Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 24 febbraio 2013

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Sorridendo e scuotendo il capo, in risposta alle parole del compagno, Midda Bontor levò entrambe le mani qual segno di resa. O, per lo meno, fece il gesto di levare entrambe le mani, benché proprio malgrado privata della destra anche nel proprio surrogato metallico stregato. E giudicando necessariamente lì conclusa la questione, si voltò e si avviò nuovamente in direzione del bancone principale, dal quale si era fugacemente separata soltanto per quella rapida incursione al tavolo dei due alleati, dei due compagni di ormai molte avventure, più di quante, solo qualche anno prima, non avrebbe più ritenuto possibile condividere con un qualche gruppo di alleati, di complici, di fratelli d’arme così come, tuttavia, con loro era avvenuto.
Proprio malgrado, però, qualcosa nel profondo del suo animo l’aveva lasciata turbata alle parole di Be’Wahr, ai suoi dubbi sulla propria percezione della realtà. E, del resto, nel considerare quanto recentemente da lei vissuto, difficile sarebbe stato per chiunque offrirle ragione di torto a tal riguardo.
Ancora troppo nitido, vivido, infatti, era il ricordo dei momenti trascorsi all’interno del tempio della fenice, alla periferia di Krezya, là dove si era trovata a confronto con ben altre sei versioni di se stessa, sei Midda Bontor, suo pari, provenienti da realtà adiacenti alla propria, sufficientemente simili alla propria per aver spinto le proprie altre se stessa a raggiungere, insieme a lei, il medesimo luogo, ritrovando in tal senso la possibilità di una reciproca collaborazione, e pur sufficientemente diverse dalla propria da aver generato, ogni volta, un’altra sé contraddistinta da particolari, fisici e non solo, sufficientemente variegati. Sempre in tale occasione, quasi la confusione imposta alla sua mente non avesse da considerarsi sufficiente o adeguata, ella aveva anche scoperto di aver vissuto almeno due diverse vite oltre a quella che, ancora, stava vivendo, in momenti storici estranei al proprio, eventi che, in maniera più o meno diretta, l’avevano condotta a percorrere un cammino che, probabilmente, prima ancora di quanto avrebbe potuto apprezzare l’avrebbe vista affrontare gli eventi profetizzati, nei suoi sogni, dall’influenza dell’onniscienza degli scettri del faraone, due futuri, tutt’altro che remoti, che la fenice, o Portatrice di Luce, qual avrebbe dovuto iniziare a definirla pensando a lei, le aveva assicurato non dover essere necessariamente considerati qual scritti nella pietra, e nel confronto con le memorie derivanti dai quali, pur, ella non avrebbe potuto considerarsi definitivamente a proprio agio.
Nel considerare, pertanto, le altre sei Midda Bontor recentemente conosciute, con i loro drammi e le loro gioie; le due vite passate vissute e, fortunatamente, non ricordate, ove probabilmente conservarne memoria le sarebbe costato il senno; le due vite future a lei anticipate e, sfortunatamente, troppo ben presenti all’interno dei suoi pensieri; nonché il carico di pressione psicologica conseguente a tutto ciò che le era stato rivelato in merito all’eterno conflitto fra la Portatrice di Luce e l’Oscura Mietitrice,  in quel momento da intendersi parte della regina Anmel, il cui spirito aveva preso residenza nel corpo della propria gemella, nonché nemesi, Nissa Bontor; umanamente comprensibile, era certa, avrebbe dovuto essere considerata la propria preoccupazione all’idea di un pur semplice déjà vu probabilmente conseguente all’effetto di troppo alcool all’interno di un pur capiente stomaco, qual quello di Be’Wahr. Una preoccupazione, pertanto, forse immotivata, e nel confronto con la quale, non avrebbe dovuto concedere a se stessa di rovinarsi quella serata di potenziale riposo e svago, come, in definitiva, giustamente ma burberamente suggerito da Howe, il quale, aveva evidentemente preferito affrontare la questione con non deprecabile pragmatismo.
Ma, al di là di tutta la propria consueta e apparente freddezza, sarebbe mai riuscita, ella, a minimizzare realmente il valore di quegli eventi? O, vittima della propria concreta e mai disprezzata paranoia, sarebbe rimasta vittima di tali negativi pensieri, di simili preoccupazioni, per tutta la serata?

