Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

lunedì 4 febbraio 2013

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L’arrivo di Midda Bontor, già conosciuta, fra i tanti epiteti, qual Figlia di Marr’Mahew, e in tempi recenti assurta al ruolo di Campionessa di Kriarya, non poté che scatenare una certa agitazione nel gruppo delle quattro prostitute, da lei colte, proprio malgrado, quali più che pronte ad agire, e ad agire malevolmente, a sol discapito dei suoi due compagni di ventura e, soprattutto, dei libri da loro posseduti. Libri il cui valore, a dispetto di quanto sicuramente considerato da parte di entrambi i fratelli in questione, in quanto oggetti di non comune diffusione, articoli implicitamente rari e necessariamente quotati, non avrebbe potuto che attrarre la loro attenzione, il loro interesse, anche se alcuna di loro aveva vantato una qualche natura dichiaratamente ladronesca, qual pur, entro i confini della città del peccato, non avrebbe loro riservato alcun pregiudizio, alcuna ostilità.

« Campionessa… » esclamarono quasi in coro, irrigidendosi e, per un fugace istante, imbarazzandosi, quasi delle bambine colte in flagranza dalla loro genitrice, a fare qualcosa che ben avrebbero dovuto sapere era stato loro proibito… in un paragone, invero, tutt’altro che eccessivamente metaforico.
« Nessun fraintendimento… » negò l’ultima prostituta ad aver preso voce, cercando di ritrovare un certo contegno, una qualche decoro, e, in ciò, ritornando a strusciarsi sorniona contro il proprio biondo cliente, a dimostrare in tal senso tutta la propria più completa e assoluta mancanza di aggressività, in contrasto suo o della coppia di suoi compagni di ventura « I tuoi amici sono nostri amici. » soggiunse, a meglio evidenziare tale concetto, ribadendo a parole quanto già espresso a gesti.
« E gli amici non si derubano… » concordò la mercenaria, annuendo al punto da lei colto perfettamente con quell’ultimo intervento e, ancora, espandendolo, a non permettere che alcuna pur remota possibilità di incertezza potesse accompagnare la consapevolezza nel merito delle ragioni del proprio intervento in quel momento, a fronte di quello scambio di battute fra loro « Soprattutto non in casa mia. »

E dove anche, in assenza di qualsivoglia prova utile a dimostrare un loro coinvolgimento furfantesco nel fato di quella coppia di libri al centro di tante attenzioni, di tanto interesse, le quattro professioniste di una ben diversa occupazione avrebbero potuto riservar qual propria una legittima e indignata protesta per l’implicito sufficientemente esplicito reso proprio dalla loro interlocutrice; nella consapevolezza di chi ella fosse, alcuna di loro sprecò un sol fiato, una semplice sillaba per portare avanti una qualsivoglia linea difensiva, una qualunque obiezione in contrasto a tutto ciò, preferendo, piuttosto, offrirle serena rassicurazione su quanto, da parte loro, il messaggio, l’avvertimento da lei in tal modo condotto avesse da considerarsi più che assodato, e privo di qualunque ulteriore necessità di una nuova riformulazione…

« Non temere… » riprese voce, ora, la stessa prostituta che per prima aveva mostrato vivo interesse attorno all’argomento bibliofilo, tornando a interessarsi soltanto al proprio cliente, nella fattispecie il mercenario di origine shar’tiagha, e al suo basso inguine, al quale rivolse attenzioni decisamente esplicite e, probabilmente, volutamente ricercate qual tali nella volontà di verificare la possibilità di imbarazzare o meno la propria interlocutrice « Tutto ciò che sottrarremo loro sarà soltanto quanto ci guadagneremo nel corso di questa lunga notte insieme! » spiegò, a sostegno della proclamazione delle loro più positive intenzioni per quanto concernente all’eterogenea coppia di fratelli « Nulla in contrario, Campionessa?! »
« No… direi proprio di no. » confermò quietamente la donna, non palesando il benché minimo sconvolgimento, né tantomeno il più semplice interesse, per l’impegno posto dalla propria interlocutrice al fine di concupire Howe, nella più assoluta e completa indifferenza a quei gesti così qual sola avrebbe potuto dimostrare innanzi all’evidenza dell’oscurità intrinseca della notte o, viceversa, della luce propria del cielo diurno « Ogni lavoro merita il pagamento del giusto prezzo… » si concesse addirittura occasione di sottolineare e ribadire, a riprova di quanto, dal proprio personale punto di vista, benché quella professione non l’avesse personalmente mai interessata, non avrebbe dovuto essere colto alcun moralismo, alcun perbenismo a condanna delle quattro e di tutta la loro categoria, che, anzi, sarebbe stata pronta a difendere nelle proprie ragioni, ove legittime.
« Midda cara… » prese allora voce lo stesso Howe lì indirettamente al centro del confronto verbale fra le due donne e, in ciò, non altrettanto privo di imbarazzo per quanto lì stava accadendo « … senza offesa. Benché apprezzi sinceramente il tuo interesse per la nostra incolumità in una situazione di terrificante pericolo qual quella presente, e benché comprenda che il tuo senso del pudore non abbia mai avuto ragione di svilupparsi al pari di quello di chiunque fra noi; potresti, per bontà divina, trovare un qualunque altro genere di occupazione lontano da qui?! » la invitò, senza particolari giri di parole, desideroso di ritrovare un pur fittizio senso di intimità nel rapporto con le proprie due estemporanee compagne, almeno per quella notte « Ci sarà pur qualcuno con cui attaccar rissa da queste parti... »

