Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

giovedì 28 marzo 2013

1893


« … e di cosa…?! » minimizzò Noal, stringendosi fra le spalle e considerando, in tal modo, conclusa quell’imbarazzata parentesi, ove tutto ciò che avrebbe avuto ragione d’essere detta era, ormai, stata concretamente detta.

A ovviare al rischio di ulteriori deviazioni a tal riguardo, verso simile direzione, subentrò allora la voce della Figlia di Marr’Mahew, la quale sopraggiunse all’attenzione di Av’Fahr e di Noal con non meno sorpresa di quanto quella di quest’ultimo era pocanzi sopraggiunta all’attenzione di Masva e, ancora, Av’Fahr. In ciò, quindi, non solo il capitano della Jol’Ange ebbe occasione di essere impropriamente punito per quanto accaduto, per ciò di cui si era reso involontario protagonista, ma anche, e peggio, il figlio dei regni desertici centrali ebbe ragione di trasalire nuovamente seppur senza alcuna colpa a tal riguardo. E da parte di questi, solo in grazia a uno straordinario autocontrollo poté essere evitata un’inopportuna e probabilmente blasfema invocazione a uno dei propri dei prediletti, per l’evidente impossibilità a concludere un qualunque genere di discorso in quella particolare occasione, benché Noal, prima, e Midda Bontor, in quel momento, fossero lì stati esplicitamente convocati, addirittura sottratti al proprio riposo, e non fossero allora sopraggiunti semplicemente al fine di trovare un modo per occupare il proprio tempo libero, in assenza di una qualche migliore occasione di distrazione.

« Eccomi! » annunciò la propria presenza, seguita in breve non solo da Ifra, andato a chiamarla, ma anche da Be’Sihl, il quale, evidentemente, non doveva aver avuto ragione per restare a riposo in un momento come quello o, quantomeno, non aveva ritenuto indicato restare a riposo in un momento come quello, nel comprendere perfettamente quanto la propria presenza sarebbe stata più utile accanto all’amata nella fredda umidità di quella notte sul mare, piuttosto che entro i confini di una pur calda coperta « Eccoci… » si corresse la mercenaria, non volendo offrire torto alla presenza del proprio amato, benché lì presente soltanto a sua imitazione, inseguendo i suoi passi « Abbiamo fatto il prima possibile. » cercò quasi di giustificarsi, per poi subito voltarsi in direzione di proavia, alla ricerca della loro meta.
Non trovando parole migliori da impiegare per presentare alla propria interlocutrice quel’orizzonte, e la terra che, in lontananza, pur spiccava sempre di più al centro del medesimo, il capitano della Jol’Ange si limitò a indicare dritto davanti a sé e ad asserire: « Licsia. »

