Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 18 marzo 2013

1883


Distesa su una branda della Jol’Ange, con lo sguardo perso nella profondità dell’oscurità sopra di sé, e il capo del proprio amato Be’Sihl appoggiato fra i propri accoglienti e generosi seni, in quella costretta intimità conseguente all’assenza di ampli spazi a bordo della goletta, Midda Bontor, un tempo seconda in comando di quella stessa nave, oramai semplice, e pur gradita, ospite a bordo della medesima, si ritrovò impegnata, ancora una volta, a domandarsi per quale ragione stesse compiendo quel viaggio, per quale ragione avesse deciso di compiere quel viaggio. Un interrogativo non retorico, non banale, al quale, nonostante tutto, non era in grado di offrire una risposta, benché sua e solo sua fosse stata allora l’iniziativa in tal senso, la decisione maturata, accolta e proclamata in quella direzione. Un’iniziativa, una decisione che, ancora una volta, non l’aveva veduta abbandonata a se stessa, non l’aveva veduta sola ad affrontare un tanto difficile cammino, e che pur, non per questo, avrebbe potuto essere minimizzata nel proprio valore, nella propria importanza, nella propria difficoltà, forse e allora ancora più rispetto a quanto occorso un’intera vita prima, nel proprio ultimo viaggio verso la piccola isola di Licsia, nell'arcipelago delle Licoseni… la sua patria, la sua terra natia.
Tanti anni, troppi anni, erano trascorsi dall’ultima volta che ella si era ritrovata smarrita nell’oscurità, nel cuore di una nave veleggiante lungo tale rotta, e tante cose, troppe cose, erano cambiate nella sua vita da allora. Ciò nonostante, ora come allora, ella era più terrorizzata che eccitata all’idea di rincontrare il profilo di quella piccola isola che pur, per i primi anni della propria vita, per tutta la propria infanzia, aveva rappresentato il suo intero mondo, un mondo incredibilmente vasto, un mondo ricco di minacce, ricco di pericoli, un mondo da esplorare e da conquistare… un mondo che pur, un giorno, era diventato troppo piccolo per lei, troppo stretto per lei, al punto tale da spingerla ad abbandonarlo, a violare i suoi confini e lì a lasciare tutto ciò che, sino ad allora, era stata la sua famiglia, la sola famiglia che avesse mai conosciuto e che avrebbe mai potuto desiderare di conoscere. Una decisione difficile, che ella avrebbe voluto, con tutto il proprio cuore, con tutto il proprio animo, poter considerare difficile, ma che, purtroppo, all’epoca era stata accolta con incredibile facilità, con straordinaria leggerezza, con un’incoscienza, addirittura, che mai, in seguito, era stata oggetto di una qualsivoglia rivalutazione, di una qualsivoglia ridefinizione, tale da farla essere, quantomeno, pentita dei modi, dei termini, se non dell’operato stesso di quanto allora compiuto. Ma anche ove, in lei, era da troppi anni la drammatica consapevolezza di quanto tutta la propria vita, e la vita della propria gemella Nissa Bontor, fossero state condannate nel momento stesso in cui ella, ancora bambina, neppure fanciulla, aveva deciso di abbandonare la casa dei propri genitori nel cuore della notte, tradendo la fiducia di tutti e, per prima, quella della propria stessa sorella; per colei che nel frattempo aveva conquistato il nome di Figlia di Marr’Mahew, fra i tanti, in onore di una dea della guerra neppur appartenente al proprio pantheon, mai era stato pentimento per quanto accaduto, mai era stato pentimento per quanto voluto, nella non semplice, non ovvia, e pur importante consapevolezza di quanto da lei compiuto fosse sempre stato posto in essere in coerenza con se stessa, con il proprio spirito e i principi definiti alla ricerca di una non banale costanza.
Tanti anni, troppi anni, erano trascorsi dall’ultima volta che ella si era quindi ritrovata a riflettere sul proprio ritorno a casa, sul proprio ritorno a quel mondo da lei abbandonato, da lei forse tradito e pur, sinceramente, onestamente, mai rinnegato, e tante cose, troppe cose, erano cambiate nella sua vita da allora. Ciò nonostante, ora come allora, ella stava compiendo quel viaggio stretta al corpo di un uomo da lei amato, di un uomo da lei riconosciuto qual il proprio compagno, il solo con il quale avrebbe voluto trascorrere il resto della propria esistenza… un compagno che pur, da allora, era cambiato, era mutato, per quanto non cambiato, non mutato, avrebbe dovuto essere considerato l’amore da lei rivolto verso tale figura. Anni prima, quand’ancora fanciulla, neppur considerabile completamente donna sebbene il suo corpo avesse iniziato a svilupparsi e a far emergere quelle medesime, sensuali e straordinarie forme che l’avrebbero poi contraddistinta per il resto della