Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 6 marzo 2013

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Intenzionato a riservarsi il tempo utile a concedersi l’occasione di un nuovo balzo all’indietro, necessario al fine di ricominciare quella giostra per l’ennesima volta, per Nessuno era la consapevolezza di non potersi permettere alcuna occasione di resa, alla quale ineluttabilmente sarebbe seguita la pretesa, da parte della propria antagonista, della consegna di quel monile stregato, nell’unica ed esplicita volontà di ovviare, in tal modo, proprio a simile eventualità. Precludendosi, tuttavia, l’abbondono della lotta qual scelta ammissibile, soltanto una sarebbe allora potuta essere riconosciuta la strategia a lui ancora riservata, per lui in tutto ciò costretta: quella volta all’impegnarsi in un equo duello con lei, nella speranza, ora paradossale, di avere la meglio o, quantomeno, di contenere le sue pretese almeno per quanto sufficiente a tradurre in azione il proprio proposito iniziale.
Così egli avanzò ancora una volta verso di lei, lasciando roteare le proprie lame alla ricerca di quel corpo già da troppo tempo bramato, di quel sangue già da troppo tempo ricercato e, nonostante tutto, non ancor conquistato, non ancor ottenuto così per come sperato. Un’avanzata nel confronto con la quale, in questa specifica occasione, ella non si offrì in alcun modo intenzionata a concedergli speranza di giuoco, come ebbe chiaramente a dimostrare nel momento in cui, dal proprio fodero, estrasse la spada bastarda che tanto egli aveva cercato di ottenere da lei e che pur, allora, avrebbe probabilmente preferito fosse mantenuta ancora estranea al loro confronto.
Una spada bastarda non comune, non consueta, quella impugnata dalla donna guerriero. Innanzitutto per la propria straordinaria manifattura, per forgiare la quale un abile fabbro aveva impegnato tutta la propria esperienza, tutta la propria abilità, non tanto desiderando plasmare una comune arma, quanto e piuttosto l’arma che sarebbe stata utile a tutelare il futuro della propria adorata figlia secondogenita, nel salvare la quale la mercenaria aveva conquistato, di diritto, il possesso di tale lama. In secondo luogo, ma non per questo ragione priva di importanza, per il materiale nel quale essa aveva trovato occasione di esistere, non comune acciaio, quanto e piuttosto una rara, e preziosa, lega metallica il cui segreto, dalla notte dei tempi, era custodito gelosamente da pochi artigiani figli del mare, e tramandato, in ciò, di padre in figlio, di generazione in generazione, sovente, addirittura, non ritrovando nella nuova generazione possibilità utile a essere ancor correttamente dosata nelle proprie componenti e, soprattutto, a essere adeguatamente trattata nel proprio processo di forgiatura.
Tale lega, il cui segreto già la rendeva di scarsa diffusione, non era poi trattata da coloro in grado di offrirle corpo al pari di una qualunque altro metallo, dal momento in cui, con un necessario beneficio del dubbio rivolto ai misteri d’oriente e di altre straordinarie lame esistenti nelle terre di Hyn, le armi forgiate in essa erano note quali di forza, resistenza ed efficacia superiori a qualunque altra arma creata da mano mortale, motivo per il quale difficilmente la loro cessione avrebbe potuto contemplare una mera trattativa commerciale, così come avrebbe potuto ben testimoniare la stessa Figlia di Marr’Mahew, che pur nella propria esistenza aveva sempre e solo cercato di mantenere qual propria la prerogativa del possesso di una di tali lame, non concedendosi pace alcuna nel momento in cui, sfortunatamente, si fosse ritrovata privata della propria spada almeno sino a quando un’altra di eguale dignità non ne avesse preso il posto. Una pretesa quasi capricciosa, la sua, che, in occasione dell’ultimo malcapitato evento che l’aveva vista privata del possesso della lama con la quale si era accompagnata per anni; l’aveva comunque condotta sino alla conquista di quella nuova spada che, in fede, non avrebbe avuto esitazione a giudicare quale la migliore che le fosse stata mai concessa di impugnare, in una misura tale per cui difficilmente avrebbe più potuto illudersi di sostituirla, ove essa fosse venuta a sua volta meno.
E dove, in occasione del loro primo incontro, quasi morbosa era stata l’insistenza da parte dello stesso Nessuno al fine di ottenere, da lei, l’estrazione di quella lama dal fodero, richiesta alla quale ella aveva offerto ascolto solo nel momento in cui lo aveva privato, in un gesto rapido e deciso, di entrambe le mani; egli, cogliendo soltanto il gelo nello sguardo di lei, la fredda determinazione di chi non avrebbe mai esitato a compiere quanto sarebbe stato necessario compiere, ebbe intimamente a rimproverarsi per il proprio sciocco atteggiamento, per quella stolida ossessione che aveva voluto realmente rendere propria sospinto dalla brama di vendetta nei suoi riguardi o, forse, neppure da ciò, quanto e peggio, dal desiderio di dimostrare, malgrado tutto, di poter essere ancora il migliore, benché, oggettivamente, non lo fosse mai stato. Un pensiero che, allora, si fece sgradevolmente più insistente nel momento in cui le proprie prime tre ipotesi di aggressione a discapito di quella donna vennero negate senza sforzo alcuno, senza apparente impegno da parte sua, dedicandogli la stessa attenzione che, probabilmente, avrebbe potuto dedicare a un insetto fastidioso impegnato a disturbarle lo sguardo.
Temendo il peggio, e avendo soltanto giusta ragione per farlo, egli tentò allora di disimpegnarsi dal contatto da lui stesso ricercato, da lui stesso invocato, con un paio di rapidi passi all’indietro innanzi ai quali, tuttavia, ella non gli offrì occasione di respirò, altresì incalzandolo, inseguendolo e, in ciò, pretendendo da lui nuove occasioni di affondo a proprio discapito. Un’offensiva, quella che lo spadaccino fu così costretto a rivolgerle, che ella continuò fondamentalmente a ignorare, vanificandola in ogni propria speranza di vittoria e, ancor peggio, sottraendogli, istante dopo istante, sempre maggior energie. Motivo per il quale, dopo aver atteso per tanti anni quell’occasione, egli volse allora il proprio interesse, la propria predilezione, in direzione di un confronto psicologico oltre che fisico, così come, in effetti, anni addietro aveva rimproverato proprio la mercenaria di star perdendo tempo a compiere…