Sillabe semplici, che alle orecchie della Campionessa di Kriarya, nonché figlia, forse prediletta, forse ripudiata, di quella stessa terra, apparvero straordinariamente complesse, benché fossero state da lei apprese sin dalla più tenera età, accanto a termini quali “mamma” e “papà” e, in un certo senso, contraddistinte da un medesimo valore affettivo, da un’eguale importanza. O, forse, soltanto accomunate a tale immagine soltanto in quanto, nel giorno in cui ella aveva abbandonato l’abbraccio protettivo della propria famiglia, aveva parimenti abbandonato anche l’abbraccio protettivo di quelle sponde, senza potersi più permettere occasione di ritorno alle stesse e, in ciò, a casa… alla propria prima casa.
Sillabe semplici, pertanto, che pur ella non fu immediatamente in grado di elaborare, non apparve subito capace di comprendere, di apprezzare, quasi avessero da considerarsi appartenenti a un idioma diverso dal proprio, a una lingua aliena e, addirittura, inintelligibile, ragione per la quale ella fu costretta a concedersi un lungo, lunghissimo istante di riflessione, di analisi e di contemplazione, a cercare di capire cosa Noal potesse aver suggerito in associazione all’immagine lì offertale allo sguardo. Un’immagine così cara, quasi non più sperata, e che pur, mai come in quel momento, avrebbe dovuto essere giudicata a lei qual estranea, qual lontana, diversa da quanto nei suoi ricordi avrebbe mai potuto testimoniare essere. Perché l’isola che ella aveva lasciato da bambina, quell’isola smisurata e carica di mistero, di infinite occasioni di avventura, quell’isola che aveva amato e rimpianto, che aveva cercato e perduto, dopo tanti anni, dopo troppi anni, non sembrava più la medesima, non appariva più qual la stessa Licsia dalla quale si era allontanata sconfitta, era scappata quasi terrorizzata.
Gli anni trascorsi a esplorare i mari del sud, prima, e molti regni, molte nazioni in Qahr, poi, spingendosi in terre sempre nuove, in città sempre diverse e, sovente, sempre più grandi, fisicamente più estese, concretamente più popolate, avevano ineluttabilmente alterato la percezione del mondo che poteva esserle stata propria in età infantile, che poteva averla contraddistinta quand’ancora bambina, facendola crescere, maturare, nel crescere e nel maturare della propria percezione sul mondo a sé circostante, sulla realtà che aveva scoperto esserle propria. Un mondo e una realtà immensamente più vasti e complessi di quanto non avrebbe mai potuto ambire a essere quel piccolo e idilliaco rifugio al riparo da ogni insidia, da ogni minaccia, da ogni guerra e da ogni male; un mondo e una realtà estremamente più pericolosa e letale di quanto non avrebbe mai voluto essere quello sperduto luogo felice, sicuro, sereno e pacifico; e pur un mondo e una realtà nella quale ella aveva avuto occasione di trovare un proprio posto, un proprio ruolo, così come, altresì, non aveva mai percepito poterle essere proprio entro quei confini, nel limitare di quelle troppo ristrette spiagge di sabbia pur bianchissima e immacolata.
In ciò, Licsia non si limitava a rappresentare, ma sostanzialmente era, tutto quello che ella aveva abbandonato decidendo di lasciarla: la propria famiglia, la propria casa, la propria pace, la propria tranquillità. Ma, anche e ancora, Licsia non si limitava a rappresentare, ma concretamente era, il contrario di tutto ciò che ella aveva conquistato decidendo di lasciarla: una vita carica di passione, di ardore, di coraggio e di incredibili imprese, che ella aveva affrontato non qual vittima ignara, non qual il più classico eroe predestinato delle ballate in ogni genere di avventura coinvolto pur senza alcuna brama utile a lasciarsi coinvolgere, quanto e piuttosto qual attrice consapevole e convinta, desiderosa di vivere tutto quello e, se necessario, di rischiare continuamente di morire per poter vivere tutto quello.

« … Midda?! » l’apostrofò Noal, nel coglierla apparentemente disorientata innanzi a quell’immagine, quasi non rispondesse alle sue aspettative, ai suoi desideri o alle sue brame, benché lì si fossero sospinti soltanto per sua volontà, per l’esigenza, da lei proclamata qual propria, di potersi confrontare con quella prova da lungo tempo rimandata, perennemente posticipata, prima ancora di ricercare la conclusione dell’eterno conflitto fra lei e la propria gemella, l’assassina di Salge Tresand, nonché di Ja’Nihr e di Berah, oltre che di molte, di troppe altre vittime accomunate dall’unica colpa di essersi, in un modo o nell’altro, legate a lei.
« Sto bene. » rispose ella, non trascurando l’implicito interrogativo in tal modo rivoltole, e pur ancora dimostrandosi distratta, lontana, smarrita nella contemplazione di quello spettacolo tanto distante dalle proprie aspettative, dalle proprie attese e che, quasi, avrebbe potuto vanificare quell’intero viaggio, quel lungo tragitto attraverso i mari dell’estremo sud, nel non essere più in grado di offrile l’occasione ricercata, la possibilità di catarsi che pur, tanto prossima, forse, alla conclusione della propria esistenza, aveva sperato di poter rendere propria.

Non parole, ma solo un leggero contatto, il lieve tocco della punta delle dita della propria destra contro le dita della mancina di lei, fu allora quanto necessario a Be’Sihl, il locandiere da lei amato, per esprimere non solo ogni domanda che avrebbe potuto essere allora scandita ma, anche e ancor più, ogni promessa che avrebbe potuto essere allora a lei gradita, e, in particolare, quella di esserle vicino, esserle accanto, in quel momento così come era stato in passato e come avrebbe continuato a essere in futuro, non pretendendo da lei una qualche estemporanea spiegazione, ove ella non si sarebbe sentita in grado di fornirle, e pur a lei offrendosi disponibile all’ascolto, pronto a concederle tutta l’attenzione che ella avrebbe potuto richiedere, per confidare la propria inquietudine, per condividere i propri timori o, anche, per offrire libero sfogo alla propria frustrazione, all’insoddisfazione inevitabilmente intrinseca innanzi a tale spettacolo, e alla consapevolezza di quanto, forse, in tutto ciò non le sarebbe mai stato concesso.


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