Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

lunedì 4 marzo 2013

1870


Rimau Coser era inquieto. E non avrebbe potuto essere altrimenti. Se qualcosa avrebbe mai potuto andare storto, quel qualcosa era già andato storto. E se tutto avrebbe mai potuto andare storto, si sentiva ormai sufficientemente fiducioso che sarebbe presto andato storto.
Come era stato possibile che tutto quello fosse accaduto? Come era stato possibile che, ancora una volta, quella donna lo avesse posto in difficoltà? Come era stato possibile che ella fosse riuscita a mandare a monte il suo piano, anche ove, dalla propria, avrebbe potuto vantare il controllo assoluto del tempo?!
Rimau Coser odiava Midda Bontor. La odiava non senza una giusta ragione per odiarla. Ella, dopotutto, era colei che gli aveva negato ogni onore, fosse anche quello della morte, preferendo pretendere da lui, qual tributo, entrambe le sue mani, entrambe le sue estremità, riducendolo, in tal modo, alla condizione propria di un mezz’uomo, o forse anche meno. Non diversamente, non più generosamente, egli avrebbe potuto essere giudicato nel proprio ipotetico ruolo di spadaccino, laddove uno spadaccino senza mani non sarebbe mai stato più pericoloso di un serpente senza veleno, di un lupo senza artigli o zanne, di un falco senza ali; né, tantomeno, più generosamente avrebbe voluto essere giudicato, o sarebbe stato capace di giudicare se stesso, tanto disgustato da ciò che era divenuto da non poter neppure provare orrore per simile ragione, per tale motivazione.
Per questo Rimau Coser odiava Midda Bontor. La odiava sinceramente, intensamente, visceralmente. Ella, del resto, era colei che, non paga del proprio operato, della misura nella quale già aveva infierito a suo discapito, aveva ancor incalzato a suo discapito assegnandogli l’ignobile soprannome di Nessuno, un epiteto dal quale, da quel giorno, non si era più riuscito a liberare. Ovunque egli avesse spinto i propri passi, era stato puntualmente anticipato da un grottesca cronaca del suo fallimento, e di quanto la sempre più celebre Figlia di Marr’Mahew si fosse divertita a privarlo di ogni possibilità di riscatto, senza neppure ucciderlo, senza, in effetti crudelmente, negargli quella vita non più tale. E nel vederlo sopraggiungere di villaggio in villaggio, di città in città, pur nuovamente armato in grazia a quel semplice ma efficace meccanismo di lame, alcuno aveva mancato di riconoscerlo qual lo sventurato Nessuno di quella storia, di quella disfida presto ricordata più qual una sorta di parodia, o di fiaba, ancor prima che un evento tanto drammatico qual pur, dal suo personale punto di vista, non aveva potuto evitare di essere stato.
In tanto tormento, tormento per l’evidenza della propria condizione e tormento per quell’ignominia ormai a sé legata, saldamente vincolata, insieme a quel nuovo nome così impietoso, e destinato a non concedergli mai alcun valore, a non vedergli riconosciuto alcun merito, Rimau Coser odiava Midda Bontor. La odiava in misura tale che, se solo il suo odio avrebbe potuto consumarla, ella sarebbe già morta da lungo tempo, e di lei non sarebbe rimasto neppure qualche resto, a testimonianza del fatto che quella leggenda vivente fosse mai effettivamente esistita. Purtroppo per lui, e fortunatamente per lei, il suo odio non avrebbe mai potuto consumare altri al di fuori di se stesso, sino a trasformarlo in un folle disperato, pronto a rinunciare finanche alla propria anima immortale per ottenere quella vendetta da lui soltanto considerata giustizia.
Sospinto da tale desiderio di rivalsa nei confronti del soggetto al centro di tutto il proprio odio, pertanto, Rimau Coser non aveva esitato ad accettare, e ad accettare con gioia, gaudio e letizia, l’occasione di punizione a discapito della medesima nel momento in cui questa gli venne offerta. Occasione rappresentata, nella fattispecie, dal potere proprio di quella collana, quel girocollo tanto prezioso, e non soltanto per i materiali in esso coinvolti, quanto e ancor più per l’energia mistica che in esso pulsava prepotente e violenta, permettendo a chiunque lo possedesse quell’unica possibilità che mai, in altro modo, avrebbe potuto essergli offerta: quella di ripercorrere i propri passi, a ritroso nel flusso inesorabile e inarrestabile del tempo, per mutare gli eventi vissuti e far loro esplorare nuove opportunità, nuovi sviluppi a sé, magari, più favorevoli. Un potere non illimitato, ovviamente, e che pur, allo spadaccino, sarebbe stato più che sufficiente per far vivere alla mercenaria la notte più lunga della propria intera esistenza… l’ultima notte della propria vita, impegnandosi per affrontarla in modi sempre nuovi, al solo scopo non tanto di ucciderla, qual pur avrebbe potuto avere molteplici occasioni utili a compiere, in un risultato al quale, alla fine, si sarebbe comunque spinto; quanto e piuttosto di umiliarla e di sconfiggerla, dimostrando, in tal senso, al mondo intero, tutta la propria superiorità, tutto il proprio talento, sol modo in cui avrebbe potuto cancellare ogni colpa passata, ogni fallimento pregresso, per giungere, alfine, a poter essere ricordato con il proprio solo e unico nome, e non più come Nessuno.
Purtroppo qualcosa era andato storto. Egli aveva insistito nell’imporle troppe volte la medesima scena, sino a quando, evidentemente, una parte del suo inconscio doveva aver elaborato l’esistenza di qualcosa di strano, così come perfettamente espresso dalla stessa Figlia di Marr’Mahew nel momento in cui ebbe a domandargli quell’«Ancora?!», quasi avesse da attendersi il suo arrivo, benché priva di qualunque avvisaglia. Ed ella, pur ancora ignorata di cosa stava accadendo, era nonostante tutto riuscita a scorgere, a individuare, la sua nuova risorsa, la fonte del potere con il quale, presto, egli sperava sarebbe stato in grado di sconfiggerla. Un potere che, purtroppo, era stato da entrambi condiviso nell’ultimo viaggio a ritroso che egli aveva voluto compiere, per cercare di sottrarsi a lei, proiettandola in ciò, insieme a lui, nel passato e, per la precisione, nel proprio stesso corpo, in un momento che non avrebbe più dovuto appartenerle e che, tuttavia, si doveva essere ancora rivelato qual soltanto da dimostrare.