propria esistenza; ella si era ritrovata abbracciata, nell’oscurità di una cuccetta, al corpo di Salge Tresand, anch’egli giovane, anch’egli ancora più fanciullo che uomo, e che, proprio insieme a lei, in una straordinaria complicità reciproca, aveva scoperto il proprio corpo, la propria maturità e la propria sessualità, trasformando l’amicizia fra due bambini, quali ancora erano quando si erano incontrati per la prima volta, nell’intesa di due amanti, in una crescita a tratti lenta e, a tratti, incredibilmente rapida, ma, soprattutto, sempre incredibilmente spontanea, naturale, quasi ovvia e, forse, inevitabile. Oggi, ormai donna, e donna matura, dall’alto di un’età non diversa da quella della sua cara nonna Namile, di cui portava il nome, nei ricordi della propria infanzia; ella si stava offrendo abbracciata, nell’oscurità di quella cuccetta, al corpo di Be’Sihl Ahvn-Qa, anch’egli non più giovane, anch’egli ben distante dall’età della fanciullezza, dall’alto dei propri quasi quattro decenni di vita, e pur, suo pari, ancora contraddistinto da un’incredibile entusiasmo nei riguardi della vita, come concetto generale, e della propria vita, più in particolare, alla quale mai avrebbe rinunciato, e che mai avrebbe rinunciato di vivere insieme a lei. Perché ove anche, con Be’Sihl, non avrebbe potuto essere riconosciuto l’inedito entusiasmo della prima scoperta della reciproca sessualità, e di quel nuovo modo di rapportarsi che, a suo tempo, aveva contraddistinto Salge e lei; non di meno appassionante, non di meno coinvolgente, non di meno entusiasmante avrebbe dovuto essere riconosciuto quanto scoperto in compagnia di quell’uomo straordinario, un uomo che era stato capace di attenderla per quasi quindici anni e che, a dispetto di ogni tirannia propria del tempo, si era dimostrato capace di amarla, con il proprio cuore, con la propria mente, con il proprio spirito e, soprattutto, con il proprio corpo, ben più di quanto ella non avrebbe potuto sperare di poter essere amata e ancora amata, lasciandole godere di quel loro rapporto, di quella loro complicità, con lo stesso entusiasmo che soltanto avrebbe potuto contraddistinguere la loro prima volta benché, probabilmente, per entrambi sarebbe stata piuttosto l’ultima.
Tanti anni, troppi anni, erano trascorsi… e con essi il suo intero universo era mutato, segnato nella tragedia del sangue di troppi amici, di troppi amori, e, non di meno, di troppi nemici, che attorno a lei erano morti, che ella aveva contribuito a uccidere, o aveva esplicitamente ucciso, talvolta senza provare alcun rimorso, alcun rimpianto, così per tutti gli antagonisti; altre volte ancora incapace a comprendere come scendere a patti con tutto ciò, con tanto dolore, con tanta sofferenza, così come, dopotutto, per ogni amico perduto, per ogni amore sepolto. Un computo sempre crescente, un censimento apparentemente inarrestabile e privo di qualunque speranza di conclusione, al quale, drammaticamente, aveva preso parte anche lo stesso Salge Tresand, in anni in cui, ormai, non era più il suo compagno, e pur, ancora, era suo amico, in una misura riconosciuta qual utile a renderlo colpevole e meritevole di morte allo sguardo impietoso e crudele di Nissa e dei suoi pirati, che non vollero loro perdonare quel legame, quell’affetto che pur, ancora, li contraddistingueva, condannandolo proprio innanzi ai suoi occhi, a quegli occhi color ghiaccio che, per una volta, avrebbero desiderato davvero potersi considerare così freddi, così privi d’ogni emozione, d’ogni calore umano, in misura sufficiente a impedirle di soffrire così come, proprio malgrado, non sarebbe mai riuscita a smettere di compiere.
Tanti anni, troppi anni…
… perché tornare proprio ora? Perché imporsi, in un momento già complesso qual solo avrebbe dovuto essere riconosciuto quello che ella stava vivendo in quelle ultime settimane, in quegli ultimi mesi, una prova simile, tanto dolorosa quanto, forse, inutile?
Perché, ella lo sapeva, ella ne era consapevole benché desiderasse illudersi del contrario, dovendosi spingere alfine al confronto definitivo con la propria gemella, all’ultima battaglia con lei, dalla quale una sola fra loro avrebbe potuto emergere qual vincitrice, qual trionfatrice; suo desiderio in tal viaggio avrebbe dovuto essere riconosciuto quello utile a permetterle di affrontare gli spettri del proprio passato, i tristi ricordi di quanto, da tanti anni, da troppi anni, rimasto in sospeso, in attesa del momento in cui ella avrebbe accettato quel confronto dal quale con infantile codardia era sempre rifuggita. Gli spettri, i ricordi, che la attendevano a Licsia… che la attendevano a casa.


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