Un’incitazione, quella così rivoltale, che non poté che strappare, direttamente dal profondo della gola e del cuore della mercenaria una violenta risata, e una risata carica di sincero divertimento, non tanto per quanto da lui così definito, così dichiarato, quanto e piuttosto per l’intero contesto, per la situazione generale venutasi a creare attorno a lei in quella quieta serata, con una forse illusoria, e pur non di meno apprezzabile, sensazione di pace, di quiete, di serenità qual ella avrebbe avuto difficoltà a ricordare di aver mai potuto godere negli ultimi tempi e qual, sicuramente, nell’ottica di quanto ancora l’avrebbe presto attesa, difficilmente avrebbe potuto sperare di poter nuovamente godere in tempi brevi, nell’immediato futuro.
Sospinta proprio dalla consapevolezza derivante da tale pensiero, dalla certezza di quanto insicuro sarebbe necessariamente stato l’indomani, la Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, si allontanò da quel tavolo, così come invitata a compiere, continuando a ridere e, soprattutto, a sorridere, non desiderando rinunciare tanto prematuramente alla letizia che in quel frangente l’aveva conquistata, che in quel momento le aveva colmato il cuore, seppur per ragioni che altri non avrebbero esitato a definire quantomeno futili. Forse, però, era proprio di tale futilità che ella avrebbe dovuto essere riconosciuta qual allora necessitante, per compensare, di tanto in tanto, l’altrimenti insopportabile carico di sangue e di morte dal quale la sua vita, non senza una sua pur indubbia volontà in tal senso, si poneva da troppo tempo, da troppi anni contraddistinta, caratterizzata in maniera assoluta e, o per lo meno tale sarebbe apparsa ai più, soffocante. E dal momento che di lì a qualche settimana ella avrebbe potuto morire nell’affrontare la più difficile fra tutte le prove che mai, nella sua vita, aveva dovuto affrontare, addirittura superiore persino al confronto con il dio Kah nel quale recentemente si era impegnata, addirittura trionfando; non solo giustificabile, ma anche e semplicemente umana avrebbe dovuto lì essere riconosciuta la sua brama di evasione, utile non tanto a dimenticare quanto l’attendeva, quanto a permetterle di affrontare tutto ciò con maggior equilibrio e, per quanto apparentemente impossibile, persino tranquillità.

« Sai… è strano vederti sorridere così. » non poté allora che osservare il suo amato locandiere, il caro Be’Sihl, passandole accanto e offrendole tali parole in un fugace commento sussurrato, un flebile fiato che soltanto ella avrebbe potuto udire.
« Mi stai dando forse della musona?! » contestò ella, aggrottando la fronte in un’espressione volutamente e scherzosamente critica a replica di quelle parole, invero obiettivamente impossibilitata ad arrabbiarsi con quell’uomo in una misura tale per cui avrebbe dovuto persino inquietarsi nel riconoscersi in tal folle misura perdutamente innamorata di lui « Per tua informazione, io ho uno splendido sorriso, mio caro… » cercò di obiettare, mantenendo quel loro dialogo su quel discreto piano di confronto, non avendo interesse a porre chicchessia al corrente di quelle loro parole e, soprattutto, dei vibranti sentimenti esistenti dietro alle stesse.
« Che il tuo sorriso sia splendido è fuori da ogni possibilità di discussione. » non volle disconoscere egli, non di meno innamorato di lei di quanto ella non lo fosse di lui, così come oggettivamente avrebbero potuto dimostrare i quindici lunghi anni di paziente attesa che avevano contraddistinto la prima metà della loro vita insieme « Dico solo che, in genere, non lo dispensi tanto generosamente… c’è qualche ragione particolare dietro a tanta trasparente e contagiosa gioia? »

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