« Dannazione! » esclamò, quantomeno contrariato.

Non solo contrariato, tuttavia, egli era, quanto e piuttosto inquieto.
Inquieto era, Rimau Coser, come sol avrebbe potuto essere nel confronto con la prospettiva di dover essere da lei ormai e soltanto ucciso, qual sola risposta al dilagare del suo nuovo potere, qual sola reazione innanzi al proprio nuovo e apparente stato di stregone, qual già tanti ella aveva provveduto, nel corso del tempo, a eliminare. Inquieto era, Nessuno, come sol avrebbe dovuto essere nel confronto con la certezza di come, a questa nuova rievocazione degli eventi passati, non sarebbe stato per lui necessario ricercare un qualsivoglia contatto con la propria avversaria, con la propria presunta preda, ove ella avrebbe presto provveduto a tal riguardo, a lui accorrendo probabilmente con la spada già in mano, pronta a menare il primo colpo che, in questa occasione, avrebbe sicuramente avuto l’accortezza di far coincidere con l’ultimo.
Ma laddove alcun luogo sarebbe stato adeguato per nascondersi, per celarsi, per rifuggirle, tutto ciò che egli avrebbe potuto allora compiere, avrebbe potuto lì concedersi occasione di azione, sarebbe stato restare in sua attesa, preparandosi a un nuovo duello l’esito del quale, se solo fosse sopravvissuto a sufficienza da permettersi un nuovo balzo a ritroso, non appena il suo amuleto gliene avesse concessa l’occasione, sarebbe probabilmente riuscito a riscrivere.

« Che tu sia dannata, Midda Bontor! » sbottò, privandosi della protezione offertagli dal proprio manto, dal manto con il quale si era mosso in città, a celare le proprie sciabole, per posizionarsi, a gambe ben larghe, al centro della strada, lì cercando il proprio migliore equilibrio in attesa del fiume in piena che, prima di quanto non avrebbe potuto mai apprezzare, lo avrebbe travolto, trascinandolo inerme nelle proprie spire, nei propri gorghi e, in tutto ciò, invocandone un solo destino… la morte « E’ assurdo che tu possa vincere anche questa volta… anche in questa occasione, quando mio è il potere di ucciderti non una, non due, ma cento, mille volte consecutivamente, senza neppure concederti la possibilità di comprendere da quale fronte possano star provenendo i miei attacchi. »

Un’assurdità, quella così definita, che, per quanto spiacevole a pensarsi, a considerarsi, lo spadaccino non avrebbe potuto definire in altro modo, in altri termini, se non per propria responsabilità, per propria colpa, ove soltanto suo sarebbe lì dovuto essere, ed era, il potere utile a ovviare a ciò, in termini che, tuttavia, egli non era riuscito a tradurre in realtà, malgrado la smisurata superiorità della quale avrebbe potuto allora far giusto vanto nei suoi confronti, in sua opposizione.


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