Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

lunedì 18 febbraio 2013

1856


Midda Bontor non si era mai considerata dotata di particolare spirito romantico. Sin da bambina, potendo scegliere fra ballate d’amore e storie di mostri ed epiche battaglie, la sua preferenza era stata sempre estremamente definita, e tale da ben lasciar intuire verso quale futuro ella avrebbe avuto piacere di votarsi. Certo: nella sua vita non erano mancate le storie d’amore, anche prima di scegliere di impegnarsi in quella non semplice relazione con Be’Sihl, ma da ciò a parlare di romanticismo, nel senso più comune e più profondo del termine, non sarebbe mancato un certo spazio. Uno spazio che, probabilmente, avrebbe potuto quantificarsi quale quello esistente fra Kofreya e Shar’Tiagh, agli estremi opposti del continente di Qahr, o quale quello esistente fra lo stesso Qahr e gli altri due continenti del mondo conosciuto, l’orientale Hyn e il settentrionale Myrgan. E ciò a non voler essere troppo severa nella propria valutazione. Né a voler spendere eccessiva enfasi in tal senso, quanto e soltanto semplice obiettività.
Per amor di correttezza, per onestà intellettuale, ella non avrebbe potuto che riconoscere quanto lontana, nella propria esistenza, avrebbe dovuto essere considerata dalla protagonista di una romantica storia d’amore, di quelle trasognando in maniera persino troppo sdolcinata sulle quali una parte delle proprie coetanee, delle altre bambine nate e cresciute accanto a lei, avevano avuto occasione di spendere le proprie giornate, includendo in tal conteggio persino Nissa, la propria tutt’altro che compassionevole gemella. Una scelta, la sua, sicuramente il larga parte derivante dall’indole caratteristica del proprio spirito, e pur, forse e ancora, in una misura inferiore ma non per questo priva di importanza, conseguente alla consapevolezza che se solo si fosse permessa di perdersi eccessivamente nella contemplazione dei propri sentimenti più gentili, del proprio amore più casto e puro, avrebbe finito con il dover rinunciare alla propria freddezza, al gelo nel quale era solita avvolgersi, proteggersi, per sopravvivere alla propria stessa vita e alle infinite prove che, in essa, continuava a costringersi ad affrontare. Anche a costo di apparire, in conseguenza a ciò, troppo crudele, insensibile, così come era conscia di essere apparsa, fra le molte occasioni, il giorno in cui aveva simulato la propria morte dando fuoco a quella locanda.
Tuttavia, se, nel confronto con quelle ultime parole pronunciate da Be’Sihl, ella si fosse lasciata guidare da qualcosa di diverso rispetto al proprio consueto autocontrollo, difficilmente sarebbe stata allora capace di evitare di impazzire, e di impazzire per il dolore, qual pur, per un fugace istante, sentì aggredirla al cuore, serrandolo in una dolorosa morsa nel centro del proprio petto. Perché innanzi a quella dichiarazione d’amore, impossibile sarebbe stato evitare di leggere un addio. Un addio derivante dalla timorosa certezza di quanto ciò che stava venendo loro allora negato non avrebbe dovuto essere considerato soltanto un momento di intimità, quanto e piuttosto il loro futuro insieme.
Quello, purtroppo, non avrebbe potuto essere considerato il momento opportuno per recriminare sulla questione, né, tantomeno, quello adatto a permettere al proprio cuore di provare quanto, in altri momenti, avrebbe condannato sotto il termine di emozione sdolcinata. Quello era il momento di agire, e di agire con assoluto autocontrollo, per mantenersi in vita e, speranzosamente, potersi concedere, al di là di ogni timore, al di là di ogni paura, un’occasione futura di ridere di tutto quello, ritornando a trovarsi abbracciati insieme in un letto… nel loro letto.

« Ti amo, Be’Sihl Ahvn-Qa. » rispose pertanto, sforzandosi di ringoiare ogni emozione, di zittire il proprio cuore e quanto la parte più pavida del medesimo le stava allora suggerendo, nel gridarle di non permettere a quell’uomo di abbandonarla, di non permettergli di allontanarsi di un solo passo da lei e dal suo abbraccio, anche ove questo avrebbe significato farsi odiare da lui, nell’impedirgli di compiere quanto aveva chiaramente definito essere loro responsabilità fare.
E prima che egli potesse essere troppo lontano da lei, prima che egli potesse smarrirsi nelle fiamme crescenti di quell’orrida fucina di Gorl, nel quale la locanda si stava rapidamente trasformando, ancora una volta ella senti desiderio di prendere voce verso di lui, per soggiungere quanto di più romantico la sua mente ebbe allora occasione di concedersi di elaborare: « E non osare morire… o ti giuro che verrò a prenderti in gloria a tutti i tuoi dei per riportarti indietro. » gridò, cercando di non lasciar trasparire la rabbia presente ad animarla nel profondo al pensiero di quell’eventualità « Ricorda: ho già ucciso un dio e, per te, sarei disposta a radere al suolo qualunque pantheon! » promise, più sincera di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare ella avrebbe potuto essere in un tal impegno, in una simile dichiarazione d’intenti.

