Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 1 marzo 2013

1867


« Di che cosa stai blaterando…?! » domandò la Figlia di Marr’Mahew, socchiudendo appena i grandi occhi color ghiaccio, riducendoli a due sottili fessure nere, nere al pari delle sue lunghe ciglia, entro l’abbraccio delle quali difficile sarebbe stato allora riconoscere altro se non un indubbiamente inumano bagliore azzurro, nell’impressionante tralucere di quelle stesse, meravigliose e gelide gemme.
« Non è affar tuo, cagna tranitha! » replicò egli, ora a denti stretti, rabbioso, quasi ringhiante, e pur, in ciò, forse più arrabbiato con se stesso che, effettivamente, con lei, nel riconoscersi così debole da non essere riuscito a resistere, a restare fermo nel proprio proposito di autocontrollo innanzi a lei e a tutto il pubblico a loro circostante, così come pur si doveva essere ripromesso sarebbe stato in grado di compiere.

Fu allora che, forse per semplice casualità, forse in grazia alla benevolenza della sua dea o di qualche altra divinità presente nell’alto dei cieli, o forse, e ancora, in conseguenza a una neppur per lei nota o giustificabile sensibilità a quel particolare genere di situazioni, la Campionessa di Kriarya ebbe occasione di notare, per la prima volta, la presenza di una catena dorata attorno al suo collo, una catena ridiscendente, fra le pieghe della sua casacca, verso il centro del suo petto e lì terminante con una pietra rossa, una gemma simile a un rubino e pur, differentemente rispetto a qualunque rubino, sotto al suo sguardo palpitante di una viva e vivace energia, non dissimile da quella di un cuore pulsante. Una pietra la cui natura, o la cui funzione, ella non avrebbe saputo in alcun modo intuire o immaginare, ma che, non per questo, avrebbe avuto esitazioni a riconoscere qual indubbiamente contraddistinta da un potenziale stregato.
Dopotutto, nel corso della propria esistenza, ella aveva accumulato una lunga e variegata esperienza in reliquie, molte fra le quali artefatti di origine magica, tale per cui difficilmente avrebbe potuto esistere qualcuno, non direttamente coinvolto nelle arti mistiche, dotato di un’eguale confidenza con tale realtà, con simile cultura, nel confronto con la quale la maggior parte delle persone preferivano, in effetti, sottrarsi, animate da quell’istintivo, ma non per questo errato, rifiuto viscerale verso tutto quanto non avrebbe potuto essere ricondotto al rispetto delle leggi di natura, fossero esse relative alla fondamentale distinzione fra vita e morte, posta in dubbio dall’azione dei negromanti, o fossero essere concernenti… tutto il resto, in quei limiti abitualmente e violentemente ignorati dagli stregoni. Ed ella, la quale, pur non essendo né negromante né strega, aveva avuto a che fare con più stregonerie e negromanzie di quanto chiunque avrebbe avuto piacere di vantare; non avrebbe avuto dubbi a ricollegare quanto ancor non compreso, quanto ancor non meglio colto in quell’inatteso, o forse no, ritorno di Nessuno nella sua vita, alla presenza di quel monile di poco dubbia natura, quel pendente che, istante dopo istante, sembrava incrementare l’incedere del proprio battito, preludendo a qualcosa che, a prescindere da cosa sarebbe stato, non avrebbe avuto da intendersi qual nulla di positivo, così come, dall’alto della propria confidenza con la stregoneria, ella era pur indubbiamente consapevole sarebbe accaduto, si sarebbe proposto.
Perché non una magia, stregoneria o negromanzia che essa fosse, subita o, addirittura, da lei apertamente invocata in proprio soccorso, le aveva mai offerto un qualche concreto e reale beneficio, non, per lo meno, senza il tributo di un prezzo tanto elevato da vanificare ineluttabilmente qualunque genere di positività, in misura tale per cui ella non avrebbe mai potuto concedersi la benché minima possibilità di fiducia a tal riguardo, a simile proposito. Al contrario, ella avrebbe sempre e solo pensato tutto il male possibile di ciò, raramente errando, anche nei momenti in cui, proprio malgrado, si sarebbe ritrovata a scendere a patti con simili poteri per l’assenza di alternative utili a permettere di ovviare a una tanto spiacevole tregua.
Così, quando ella intuì il coinvolgimento, a sostegno del proprio antagonista, di un qualche maleficio, e di un maleficio evidentemente non destinato a porre rimedio alla perdita delle mani da lei stessa amputate, ove, a tal fine, egli aveva già sopperito in maniera sufficientemente grezza, fu questione di un attimo elaborare quanto potenzialmente lesivo sarebbe stato, da parte sua, concedergli l’occasione di impiegare qualunque potere da quella pietra avrebbe potuto derivare, fosse esso stato, anche e soltanto, quello di poter distinguere le sue forme nude al di sotto degli abiti da lei indossati. E fra l’idea e l’azione, come sovente occorreva nelle questioni lei riguardanti, minima fu la distanza che si concesse di interporre, avanzando allora con passo deciso verso di lui, per privarlo di quel ciondolo, per strappargli dal collo tale artefatto, prima ancora di permettersi la possibilità di proseguire oltre in quel poco impegnato momento di conflittualità, in quel duello che, oggettivamente, egli non avrebbe avuto alcuna speranza di vincere… fatta eccezione per l’intervento di un qualche supporto di natura stregata.
E per quanto, seppur tardivo, Nessuno comprese il fine ultimo di quel suo avanzare deciso e, ora, persino impetuoso; egli mancò di rendere propria la prontezza di riflessi utile a premettergli di sollevare le proprie lame e, in ciò, di ipotizzare, a suo discapito o a suo freno, un qualche intervento, un qualche gesto, pur fosse anche e soltanto di natura formale. Motivo per il quale, nel momento in cui se la ritrovò contro, con la sua sola mano, la mancina, chiusa rapacemente attorno al proprio gioiello scarlatto, lo spadaccino reagì palesando tutta la propria sorpresa, tutto il proprio stupore, cercando di divincolarsi e, molto banalmente, protestando in maniera palese il proprio dissenso a quell’iniziativa…

