia di Marr’Mahew ebbe allora a imporsi anche uno sgradevole formicolio, un formicolio che vide coinvolta la ferita e tutto il suo braccio non qual conseguenza della vita che la stava abbandonando, quanto e piuttosto di qualcos’altro, e, nella fattispecie, di una nuova scarica di energia che, in quell’arma, stava venendo condensata, per poterla allora investire in pieno, in un impeto che, da distanza sì ravvicinata, l’avrebbe probabilmente vista letteralmente deflagrare, esplodendo in dozzine di frammenti di carne e ossa, grondanti sangue.