Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

sabato 9 marzo 2013

1874


« Devi aver bevuto un po’ troppa birra per stasera, fratellino! » osservò Howe, desiderando in ciò minimizzare le preoccupazioni, le ansie proprie dell’amico, ancor prima che, sostanzialmente, canzonarlo, qual pur il suo tono avrebbe potuto lasciar intendere fosse suo desiderio, avesse a considerarsi sua volontà, dopotutto coerentemente con quanto da lui abitualmente compiuto « Ti consiglio di fermarti alla quinta pinta… prima di iniziare ad avere allucinazioni ben peggiori! » soggiunse, con intento quasi premuroso nei suoi riguardi, probabilmente preoccupato per lui in misura ben maggiore di quanto non avrebbe potuto avere piacere a lasciar trasparire.
« Certo che voi due siete proprio strani… » commentò la giovane alla sinistra dello shar’tiagho, concedendosi occasione utile per tornare a rilassarsi e, in ciò, a lasciarsi aderire con felina sensualità al corpo del proprio cliente, al suo petto quasi nudo con il proprio addome non maggiormente ricoperto da abiti o quant’altro « Piuttosto… il tuo amico dice la verità?! Possiedi realmente un libro? » domandò, nella volontà di riportare la conversazione verso quell’argomento considerato indubbiamente interessante, fosse anche e soltanto per le implicite possibilità di arricchimento che, da ciò, avrebbero potuto derivare per tutte loro.
« Beh… sì. » confermò Be’Wahr, ancora troppo distratto dai pensieri che lo avevano colto, dalla sensazione di déjà vu che lo aveva sorpreso, per concedersi la possibilità di cogliere la malizia intrinseca in quella richiesta, in quell’interrogativo, più interessato a verificare quanto la propria interlocutrice avrebbe potuto proseguire a dire, ancor prima che a tutelare i propri interessi, a salvaguardare il proprio pur prezioso possesso « In effetti ne possiedo due… » affermò pertanto, quasi senza neppure offrire peso a quanto dichiarato o, ancora, al valore di quei due tomi così troppo banalmente pubblicizzati.
« Mmm… » gemette la prosperosa prostituta già stretta alla sua destra, in ciò, ove possibile, stringendosi maggiormente a lui, spingendo la soda abbondanza dei propri seni, sostanzialmente nudi ove ipoteticamente protetti da una seta altresì trasparente e impalpabile, a premere con appassionata e non casuale foga contro il suo corpo, in implicite ma inequivocabili promesse d’amor cortese che, difficilmente, avrebbero potuto trovare un qualunque uomo qual a esse indifferente « Non hai idea di quanto sia eccitante sapere che dietro a un corpo così magnificamente scolpito si celi anche una ment… »
« … una mente edotta?! » l’anticipò e l’accompagnò il biondo, concludendo per lei quella frase già conosciuta, addirittura attesa, e che, in tal senso, difficilmente non avrebbe potuto coglierlo qual inquieto, per quella coincidenza ormai improbabile da considerare ancora qual tale, anche nel volersi sforzare a essere ingenuo, a essere indifferente innanzi all’evidenza e, in ciò, addirittura sprovveduto, ove improprio sarebbe stato considerarlo semplicemente sciocco se solo non si fosse concesso di porre il giusto peso a quegli avvenimenti, a quelle sensazioni, sebbene apparentemente inspiegabili.
« Sì! Certamente! » confermò la donna, scoppiando a ridere con allegria, con divertimento sincero a quello sviluppo che, sicuramente, avrebbe avuto ragione a considerare inquietante, e che pur, allora, volle evidentemente ridurre alle proporzioni di un giuoco, una sorta di scherzo atto al più a impressionarla, senza, tuttavia, alcuna pericolosa complicazione.
« L’avevo detto io: troppa birra! » incalzò Howe, ancora impegnandosi a mantenere i toni della questione entro i confini propri della facezia, nel rifiutare, psicologicamente, la possibilità di vedere quella serata, sino ad allora perfetta, spiacevolmente rovinata da una qualche stramberia del fratello.

