Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

giovedì 21 febbraio 2013

1859


« Restatene fuori, voi altri! » intimò lo sconosciuto ammantato, riprendendo parola ora in direzione dei due fratelli, di vita e d’arme seppur non di sangue, nella volontà di prevenire una qualunque possibilità di coinvolgimento da parte loro nella questione, evidentemente non desiderando condividere l’idea di essere stato lui stesso a coinvolgerli nel momento in cui aveva scelto un tanto plateale, e superfluo, metodo per richiamare a sé l’interesse della donna guerriero ricercata qual propria, sola controparte « Sono venuto qui per lei… per lei e nessun altro. Benché, non per questo, eviterò di riservare la benché minima occasione di immunità ad alcun altro, laddove mi dovesse essere posta sfida… »
« Nessuno! » ottenne finalmente possibilità di pretendere attenzione la donna guerriero, lasciando tuonare la propria voce nella notte di Kriarya, nel richiamare il proprio avversario per nome, o, quantomeno, facendo ricorso al nome che ella stessa gli aveva attribuito qualche tempo addietro, in occasione del loro primo e unico precedente incontro « Credo che questa volta tu abbia fatto i calcoli. Perché non hai cercato soltanto di uccidere me, dando fuoco alla mia locanda… ma anche tutti coloro che, come me, avevano trovato ospitalità in quelle mura per questa notte! »

Un errore di valutazione, quello già intimamente notato probabilmente dai più, e non solo dal sovente ingenuo Be’Wahr, e allora pubblicamente evidenziato dalle parole della Campionessa della città del peccato, il quale avrebbe potuto allora costare estremamente caro all’uomo riconosciuto come Nessuno, benché il suo vero nome fosse Rimau Coser. Perché, come così giustamente osservato, egli non avrebbe potuto pretendere di limitare in alcun modo lo scontro che di lì a breve lo avrebbe visto letteralmente linciato dalla folla inferocita, non avrebbe potuto pretendere in alcuna misura di ridurre la questione a un duello privato fra loro, non, per lo meno, dopo aver compiuto un gesto tanto stolido, qual quello, proprio all’interno dei confini di quelle tanto particolari dodici mura, popolate da mercenari e assassini, ladri e prostitute, nessuno fra i quali avrebbe avuto ragioni di rimorso a richiederne la testa e la vita, più in generale.
Fu però proprio in quel momento che la seconda, ancor non apprezzata, sempre non ricercata, e pur, ineluttabilmente, impostale, sorpresa, ora più emotiva che razione, venne riservata alla stessa Figlia di Marr’Mahew, con tutto il proprio tragico carico di morte. Perché, alle sue spalle, quasi a commento della sua ultima asserzione, un frastuono sordo attrasse ogni attenzione, ogni interesse, nuovamente verso l’edificio in fiamme, nel quale, così evidentemente quanto, quasi, discretamente, qualcosa ebbe a cedere, a infrangersi, vedendo la sua struttura interiore in legno implodere in un suono reso inevitabilmente raccapricciante dalle grida di dolore e di morte che, con esso, si levarono verso l’alto dei cieli, verso la luna e le altre stelle, quasi in atto di rimprovero verso tutte loro, o forse e addirittura verso gli dei lassù e oltre ancora, che alcuna premura vollero concedere a quei malcapitati, a quelle vittime senza colpa alcuna, ignari olocausti nel fuoco dell’insensatezza, di una scelta priva di ragione o significato. Un orrore che, all’attenzione della mercenaria, ebbe a riconoscersi a dir poco qual sconvolgente non tanto nel confronto con l’idea di volti sconosciuti e a lei estranei, qual sicuramente sarebbero dovuti essere riconosciuti i più là dentro, quanto e di gran lunga peggio, con il costretto, temuto e pur ineluttabile pensiero di colui che, in quel macabro conteggio non avrebbe potuto evitare di includere, dolorosamente certa di come, sin quando tutti non fossero stati evacuati dalla locanda, qual non erano stati, egli… il suo amato, non avrebbe mai accettato la mera idea di ripiegare, di porre se stesso in salvo, qual, del resto, non aveva neppure preso, per un istante, in egoistico esame.

