Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 13 marzo 2013

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Midda Bontor non avrebbe saputo dire se la sua avrebbe dovuto essere riconosciuta maggiormente qual insofferenza verso il proprio antagonista o, piuttosto, qual ira a proprio stesso discapito, in conseguenza della propria apparente incapacità a gestire quel confronto, a tenere testa a quell’avversario in contrasto al quale non avrebbe neppure dovuto ipotizzare di sforzarsi. E se pur, indubbiamente, l’atteggiamento di Nessuno non avrebbe dovuto da lei essere riconosciuto qual accomodante, anzi, da sempre considerato semplicemente irritante nella propria arroganza priva d’ogni ragion d’essere; al tempo stesso ella non avrebbe potuto negare di essere sinceramente contraddetta dalla difficoltà che le si stava riservando qual propria nel gestire quella questione, quella battaglia, protraendola decisamente più di quanto non avrebbe dovuto risultare necessario.
Consapevole di quanto, comunque, cedere alle proprie emozioni non avrebbe rappresentato, per lei, un’opportunità di crescita, di miglioramento e, meglio ancora, di rapida conclusione di tale confronto, ella si costrinse a ritrarsi da lui e, così facendo, a inspirare ed espirare profondamente aria da e nei propri polmoni, allo scopo di imporre al proprio corpo, e soprattutto al proprio cuore, quella serenità apparentemente perduta, quell’equilibrio in tal modo purtroppo spiacevolmente compromesso. Una prudenza necessaria, quella da lei in tal modo dimostrata, che avrebbe anzi dovuto essere considerata non solo obbligata ma, addirittura, indispensabile, nella volontà di ovviare alla possibilità che il proprio mito, la propria leggenda, potesse allora trovare conclusione in una maniera tanto svilente, così ridicola quanto, non di meno, potenzialmente tragica. Perché pur considerando quanto il proprio interlocutore avrebbe dovuto essere riconosciuto qual un potenziale idiota, un presunto incapace, simile idiozia, tale incapacità non lo avrebbe reso necessariamente inerme, necessariamente incapace a colpire, e colpire per uccidere, ove, del resto, persino un bambino avrebbe dovuto riconoscersi qual potenzialmente letale, se solo fosse stato rifornito della possibilità di aggredire qualcuno e, peggio, di aggredirlo armato. E Nessuno, pur probabilmente non più offensivo rispetto a un bambino, non avrebbe potuto che essere riconosciuto qual estremamente armato. Armato e, per questo, pericoloso.
Recuperato, in grazia a quell’imposto e pur fugace momento di quiete, un po’ di controllo su di sé e sulle proprie azioni, la Figlia di Marr’Mahew ebbe allora a doversi confrontare con l’immagine, non originale ma, non per questo, meno sgradita, del ciondolo legato attorno al collo dello stesso spadaccino monco. Ciondolo che, con temibile puntualità, aveva allora ripreso a pulsare, a promuovere la propria esistenza nello scandire in maniera costante e lentamente crescente i battiti di quel proprio cuore stregato. Un cuore stregato che, ancora, ella avrebbe dovuto trovare modo di arrestare, di bloccare per sempre, qual soluzione forse banale, ma non per questo meno efficace, al problema da esso stesso rappresentato e, proprio malgrado, ben noto qual tale.
Così, nello stimare l’eventualità di non più di tre, ulteriori mosse prima di porsi nuovamente a confronto con un balzo a ritroso nelle spire del tempo, fra le quali, probabilmente, prima ancora di quanto non avrebbe avuto piacere di pensare sarebbe potuta capitare, in una continua reiterazione degli stessi eventi che presto l’avrebbero condotta a trovarsi privata di ragione, di senno; ella valutò anche i termini nei quali i suoi ulteriori sforzi avrebbero dovuto concentrarsi, nella volontà di non vanificare una vita intera di battaglie, di scontri, e di imprese epiche, in una sola, umiliante sconfitta in conseguenza alla quale non solo non sarebbe sopravvissuta, ma si sarebbe ancor peggio ritrovata privata di qualunque speranza di eternità. Immortalità in tal modo negatale da coloro che a lei sarebbero succeduti, e che, in tutto ciò, non avrebbero più avuto motivo di spendere una sola, semplice parola a rievocare le sue gesta, se non come monito nel merito di quanto effimera, di quanto inconsistente, avrebbe dovuto essere considerata la gloria, la fama, un istante prima ancor presente in misura tale da ispirare le folle a osannare il tuo passaggio, e un attimo dopo già dimenticata in termini utili a negare ferocemente qualunque ipotesi di semplice interessamento.
Forse motivata da una qualsivoglia volontà di riscatto nel confronto con i propri ingiustificabili fallimenti precedenti, o forse, in termini particolarmente originali, desiderosa di imporre una strategia psicologica a discapito dell’apparente e inedito autocontrollo della propria controparte; quando la mercenaria dagli occhi color ghiaccio fu pronta ad agire, non volle tentare di celare le proprie scelte, le proprie decisioni, dietro ad alcun inganno, ad alcuna dissimulazione, non volle tentare di sottrarsi all’evidenza delle proprie azioni, arrivando, in maniera indubbiamente disorientante a proclamare apertamente come, di lì a breve, avrebbe agito…

