Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

lunedì 31 dicembre 2012

1807


Eterno fu il distacco di Nera dal proprio corpo. Sospinta in un limbo privo di vita, e di possibilità di vita, dalla violenza del mastino del genocidio e del suo inatteso attacco, della sua imprevista aggressione, sopraggiunta allorquando sicura di averlo ormai battuto, di averlo ormai vinto, ella restò cent’anni, cento secoli, o forse ancor più, separata alle proprie percezioni sensoriali, dal piano fisico dell’esistenza in cui tutto era e tutto sarebbe stato deciso, in tal senso terribilmente inerme innanzi a qualunque negativo, e tragico, sviluppo avrebbe potuto esserle riservato dal proprio aggressore e, presto, aguzzino. Non fu piacevole, non fu gradito, e, anzi, per un istante, o forse per il primo anno, il primo secolo, ella temette, o fu certa, di impazzire o, peggio, di essere già impazzita. Perché laddove, un attimo prima, accanto a lei era un’altra se stessa, una fra altre sei a lei tutte identiche e pur sempre diverse, caratterizzate da un unico spirito e da sette diverse evoluzioni dell’esistenza quotidiana a contorno del medesimo; un attimo dopo neppure la coscienza di sé le era rimasta, negata e rinnegata qual effetto di un semplice, e devastante, impatto.
Parimenti eterno fu il distacco di Rossa dal proprio corpo. Scaraventata, senza troppe cerimonie, senza particolari inibizioni, in un altro piano di realtà, in un’altra esistenza, e in un’esistenza sospesa al di fuori di ogni piano di realtà, qual conseguenza all’impeto del mastino del genocidio, anch’ella restò cent’anni, o forse cento secoli e ancor più, separata dal mondo che aveva imparato ad apprezzare qual proprio, e da ogni altro mondo a esso assimilabile, per essere proiettata lontana da dove ogni giuoco era e sarebbe stato portato a compimento, vedendola in ciò divenire, proprio malgrado, vittima incosciente innanzi a qualunque terribile scelta che altri, che il suo stesso antagonista, avrebbe potuto compiere per lei. Non fu piacevole, non fu gradito, e, inevitabilmente, per un istante, o forse per il primo anno, il primo secolo, ella si ritrovò costretta a temere di poter restare priva di senno o, peggio, di esserne già rimasta priva, trascinata senza speranza di controllo alcuno in una spirale di eventi assurdamente folli anche per chi, come lei, abituata a quanto dai più ritenuta follia qual propria normalità. Perché laddove, un attimo prima, accanto a lei era un’altra Midda Bontor soprannominata banalmente come Nera, all’interno di un gruppo di altre sei a lei simili e da lei pur sempre distanti; un attimo dopo neppure il contatto con la realtà le era stato più concesso, sottrattole con prepotenza e arroganza da quel semplice, ma devastante, impatto.
Unite tanto nella buona quanto nella cattiva sorte, Rossa e Nera morirono insieme, o, quantomeno, insieme si avvicinarono in maniera straordinaria e terrificante a morire, a spingersi incontro alla propria amata dea Thyres, nella gloria della quale, forse, avrebbero finalmente ritrovato occasione di pace, possibilità di comprensione nel merito della propria esistenza e del suo fine ultimo, nella certezza di quanto un fine ultimo avrebbe dovuto essere riconosciuto alla base della medesima. Tuttavia, Thyres non parve apprezzare il sacrificio della propria prediletta, di due versioni della propria prediletta, per così come lì le sarebbero state presentate, le sarebbero state offerte in dono: così la coppia di Midda Bontor venne respinta, venne restituita alla vita, ingannando ancora una volta la morte senza un’apparente, reale ragione, quanto e solo perché, in contrasto a ogni principio di autodeterminazione da loro stesse sempre difeso, l’ora stabilita per il compimento del loro destino non avrebbe dovuto essere ancora riconosciuta qual compiuta.
Così, forse cent’anni, forse cento secoli, o forse pochissimi istanti dopo il colpo subito, nel fuggevole tempo scandito da un fremito di ciglia o da un battito del loro cuore, Nera e Rossa recuperarono i sensi, ritornarono padrone delle loro menti e dei loro corpi, provando, in conseguenza a ciò, uno straordinario dolore qual conseguenza del colpo subito ma, ciò nonostante, ancora vive, ancora inoppugnabilmente vive, cariche di ardente e appassionata volontà di vivere, in contrasto a ogni brama in senso contrario, da parte del mastino del genocidio o di chiunque altro, uomo, mostro o dio che potesse essere.