« B…Be…Be’S… » tentennò, per un fugace istante così sconvolta, così distrutta, così prossima alla follia, da non essere neppure in grado di esprimersi in maniera adeguata, nel cercare di scandire, in un grido lì ridotto a un rantolo soffocato, il nome del proprio dolce locandiere, di colui che, in quella trappola di fiamme e fuoco, stava allor bruciando, senza alcuna speranza di futuro, senza alcuna possibilità di domani, al di là di quanto i loro progetti per quella notte fossero allora stati o meno prematuramente interrotti « Be…Sihl… » singhiozzò, tentando con tutta se stessa, con tutta la propria forza di volontà, di illudersi che quanto era avvenuto non fosse realemnte occorso, che quanto era successo non avesse da intendersi qual la fine di ogni suo sogno d’amore e di felicità, benché a poco o a nulla valse ogni sforzo in tal senso, se non, soltanto e ancor peggio, a spingerla sul baratro del precipizio, in prossimità alla più totale perdita di senno.
« Lohr! » esclamarono, quasi in coro, Howe e Be’Wahr, nell’appellarsi al loro dio prediletto, elaborando a loro volta il pensiero di quale tragica morte avrebbe dovuto essere allora conteggiata all’apice, o in coda, a una lista ancor completamente da definire, una lista di morte redatta soltanto a opera di quel Nessuno, chiunque egli fosse « Be’Sihl era ancora lì dentro…. » soggiunse il biondo, subito seguito, in tale forse inutile, forse altresì irrinunciabile, constatazione, a dar corpo nelle proprie parole, con la propria voce, a tutte le peggiori paure, a tutti i più folli incubi, del fratello, non più sereno di quanto non avrebbe potuto vantare di essere lui stesso in quel momento « … ha ammazzato Be’Sihl! Quel maledetto figlio d’un cane rognoso ha ammazzato Be’Sihl! »

E se la solidarietà per la loro Campionessa e la rabbia per il rogo nel quale erano quasi rimasti coinvolti, non avrebbero dovuto essere lì riconosciute ragioni più che sufficienti, alla folla, per pretendere la vita dello straniero; la morte quell’uomo giunto da Shar’Tiagh quasi vent’anni prima, quasi senza nulla con sé, e in grazia alle sole proprie forze divenuto una delle poche figure indipendenti all’interno della città del peccato, sembrò allora essere per tutti la dimostrazione di quanto, nel riversarsi in contrasto a quell’individuo ammantato, tutti loro non avrebbero soltanto punito un idiota, ma, soprattutto, condannato un omicida. Un omicida che, quella notte, aveva ucciso senza alcuna ragione, senza alcuna motivazione, né di denaro, né di passione, e per questo privo di qualunque possibile rispetto o, comunque, giustificazione, neppur nel confronto con l’apparente assenza di qualunque valore, di qualunque regola, caratteristica di quella tanto particolare capitale kofreyota: valori e regole, principi di convivenza civile, in verità, neppur lì mai rinnegati nella loro esistenza, seppur opportunamente epurati da tutta quell’ipocrisia, e da tutto quel perbenismo, che forse, altrove, avrebbe visto quella tragedia, quella strage, minimizzata dietro a una ben poco comprovabile definizione di incidente.

« A morte l’incappucciato! » gridò, per primo e con rabbia sincera, dolore vivo e pulsante, la voce del giovane Seem, il quale, in quell’incendio, non aveva perso soltanto un amico e un benefattore ma, entro certi sensi, la figura per lui più prossima a quella di un padre, nel considerare l’intera storia della propria esistenza « A morte l’assassino! »

Arginando con devastante impeto, ogni altra possibile ricerca di vendetta nei riguardi di Nessuno, fu, allora e tuttavia, un urlo inatteso e quasi disumano, un grido così violento, così iracondo e così terrificante da parte di colei che, oggettivamente, non avrebbe potuto evitare di condannarsi qual sua corresponsabile, per quanto, almeno nelle proprie intenzioni a lei rivolte, ricercata qual unica antagonista.
Un funereo lamento emesso, in tanto tragico contesto, dalla gola di Midda Bontor, un tempo donna gelida e controllata, fredda e distaccata…

« No! » ruggì, o forse ululò, con il volto rigato da calde e inarrestabili lacrime, che neppure si sforzò di celare, di mistificare, di negare nella propria irrefrenabile foga « Nessuno lo tocchi, perché quel Cadavere è mio! Deve essere mio! »

E, maturando tardivamente, e forse soltanto nel confronto con l’espressione della controparte, una qualche consapevolezza nel merito della reale portata del proprio sbaglio, dell’errore per così come compiuto e come privo di possibilità di rimedio; Nessuno, o Cadavere che dir si volesse, non poté ovviare a una preghiera nel confronto degli dei tutti, e di Morte, propria signora, nel comprendere quanto privo di ogni prospettiva ormai, avrebbe dovuto essere condannato il suo domani… repentinamente vanificato.


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