Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

martedì 5 febbraio 2013

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« Gioia… » ripeté ella, forse sospinta in tal senso dalla necessità di meglio valutare le implicazioni proprie di una tale espressione, così apparentemente semplice e pur così indubbiamente impegnativa, nelle proprie non banali implicazioni, nel proprio non ovvio significato « Sai… è strano. Pensando a tutto ciò che mi attende, nella guerra contro Nissa e contro Anmel, probabilmente non dovrei concedermi troppe possibilità di sorridere. » analizzò sottovoce, condividendo con lui tali pensieri, simili necessari timori, per quanto, obiettivamente, non avvertiti qual tali « Tuttavia… mi guardo attorno, vedo quello che abbiamo realizzato insieme, e non posso fare a meno di essere felice. » soggiunse e concluse, a definizione delle effettive ragioni alla base della propria serenità, di quel sorriso che non avrebbe dovuto essere tale e che pur, ostinatamente, era.
« Non so se considerarmi rasserenato o turbato da tutto ciò… » commentò per tutta risposta il locandiere, incrociando le braccia al petto e rivolgendo il proprio sguardo non tanto all’interlocutrice, quanto alla sala a loro antistante, gremita di gente che non desiderava rendere partecipe dei loro discorsi e, soprattutto, della loro intimità… non, quantomeno, in ubbidienza ai desideri espressi dalla propria stessa compagna e amata, che mai avrebbe gradito contraddire se non per forti motivazioni « Tu cosa mi consigli? »
« Non saprei… » replicò la mercenaria, imitandolo nei suoi gesti e, suo pari, chiudendo le braccia al di sotto dei generosi seni, in un atto che, malgrado l’ormai evidente mutilazione del suo arto destro, non penalizzò in alcuna misura la sua femminilità, la sua sensualità, particolare addirittura irrilevante nel confronto con il suo fascino, con il suo carisma « Fossi in te, credo proprio che mi sentirei eccitato, al pensiero di quello che potrà attendermi fra poche ore, alla chiusura della locanda… »  definì alfine, mantenendo inalterata la propria espressione, il proprio sorriso, e pur, non di meno, lasciandolo animare, ora, da un’evidente, e inebriante, sfumatura di malizioso erotismo, sorniona promessa di un proseguo ardente per la loro serata insieme, per l’imminente notte di complicità che, agli dei piacendo, sarebbe stata loro concessa di condividere..

Obiettivamente incerto fra il potersi considerare meritevole di sincera lode o il doversi condannare a incommensurabile infamia, per la resistenza psicologica e fisica che riuscì a dimostrare, Be’Sihl Ahvn-Qa si propose in grado di resistere sia alla tentazione di gettarsi, repentinamente, addosso alla compagna, per suggere dalle labbra di lei quel dolce nettare d’amore che era certo l’avrebbe lì atteso, qual succo di esotico frutto maturo; sia a quella di anticipare improvvisamente la chiusura della loro locanda, rinunciando a tutti i guadagni che ancora avrebbero potuto attenderli nel corso del proseguo della serata per accorciare, bruscamente, ogni intervallo d’attesa fra quell’ormai inutile presente e l’altresì interessante futuro che gli era stato, in tal modo, preannunciato.
A prescindere da ogni possibile valutazione di merito o di demerito per quanto egli compì, comunque, quella pur frustrante attesa non mancò di essere adeguatamente ricompensata a tempo debito, o, per lo meno, non mancò di voler essere adeguatamente ricompensata a tempo debito, così come fu chiaramente dimostrato da quelle stesse carnose e morbide labbra che, contro le proprie, si premettero non appena la coppia si ritrovò a essere sola, all’interno del proprio, comune alloggio. Perché quello che ella gli volle riconoscere, allora, da lui non sarebbe potuto essere descritto banalmente qual un bacio, semplicemente qual l’incontro delle loro labbra, così come in termini impropri sarebbe sicuramente stato dai più; quanto, e piuttosto, un puro e incommensurabile atto d’amore, carico di dolcezza e di sensualità, di tenerezza e di libido, in una misura a di poco sconvolgente, tale da temere, addirittura, di poter smarrire per sempre, in esso, non soltanto il proprio cuore, ma ancor più la propria anima, in una morte e, forse, una dannazione, che in lei sarebbero necessariamente apparse meravigliose e disperatamente desiderabili, negli stessi termini nei quali un assetato avrebbe potuto invocare un sorso d’acqua, un affamato un pezzo di pane, o un moribondo la pietà del proprio carnefice, a concedergli una dipartita rapida e indolore.
In quel bacio, impropriamente e pur inevitabilmente definibile qual tale, egli smarrì ogni consapevolezza di sé, rinunciò a ogni coscienza del proprio stesso io, a ogni possibile autodeterminazione, annichilendosi in lei, per lei, e gioendo intimamente per ciò, per tale occasione, per simile possibilità, qual, troppo spesso, temeva non gli sarebbe più stata concessa occasione di vivere, in qualche disgraziata e sempre prematura conclusione dell’avventura di lei nel regno dei vivi, in quell’unica vita che a tutti loro era riconosciuta possibilità di spendere, giorno dopo giorno, ora dopo ora, istante dopo istante. Per suo tramite, comunque e straordinariamente, ogni ansia, ogni affanno, ogni angoscia, non avrebbero potuto che essere obliati, dimenticati qual il rigore dell’inverno al ritorno della soave primavera; fomentando soltanto sogni d’amore, nei impercettibili confini dei quali tutto sarebbe stato loro concesso, tutto sarebbe stato loro garantito, in un’impossibile evasione dalla realtà, con tutti i suoi drammi, con tutti i suoi dolori, con tutti i suoi deliri.
Deliri, oggettivamente… qual soli avrebbero dovuto essere riconosciuti quelli atti a vedere la sua amata coinvolta, in ogni occasione, con un orrore peggiore rispetto al precedente, con un nemico ancor più folle e letale, passando da già terrificanti zombie e negromanti, a semidei pari a quello al quale, addirittura, ella era finita in sposa, ora speranzosamente defunto; sino a giungere, addirittura, a un dio, seppur minore, e alla sua diabolica amante, una regina di un’epoca remota, una strega il cui spirito inquieto, o tal egli lo aveva compreso essere, aveva preso possesso della sua già sufficientemente crudele e vendicativa sorella gemella, generando in ciò un connubio che definire delirante sarebbe equivalso a voler essere ingenerosi.

