Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 21 gennaio 2013

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Ritornate a costituire un unico gruppo, le sette Midda Bontor non sostarono troppo a lungo innanzi al baratro dischiuso al di sopra del fiume di lava. Benché, infatti, all’apparenza non vi fossero vie utili a passare oltre, a superare la morte certa dal medesimo rappresentata a discapito di chiunque, lì, avesse osato spingere i propri passi, sette menti quali le loro, addestrate in anni di avventure e disavventure oltre ogni umano limite, non vennero rallentate eccessivamente da tale ostacolo, da simile impiccio, riuscendo sin troppo rapidamente a comprendere come, ancora una volta, in loro contrasto stesse evidentemente giocando una stregoneria, un inganno volto a dimostrare l’assenza del ponte di cui tutte avevano memoria, posizionato al centro della sala, così come degli apparentemente più pericolosi gradini ricavati  siti altresì lungo i bordi esterni e in letale prossimità al magma incandescente sotto di loro.
Non sono improbabile, ma addirittura impossibile, sarebbe stato infatti ritenere che la Progenie della Fenice, pur dimostratasi tutt’altro che lungimirante nelle proprie scelte, nelle proprie valutazioni, fosse stata tanto ottusa e estremista nella propria posizione contro di loro da spingersi ad abbattere completamente ogni possibilità di passaggio, isolando in maniera irrecuperabile, in tal modo, il cuore stesso del tempio e, con esso, negandosi ogni possibilità di contatto con quella stessa creatura che pur avevano eletto al centro di quel loro insano culto, con la fenice della quale si proclamavano discendenti, per quanto simile definizione non potesse far altro che confermare la follia intrinseca nella propria professione di fede.
Così, dopo un’accurata ricerca lungo tutta la sala o, quantomeno, laddove avrebbero potuto essere in grado di spingersi, le sette si accorsero di come, al di là di ogni apparenza, di ogni evidenza visiva, esistesse ancora un sottile passaggio proprio al centro della stanza, in sostituzione alla passerella che tutte loro ricordavano esistere, sebbene in dimensioni decisamente più contenute, più ristrette, e tali da rendere quella prova più simile a un atto di fede allorché a un vero e proprio ostacolo da superare. Una fede che, certamente, ad alcun membro della Progenie della Fenice sarebbe mancata, proponendosi questi sin troppo integralisti, fondamentalisti, estremisti, per non essere più che ben disposti a gettarsi all’interno di un fiume di lava per guadagnarsi il diritto a incontrare la propria signora, la propria dea prediletta; e che pur, invece, non avrebbe potuto egualmente animare i cuori di tutte loro, decisamente più affezionate alla propria esistenza in vita per potersi permettere di metterla in forse per soddisfare le fantasie autolesioniste dei propri avversari. Ciò nondimeno, ognuna di loro avrebbe dovuto essere riconosciuta qual più che motivata a spingersi sino in fondo alla questione, non desiderando né considerare sprecato tutto l’impegno e tutto il sangue sino ad allora versato, né, ovviamente, rinunciare al completamento di quella sfida quand’ormai si ponevano essere così prossime al traguardo finale, all’obiettivo prefisso.
Animante, pertanto, da tale più che solida motivazione, e sospinte a un senso d’urgenza non soltanto dalla brama di concludere quanto prima quell’avventura, facendo ritorno ognuna alla propria dimora, quanto e soprattutto di ovviare all’incursione di qualche nuovo esaltato portavoce della Progenie in sostituzione a quello appena ucciso, e successivamente scaricato all’interno della lava bollente allo scopo di assicurarsi per il medesimo una degna, seppur non meritata, sepoltura; le mercenarie non avrebbero potuto che dimostrarsi desiderose di affrontare, quanto prima, quella traversata, per quanto tutte consapevoli della difficile prova che, nel corso della medesima, sarebbe stata loro imposta, a confronto con l’insopportabile e ustionante calore proveniente dalla lava sotto ai loro piedi. Ma dove già una volta quella traversata era stata completata, a maggior ragione non avrebbe potuto che esserlo anche in quella seconda occasione, che nulla di nuovo, a parte l’avanzare inesorabile dell’età e una più ristretta, e invisibile, via di passaggio, avrebbe potuto addurre a quella precedente, tale da giustificare un qualche, eventuale fallimento.
In non rapida, e pur psicologicamente tale, successone, pertanto, le sette mercenarie più famose di quell’angolo di mondo, nei propri, rispettivi sette mondi, spinsero pertanto i propri passi lungo quella via apparentemente inesistente, offrendo l’impressione di star camminando sul vuoto, e pur, non di meno, appoggiando i piedi sopra un solido supporto, la resistenza del quale, comunque, non vollero porre alla prova, evitando di calcar eccessivamente il passo sul medesimo e, soprattutto, evitando di muoversi in più di una singola unità alla volta sulla sua superficie, non potendo valutare, in alcun modo, se e per quanto avrebbe mai potuto resistere a eventuali sollecitazioni. E dovendo scegliere qual fra loro promuovere a eletta, per affrontare per prima quella traversata, la decisione non aveva potuto che ricadere su colei che già si era guadagnata il secondo soprannome di Fortunata, offrendole, quasi in maniera scaramantica, l’occasione di sperimentare per prima quella via.