« E’ un vero peccato che tu non possa ricordarlo… » prese voce, con tono volutamente grave, drammatico, addirittura tragico, e pur, ancora, trasparentemente canzonatorio nei suoi riguardi, neppur sforzandosi di mistificare il proprio intento, di lasciarlo apparire qual volto ad altre ragioni, ad altri interessi, se non a quello di provocarla « Sarebbe interessante verificare se tutto questo tuo contegno, tutta questa tua superiorità morale e psicologica nei miei confronti, sarebbe ancora tale se sono ti fosse concessa l’occasione di ricordare di aver visto il tuo amato Be’Sihl morire fra le fiamme della vostra stessa locanda, quasi dimenticato nel mentre in cui tutto il tuo interesse si stava rivolgendo esclusivamente a me! »

Una non celata provocazione, la sua, che ella riconobbe perfettamente qual tale e che pur, nel confronto con l’immagine in tal modo evocata, con il pensiero in simili termini suggeritole, con la morte del proprio dolce locandiere in termini così crudeli e violenti, non riuscì a essere da lei ignorata nel modo in cui pur avrebbe preferito ignorarla, vittima delle proprie emozioni in misura ben superiore a quanto mai avrebbe potuto riconoscere di essere, e a quanto mai avrebbe apprezzato dover confessare di essere, ma che, assolutamente, legittimamente e trasparentemente allora era.
Così, per quanto consapevole di star offrendosi al suo giuoco, in un trucco che, dopotutto, ella conosceva perfettamente, nell’averlo lei stessa applicato in un numero interminabile di occasioni nel corso della propria esistenza; Midda Bontor non si concesse né in grado, né desiderosa di mantenersi fredda e distaccata, non obliando alla necessità di mantenere sotto controllo quella pietra color del sangue, onde prevenire l’occorrenza di un nuovo incantesimo da parte del proprio antagonista, e, tuttavia, neppur dimostrandosi desiderosa di insistere nelle proprie aggressioni a suo discapito, quanto e piuttosto nella ricerca di un qualche chiarimento nel merito di ciò da lui in tal modo asserito, di ciò da lui così dichiarato, troppo folle, troppo assurdo, troppo insensato per poter essere banalizzato nei termini di una semplice invenzione, di una comune fantasia. Non, soprattutto, nel definire in maniera tanto netta e sicura l’esistenza di un rapporto ipoteticamente mantenuto riservato, pubblicamente negato e del quale, egli, non avrebbe dovuto riservarsi alcuna occasione di coscienza, di confidenza.

« Di che cosa stai blaterando, Nessuno? » domandò pertanto, a denti stretti, ritraendo le labbra in ciò che, in tal modo, apparve estremamente simile a un ringhio, o a quanto di più prossimo a un ringhio avrebbe mai potuto essere prodotto in maniera istintiva, spontanea e naturale da un essere umano e, soprattutto, da una donna splendida suo pari « Quanto dici non ha senso alcuno… » tentò di negare, per costringerlo, in ciò, a insistere, per spronarlo, in tal modo, a dichiararsi apertamente, fosse anche e solo nella brama di torturarla con quelle mancate memorie trasudanti, ciò nonostante, dolore e morte.


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