Invero, il mercenario di origine shar’tiagha, non avrebbe dovuto essere allora riconosciuto qual l’unico protagonista di quella scena dispiaciuto alla prospettiva di veder la propria serata sgradevolmente rovinata da una piega errata degli eventi.
Poco lontana da loro, purtroppo e infatti, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, la Vedova di Desmair, Midda Bontor, nella consapevolezza di quanto la propria serata fosse già stata sgradevolmente rovinata dalla piega errata presa dagli eventi, avrebbe anche potuto scoppiare in lacrime se solo non si fosse da sempre addestrata a mantenere intimo controllo sulle proprie emozioni anche nelle situazioni più assurde, più problematiche e, apparentemente, prive di speranza alcuna. Perché ella, per quanto priva del puntuale ricordo di tutti i tentativi che, fondamentalmente, dovevano aver contraddistinto l’offensiva del proprio avversario, non avrebbe potuto allora ovviare a un senso di frustrazione, a un moto di disperazione, legittimo e umano, nel confronto con il riproporsi, puntuale e folle, di quelle scene proprie di un passato già vissuto e che, in tal modo, sembrava destinata a dover rivivere in eterno, in un’oscena e immeritata maledizione, dannazione addirittura.

« Questa storia inizia a stancarmi… » sbottò, fra sé e sé, voltando le spalle al tavolo della coppia di fratelli, suoi colleghi e amici, nel riconoscere quanto, allora, impegnarsi nel tentativo di arginare i loro problemi, ormai difficili da considerare tali, avrebbe rappresentato solo un’inutile e paradossale perdita di tempo per lei, nel confronto con i propri obiettivi.

Inutile laddove, qualunque cosa si fosse impegnata a dire loro, nel migliore dei casi sarebbe stata dimenticata al nuovo giro di giostra, all’ennesimo, e forse già irrinunciabile prossimo balzo temporale, con il quale ella, e tutti loro, si sarebbero ritrovati, ancora una volta, a rivivere l’intera sequenza, inalterata e probabilmente inalterabile. Paradossale laddove, sebbene il tempo, in quell’osceno giuoco, non avrebbe dovuto essere considerato qual una risorsa particolarmente limitata, per lei, in quel momento, lo era e avrebbe continuato a esserlo, almeno sino a quando non fosse riuscita a raggiungere Nessuno, ovunque egli fosse, e a fermarlo, uccidendolo e, in ciò, ponendo fine a quell’assurda danza priva di musica, nonché priva d’inizio ma non, speranzosamente, di conclusione.
Così, rinunciando a qualunque prospettiva di intervento in quella questione e, con essa, anche a qualunque ipotesi di ulteriore ragguaglio del suo adorato Be’Sihl, il quale, questa volta, avrebbe dovuto dimostrare tutta la propria fiducia in lei accettando di vederla allontanarsi senza troppe spiegazioni; ella si diresse verso l’uscita, dalla locanda, decisa a raggiungere, il prima possibile, il proprio antagonista e, ora, a non perdersi eccessivamente in chiacchiere, in ipotesi di dialogo. Prima l’avrebbe raggiunto, e prima avrebbe potuto fermarlo. Prima l’avrebbe potuto formare, e prima, forse, avrebbe potuto concedersi di recuperare la serenità perduta e, magari, di non lasciare completamente sprecata quella notte così come non si sarebbe altrimenti perdonata di essersi permessa… non alla prospettiva di quanto, ancora, l’avrebbe attesa nei giorni a venire, nelle settimane che, a seguire a quel breve, effimero momento di pace in tal modo cercato, e da Nessuno minacciato, preludio alla propria più grande battaglia, e forse ultima della propria intera esistenza.
E, al pensiero di quanto presto avrebbe dovuto compiere, della sfida alla quale non si sarebbe potuta, proprio malgrado, sottrarre, ella non avrebbe mai permesso ad alcuno, non a quello spadaccino monco, non ad altri, di negarle una manciata di ore, poche fugaci notti, di serenità e, non si sarebbe creata imbarazzo alcuno a definirlo, di sesso, in compagnia del proprio uomo; all’idea di separarsi, forse per sempre, dal quale non avrebbe potuto che disperarsi, ma che pur non avrebbe mai abbandonato senza una giusta occasione di saluto, tale da non potersi mai più, dopo di ciò, considerare realmente separata da lui, ed egli da lei, a dispetto di qualunque distanza li avrebbe caratterizzati. Fosse anche stata, disgraziatamente, la distanza esistente fra la vita e la morte.

« Non è la tua notte fortunata, Nessuno… » sbottò, gettandosi in strada e da lì a ripercorrere i passi già noti per ritornare là dove lo aveva appena abbandonato o, più precisamente, lo avrebbe di lì a breve trovato, per riprendere il duello esattamente da dove troppo precipitosamente interrotto, e, da lì, per concluderlo, possibilmente nel minor numero di mosse possibili « … no. Non lo è per niente. » sancì, con parole che, ancor più di una semplice condanna, avrebbero lì dovuto essere riconosciute qual di mera constatazione… constatazione per un fato da lei già inappellabilmente definito.


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