« Fuggiamo… » propose ansimando il buon locandiere, contro quelle labbra, immerso in quell’amore stupendo e conturbante, dal quale mai avrebbe desiderato separarsi « Fuggiamo insieme, questa notte. Partiamo per il nord, per Shar’Tiagh. O per qualunque altra destinazione. Fuggiamo, amor mio… fuggiamo e dimentichiamo tutta questa follia. Questa follia che finirà per separarci… o peggio, per ucciderti, negandoti per sempre al mio abbraccio! » propose, ebbro per quella passione, per quell’ardore, incapace in quel momento a riservarsi qualunque altra preoccupazione al di fuori del loro amore, della loro unione, che, fosse dipeso da lui, non avrebbe mai trovato fine, a costo di abbandonare ogni terra civilizzata, ogni insediamento umano, in un sacrificio assolutamente accettabile, dal suo punto di vista, per la loro serenità, per la loro felicità, per la loro vita insieme.
« Sciocco… » sussurrò la donna guerriero, replicando con calde parole entro la sua bocca, entro la sua gola, qual dolce rimprovero carico di tutto l’amore e di tutto l’affetto che per lui avrebbe potuto provare, qual compagno e qual amico, qual amante e qual complice, in quel ruolo duplice, e irrinunciabile, che egli era stato in grado di conquistare nel suo cuore e nella sua esistenza « Non esiste luogo al mondo, né fuori dal mondo, entro il quale potrei rifugiarmi per sottrarmi alle mie responsabilità. La fenice è stata chiara… e lo sai. Ne abbiamo già parlato. » gli volle ricordare, aggrappandosi a lui con tutto il proprio corpo, con tutto il proprio dolce peso, infilando le sole dita a lei rimaste nei suoi lunghi capelli composti in una miriade di strette trecce, secondo le usanze caratteristiche della sua terra d’origine.
« Non fraintendermi… ma sarei pronto a condannare l’intero Creato per salvarti, amor mio. » gemette egli, soffrendo all’idea di quanto tutto quello avrebbe potuto essergli sottratto, nello stringersi con foga attorno al corpo di lei, ancor vestito e pur non di meno eccitante di quanto non avrebbe potuto essere nudo, qual, di lì a breve, sicuramente si sarebbe impegnato a farlo divenire « Io… ti amo… » proclamò, maledicendosi nell’impossibilità a trovare parole migliori per esprimere la vastità del suo sentimento, tale per cui ogni singolo battito del suo cuore non avrebbe dovuto essere riconosciuto diverso da un inno al suo nome e una preghiera rivolta agli dei tutti per la sua salvezza.
« Ti amo. » sancì la Figlia di Marr’Mahew, per tutta risposta, ritraendosi da lui quanto sufficiente per donargli la luce del proprio sguardo, di quegli occhi color ghiaccio che, per lui e solo per lui, erano capaci di apparir animati da un calore straordinario, bruciando più di quanto lo stesso sole avrebbe potuto sperar di compiere « E ti prometto che, quando tutto questo sarà finito, io… » tentò di soggiungere, salvo, proprio malgrado, essere brutalmente interrotta da un colpo di tosse del tutto inatteso, che la colse di sorpresa qual raramente si era concessa occasione di lasciarsi trovare.

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