Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 3 marzo 2013

1869


« Lo so… » annuì dolcemente egli, non aggiungendo altro ove insistere, fosse anche con una sola altra semplice parola, avrebbe significato rovinare quell’effimero momento, distruggere la perfezione di quel fuggevole attimo, benché nella consapevolezza che pur, un solo istante dopo, sarebbe appartenuto ormai al passato, non dimenticato ma non più vivo, non obliato ma non più presente fra loro, e che, per questo, mai più avrebbe potuto essere riconquistato, mai più sarebbe ritornato, neppure in grazia a più terrificanti poteri oscuri, neppure rendendo proprio schiavo lo scorrere stesso del tempo, soggiogandolo ai propri desideri e ai propri capricci così come Nessuno era sembrato in grado di compiere.

E Midda Bontor, per quanto consapevole che mai avrebbe rinunciato a essere colei che era, a vivere la propria vita così come la viveva, anche laddove ciò avrebbe significato essere perennemente costretta a sottrarsi alle amorevoli e idilliache attenzioni di quell’uomo; non poté che maledirsi nel profondo del proprio cuore per non essere pronta a rinunciare persino all’unico braccio rimastole pur di potergli restare accanto, pur di non abbandonarlo così come, forse stolidamente, si ritrovava continuamente a fare.
Per anni ella si era illusa del fatto che il suo continuo peregrinare avesse da imputarsi soltanto alle minacciose promesse della propria gemella, quel ricatto in conseguenza al quale ella era stata costretta a lasciare le vie del mare da lei pur tanto amate, ad abbandonare l’equipaggio della Jol’Ange, nell’abbraccio del quale era stata in grado di dare vita a quanto di più vicino a una famiglia avesse mai desiderato avere. Solo in grazia al proprio rapporto con Be’Sihl, purtroppo, ella aveva compreso come, in verità, Nissa Bontor, pur colpevole di molto, non avrebbe dovuto essere considerata responsabile anche di ciò. Non dove, per lo meno, solo dal profondo del suo cuore, del suo animo, sgorgava vivace e impetuosa la brama di rincorrere sempre una nuova meta, ricercare continuamente una nuova sfida, superandosi inesorabilmente, non qual rimedio a una presunta, e pur esistente, frustrazione emotiva e psicologica conseguente all’abbandono del mare di cui anch’ella era figlia, quanto e piuttosto qual rimedio all’insoddisfazione perenne del proprio cuore e della propria mente, o forse, e più semplicemente, del proprio spirito, che, in tanta follia, cercavano da sempre, e soltanto, di offrire un senso alla propria esistenza, alla propria vita.
Solo e semplicemente in tal modo, in simili termini, ella sarebbe allor stata capace di giustificare la ragione per la quale, in maniera incredibilmente stolida, masochistica addirittura, avrebbe potuto separarsi da quell’uomo tanto meraviglioso e, soprattutto, unico in grado di farla sentire appieno la donna che ella era, non soltanto forte, energica e combattiva, ma anche, e a modo proprio, fragile e bisognosa di amore, di quell’amore che soltanto da lui avrebbe potuto derivare, nel quale ella amava inebriarsi e dal quale, non per questo, evitava ostinatamente di rifuggire.

« Fammi risolvere questo dannato pasticcio e, te lo giuro, ti farò scoprire come tu non immagini neppure minimamente quanto io ti ami! » promise ella, riprendendo voce, con tono inevitabilmente moderato, tale da permettere soltanto a lui di udirla, dopo un lungo momento di silenzio, di esitazione addirittura, divisa fra il desiderio di allontanarsi da lui, per non ritrovarsi impossibilitata, poi, a farlo; e quello di gettarsi immediatamente contro di lui, per non abbandonarlo mai più
« Allora sbrigati a compiere quanto devi… » la incitò Be’Sihl, dolcemente, non potendosi, malgrado quelle parole, negare l’onnipresente timore di come quella sarebbe stata l’ultima occasione nella quale egli avrebbe potuto vederla, avrebbe potuto relazionarsi con lei, osservandone le forme, ascoltandone la voce e, in tutto ciò, amandola « … e, poi, torna da me! »