« Sai… non so perché ma non mi sorprende vederti così seria. » intervenne, a distrarla dai propri pensieri, una voce da lei non semplicemente apprezzata, ma più propriamente amata e in grado, con la propria semplice presenza nella sua quotidianità, di aiutarla a obliare a qualunque problema, a qualunque ansia, restituendole tutta quella serenità da lei abitualmente scordata, quasi considerata non necessaria benché, oggettivamente, scoperta qual indispensabile insieme a lui… insieme a Be’Sihl Ahvn-Qa, suo amato.
« Mi stai dando forse della musona?! » replicò ella, con tono di voce moderato, al fine di mantenere quel loro dialogo qual riservato, al sicuro da attenzioni a loro estranee, e alle quali non avrebbe voluto concedere la benché minima possibilità di coinvolgimento in tale questione « Per tua informazione, io ho uno splendido sorriso, mio caro… » puntualizzò, allora aprendosi in maniera sincera, seppur anche provocatoria, in un amplio ed, effettivamente, magnifico sorriso, che sembrò destinato a restituire la luce negata dall’assenza del sole alla notte, rischiarandola a giorno.
« Che il tuo sorriso sia splendido è fuori da ogni possibilità di discussione. » specificò egli, consegnando il vassoio carico di boccali vuoti da lui condotto seco a un garzone dietro il bancone, per liberarsi di tale ingombro e potersi concedere completamente a lei, con tutta la propria attenzione e tutto il proprio interesse, non desiderando altro « Dico solo che, purtroppo, non lo dispensi così generosamente come, probabilmente, servirebbe per rendere questo mondo un mondo migliore. »
« Adulatore. » ridacchiò la mercenaria, costretta, addirittura, a coprirsi le labbra con le dita della mancina, a tentare di celare tale reazione « E, comunque sia, proprio perché è un tesoro tanto prezioso, è giusto che il mio sorriso sia custodito con cura, invece che condiviso incautamente con troppa gente… non trovi?! » argomentò, giuocando attorno alle stesse parole da lui dedicatele, desiderando comprendere fino a quale punto sarebbe stata in grado di condurlo adeguatamente istigato.

Da ben prima della ridefinizione del loro rapporto in quanto allora e alfine accettato qual esistente fra loro, e, probabilmente, sin dal primo giorno in cui avevano avuto occasione di incrociare l’uno il cammino dell’altra, tanto la mercenaria quanto il locandiere avevano invero sempre provato diletto in quel genere di dialoghi, in quelle particolari occasioni di confronto verbale, costituite da continue e crescenti provocazioni volte a misurare sino a qual limite tanto l’uno quanto l’altra sarebbero stati psicologicamente in grado di sospingersi, in maniera più o meno apertamente maliziosa, prima di generare concreto imbarazzo nella controparte, tale da provocarne la resa, l’abbandono di campo nell’impossibilità a trovare un’ulteriore replica utile a ribaltare la situazione in proprio favore o, comunque, a favore delle proprie argomentazioni.
In tal modo, un tempo, era speso tutto quel tempo, sempre atteso, sembra bramato, e pur sempre raro, utile a permettere alla mercenaria di consumare la colazione che il locandiere non aveva, né avrebbe mai mancato di farle trovare pronta, benché in netto anticipo sull’orario d’inizio formale della propria attività, definendo, in tal modo, delle perfette occasioni utili a entrambi per godere del piacere della reciproca compagnia senza spiacevoli distrazioni, senza sgradevoli interferenze quali pur, in altri momento della giornata, non sarebbero mancate di subentrare. In tal modo, ancora al tempo presente, era speso qualunque momento che entrambi avevano la possibilità di trascorrere insieme, ancor atteso, ancor bramato, e ancor purtroppo raro, e al quale, tuttavia, non avrebbero mai rinunciato, ora come in passato. E se in passato, nella certezza dei propri sentimenti per la donna da subito amata, sovente era proprio Be’Sihl a ottenere la meglio in simili disfide, vedendo la donna arrendersi non appena il giuoco iniziava a crescere d’intensità in una direzione che ella si poneva ancora incerta a voler esplorare, più nel timore di compromettere quanto già esistente fra loro ancor prima che in conseguenza a un qualche, e mai esistito, disinteresse da parte sua nei confronti di quell’uomo da sempre riconosciuto qual straordinario; a seguito dell’evoluzione del loro rapporto, e dell’accettazione da parte di entrambi dell’amore fra loro esistente, quasi sempre era altresì la stessa Midda a predominare sul proprio compagno, complice e amante, laddove ormai priva di freni, priva di inibizioni psicologiche, emotive o morali, lasciava puntualmente, e sapientemente, crescere la tensione fra loro sino al momento in cui, per l’uomo, risultava impossibile ipotizzare di resisterle, di celare il proprio interesse per lei, il proprio desiderio per lei, se non nelle proprie azioni, quantomeno nelle proprie reazioni fisiche, in quella sempre incontrollabile eccitazione derivante dal pensiero di come, presto o tardi, quella donna gli si sarebbe alfine offerta, per nascondere la quale soltanto un tuffo fra le nevi delle vette dei monti Rou’Farth gli avrebbe concesso una qualche speranza.


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