« Rossa… ci sei?! » domandò in un alito appena percettibile la mora, prestando cura a non offrire eccessivo interesse alle sensazioni di dolore provenienti da tutto il suo corpo, da ogni propria singola membra, da ogni proprio osso, in misura tale da non permettersi di distrarsi, da non concedersi occasione di smarrimento oltre a quello che già troppo a lungo l’aveva certamente contraddistinta, a prescindere da quanto breve potesse essere stata la sua assenza, il suo mancato contatto con la realtà.
« Ci sono. » replicò l’inquisita, con eguale tono, riservandosi a sua volta la medesima premura della compagna, nel timore di poter cedere al dolore e, in ciò, offrirsi qual sicura vittima del loro bramoso, e sicuramente non ancor pago, carnefice.

Proprio allo stesso carnefice venne allora rivolta immediata attenzione da parte di entrambe, con la cautela propria di chi consapevole che il pur minimo errore avrebbe potuto rappresentare, per loro, non soltanto occasione, quanto addirittura certezza di morte, di quella prematura conclusione alla quale, ancora, sembravano fortunatamente essere riuscite a non sospingersi. E nel ricercarlo con uno sguardo necessariamente annebbiato, nelle inevitabili e umane conseguenze delle offensive subite, dell’impeto loro dedicato, non essendo alcuna delle due dotata di una qualche resistenza sovrumana, di una qualche invulnerabilità tale da proteggerle dall’iraconda furia di quella creatura accecata; esse poterono constatare come, fortunatamente, il mastino sembrasse allora più disorientato di quanto entrambe non avrebbero potuto dimostrar d’essere, sondando quietamente l’ambiente a sé circostante nella ricerca del punto esatto in contrasto al quale scatenare tutta la propria violenza, tutta la propria rabbia, senza inibizione o controllo. Evidentemente, in lode agli dei tutti, il loro attacco doveva essere risultato più efficace di quanto non avrebbero potuto sperare che fosse, non preservandole da quel primo sfogo in replica, in risposta a tanta crudeltà, ma neppure lasciandole completamente scoperte innanzi a qualunque ulteriore possibilità d’aggressione, di definitiva condanna, qual allora avrebbe potuto esser loro riservata approfittando di quel loro effimero, e pur potenzialmente letale, mancamento, distacco dalla realtà.
Un’occasione di salvezza, di sopravvivenza, quella lì loro riservata e destinata, che non avrebbero mai potuto o dovuto sprecare, ove non solo così facendo avrebbero palesato un’idiota indole suicida ma, ancor più, avrebbero insultato con palese blasfemia la dea, o il dio, che aveva loro garantito, senza alcuna apparente contropartita, quella seconda possibilità, quella riscossa probabilmente immeritata, e pur allora per loro propria. Necessaria, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuta una migliore strategia, una migliore soluzione rispetto alla precedente, non errata, non viziata nella propria formulazione, ma neppure risolutiva, neppur scevra di possibilità di miglioramento, di aggiustamento.

« Nera… le zampe. » riprese voce, sempre in un flebile sussurro, la donna dai rossi capelli, or colta a propria volta da un’idea, per una possibile, e pur quasi insperata, via di uscita da quel conflitto, da quella battaglia forse destinata a vederle sconfitte, per la prima e ultima volta nella propria esistenza.
« Le zampe…?! » ripeté l’altra, non comprendendo immediatamente, forse qual conseguenza di una formulazione eccessivamente concisa da parte della compagna, o forse sempre qual spiacevole risultato del colpo subito e della confusione mentale a esso conseguente.
« Due zampe… due zampe in luogo a una. » gemette Rossa, cercando di richiamare a sé le energie utili a muoversi, a balzare nuovamente in piedi e a combattere non appena sarebbe stato loro richiesto, per non lasciarsi cogliere impreparata al pari di un olocausto pronto al rogo sacrificale.
« … Thyres… hai ragione. » replicò Nera, quasi sussultando all’evidenza di quel dettaglio tanto palese e che pur, sino a quel momento, avevano apparentemente trascurato, lasciandosi distrarre da altri pensieri, lasciandosi coinvolgere da altre idee.

Due zampe in luogo a una: secondo tale particolare disposizione, infatti, era disposta l’originale anatomia del mostro, facendo proprie un totale di otto zampe ma non in successione, qual quelle di un millepiedi, quanto e piuttosto raggruppate a coppie, in misura tale da offrire un’apparenza di normalità anche laddove nulla di normale avrebbe potuto essere riconosciuto. E laddove due zampe occupavano lo spazio che, normalmente, avrebbe dovuto essere dedicato a una singola articolazione, legittimo e razionale sarebbe stato giudicare qual più complessa tale struttura; e inevitabile sarebbe stato conseguentemente riconoscerla qual meno idonea a esser protetta, corazzata, di quanto già non sarebbe stata idonea in altre condizioni.

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