Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 24 gennaio 2013

1831


Privo d'ogni vago compiacimento,
e, con esso, di altro sentimento
al di fuori d’ovvio turbamento,
un'occasione di ravvedimento
il pavido Lohn cercò con tormento
temendo rapido decadimento.

Ma allorché muto ravvedimento,
lì insistette con affannamento
a dichiarare il proprio lamento,
per ottenere qualche giovamento,
a colpa    imponendo mutamento
a sé obliando riferimento.

« Credi, parlo senza ingannamento,
nel considerar fraintendimento,
in te, signora dello scoramento!
Perché non mio è l'accanimento
a tuo presunto dispiacimento,
non pocanzi, non in questo momento! »

Nondimeno, alcun convincimento
poté far proprio quello sciocco vento,
del tutto privo di discernimento.
E del pavido Lohn, non un portento,
non un genio, eppur sempre contento,
non restò neppur un solo frammento!

... buona notte, povero, pavido Lohn!


Pavido, il protagonista di quella filastrocca, avrebbe dovuto essere riconosciuto a dispetto dell’apparente, e sicuramente folle, coraggio nel rapportarsi a viso aperto con l’incarnazione dell’ultimo, ineluttabile traguardo d’ogni mortale; proprio in conseguenza al suo stolido tentativo di salvaguardare la propria integrità, la propria salute, il proprio futuro, a qualunque costo, fosse anche quello di spingersi a ricusare apertamente le proprie responsabilità, la propria parte di colpa, sino a considerarsi addirittura una vittima innocente.
Un comportamento vile, con se stessi ancor prima che con gli dei tutti, del quale, proprio malgrado, anche la Figlia di Marr’Mahew si era macchiata nel momento stesso in cui si era lasciata convincere dall’evidenza delle proprie visioni a considerare qual sol responsabile, sol colpevole per ogni propria disgrazia non tanto colei il cui volto avrebbe potuto cogliere riflesso in qualunque superficie metallica. E del quale, ancora, si stava dimostrando straordinariamente convinta in termini addirittura imbarazzanti, nell’insistere ad accusare la fenice per quanto, palesemente, era stata ella a compiere, senza alcuna possibile costrizione esterna, neppur da parte di una creatura tanto potente qual, certamente, essa era. Perché la corona perduta della regina Anmel era stata da lei recuperata nel mentre di una missione come molte altre ella aveva affrontato in passato e molte altre ancora avrebbe avuto piacere di affrontare in futuro, a soddisfare la propria inesauribile brama di avventura, di sfida, di pericolo, a livelli sempre più alti.
Così, a meno di non voler rinunciare a ogni pudore intellettuale, e con esso a qualunque barlume di amor proprio, quell’oscena imitazione del povero, pavido Lohn avrebbe dovuto interrompersi al più presto. E, per quanto spiacevole a pensarsi, doverose scuse avrebbero dovuto essere concesse a chi, pur, non le aveva ancora offerto trasparenza di desiderar imporre la benché minima rimostranza…

« D’accordo… d’accordo… » sospirò, mantenendo la punta della propria spada, stretta nella mancina, rivolta verso il suolo e sollevando appena la destra innanzi a sé, a palesare la propria resa « Qualunque cosa stia accadendo, ho indubbiamente iniziato questa cosa con il piede sbagliato. E, per questo, domando il tuo perdono. » proclamò, sincera, e, nel profondo del suo cuore, lieta di essere rinsavita, sotto una simile prospettiva, sotto un tale punto di vista.
“Per quanto le tue parole siano gradevoli e gradite, ti assicuro che non è mio interesse pretendere od ottenere da te una qualche richiesta di scuse.” negò la fenice “Ciò di cui ho bisogno è della tua collaborazione, del tuo impegno, del tuo sacrificio, ove necessario, per rimediare all’errore compiuto pur in buona fede nel restituire a colei che chiami Anmel la possibilità di nuocere all’umanità intera. Oggi come in passato.”
« Ed è per questo che mi hai scatenato contro quei fanatici…?! » esitò la Campionessa di Kriarya, non comprendendo come tali parole potessero collidere con l’evidenza del comportamento adottato dalla sua interlocutrice negli ultimi mesi, nell’averla trasparentemente marchiata qual avversaria ancor più che qual possibile alleata.
“Ti prego di non offendere la tua stessa intelligenza ancora una volta, bambina mia…” le suggerì la creatura di fuoco, senza rimproverò, senza aggressività, ma semplicemente qual amorevole consiglio, lo stesso che una madre avrebbe potuto rivolgere alla propria figliuola innanzi a un comportamento errato della medesima “Credi veramente che potrei mai recarti offesa?”

Una domanda tutt’altro che retorica, quella in tal modo formulata, laddove, addirittura, la stessa mercenaria sua interlocutrice l’avrebbe scandita in termini leggermente diversi e tali da richiedere se, veramente, si avrebbe potuto credere nella necessità di coinvolgere quegli stessi fanatici nella questione, laddove vi fosse stata volontà di eliminarla. Tuttavia, tenendo fede alla propria immagine, alla propria straordinaria figura, la fenice non suggerì alcuna possibile minaccia, né diretta né indiretta, né esplicita né implicita, preferendo, invero, focalizzare il nocciolo della questione su un aspetto assolutamente antitetico, qual la stessa possibilità di recare in qualunque modo offesa, con o senza uno stuolo di esaltati a operare in proprio nome.
Una domanda tutt’altro che retorica, e che, ciò nonostante, per così come allora formulata, non avrebbe potuto evitare di includere nella propria stessa definizione anche la risposta che ne sarebbe allora dovuta conseguire, nella negazione più completa di una simile ipotesi, di una tale eventualità, riconosciuta, allora, del tutto estranea alla stessa e intrinseca natura della fenice, incarnazione del concetto stesso di vita e di salvezza, e non di morte o di perdizione. E benché la stessa Midda Bontor lì rimasta a confrontarsi con tale creatura, qualche anno prima l’avesse veduta distruggere senza esitazione alcuna il folle che aveva cercato di conquistarla, di soggiogarla, di asservirla; impossibile sarebbe stato fraintendere, pur malevolmente, la natura di quegli eventi, volti a preservare, in quella sola morte, la salvezza di troppi pargoli innocenti e, soprattutto, non reale conseguenza di un’azione della fenice, quanto, e piuttosto, dell’assenza di una qualunque azione della medesima, all’epoca lasciatasi uccidere e, successivamente, divorare da quel folle antagonista, nei termini che questi aveva desiderato, aveva preteso e che, alla fine, lo avevano condannato.
Soltanto una risposta, pertanto, avrebbe potuto scaturire allora dalla gola dell’avventuriera più famosa di quell’angolo di mondo, qual giusta replica non tanto alla fenice quanto, e piuttosto, alle proprie stesse accuse a suo discapito…

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