Se egli sorrise a quelle parole, non le fu concesso occasione di saperlo. Anche se, conoscendolo, ella non avrebbe potuto essere più che certa di ciò, di quel dolce sorriso dischiusosi sul suo volto necessariamente tirato per la tensione del momento, a scoprire, fra quelle scure e carnose labbra che amava baciare e da cui amava essere baciata, una lunga fila di denti bianchi e perfetti, quasi, in tal contrasto, scintillanti.
E con la forse illusoria consapevolezza di quel sorriso, di quell’ennesimo cenno d’amore a lei dedicato, ella non poté permettersi di indugiare ulteriormente, di bloccare ulteriormente i propri passi, mantenendo la propria spada stretta in pugno e null’altro accompagnando seco, neppure la pelle di sfinge che tanto sangue le era costata, non avendo tempo tempo da perdere per rivestirsi, né, proprio malgrado, avendo una seconda mano con la quale, quantomeno, afferrarla prima di allontanarsi da quella stanza, per sfidare, a seno nudo, il calore delle fiamme.

« Thyres… » gemette, invocando ancora una volta il nome della propria dea prediletta, signora dei mari, in tal esclamazione in parte animata da una remissiva richiesta di aiuto, di soccorso nel confronto con un’impresa che non avrebbe mai avuto piacere ad affrontare, né allora, né in un diverso momento, e in parte animata, in tal senso, da un coraggioso, o forse soltanto folle rimprovero, a critica per quanto quella medesima divinità aveva permetto potesse accadere, a turbare la serenità di quella notte desiderata qual di ardente passione e nulla di più o nulla di meno.

A prescindere dalle intenzioni con cui aveva deciso di rivolgersi alla propria dea, Thyres, al pari della totalità degli dei e delle dee immortali, non avrebbe dovuto essere considerata solita concedersi dialogo con i propri fedeli, neppure con quelli particolarmente esuberanti, nel proprio operato, così come soltanto la Campionessa di Kriarya avrebbe potuto essere considerata. Ragione per la quale, la donna dagli occhi color ghiaccio, non si attese una qualche effettiva possibilità di risposta o di intervento da parte della dea in questione, così come mai si era concessa occasione di attendersi in passato.
Del resto, nata e cresciuta, qual era, come figlia dei mari, ella era stata abituata a rispettare il mare e i suoi dei quanto sufficiente da non rivolgersi mai a loro con insolenza, ma non al punto tale da non porre mai in discussione i termini nei quali interpretare quelle che avrebbero dovuto essere considerate le manifestazioni del loro potere e della loro potenza, in quell’atteggiamento solo in grazia al quale avrebbe potuto permettersi di sopravvivere tanto a un viaggio per mare, così come, più in generale, alla vita stessa, con le proprie prove, le proprie difficoltà e i propri imprevisti.
Purtroppo, quanto lì ora a lei circostante non avrebbe dovuto considerarsi il dolce abbraccio della fredda acqua dei mari a lei noti, con la legge dei quali ella avrebbe potuto promuoversi qual confidente; quanto e piuttosto un elemento a essa antitetico, addirittura nemico, nell’ardente stretta del quale non aveva mancato di ritrovarsi in passato, talvolta anche per propria causa, ma che, non per questo, avrebbe potuto vantarlo qual a sé vicino, a sé prossimo. Al contrario...

« … maledetto Gorl! E maledetto il tuo dannato fuoco! » esclamò, nel rivolgersi furente e indubbiamente irrispettosa verso la divinità comunemente associata alla potenza dirompente delle fiamme, una delle divinità più venerate in tutto quell’angolo di mondo, e il nome della quale, pur, ella non era solita pronunciare, non riguardandola, non coinvolgendola in alcuna misura « Aspettate che scopra chi è il responsabile di questo scherzo e non vi sarà luogo, in terra, in mare o in cielo, nel quale potrà mai nascondersi per sfuggire alla mia ira! »

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