« Al terzo attacco porrò fine a questo giuoco, Nessuno! » definì immediatamente, a non voler offrire spazio ad alcun equivoco, ad alcuna incertezza, non in merito alle proprie valutazioni, non in merito alla propria inalterata volontà nei suoi confronti « Per prima cosa, cercherò il tuo cranio con un fendente. Ma tu bloccherai l’incedere della mia lama incrociando le tue sciabole ad arginarne la discesa. » annunciò e definì, in una strana profezia, atta non solo ad anticipare quanto ella stessa avrebbe compiuto ma, addirittura, quando l’altro avrebbe dovuto rispondere a tale sua proposta « In secondo luogo, punterò al tuo petto con un affondo. Ma tu ovvierai tale aggressione deviando la traiettoria della mia spada con le tue lame. »
« Hai forse deciso di suicidarti?! » questionò egli, non riuscendo a comprendere le ragioni alla base di tanto seria definizione d’intenti, qual tale stava indubbiamente apparendo, non offrendo neppure spazio all’ipotesi che ella potesse star mentendo, potesse star suggerendo qualcosa di diverso da quanto avrebbe compiuto, animata da troppo orgoglio, da troppa fiducia in sé per necessitare il ricorso a un qualche inganno « Perché, in tal caso, non c’è bisogno di continuare a complicarsi in tal modo l’esistenza… » propose, lasciando intendere come sarebbe stato per lui preferibile un intervento più rapido e radicale per risolvere la questione.
« Al terzo attacco, uno tondo roverso, porrò fine a questo giuoco… ricordatelo, Nessuno! » ripeté ella, insistendo nel merito di quella predizione, nell’offrirgli nuovamente le stesse parole già a lui rivolte, a lui destinate, con tono inalterato, con la quiete di chi consapevole di star asserendo nulla di meno della verità, al pari di un oracolo.

E benché, in tutto ciò, gli fosse stata concessa ipotetica consapevolezza su come quello scontro avrebbe avuto a svilupparsi, in parole pronunciate con chiarezza tale da non aver permesso ad alcuno, attorno a loro e subito fermatosi per assistere a quello scontro, di fraintenderne le scelte; nell’animo di Rimau Coser non poté allora mancare un forse ineluttabile sentimento di disagio, per l’incertezza di quanto presto sarebbe potuto accadere, sarebbe potuto avvenire a definizione della conclusione di quel giuoco, per così come da lei già due volte definito.
Un disagio, allora, trasparente di quanto, malgrado tutto, malgrado ogni errore commesso in passato, egli non avrebbe dovuto essere considerato così privo di un pur minimale istinto di sopravvivenza utile a suggerirgli, nel suo intimo, ritrosia innanzi a tanta sicurezza da parte di una leggenda vivente, da parte di una donna che, oggettivamente, si era dimostrata capace di straordinarie imprese, di epiche gesta, in una misura tale da rendere ogni possibile minimizzazione del suo potenziale, della sua aggressività, non dissimile da uno sputo a discapito del proprio stesso diritto di esistere in vita e di continuare a esistere in vita, in misura forse e persino maggiore di quanto non avrebbe potuto esserlo una blasfemia rivolta in contrasto agli dei tutti. Perché ove anche gli dei tutti avrebbero potuto ignorare tale provocazione, avrebbero potuto trascurare simile offesa, permettendo allo stolido in questione di sopravvivere alla propria stupidità; difficilmente la lama bastarda di quella donna si sarebbe dimostrata altrettanto misericordiosa, altrettanto capace di perdonare o, anche e soltanto, soprassedere a tutto ciò.
Purtroppo, ormai, ciò che era stato in tal modo incominciato non avrebbe potuto essere più arrestato, non avrebbe potuto più essere modificato e, volente o nolente, lo spadaccino si sarebbe presto ritrovato costretto a dimostrare di poter essere veramente degno di associare il proprio nome a quello della sconfitta della mercenaria più celebre di quell’angolo di mondo… così come, dopotutto, da anni bramato, ricercato, invocato, con rabbia e disperazione.


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