Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

lunedì 11 febbraio 2013

1849


« Woah?! » sorrise la Campionessa di Kriarya, sorniona e provocante, ripetendo il verso offertole con intonazione volutamente critica nei riguardi del proprio compagno che, in tal modo, si era appena espresso, a evidenziare una certa, giocosa, insoddisfazione per la scelta di quella particolare reazione « E’ tutto qui quello che riesci a proporre a commento della mia voluttuosa offerta? » lo provocò, piegandosi appena in avanti, verso di lui, e, nel far ciò, tendendo le braccia verso il basso, a cercare un punto d’appoggio sulle proprie ginocchia, per stringere in tale abbraccio quei seni ricolmi di viva sensualità e porli, ove possibile, in maggiore risalto, in più significativa enfasi, in conseguenza a tale compressione « Evidentemente, l’avanzare degli anni sta iniziando a farmi apparire meno interessante rispetto a quanto non gradire ancora illudermi di poter essere… » sospirò, con tono grottescamente melodrammatico, a sottolineare la propria intima delusione innanzi a tutto ciò.

Al di là delle proprie parole, del proprio atteggiamento eccessivamente insicuro nel merito delle proprie possibilità, del proprio fascino, ella era tuttavia perfettamente consapevole di quanto il proprio corpo fosse ancora non solo assolutamente apprezzabile, non solo indubbiamente desiderabile, ma anche e ancora trasudante straordinaria sensualità, incredibile erotismo, in misura tale da non poter permettere, non in quel contesto specifico, non in altri, ad alcun uomo di ignorarla, di non bramarla al punto tale da temere di vedersi il cranio esplodere da un istante all’altro per l’eccessiva pressione del sangue all’interno del proprio corpo, conseguenza di un battito cardiaco folle, violento e, soprattutto, incontrollabile. E, di tutto ciò, in ubbidienza al proprio lato femminile abitualmente troppo trascurato, troppo poco considerato, e pur mai completamente rinnegato, mai rifiutato nella propria esistenza, ella non avrebbe potuto che gioire, che rallegrarsi, divertendosi a osservare il proprio amato contorcersi su quel letto per lei, per il desiderio di gettarsi contro di lei, a stento trattenuto, a stento controllato in sola grazia all’eccitazione derivante dall’idea di quanto ella ancora avrebbe potuto compiere per torturarlo.
Masochismo, forse e pertanto, e pur piacevole masochismo, quello di Be’Sihl, che solo chi posto in eguale situazione, a confronto con un momento tanto conturbante e coinvolgente, avrebbe potuto realmente comprendere e condividere nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni e nei risultati che, da esso, sarebbero allora sicuramente derivati. Risultati che, nella fattispecie, non gli vennero sol offerti da quel gesto apparentemente semplice e pur entusiasmante, qual solo avrebbe potuto esserla la vista di quei seni così estranei a ogni senso dell’ordinario; ma ancor più da quanto subito dopo seguì, da quanto ella volle dedicargli per insistere, con sensuale crudeltà nella propria azione a discapito della sua salute mentale…

« Non rispondi?! » lo incitò ella, risollevandosi con fare fiero, quasi altera, ma, in cuor suo, sforzandosi per non scoppiare a ridere, e a ridere di cuore, nel ritrovarsi posta a confronto con l’espressione del proprio uomo, evidentemente privato persino del fiato utile a respirare, figurarsi, in ciò, quello necessario a risponderle, a replicare a quelle sue provocazioni « Addirittura a questo siamo arrivati, quindi: sono così orribile da osservare da renderti impossibile persino rivolgermi una sola parola di senso compiuto. » esclamò, levando le mani al cielo quasi a invocare gli dei con fare enfatico, prima di voltarsi e offrirgli le spalle e la schiena, a simulare l’intenzione di allontanarsi da lui « E dire che avrei potuto darti tanto, questa notte… » soggiunse subito dopo, portando la mancina a slacciare, ora, la cintola con la propria spada e, con essa, i propri pantaloni, per sfilare entrambi, lasciandoli scorrere con lentezza estenuante verso il basso, e in ciò svelando con incedere assolutamente misurato le sconvolgenti forme dei propri glutei, tondi e sodi, perfetti e provocanti.

