Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 15 febbraio 2013

1853


Be’Sihl Ahvn-Qa non avrebbe saputo dire in quale esatto momento si fosse innamorato di Midda o in quale giorno, a quale ora, avesse deciso che non avrebbe potuto desiderare di trascorrere il resto della propria vita se non con lei, se non accanto a lei, anche ove questo avrebbe invero significato spendere gran parte del proprio tempo in sua attesa, in attesa del suo quasi sempre insperato ritorno al termine di una qualche missione priva di possibilità di vittoria, priva di ipotesi di successo.
Forse egli, vittima del suo fascino, del suo carisma, si era infatuato di lei sin dall’istante stesso in cui il suo sguardo si era posato su quel corpo meraviglioso e, apparentemente, proibito e irraggiungibile. Probabilmente egli, vittima delle proprie folli emozioni, si era innamorato di lei sin dall’istante stesso in cui quello stesso suo sguardo aveva incontrato gli occhi di lei, perdendosi irrimediabilmente in essi. Sicuramente egli aveva perso completamente il senno per lei, in misura tale da permettergli di rendere possibile quel sogno, lottando faticosamente, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, per addirittura quasi quindici anni, prima di riuscire non solo a far breccia nel suo cuore, ma anche, e soprattutto, lì a insidiarsi comodamente, beandosi in esso così come per troppo tempo aveva soltanto sperato di poter fare, non senza fugaci occasioni di umano timore alla prospettiva di essersi completamente sbagliato.
Timori, i suoi, che pur erano stati completamente fugati nel momento in cui, per la prima volta aveva goduto delle labbra di lei contro la propria pelle, lungo il proprio corpo, intenta non soltanto a baciarlo, ma addirittura a divorarlo, con non minore voracità di quanto egli stesso non gliene avesse riservata, a tentare di saziare quell’incredibile appetito, quella fame incolmabile cresciuta in tanto tempo, in tanta attesa. Timori, i suoi, che pur continuavano a essere completamente fugati, anche laddove non più esistenti, in qualunque occasione loro concessa di stare insieme, fosse anche per una manciata d’istanti, così come per una notte intera. E quella notte, dopo una lunga serata trascorsa in locanda, a servire avventori e a torturarsi intimamente per la costretta lontananza da lei, sarebbe ancora stata la loro notte, la loro occasione di gioiosa e giocosa condivisione, nel corso della quale ogni esigenza di riposo sarebbe stata dimenticata, sarebbe stata obliata in favore del loro amore, nella passione del quale avrebbero atteso la nuova alba, il ritorno del sole a oriente, fra le vette dei monti Rou’Farth.
Una notte che, fosse stata per Be’Sihl, non avrebbe dovuto conoscere fine, così come, non senza un certo imbarazzo quasi fanciullesco, benché dimenticati, ormai, fossero per entrambi gli anni della loro giovinezza, egli si spinse a suggerire, fra un bacio e l’altro…

« Fuggiamo… » le propose, con il cuore sulle labbra, non semplice scherzo, non banale gioco, ma intento sincero, quanto sincero avrebbe dovuto essere riconosciuto il suo amore per lei, il suo sentimento puro e assoluto per quella donna, in attesa della quale era sempre vissuto e in attesa della quale avrebbe continuato a vivere sino all’ultimo dei propri giorni, se solo ella glielo avesse domandato « Fuggiamo insieme, questa notte. Partiamo per il nord, per Shar’Tiagh. O per qualunque altra destinazione. Fuggiamo, amor mio… fuggiamo e dimentichiamo tutta questa follia. Questa follia che finirà per separarci… o peggio, per ucciderti, negandoti per sempre al mio abbraccio! »
« Sciocco… » scosse il capo ella, sorridendogli in quell’unica parola, in quell’unico termine scelto per indicarlo, pur senza rimprovero, pur senza intenzione d’offesa o d’aggressione, ove animata, in quelle sillabe, soltanto da un trasporto, da un amore, così forte che ella stessa ebbe ragione di spavento, ebbe motivo di timore, laddove, benché confidente con la guerra e la morte, meno a proprio agio avrebbe dovuto essere riconosciuta con l’amore e la vita, valori da lui stesso rappresentati nella propria quotidianità « Non esiste luogo al mondo, né fuori dal mondo, entro il quale potrei rifugiarmi per sottrarmi alle mie responsabilità. La fenice è stata chiara… e lo sai. Ne abbiamo già parlato. » si sforzò di ricordargli, o, forse, si sforzò di ricordare a se stessa, per convincersi di quanto quell’intento non avrebbe potuto essere attuato, non avrebbe potuto essere tradotto in realtà, così come, indubbiamente, una parte del suo pur tormentato, pur irrequieto, pur irrefrenabile spirito avrebbe desiderato compiere, disinteressandosi a qualunque responsabilità, a qualunque impegno, e sol offrendo importanza a quella felicità, a quanto era consapevole avere l’occasione di vivere insieme a lui, accanto a lui.

