Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 1 aprile 2013

1897


« Che la benevolenza della sempre giusta Thyres possa benedire voi, la vostra nave e il vostro viaggio. » prese voce l’uomo, esordendo verso Midda e Be’Sihl, a loro più prossimi, ma includendo in tal senso l’intera Jol’Ange e tutto il suo equipaggio, scandendo ogni parola pronunciata con attenzione, nel non volersi concedere possibilità di non essere udito « Siate i benvenuti a Licsia, stranieri. »

E la Campionessa di Kriarya, che pur, sino a quel momento, aveva silenziosamente riflettuto sulle parole migliori con le quali introdursi a chiunque fosse sopraggiunto ad accoglierli, nel desiderio di non posticipare inutilmente la propria stessa presentazione in conseguenza al timore di potersi vedere respinta ancora una volta a distanza di tanto tempo, alla paura di poter essere rifiutata dopo tutti quegli anni di volontario, e indotto, esilio; non seppe proprio malgrado allora individuare in che termini esprimere un così pur non ovvio intervento, ritrovandosi a essere lì priva non soltanto della volontà di confrontarsi con quella gente, con la propria gente, quanto e peggio priva persino della forza di farlo, nel porsi, come mai prima d’allora, totalmente inerme innanzi alle proprie emozioni, ai propri sentimenti e, soprattutto, alle proprie peggior emozioni e ai propri peggiori sentimenti. Per sua fortuna, in suo soccorso, si prodigò allora il suo amato locandiere, il quale, pur rimasto inizialmente in silenzio, addirittura defilato quasi in disparte, nel desiderare concedere alla propria compagna tutto il tempo e lo spazio di cui ella avrebbe potuto necessitare in quel frangente; non l’abbandonò, non la lasciò sola innanzi a quella spiacevole prova, cogliendone ancora una volta tutto il disagio, tutte le preoccupazioni, tutte le ansie e decidendo di intervenire al fine di concederle qualche istante di tempo per recuperare l’autocontrollo apparentemente perduto, per ritrovare quella parvenza di dignità che, altrimenti, avrebbe potuto rischiare di non contraddistinguerla più, definendo quella quale un’altra nera pagina nella storia personale di quella pur straordinaria donna, la cui vita era stata da sempre contraddistinta da incredibili successi e straordinari trionfi.
In ciò, pertanto, egli avanzò di un passo, in direzione del proprio interlocutore. E a voler offrire trasparenza di quanto fossero oneste le proprie intenzioni, non si limitò allora a rivolgere un semplice saluto verbale, e neppure a offrire solamente il proprio braccio mancino, oppure addirittura destro, qual dimostrazione di fiducia: al contrario, Be’Sihl, a quell’uomo, per lui completamente estraneo, volle allora offrire entrambe le proprie braccia, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto, in quel gesto che, secondo le consuetudini vigenti, sarebbe abitualmente stato rivolto soltanto a pochi intimi, a pochi amici veri e sinceri ai quali dimostrare, in ciò, di essere completamente disarmati, di non star nascondendo alcuna arma con la quale essere pronti a colpire al minimo accenno di debolezza, al minimo errore.
Una scelta forte, quella che lo shar’tiagho volle rendere in tal modo propria, ma che non restò ignorata da parte di alcuno dei presenti. Non dall’anziano, non dal giovane, né tantomeno dall’uomo verso il quale quelle mani si presentarono allora simili a un dono, seppur prive d’alcunché al proprio interno.

« Il mio nome è Be’Sihl Ahvn-Qa, figlio di Shar’Tiagh e locandiere in Kofreya, nella città di Kriarya. » si presentò, con un sincero sorriso, non avendo, del resto, obiettivamente alcuna ragione di avversione nel confronto con quelle persone, con quegli interlocutori o con chiunque altro all’interno dell’isola.
« Benvenuto Be’Sihl Ahvn-Qa, di Kriarya. » rispose a quella presentazione l’autoctono, avanzando a sua volta in direzione del locandiere e, dopo un istante di esitazione, tendendo entrambi le proprie mani verso quelle dell’altro, a offrirle con i palmi verso il basso, per completare il gesto di saluto e non lasciare tanta fiducia qual sprecata, qual vana « Il mio nome è Mari Bontor, figlio di Licsia e pescatore. » ricambiò la presentazione, imitandone i toni pur senza volontà di scherno in tal senso « Questi è mio figlio Keri… » proseguì poi, indicando il giovane « Mentre egli è mio zio Nivre… Nivre Bontor. » puntualizzò, introducendo anche l’anziano con il volto segnato dal sole.