Glutei tondi e sodi, i suoi, qual solo avrebbero potuto esserle garantiti dalla propria straordinaria forma fisica, dal proprio allenamento costante e quotidiano, atto a permettere a tali proporzioni di essere quantomeno, e paradossalmente, competitive con quelle dei suoi seni, curve per conquistare il diritto di baciare, di accarezzare, di stringere le quali, chiunque avrebbe volentieri dannato la propria anima immortale, considerando tutto ciò, a conti fatti, quale un prezzo assolutamente accettabile e, persino, troppo generoso. Glutei perfetti e provocanti, i suoi, che, il locandiere conosceva in ogni proprio più banale dettaglio, per quanto nulla di banale in essi avrebbe potuto essere definito, e che pur, al pari dei suoi seni, e di tutto il suo corpo più in generale, non avrebbe mai potuto vederlo offrirsi qual assuefatto agli stessi, qual indifferente alla loro presenza e alla loro offerta, non più di quanto non avrebbe potuto dirsi ormai assuefatto e indifferente alla vita quotidiana e ai suoi doni, alle sue gioie, alle sue sorprese, alla sua passione.
E, in verità, proprio quei glutei e quei seni, proprio quella donna, quella donna così straordinaria e indomabile, con energica e dirompente nel proprio imporsi, a nulla di meno dell’incarnazione stessa della vita avrebbe potuto essere associata, con i suoi doni, con le sue gioie, con le sue sorprese e con la sua passione. Vita alla quale solo un folle avrebbe voluto rinunciare, avrebbe potuto rinunciare. Vita alla quale, mai, per alcuna ragione al mondo, Be’Sihl avrebbe rinunciato.

« Dei… » gemette, quasi piangendo per l’emozione, per l’eccitazione di quel momento, splendido come la loro prima volta, e forse, paradossalmente, ogni volta ancor migliore rispetto alla precedente.

E Midda Bontor, allora lievemente flessa in avanti, con schiena sempre elegantemente dritta, spalle larghe e glutei, in tal modo, posti ancor più in risalto, ancor più in evidenza, nonché ormai completamente scoperti nella propria pallida pelle madreperlacea; non poté che sorridere all’evidenza di quanto, quell’intimo spettacolo da lei estemporaneamente offerto al proprio uomo, al proprio compagno, complice e amante, stesse riscuotendo successo, gongolando con l’emozione virginale di una fanciulla alla scoperta del proprio primo amore, e pur con l’esperienza di una donna matura, qual pur ella era ed era felice di essere, nel trovare sempre piacevole conferma di quanto, ancora, fosse così desiderabile… e desiderata.
Un desiderio, quello dello shar’tiagho, che se pur a parole non era stato ancor esplicitamente dichiarato, non per lo meno in quegli ultimi istanti, nella forza dei fatti era stato più che definito, qual definita era la sua eccitazione all’altezza del basso ventre, laddove la sua virilità già da troppo stava lottando con la stoffa dei propri pantaloni, invocando libertà.

« Uhm… » si concesse, alfine, occasione di osservare la mercenaria, spingendo la schiena completamente in avanti, per guidare sino al suolo quell’ultimo ostacolo di stoffa fra la sua pelle e l’aria a essa circostante, e, nel contempo di ciò, sbirciando le reazioni del suo locandiere prediletto con la coda dell’occhio, per assicurarsi, retoricamente, di possedere ancora e completamente la sua attenzione, il suo interesse « Forse, e dico forse, sono riuscita a catturare la tua attenzione… » commentò, con maliziosa ingenuità, restando ancora così piegata il tempo necessario a liberare i piedi dai propri calzari, e, soprattutto, il tempo necessario ad assicurarsi di aver privato completamente di senno il proprio solo spettatore, bramando tale dolce sofferenza allo stesso modo in cui un’ape avrebbe ricercato il dolce nettare celato nel cuore di un fiore.

Purtroppo, a rovinare l’erotico idillio di quel momento, a distruggere prosaicamente il crescendo che ella aveva tanto sapientemente imbastito gesto dopo gesto, istante dopo istante, subentrò una voce del tutto estranea a quella dei due amanti, che alla loro attenzione, al loro interesse, sopraggiunse prepotente e arrogante dall’esterno della locanda, quasi rimbombando nel silenzio ormai proprio di quella tarda ora, quand’anche la città del peccato, con tutti i suoi abitanti, aveva ceduto alfine il passo al riposo notturno, alla quiete che, almeno sino all’alba, avrebbe contraddistinto anche quelle abitualmente pericolose strade.

« Midda Bontor! » richiamò quella voce, non completamente estranea alla coppia o, quantomeno, non completamente estranea alla donna, dal profondo della memoria della quale riaffiorò un eco quasi dimenticato, ricordo di un fugace e insignificante incontro anni prima « Figlia di Marr’Mahew! Campionessa di Kriarya! Signora di tutte le meretrici! Madre di tutte le cagne! Vieni fuori e affronta il tuo destino! »

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