Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 23 gennaio 2013

1830


« Ma… cosa…?! »

Sette Midda Bontor erano state sino a un istante prima di superare la soglia della sala del vulcano, quello straordinario altare eretto per celebrare il mito della fenice, per rendere grazie alla sua esistenza, per onorare la sua divinità. Una sola fu colei che si ritrovò oltre quel varco, quell’apertura, privata delle proprie compagne con maggior semplicità, con maggior banalità, di quanto non avrebbe potuto esserlo nel venire separata da un sogno al momento del risveglio mattutino.
Tuttavia il suo non era stato un sogno; non era stata un’illusione; non era stato un miraggio. Quanto era accaduto era accaduto realmente, così come avrebbero potuto ben testimoniare le sue ferite ancora sanguinanti e a stento fasciate, primitivamente medicate. Quanto era occorso era accaduto realmente… sebbene secondo alcuna logica, secondo alcun raziocinio, secondo alcuna ragione, quanto era avvenuto avrebbe dovuto essere riconosciuto qual veramente avverabile, violando ampiamente addirittura i confini abitualmente caratteristici dei sogni, propri delle più sfrenate fantasie. In termini che, beninteso, mai avrebbe potuto riconoscerla coinvolta, ove mai era stato suo interesse, sua brama, quella di ritrovarsi a confronto con altre sei versioni di se stessa, neppur immaginando, oggettivamente, che potessero esistere.
E se quell’improvvisa e repentina scomparsa, qual già la straordinaria e imprevista comparsa, non avrebbe potuto essere in alcun modo da lei giustificata; in suo soccorso, in suo aiuto, venne allora l’ultima fra tutte le figure che mai si sarebbe potuta attendere le avrebbe offerto spontaneamente una qualche spiegazione, benché, di base, ella lì si era spinta animata dalla speranza di riceverne molte. Perché fu proprio allora che la voce della fenice, se tale avesse potuto essere definita, tornò a risuonare nel profondo della sua mente e, forse, della sua stessa anima, accarezzandola in maniera così intima da dover essere condannata quale un’esperienza disturbante, se solo non fosse stata tanto piacevole, se solo non fosse stata sì gradevole al punto tale da domandarsi in qual modo le fosse stato possibile sopravvivere sino a quel giorno senza di lei…

“Non preoccuparti per la sorte delle altre… ognuna è tornata alla propria realtà, alla dimensione dalla quale l’avevo sottratta.”

Parole prive di suono, e che pur risuonarono allora qual straordinariamente quiete, serene, e capaci di acquietare, rasserenare qualunque cuore, fosse anche il più tormentato, il più combattuto, qual, sicuramente, in quel momento era quello della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, la quale non avrebbe potuto che definirsi estremamente lieta, gaudente addirittura, all’idea di esser ritornata a confronto con quella cara, vecchia amica, e pur, al contempo, non avrebbe potuto evitare di essere sconvolta dalla rabbia, dall’ira, nell’impossibilità a comprendere per quale assurda ragione ella… essa… si fosse dedicata a giuocare con il suo destino, così come le era stato rivelato essere avvenuto.

« L’avevi… sottratta?! » ripeté la donna, cercando di non lasciarsi eccessivamente sorprendere da quella diversa forma di comunicazione, già sperimentata, già nota, e pur sempre straordinaria, qual straordinaria era la creatura che, ancora in lontananza, le si stagliava innanzi « Quindi è vero. E’ tutto vero quanto mi è stato mostrato dagli scettri. Mi stai trattando come una pedina del chaturaji! … ci stai trattando… tutte noi! » accusò e puntualizzò, nell’estendere l’argomento anche alle proprie ormai non più presenti sei compagne, avvertendo già, nel profondo del proprio intimo, un certo disagio per quel distacco, una certa nostalgia per la loro presenza negatale.
“Mentirei se ti rispondessi di no. Eppure mentirei persino se ti rispondessi di sì.” replicò la fenice, osservandola dall’alto della propria posizione con i propri grandi e profondi occhi neri, nei quali già in passato ella aveva avuto timore di potersi smarrire e, al contempo, era stata desiderosa di perdersi “Perché se è vero che sono intervenuta nel corso del tuo destino; è altrettanto vero che non ho in alcun modo influenzato le tue scelte, le tue decisioni: quanto hai deciso di fare, l’hai fatto sempre in assoluta autonomia, bambina mia….”
« Ma io non ho mai desiderato scatenare una guerra santa contro il dannato spettro di una regina morta secoli fa! » obiettò, storcendo le labbra verso il basso, in aperta critica alla posizione assunta dalla propria interlocutrice, sebbene non accennò un solo, singolo passo verso di la medesima, quasi allora dimentica di ogni proposito offensivo a suo discapito « Quella è la tua guerra, non la mia! »
“Ancora una volta non hai torto. Per quanto, tuttavia, tu non abbia neppur ragione.” rispose la creatura, senza scomporsi, senza offrire la benché minima evidenza di inquietudine, di ansia o anche solo di eccitazione nel confronto con lei e con le sue accuse “Perché se è vero che questa guerra è la mia guerra; è comunque vero che quanto hai compiuto, per come l’hai compiuto, ti ha coinvolto a pieno titolo nella questione, per quanto questo possa non piacerti.”

Tutt’altro che stolida, anche laddove trascinata, proprio malgrado, in una questione chiaramente più grande di lei, Midda comprese perfettamente il significato di quelle parole e la responsabilità che, in esse, avrebbe dovuto esserle attribuita. Nonostante ciò, ella si sforzò di negare l’evidenza, ove, se solo l’avesse abbracciata, avrebbe anche dovuto ammettere quanto la ragione fondamentale di quello stesso viaggio, di quel lungo peregrinare sino a quel tempio sotterraneo, con tutti gli ostacoli, le sfide e le battaglie combattute lungo la strada, fosse stato pressoché inutile, quantomeno nel confronto con la speranza che l’aveva accompagnata e che l’aveva spinta a credere che, malgrado tutto, le sarebbe stata concessa la possibilità di uscire dalla questione con maggiore dignità di quella che aveva già dato prova di meritare, al di là della propria nomea, della propria straordinaria fama.
Perché lì, ella aveva sospinto i propri passi rinvigorita dall’idea di reindirizzare una parte delle proprie responsabilità, delle proprie colpe, a discapito della stessa fenice, benché obiettivamente non fosse stata la fenice a costringerla a disseppellire la corona perduta della regina Anmel e, con essa, a liberare il funesto spirito che a essa era rimasto legato, qual un’oscura maledizione. E in tale, ottuso comportamento, ella non era stata migliore per povero, pavido Lohn, protagonista di una filastrocca per bambini che ella conosceva fin dalla più tenera età e che pur avrebbe dovuto esserle di insegnamento, guida con la propria saviezza popolare e pur mai priva di solide ragioni…

Non un genio, e neppur un portento,
il pavido Lohn viveva contento.
Passeggiando con passo un po' lento,
non temeva alcun peggioramento.
Fino a che, folle sconvolgimento,
contro Morte inciampò disattento.

« Chi sei tu, o giovane irruento... »
interrogò senza divertimento
« ... che su me cadi senza pentimento,
laddove tutti hanno sol spavento? »
« Non mia colpa è dell'abbattimento!»
disse « M'hai quasi rotto il mento! »

« Proprio a me parli d'abbattimento? »
sorrise « Io, per tuo chiarimento,
son colei contro cui alcun cimento,
è mai valso quel sol patimento
che in me trova suo compimento…
io che di Vita son ribaltamento! »

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