Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

venerdì 29 marzo 2013

1894


Laddove il segreto del successo di Be’Sihl nel proprio rapporto con Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, donna guerriero, mercenaria e, ormai, leggenda vivente, avrebbe dovuto essere riconosciuto, senza particolare ragione di incertezza, di esitazione, di dubbio, nella capacità da lui dimostrata di esserle vicino senza, in ciò, imporsi su di lei, sulla sua vita in maniera eccessiva e soffocante, senza pretendere qual propri diritti di sorta sulle sue scelte, sulle sue decisioni e, soprattutto, sui modi e sui termini da lei abbracciati nell’affrontare la propria quotidianità; inevitabile fu per lui, anche in quell’occasione, dimostrare di aver saputo rendere propria la migliore via per raggiungere il cuore dell’amata, e, soprattutto, per garantirsi un’occasione di interloquire con lei anche su una tematica tanto sgradevole quanto, evidentemente, quella avrebbe dovuto essere riconosciuta. Così, benché probabilmente in sua assenza ella non avrebbe avuto ragione di aggiungere altro a compendio della rassicurazione offerta al capitano della Jol’Ange, e volta a considerare rapidamente chiusa ogni possibilità di confronto sulle sue emozioni anche ove tanto palesi, tanto straordinariamente evidenti al di là di ogni pur consueta maschera di glaciale distacco la stessa fosse solita rendere propria a celare qualunque emozione; in conseguenza a quanto da locandiere taciuto ancor più che da quanto da chiunque altro detto, ella si concesse una possibilità di apertura ai propri compagni di viaggio e, soprattutto, al proprio uomo, riformulando quanto appena dichiarato in termini, alfine, più onesti…

« D’accordo. Forse non sto proprio così bene. Non emotivamente, quantomeno. » ammise sospirando e scuotendo appena il capo, nel socchiudere i propri inumani occhi color ghiaccio e nel lasciar ondeggiare i propri sempre disordinati capelli corvini, a ribadire fisicamente, in tal modo, quanto appena espresso verbalmente « E’ che… mi aspettavo di trovare qualcosa di diverso. Qualcosa di… di più. » tentò di spiegare, sollevando entrambe le braccia per indicare avanti a sé, con il palmo dell’unica mano rimastale, la mancina, rivolto verso il cielo, così come sicuramente sarebbe allora stata anche la destra se solo ella l’avesse ancora posseduta « Quella Licsia non è la mia Licsia. »

Imbarazzati dalla consapevolezza di essere testimoni di quel dialogo e, ipoteticamente, partecipi al medesimo solo in conseguenza alla presenza al loro fianco, in quel momento, del buon Be’Sihl, né Noal, né Av’Fahr, né tantomeno Ifra avrebbero potuto rendere propria una qualunque ragione di intervento nel merito di tutto ciò, comprendendo quanto anche la più semplice parola avrebbe potuto apparire inopportuna, anche e soltanto a ribadire l’ovvio, ossia quanto, effettivamente, quella innanzi a loro avrebbe dovuto essere riconosciuta qual la fantomatica Licsia da lei evidentemente ancora ricercata, ancora rifiutata nella propria pur tanto retorica presenza.
Una decisione in effetti saggia, la loro, per mezzo della quale il locandiere si ritrovò, improvvisamente, protagonista di un confronto quasi intimo con la propria compagna e amante, non inibito, differentemente da loro, a prendere voce e, pur, in tutto quello, quasi costretto a farlo anche ove, probabilmente, avrebbe preferito mantenere ancora il silenzio, nell’assenza di altri partecipanti a quella conversazione, a quel dialogo, per così come si era evoluta.

« Sono passati anni dall’ultima volta che sei stata qui… e qualcosa di più da quella prima ancora, quando, ancora bambina, trascorrevi le tue giornate in quest’isola, sognando il resto del mondo. » suggerì, ora levando la propria destra per cercare un contatto non più con la mano dell’amata quanto con la sua spalla, in un contatto non di meno delicato, che avrebbe potuto essere inteso qual il preludio a un dolce abbraccio e che pur, in quel luogo e in quel momento preferì evitare di esprimersi qual tale « Ora che hai conosciuto il resto del mondo, è normale che tutto ciò ti appaia… diverso. Più… piccolo?! »
« … sì… » annuì la mercenaria, ascoltando le parole dell’amato, prestando a lui assoluta attenzione nella speranza che, in ciò, le sarebbe potuta essere offerta una spiegazione, una consolazione, benché, in fondo, già perfettamente consapevole con tutto quanto avrebbe dovuto essere noto in tal senso.