Chiusi entro i confini sicuri delle loro stanze, di quell’alloggio riservato al locandiere nel quale ella si era stabilita sin dalla ricostruzione della locanda, del tutto ignorando quella che formalmente era a lei riservata qual propria camera, per inciso la seconda migliore di tutto l’edificio; al sicuro in quel loro santuario privato, eretto in onore al loro amore, entro il quale alcuna preoccupazione, alcuna ansia, alcuna minaccia avrebbe potuto raggiungerli; i due innamorati, i due amanti, avrebbero potuto smarrirsi reciprocamente uno nello sguardo dell’altra, una nel corpo dell’altro, null’altro desiderando se non tutto quello. E, con esso, il loro stesso amore.
Una verità, una certezza, nel negare la quale lo shar’tiagho non avrebbe mai speso un solo istante, non si sarebbe mai minimamente sforzato, preferendo anzi porre il maggiore risalto possibile attorno a simile interesse, a tale brama, così come, in risposta alla puntualizzazione dell’amata non mancò di riservarsi occasione di compiere.

« Non fraintendermi… ma sarei pronto a condannare l’intero Creato per salvarti, amor mio. » definì, privo di enfasi e di enfatizzazione nel merito di un tale concetto, di un simile proposito, nell’esprimersi con trasparenza assoluta, con totale onestà, più che disposto, malgrado la propria indole pacifica, malgrado il proprio spirito quieto e abitualmente rivolto alla pace e all’edificazione, ancor prima che alla guerra e alla distruzione, a porre in scacco la stessa realtà per così come nota, pur di salvaguardare il loro amore, in un’eventualità tutt’altro che remota, tutt’altro che rara nel confronto con quanto a ella era stato richiesto di compiere « Io… ti amo… » soggiunse poi, quasi in tale affermazione, in simile dichiarazione, cercare di giustificare le proprie ultime parole, quella propria egoistica deviazione, a discapito di ogni cosa estranea al loro rapporto, al loro sentimento, al loro amore.

E Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, che nella propria vita aveva sempre agito offrendo ascolto unicamente al proprio cuore, alla propria mente e al proprio spirito indomabile, rifiutando qualunque compromesso, negando qualunque limite, fosse esso stato posto da uomini o da dei; non avrebbe mai potuto ipocritamente condannare il proprio compagno per quanto appena asserito, per l’intento così proclamato, ove consapevole di quanto, a ruoli inversi, probabilmente, ella non si sarebbe neppure presa la briga di annunciare tale proposito prima di attuarlo, prima di porre in essere quanto necessario per condannare il Creato, con tutte le sue creature, al solo fine di preservare quella loro felicità. Quella felicità che, con lui, e solo con lui, dopo tanti anni, dopo troppi anni, si era concessa occasione di riscoprire, a discapito di quanti folli orrori potessero, nel frattempo, aver affollato la sua quotidianità… a partire da un semidivino marito dalle demoniache fattezze; per concludersi con lo spirito di una folle regina e strega del passato, incarnato nelle membra della propria sorella gemella, da sempre sua nemesi.

« Ti amo. » rispose pertanto ella, senza esitazione, senza inibizioni, nel non volersi negare un solo istante di più l’occasione di proclamare il proprio sentimento per lui, il proprio amore per quell’uomo, quell’unico uomo attorno al quale tutta la sua esistenza quotidiana, tutte le sue mirabolanti imprese, sembravano contemporaneamente perdere significato e assumere un nuovo valore, nell’incanto e nella meraviglia propria del miracolo del passaggio dalla notte al giorno, dalle tenebre alla luce, dalla luna al sole, e con essi, forse, dalla morte alla vita… la morte alla quale aveva condannato la propria quotidianità e la vita che, al contrario, egli le aveva permesso di riscoprire e di ritornare ad amare e desiderare, per sé « E ti prometto che, quando tutto questo sarà finito, io… »

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