Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

sabato 30 marzo 2013

1895


Quando la Jol’Ange attraccò a Licsia, non vi furono né guardie, né ufficiali della capitaneria di porto ad accogliere quel gruppo di potenziali stranieri. Non vi furono semplicemente perché non avrebbero potuto esservi. Perché non erano neppure mai state previste nell’eventualità della propria presenza.
Licsia non era mai stata una grande isola e, negli ultimi tre decenni non lo era divenuta. In Licsia non erano mai state ricchezze da saccheggiare e, a ben vedere, pur essendo l’isola maggiore del proprio arcipelago, la popolazione locale era sempre stata tanto ristretta da non poter neppure prevedere l’esigenza di un qualsivoglia genere d’istituzione, fosse essa preposta al mantenimento dell’ordine, fosse, ancora, essa preposta alla gestione formale delle attività sociali. Licsia, in tal senso, non aveva quindi mai conosciuto né una milizia cittadina, né un alcalde, o qualunque altro genere di capo-villaggio, del secondo non abbisognando in assenza di dissidi interni, di questioni non risolvibili, semplicemente, attraverso il dialogo, e della prima non necessitando in assenza, da memoria d’uomo, di qualche reale minaccia a parte del mondo esterno, laddove neppure i pirati sembravano aver mai avuto ragione di dimostrare interesse verso quel piccolo, tranquillo e innocente angolo di mondo.
Così, nell’essere sopraggiunti alle prime luci dell’alba di un nuovo giorno, soltanto serenità avrebbe potuto accoglierli, in un’isola per metà ancora probabilmente addormentata e per l’altra metà dalla sera precedente ancora dispersa nelle aree di pesca lì circostanti, a concludere il recupero delle reti e a prepararsi al meritato ritorno a casa, dalle proprie famiglie, dai propri cari.

« E ora… che si fa…?! » interrogò il possente Av’Fahr, cercando occasione di confronto con il proprio capitano, permettendosi solo allora di abbandonare il timone, nella sua ormai evidente inutilità e, in ciò, nella naturale conclusione del proprio incarico al medesimo, e non solo per il completamento del proprio turno.
« Non chiederlo a me. » si strinse nelle spalle Noal, minimizzando le proprie possibilità di apportare al discorso un qualunque intervento utile, nel non possedere, né nel voler possedere, un obiettivo controllo sulla loro missione, sul loro viaggio, al di fuori dei confini propri del mare, là dove la sua autorità, qual capitano della Jol’Ange, non sarebbe mai stata posta in discussione « Sai bene che, da questo momento in avanti, colei che comanda è Midda. »

E la Figlia di Marr’Mahew, così evocata, tornò a offrire la propria presenza, in coperta, or completamente rivestita, nei propri più consueti abiti: la pelliccia di sfinge con la quale, dal proprio viaggio in Shar’Tiagh, era solita circondare i propri prosperosi seni; e i pantaloni in morbida ma resistente pelle entro la quale fasciare le proprie gambe e i propri glutei, senza fronzoli, senza particolari occasioni di abbellimento tale da rischiare di esserle, all’atto pratico, più d’intralcio che di utilità. Non nobile aristocratica, non altezzosa lady, d’altronde, ella era, era mai stata o aveva mai desiderato apparire, né avrebbe potuto correre il rischio di apparire nell’evidenza di tutti quei dettagli, di tutti quei particolari che, irrimediabilmente e inequivocabilmente, le imponevano una classificazione qual donna guerriero. Per tal ragione, in quanto tale, solamente la più essenziale praticità avrebbe potuto ricercare e desiderare qual propria tanto nel vestire, quanto nel relazionarsi con il mondo a sé circostante, sovente rinunciando a una più placida diplomazia in favore di una schietta onestà, tale da indicare ogni cosa con il proprio nome, senza ipocrisie né falsità.
Anche per merito di ciò, dopotutto, ella apprezzava sinceramente una capitale qual la città del peccato, in misura tale, addirittura, da accettare di diventarne Campionessa. Entro i confini di Kriarya, ella aveva scoperto che difficilmente la realtà si proponeva qual mistificata dalla sciocca arroganza di chi incapace a riconoscere e accettare la propria stessa natura, nei propri punti di pregio così come nei più evidenti difetti, al punto tale da non definire un mercenario qual un mercenario, un assassino qual un assassino, un ladro qual un ladro e una prostituta qual una prostituta. In Kriarya, la cui popolazione era principalmente composta da mercenari e assassini, ladri e prostitute, nessuno avrebbe mai ipotizzato di dissimulare la propria effettiva natura, nessuno avrebbe mai ipotizzato di negare i propri principi, i propri ideali, per quanto distanti da quelli di chiunque altro al punto tale dall’apparire prossimi alla più totale assenza di principi o di ideali.