« Desidero sottoporre alla vostra attenzione come questa faccenda dell’essere fortunata mi stia venendo un po’ a noia… » aveva commentato Destra, storcendo le labbra nel mentre in cui era stata costretta, dal fato e dalla propria stessa volontà, ancor prima che dalle proprie compagne, a sospingere la punta del proprio piede mancino in avanti, a tastare quell’invisibile supporto sul quale avrebbe dovuto avanzare in esplorazione « Se fossi veramente tanto fortunata, a quest’ora sarei a casa, immersa in una vasca di acqua calda e saponosa, con un calice in mano a brindare all’ennesimo successo insieme al mio uomo, invece che essere qui, pronta a impegnarmi in questo nuovo ed entusiasmante ballo con la morte. »

Dopo che Destra ebbe superato quella traversata, era stato il turno di Amazzone, seguita, di lì a breve, da Nera, la quale si era, nel frattempo, dichiarata qual nuovamente padrona di sé in misura sufficiente dall’ovviare a uno spiacevole tutto nel magma incandescente. Un’asserzione, la sua, non gratuita, non trasparente di mero entusiasmo e desiderio di non sfigurare innanzi alle compagne, ma evidenza di un realmente ritrovato controllo sui propri muscoli dopo la dura prova alla quale questi erano stati sottoposti nella sfida al gigantesco mastino del genocidio, i cui dettagli non avevano ovviato di essere riferiti alle altre se stessa quando, nel mentre in cui tutte loro si erano impegnate alla ricerca di una via per proseguire oltre, non avevano perso occasione di aggiornarsi reciprocamente.
Raggiunta anche Nera l’altra sponda, era poi sopraggiunto il turno di Treccia e, dopo di lei, quello di Rossa, alle spalle della quale si era voluta impegnare Corazza, non per ultima e, tuttavia, neppur per prima, nella consapevolezza, poi condivisa, di quant’anche questa prova avrebbe potuto rappresentare per lei fonte di disagio. Fortunatamente, però, nel ritrovarsi a percorrere una via sostanzialmente retta, e priva di particolari ostacoli, ella non dovette affrontare le stesse difficoltà del percorso precedente, sopra l’oscuro abisso di morte nel quale aveva anche rischiato di precipitare, benché, comunque, il calore lì sviluppato dal fiume di lava non riuscì a esserle d’aiuto, di conforto, soprattutto nel considerare a proprio discapito, anche la presenza di una pesante, e lì soffocante, armatura a peggiorare la già pessima percezione del calore nel mentre di quel tanto particolare percorso.
Ultima, per ordine ma non per importanza, aveva alfine desiderato essere Monca, la quale, più di tutte le proprie compagne, aveva necessitato di un intervallo di tempo utile a riprendersi, e a contrastare gli effetti negativi del non banale dissanguamento sino a quel momento subito. E benché, abbattuto Eunuco, fosse stato subito interesse di tutte le altre Midda Bontor quello di soccorrerla, decisamente precaria e insufficiente era stata la medicazione lì impostale, la fasciatura lì riservatale, a stento utile a contenere la perdita di sangue, a tamponare quella continua offerta nei riguardi del mondo circostante, che, alla lunga, avrebbe potuto costarle la vita. Perfettamente conscia, in tutto ciò, di essere ben distante da poter vantare la propria forma migliore, nulla desiderando sottrarre a Nera o a Corazza, comprensibile avrebbe dovuto essere riconosciuto il suo desio di mantenere per sé l’onere di chiudere quella sofferta processione verso il rifugio della fenice, nella speranza di riuscire, comunque, ad arrivare allora stesso, malgrado tutto.
Una speranza che, sfortunatamente, per un fugace istante sembrò maledettamente posta in dubbio, e in grave dubbio, da un’esitazione, da un tentennamento, in conseguenza al quale ella ondeggiò pericolosamente al di sopra dello stretto, e invisibile, ponte, rischiando in misura eccessiva di ritrovarsi catapultata al di fuori dello stesso, e in direzione di quel rovente abbraccio dal quale non avrebbe avuto occasione di salvezza…

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