Una separazione dolorosa, quella che il locandiere si impose in tal modo di accettare, e pur da lui compresa qual necessaria, qual ineluttabile, nella volontà di ovviare a un’altra ancor peggiore, e allora definitiva, qual sicuramente sarebbe occorsa nel momento in cui egli avesse cercato di trattenere a sé quella donna, con amore, certamente, e pur con egoismo, in un oppressivo limite alla sua libertà, alla sua indipendenza, che da lei non sarebbe stato accettato, non sarebbe stato tollerato, non a meno di non rinunciare, in ciò, al proprio stesso spirito e, con esso, a tutto ciò che pur, egli, amava di lei, in lei.
Per questa ragione, nell’osservarla allontanarsi da sé, diretta all’ingresso della locanda e da lì alla strada sulla quale essa si affacciava, lo shar’tiagho tacque. Tacque, negandosi la possibilità di invocare da lei prudenza. Tacque, negandosi l’occasione di supplicarla per restare. Tacque, negandosi il proposito di seguirla, di accompagnarla là dove ella avrebbe avuto bisogno di dirigere i propri passi, in un supporto non domandatogli, non richiesto e che, perciò, le si sarebbe imposto inatteso e indesiderato. Indesiderato come, altresì, egli non desiderava essere. Non per lei. Non ai suoi occhi. Non nella sua vita.

« … dei… » sussurrò l’uomo, scuotendo il capo e, in tal senso, ritrovandosi intimamente incerto fra il complimentarsi con se stesso, per essere ancora una volta riuscito ad agire nel modo migliore, oppure rimproverarsi e insultarsi, per aver ancora una volta permesso a quella donna straordinaria di rifuggirgli, inseguendo l’ennesima chimera.

Fosse, stata tale questione formulata in maniera esplicita all’attenzione della stessa Campionessa di Kriarya, tuttavia, ella non avrebbe avuto esitazione a confermargli quanto, da parte propria, egli avesse agito solamente nel migliore dei modi possibili, nell’unica via utile a non dispiacerle, a non contrariarla, a non deluderla, in quell’aspettativa probabilmente sbagliata, probabilmente addirittura malata di quanto giusto o non giusto da compiere per il mantenimento del loro rapporto, della loro relazione, e pur la sola con la quale, in quel particolare capitolo della propria esistenza, un lungo capitolo probabilmente iniziato con la propria adolescenza e non ancora concluso, ella si sarebbe sentita realmente a proprio agio interfacciarsi.
Anche e perché, paradossalmente, più egli le avrebbe continuato a concedere quella libertà da lei richiesta, da lei ritenuta irrinunciabile e imprescindibile, e più ella non avrebbe fatto altro che sentirsi a lui vincolata, a lui unita oltremisura, bramando in maniera addirittura frenetica ogni nuova occasione di riunificazione con lui, così come mai avrebbe potuto neppur immaginare possibile prima di conoscerlo, prima di incontrarlo, prima di accettare di amarlo.

« … grazie… » sussurrò la donna, chinando il capo, in quel doveroso tributo all’amato, a colui che, ancora una volta, si era dimostrato degno possessore delle chiavi del proprio cuore, l’unico in grado di comprenderla e di accettarla, con i propri pregi e, ancor più, con tutti i propri numerosi difetti.

In ciò, anche per preservare quel rapporto straordinario e importante, ella avrebbe fermato Nessuno, impedendogli di proseguire nell’osceno giuoco al quale aveva dato inizio chissà già da quanto tempo. Non tanto e soltanto per se stessa, ma anche, e soprattutto, per Be’Sihl, e per l’occasione di poter vivere serenamente il resto della propria vita insieme a lui, con un avversario in meno dal quale doversi guardare, con un nemico in meno del quale doversi preoccupare.
E se anche, dopo Nessuno, altri sarebbero arrivati a minacciarla, e a porre assedio alla loro felicità,  ella non si sarebbe mai sottratta, non avrebbe mai esitato nel compiere quanto sarebbe stato richiesto e necessario, uccidendo Nissa e Anmel, innanzitutto, e poi sterminando persino tutti gli dei uno a uno se solo, nuovamente, si fossero frapposti innanzi al proprio cammino. In una battaglia, ormai, non più fine a se stessa, non più condotta per il mero piacere della lotta, in risposta al primordiale richiamo della guerra, quanto e piuttosto nella volontà di difendere il proprio diritto alla gioia offertale dall’amore del proprio uomo.

« Tornerò presto… » confermò, più per se stessa che per Be’Sihl, ormai perso alle proprie spalle, insieme alla sua locanda, e in ciò impossibilitato a udirla, ad apprezzare l’impegno da lei così insistentemente ribadito « … questa volta. »


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