« Ecco… “colei che comanda”! » esclamò il figlio dei regni desertici centrali, nel ripetere quanto appena suggerito dal proprio interlocutore, a coniare in tal modo un estemporaneo appellativo per chi, pur, non avrebbe avuto ragione di richiederne altri.
« Mmm…?! » domandò ella, aggrottando appena la fronte a tale accenno, non potendo cogliere la ragione a fondamento di tale asserzione né, tantomeno, dell’inflessione di giuoco resa propria da Av’Fahr, nella quale avrebbe potuto essere intesa una qualche ironia a suo discapito benché non conoscesse motivazioni utili a giustificarla, a legittimarla nella propria occorrenza.
« Lascialo perdere… ogni tanto tutti quei muscoli gli bloccano l’afflusso di sangue verso il cervello e parla senza sapere quello che dice. » minimizzò Noal, scuotendo appena il capo e levando gli occhi al cielo.
« Questa è buona! » intervenne la voce di Howe, nel mentre in cui anch’egli fece la propria apparizione sulla coperta della nave, seguendo di poco la donna guerriero sua amica e alleata « Mi dai il permesso di riutilizzarla per Be’Wahr?! » domandò, rivolgendosi direttamente al capitano della Jol’Ange e riferendosi, in ciò, alla vigorosa corporatura del proprio fratello di vita, ben distante dalla possanza di quella di Av’Fahr, e pur, non di meno, appariscente e idonea a quel genere di intervento.

In un altro momento, in un’altra occasione, in una diversa situazione, Midda non si sarebbe probabilmente sottratta alla possibilità di prendere parola nella questione e di esprimere il proprio giudizio a simile riguardo, forse in termini a sua volta scherzosi, per prendere parte al giuoco per così come suggerito; o forse in termini più seri, richiamando all’ordine i propri compagni con la dolce fermezza di una madre desiderosa di non assistere a un litigio fra i propri bambini.
In quel momento, in quell’occasione, in quella situazione, tuttavia, le parole che la circondarono, e che non le si offrirono qual in esplicito riferimento, non ebbero neppure occasione di arrivare a stuzzicare il suo interesse, la sua curiosità, ritrovandola, come già poche ore prima, completamente distratta, o, più precisamente, completamente assorta, nella contemplazione della propria isola, della propria terra natale così, fondamentalmente, simile a quella dei propri ricordi d’infanzia, e pur, altrettanto sostanzialmente diversa dalla stessa, quasi fosse un altro luogo, un’altra Licsia. E solo la consapevolezza della presenza di tanti amici a lei circostanti, a lei allora così vicini per quanto da lei non sufficientemente ascoltati nei propri interventi, in quell’esplicita volontà di disimpegno da qualunque non futile preoccupazione, le concesse la forza utile a non voltarsi, a non rifiutare quella pur ricercata opportunità di confronto. E solo la consapevolezza della presenza di Be’Sihl, suo amato, a lei prossimo, a lei, addirittura, già innanzi, ai piedi della passerella che aveva personalmente contribuito a sistemare per il trasbordo dalla nave al molo, le concesse la forza utile a spingersi innanzi, a muovere un passo dopo l’altro in direzione di un primo, nuovo contatto con quelle sponde, con quel mondo che, mai come in quel momento, avrebbe potuto apparirle strano, misterioso e, soprattutto, pericoloso.

« Thyres… » sussurrò in un alito di voce, un intervento che alcuno, tranne forse la dea così invocata, avrebbe potuto udire, avrebbe potuto distinguere da un semplice respiro, e che pur, da parte sua, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual espressione di tutta la sua agitazione, di tutta la sua ansia, di tutta la sua preoccupazione, così come neppure innanzi agli avversari peggiori, ai mostri più osceni, aveva avuto motivo di vivere, arrivando, persino, a preferire l’idea di essere ancora una volta perduta all’interno della desolazione della palude di Grykoo, o della Terra di Nessuno, o di altri luoghi simili, piuttosto che porsi a confronto con quel paesaggio da sogno… un sogno, per lei, altresì interpretabile qual un incubo.


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