« Indietro! » esclamò, quasi spaventato da quanto accaduto o, forse, dalle implicazioni che tutto quello avrebbe avuto da lì a breve « Lasciami andare, dannata cagna! » insistette, così sconvolto da non riuscire, tanto chiaramente quanto stolidamente, neppure a prendere in esame l’ipotesi di tentare di aggredirla qual reazione a quell’offensiva, per costringerla, in ciò, a retrocedere come desiderato e, anzi, addirittura allargando le braccia, forse a cercare, in maniera spontanea, un qualche appiglio così come pur non avrebbe potuto raggiungere in assenza di estremità indicate per tale scopo.

Con le proprie dita strette attorno a quella pietra, la Figlia di Marr’Mahew poté ottenere conferma ai propri dubbi, sebbene non avrebbe mai vantato alcuna particolare necessità, alcun concreto bisogno a tal riguardo, avvertendo il potere, cogliendo l’oscena e innaturale magia della quale essa era intrisa, e trasudante, nel sentirla calda e fremente nella propria morsa quasi, effettivamente, un piccolo cuore carico di vita e di volontà di vivere, benché nulla di più diverso da ciò essa avrebbe dovuto apparire.
Purtroppo, anticipando ogni sua volontà, ogni suo intento volto a privare la controparte di tale prerogativa, con tutta la violenza eventualmente richiesta dal caso, nell’essersi posta volontariamente a contatto con quella gemma, ella si ritrovò inavvertitamente coinvolta nell’aura di potere caratteristico della medesima, aura che, seppur invisibile, impercettibile alla vista, ella riuscì a percepire perfettamente attorno al proprio intero corpo, oltre che al corpo di Nessuno, nel mentre in cui la frenesia dei battiti provenienti da quel pendente si impose tale da non poter neppure essere più distinta nelle proprie singole componenti, nei propri inizialmente ben cadenzati colpi. E anche dove ella avrebbe avuto lì ragione e piacere di invocare il nome della propria dea prediletta, completando quel pur apparentemente semplice movimento utile a porre fine a tutto ciò, Midda Bontor maturò spiacevole consapevolezza di quanto, ormai, non avrebbe più potuto permettersi né l’una né l’altra possibilità, immobilizzata, al pari dell’intero Creato a sé circostante, all’interno dell’incantesimo di quel minerale color sangue.
Creato, quello al quale non avrebbe potuto negare la propria attenzione, il proprio interesse, in un muto grido di pietà, con il quale, terribilmente, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio avvertì di star perdendo rapidamente contatto, non perché privata di sensi, non perché improvvisamente negatale coscienza del mondo attorno a lei, quanto e piuttosto perché tutto quello stesso mondo parve perdere consistenza, affievolirsi non diversamente da un sogno in prossimità al momento del risveglio. E quando il sogno si concluse, che pur sogno non era, le venne concessa improvvisa, malata e disorientante consapevolezza nel merito di quanto Nessuno avrebbe potuto voler significare con le proprie parole apparentemente prive di significato, con le proprie minacce così razionalmente vane, e purtroppo allora rivelatesi tutt’altro che tali.

« … Thyres… »


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