Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

martedì 29 gennaio 2013

1836


Sin dal giorno del suo arrivo, quasi vent’anni prima, molte volte, troppe volte, era cambiato il riconoscimento offerto a Midda Bontor all’interno della città del peccato.
Qual giovane donna, in una capitale la cui popolazione femminile era da tempo immemore prevalentemente impiegata nella professione considerata qual la più antica del mondo, per lei non era stato facile, non era stato immediato essere accettata, essere accolta, qual una mercenaria, sì, ma non specializzata in questioni d’amore, quanto, e piuttosto, in tematiche antitetiche, quali quelle caratteristiche della guerra. E, a tal pur legittimo fine, la sorprendente esuberanza delle sue forme non era stata d’aiuto, non era stata per lei ragione di positiva promozione, così come avrebbe potuto indubbiamente esserlo ove avesse scelto quella stessa soluzione per lei augurata dai più. Malgrado ciò, era stato sufficiente, per lei, adornare con rosso sangue la propria candida pelle già naturalmente decorata con diverse spruzzate di efelidi, per attrarre l’attenzione dei più saggi, primo fra tutti un ex-mercenario di nome Brote, che, di lì a breve, e non senza una gradevole spinta offerta dalla propria presenza al suo fianco, avrebbe iniziato a essere conosciuto con il titolo di lord, carica che, entro i confini propri di Kriarya non avrebbe dovuto essere considerata in alcun modo qual offerente riferimento alcuno a un qualche retaggio nobiliare, a una qualche ascendenza aristocratica, così come nel resto del regno.
Al servizio di lord Brote, pertanto, ella aveva prima conquistato la dignità propria di una donna guerriero, mercenaria e avventuriera, così come desiderato, e successivamente quella fama utile a rendere la sua testa sufficientemente ambita da altri professionisti della guerra che, dalla sua morte, avevano desiderato ottenere un livello di notorietà pari e addirittura superiore a quello da lei sino ad allora accumulato. Molti, troppi, in conseguenza a ciò, erano stati i cadaveri di duellanti, tal volta addirittura codardi, di cui ella aveva dovuto costellare il proprio cammino, la propria strada come tante pietre miliari disposte a distanza costante, regolare, quasi in assenza delle quali non le sarebbe stato possibile riconoscere la via sino ad allora percorsa. E, malgrado tutto quello che ella, nel corso di quegli anni, di quei lustri aveva compiuto, malgrado il quantitativo esorbitante di morti accumulati alle proprie spalle, ancora qualcuno, di tanto in tanto, non mancava di presentarsi a lei, bramoso di vincere l’occasione della propria esistenza, utile a trasformarsi da perfetto sconosciuto a uccisore di colei che anche conosciuta con l’altisonante appellativo di Figlia di Marr’Mahew, nome con cui la dea della guerra era conosciuta all’interno del pantheon proprio di un arcipelago di piccole isole a ponente rispetto a Kofreya.
Al di là di tali fugaci occasioni di intrattenimento, ancor prima che di effettiva sfida, per Midda Bontor quegli ultimi mesi, quelle ultime stagioni, in Kriarya, avevano rappresentato un’importante momento di svolta, laddove, da semplice soggetto di sfida, spesso in più o meno aperta antipatia a qualunque mecenate della città al di fuori del lord suo amico, ella aveva avuto occasione di elevarsi al rango di Campionessa della città, per voto unanime di tutti i signori locali. Un titolo che, anche laddove supposto qual effimero, qual estemporaneo, si era incredibilmente dimostrato tutt’altro che tale, perdurando gradevolmente non solo sulle bocche, ma ancor più nelle menti della popolazione locale in una misura, invero, sorprendente persino per lei, benché l’evidenza di aver salvato almeno due volte l’intera città da una fine disastrosa doveva aver riservato qual proprio un qualche valore in tal senso, a tal riguardo. Ragione per la quale, in termini per lei quasi imbarazzanti, malgrado tutta la negativa nomea della città del peccato, malgrado tutti i mercenari e gli assassini presenti in città, accanto ai ladri e alle prostitute, camminando lungo le vie dell’urbe ella non era più oggetto di sguardi avversi, di reazioni di più o meno aperta ostilità, quanto e piuttosto, di cenni di rispetto, gesti di saluto più o meno palesi e pur tutti, insolitamente, amichevoli.
E sebbene, offrendo costante riferimento alla propria indole sospettosa e paranoica, ella non avrebbe mai concesso alla propria attenzione occasione utile a calare, ai propri sensi una qualche possibilità per distendersi e rilassarsi, ancor tutt’altro che dimentica di tutti gli attentati subiti nel corso del tempo, ultimo e più eclatante fra i quali quello che l’aveva spinta a inscenare la propria morte offrendo alle fiamme una parte della locanda di Be’Sihl; parimenti Midda non avrebbe potuto negare una certa, intima e assolutamente umana soddisfazione al confronto con quanto, alfine, aveva ottenuto, aveva conquistato, lì partendo completamente dal nulla. Da straniera, a stento considerata più di un’interessante occasione di intrattenimento sessuale, a mercenaria professionista della guerra, bramata dai propri alleati e odiata dai propri avversari; da professionista della guerra, sempre meglio quotata e, di conseguenza, pur sempre osteggiata, a Campionessa, da tutti riconosciuta qual eroina, qual riferimento della capitale, in una misura forse e persino maggiore a quella propria di tutti i lord signori della città.
Tutto ciò senza considerare la soddisfazione conseguente, su un fronte ben diverso, all’idea di possedere, finalmente e nuovamente, una casa avvertita realmente qual propria…