Che la sorpresa diffusasi tanto sul volto di Be’Sihl, quanto e ancor più su quello di Midda e, in verità, dell’intero equipaggio della Jol’Ange, a quelle parole e, in particolare, a quell’ultimo nome, apparve straordinariamente palese, fu semplicemente retorico da cogliere, da sottolineare, da evidenziare. Se in luogo a quel nome fosse stato citato quello della dea Thyres, del dio Tarth o di qualunque altra divinità, dei mari o no, probabilmente minore sorpresa, minore disorientamento, minore stupore si sarebbe dimostrato qual proprio in tutti loro, trovandoli, in effetti, più quietamente disposti ad accettare l’idea della presenza di un dio o di una dea incarnata nel corpo di quell’anziano allorché la veridicità di quell’identificazione, di quella presentazione. Ciò nonostante, laddove da parte dell’uomo presentatosi come Mari Bontor non vi sarebbe potuta essere ragione di menzogna, nell’ignoranza che indubbiamente doveva caratterizzarlo nel merito dell’identità della donna guerriero a lui posta innanzi, quell’informazione non avrebbe potuto essere considerata viziata, non avrebbe dovuto essere giudicata menzognera. E, in tal senso, quell’anziano pescatore non avrebbe dovuto essere altri che considerato Nivre Bontor, il padre di Midda e Nissa Bontor.

« Thyres… » gemette la Campionessa di Kriarya, percependosi prossima a una crisi isterica, sola, legittima e umana reazione da poter presentare al confronto con tutto ciò.

Della morte del padre, ella ebbe ragione di rendersi tardivamente conto in quel momento, non le era mai stata offerta formalmente notizia, non le era mai giunto, nel corso degli anni, annuncio. Semplicemente, con il trascorrere del tempo, con il proprio inesorabile invecchiare, tale ormai da spingerla in non ovvia prossimità ai quattro decenni di vita,  ella aveva dato per scontato simile evento. E quando, qualche mese prima, ella si era ritrovata a confronto con una coppia di spettri di sangue rappresentanti i propri genitori, ella non aveva avuto esitazione alcuna a considerarli fondamentalmente giustificati nella propria esistenza… e, ancora, nella propria brama di vendetta a suo discapito, a sua punizione.
Tuttavia, fatta eccezione per quell’immagine, per quella coppia di osceni simulacri che avevano cercato insistentemente la sua morte; mai le era stata offerta una qualsivoglia conferma nel merito della scomparsa del padre, né, da parte sua, era stata mai ricercata. Semplicemente, ella aveva dato per scontato simile evento. E non un errore di presunzione peggiore rispetto a quello avrebbe mai potuto commettere. Perché se già difficile, emotivamente, sarebbe stato per lei il confronto con Licsia, malgrado tutti gli anni trascorsi, quasi folle, psicologicamente, sarebbe divenuto il confronto con un tale annuncio, e, soprattutto, con il volto del padre, dopo tanti… troppi anni nuovamente innanzi a lei.
Un padre che ella non aveva riconosciuto e che, reciprocamente, non aveva offerto il benché minimo accenno a riconoscerla. Un padre che, al loro ultimo incontro, avrebbe dovuto essere ricordato addirittura qual più giovane rispetto a quanto ella lì non fosse; e che l’aveva veduta, per l’ultima volta, ancora ragazza, fanciulla, ancora contraddistinta dal rosso color fuoco dei propri capelli, nonché da un viso e da un corpo integri, non ancora segnati dagli orrori di una vita spesa in guerra contro la propria gemella, sola responsabile per tutte le mutilazioni che ella aveva subito. Un padre che, forse, sarebbe stato allor meglio non la riconoscesse, non avesse modo o occasione di riconoscerla, laddove, spiacevolmente, se solo ciò fosse avvenuto, avrebbe potuto tornare a volgerle quello sguardo carico di condanna che, dopo tanto… troppo tempo ella ancora ricordava perfettamente.
Purtroppo per lei, e per tali speranze, al di là del colore dei suoi capelli, dello sfregio sul suo viso o del braccio destro amputato, e sostituito da una protesi in nero metallo dai rossi riflessi che non aveva subito, alfine, una sorte migliore rispetto all’originale; i suoi occhi, i suoi straordinari e inimitabili occhi color ghiaccio, per quanto in quel momento quasi completamente assorbiti dal nero delle pupille allargatesi qual reazione alla sorpresa vissuta, non avrebbero potuto essere né confusi, né dimenticati, nella mentre del padre sin dal giorno in cui, appena nata, e a riposo fra le braccia della madre, li aveva dischiusi verso di lui, offrendogli il suo primo saluto, carico di curiosità e di amore.


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