Non sciocca ella aveva mai avuto brama di apparire, né, oggettivamente, era mai apparsa sin dalla propria più giovane e innocente età. Non sciocca, ella non avrebbe mai potuto negarsi confidenza con qualunque spiegazione Be’Sihl avrebbe potuto offrirle. Ciò non di meno, ella desiderava quelle spiegazioni, desiderava sentire quanto da lei già noto essere scandito dalla voce del proprio compagno, necessitando, da parte sua, una qualche rassicurazione, una qualche conferma, con la stessa fragile insicurezza propria di un bambino. Perché, in quel momento, nel confronto con la propria terra natia, con l’isola nella quale ella era nata e cresciuta, e dalla quale era scappata, ella non avrebbe potuto evitare di sentirsi, inaspettatamente, ritornata un po’ bambina, quasi quegli ultimi trent’anni, anno più, anno meno, non fossero occorsi ed ella, malgrado tutta la propria ostentata sicurezza, abbisognasse ancora delle certezze che solo una voce amata e adulta avrebbe saputo offrirle.
Un tempo la voce di sua nonna Namile. Oggi la voce di Be’Sihl, il suo compagno.

« Rammenti il villaggio dove sono nato e cresciuto? Dove vive la mia famiglia? » questionò egli, offrendo riferimento a uno sparuto gruppo di case disposte lungo la riva di uno dei grandi fiumi di Shar’Tiagh, unici lembi di terra fertili in un regno che, giorno dopo giorno, sembrava cedere sempre più territorio all’avanzare del deserto da settentrione e da occidente, meta di un lungo viaggio che li aveva visti protagonisti qualche anno prima, quasi a voler festeggiare, in tal modo, l’amore che alla fine avevano accettato di vivere apertamente e pienamente, a dispetto di qualunque avversità « Poche umili abitazioni di pescatori, contadini e allevatori. Una manciata di artigiani e nulla più. E pur, quando io ero bambino, non sarei stato neppure in grado di concepire l’idea che potesse esistere qualcosa di più rispetto a tutto quello. Tanto da trovare assurdi i racconti dei miei parenti che, magari giungendo in visita dalle grandi capitali, insistevano a parlarmi di quel mondo decisamente più amplio, più vasto, più imponente che io mai avevo visto e, a dire il vero, neppuire ero realmente interessato a conoscere… »
« Eri solo un bambino… » cercò di giustificarlo la Figlia di Marr’Mahew, non desiderando concedere né a lui, né tantomeno ad altri, la possibilità di giudicarlo negativamente per quell’apparente ingenuità, per un attimo dimentica di quanto, un solo istante prima, ella stesse condannando indirettamente proprio se stessa per la medesima ragione, nel proprio rapporto con Licsia.
« … anche tu. » sorrise il locandiere, evidenziando quel particolare dettaglio apparentemente ovvio, e che pur non avrebbe dovuto concedersi occasione di ignorare, così come, impietosa verso se stessa, verso la propria terra o, più in generale, verso il proprio passato, sembrava tanto ansiosa di compiere.

Colpita nel segno, là dove ella era in fiduciosa attesa egli non l’avrebbe delusa, non mancando di raggiungerla; la Campionessa di Kriarya si volle riservare un istante di silenzio, per riflettere su quelle parole e sul già noto, e soltanto ribadito, concetto in esse celato.
Quell’isola, quella piccola isola, un punto ancora lontano all’orizzonte, racchiudeva entro le proprie sponde la sua storia, la storia della sua origine e, indirettamente, la storia della sua intera vita, dal momento in cui in conseguenza alla tragedia che lì si era consumata, il resto della sua esistenza era stato successivamente tramutato in costante tragedia a opera dell’intervento vendicativo della sua gemella Nissa. E per quanto piccola ormai essa potesse apparire, enorme ancora avrebbe dovuto essere giustamente considerato il valore in essa intrinseco per la propria quotidianità… o, in caso contrario, la semplice necessità di quello stesso viaggio non sarebbe neppure mai stata presa in considerazione così come, altresì, era stata.

« … sì, anche io. » confermò Midda, allora sollevando appena la spalla e piegando il capo verso la stessa per spingere, in tal modo, la mano dell’amato alla propria guancia, a ricambiare la dolcezza del gesto a lei in tal modo dedicato.


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