« Sai… è strano vederti sorridere così. » commentò Be’Sihl passandole accanto, nel trasportare un vassoio carico di boccali vuoti, esprimendosi in un lieve sussurro, praticamente inudibile e che pur, alle orecchie a cui quella voce era tanto cara, risuonò senza la benché minima possibilità di fraintendimento, quasi fosse stato gridato.
« Mi stai dando forse della musona?! » protestò ella, sottovoce, aggrottando appena la fronte in replica a quelle parole, benché dal suo viso il sorriso che aveva attratto tale commento non accennò a svanire « Per tua informazione, io ho uno splendido sorriso, mio caro… »
« Che il tuo sorriso sia splendido è fuori da ogni possibilità di discussione. » convenne egli, consegnando il vassoio a uno dei propri garzoni, dietro al bancone, per poi voltarsi nuovamente verso di lei, a riprendere il discorso « Dico solo che, in genere, non lo dispensi tanto generosamente… c’è qualche ragione particolare dietro a tanta trasparente e contagiosa gioia? »
« Gioia… » ripeté la mercenaria, soppesando quella parola, quasi a tentare di analizzarne il significato più recondito, a cercare di comprenderla in profondità e non soltanto nel proprio aspetto più superficiale « Sai… è strano. Pensando a tutto ciò che mi attende, nella guerra contro Nissa e contro Anmel, probabilmente non dovrei concedermi troppe possibilità di sorridere. » rifletté, in un profondo sospiro « Tuttavia… mi guardo attorno, vedo quello che abbiamo realizzato insieme, e non posso fare a meno di essere felice. » soggiunse, a spiegare il proprio stato d’animo, condividendolo con l’uomo amato in quel momento di rubata intimità.

Una nuova battaglia avrebbe dovuto essere considerata alle porte per la Figlia di Marr’Mahew, per la Campionessa di Kriarya. Una battaglia che, nelle proprie premesse, nelle proprie dinamiche e nella posta in palio, avrebbe dovuto essere riconosciuta, probabilmente, qual la più importante, la più difficile, e la più letale battaglia che ella avesse mai affrontato, superiore, persino, al recente scontro che l’aveva vista schierarsi in opposizione a un dio. Un dio minore, e pur sempre un dio.
Ma, ciò nonostante, o forse proprio in conseguenza a tale consapevolezza, a simile ineluttabile evidenza, ella aveva rinunciato a ogni preoccupazione, a ogni possibilità di ansia, preferendo, molto più semplicemente e piacevolmente, godere di quanto a lei lì offerto, per come a lei, allora, lì offerto. Perché se anche ella non fosse più riuscita a fare ritorno a Kriarya, alla propria locanda, le sarebbe quantomeno rimasto nel cuore un ricordo felice, un ricordo sereno, di quella propria ultima dimora e della quiete che, paradossalmente, alfine le era stata concessa nella città più pericolosa di tutta Kofreya e di tutto quell’angolo di mondo.

« Non so se considerarmi rasserenato o turbato da tutto ciò… » ammise il locandiere shar’tiagho, incrociando le braccia al petto nel guardarsi, per un attimo, attorno, a non permettere a sguardi curiosi di intendere eccessiva complicità fra loro, così come ella aveva deciso essere necessario per la loro reciproca incolumità, benché le chiacchiere a loro riguardo, oggettivamente, si sprecassero « Tu cosa mi consigli? »
« Non saprei… » esitò ella, imitandolo nei propri gesti, benché l’assenza della propria destra rendesse meno naturale tale posa « Fossi in te, credo proprio che mi sentirei eccitato, al pensiero di quello che potrà attendermi fra poche ore, alla chiusura della locanda… » suggerì poi, con sorriso pressoché inalterato, benché ora trasudante di vivida sensualità.

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