Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 19 dicembre 2012

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« Immagino che tu non abbia mai sentito parlare di Desmair… non è vero? » domandò pertanto la mercenaria dai neri capelli corvini, riprendendo voce dopo un lungo momento di esitazione, a soppesare le parole da impiegare, allo scopo di scegliere quelle che avrebbero offerto adito a minore incertezza possibile, a minore possibilità di fraintendimento.
« Desmair… Desmair… » ripeté l’altra, sforzandosi di riflettere attorno a tale nome, allo scopo di estrarlo dalla propria memoria nel caso in cui vi fosse presente « Non era, forse, quel tizio di Lochanion, con un occhio blu e uno nero? Quello che sperava di farci ubriacare quanto sufficiente ad ammansirci e a poter abusare di noi? » questionò, utilizzando il plurale nel voler considerare quel ricordo qual condiviso con la propria interlocutrice, anche ove tale comunione non avrebbe dovuto essere considerata così scontata.
Monca, a tali parole, restò nuovamente in silenzio, cercando di rammentare tale evento e, solo dopo un nuovo, intenso istante di riflessione, recuperando parola in risposta: « Ah… ora ricordo! » esclamò, sorpresa da come l’altra fosse riuscita a ricollegarsi a un evento occorso quasi vent’anni prima, quand’ancora era la seconda in comando a bordo della Jol’Ange, a fianco dell’allora amato Salge Tresand « No! Quell’idiota si chiamava Des… Desmoro. » replicò, in parte incerta sul nome « O qualcosa del genere. Non Desmair. »
« Sì… hai ragione. » confermò la donna dai corti capelli color del fuoco « Poveraccio quanto ci sarà rimasto male quando si è accorto che stavamo solo fingendo. » sorrise, ancora rievocando quell’evento lontano.
« Probabilmente ci sarà rimasto ancor più male quando si è accorto che lo avevamo privato della sua virilità… » condivise quel sorriso, sorniona e malevola, per nulla pentita di aver evirato quel balordo « Ma tanto, per l’uso che ne faceva, poteva chiaramente farne a meno. »

Nella propria esistenza, Midda Bontor… qualunque Midda Bontor, aveva avuto certo a che fare con una vasta varietà di personaggi, alcuni sostanzialmente dei completi sprovveduti, che contro di lei si erano schierati sospinti dalla vana illusione di una facile e rapida possibilità di accesso a sicura gloria e fama; altri, invece, avversari degni di rispetto, che l’avevano impegnata veramente in battaglia, addirittura portandola a temere, persino, di non poter avere reale speranze di sopravvivenza, benché in alcuna di tali occasioni fosse stata sua abitudine arrendersi, chinare il capo innanzi a una sorte apparentemente segnata, in ciò rendendosi altresì complice della propria stessa sconfitta. Generalmente, e soprattutto negli anni in cui il suo nome iniziò a essere conosciuto entro i confini di Kofreya, e anche oltre, ella evitava di pretendere, gratuitamente, le vite dei primi; concedendo altresì giusta e onorevole morte ai secondi. Suo pensiero, infatti, era quello secondo il quale chiunque, con in mano una spada, avrebbe potuto pretendere qual propria una vita, persino non desiderandola realmente, inconsapevole di quanto ciò avrebbe potuto significare: più complesso, e meritevole, sarebbe altresì stato riuscire a selezionare, di volta in volta, quali vite poter pretendere qual proprie e quali no, risparmiando coloro che non sarebbero stati giudicati degni del proprio interesse, degni di essere ricordati nell’affollata lista delle proprie vittime.
Negli anni a bordo della Jol’Ange, comunque, il nome di Midda Bontor non era ancora celebre, riecheggiando, di tanto in tanto, solo nelle locande di alcune città portuali, in grazia ad aneddoti più divertenti e sensuali che caratterizzati da una qualche enfasi guerriera, dalla stessa leggenda che, di lì a pochi anni, ella avrebbe iniziato a rappresentare per il mondo a lei circostante. Dopotutto era, ancora e soltanto, una giovane marinaia, con un corpo indubbiamente maturo, forme estremamente appariscenti e una insolita propensione al combattimento, nel quale si impegnava spesso a discapito di qualunque altra preoccupazione, di qualunque altro pensiero, fosse anche quello di rivestirsi: e l’idea di una splendida fanciulla dai rossi capelli e dalla bianca pelle, con generosi seni e tonici glutei intenta a lottare completamente nuda sul ponte di una nave, non avrebbe potuto evitare di stuzzicare la fantasia di molti marinai, trasformando ogni storia a lei riguardante in un evento malizioso, del quale sorridere e ridere, senza tuttavia reale cattiveria.
In quegli anni, pertanto, ella non era particolarmente interessata a distinguere i propri avversari fra degni e indegni di inappellabile morte, preferendo risolvere la maggior parte delle proprie questioni nel sangue. Motivo per il quale, di fronte a un corteggiatore un po’ troppo insistente, in un mondo ove, con eccessiva serenità, lo stupro non era condannato qual delitto degno di attenzione; non vi era stato alcun dubbio in lei su come reagire in conseguenza alla violenza, non appena questa ebbe a palesarsi. Una reazione priva di panico, la sua, allora come in seguito, dalla quale non derivò per lei la benché minima ansia, la più che semplice ragione di inquietudine onirica o perdita di sonno, e che la vide, con assoluta serenità, mutilare l’uomo in termini tali da punirlo per abusi passati e da prevenirne immancabili futuri. Una scelta, una strategia, quella da lei adottata, che non fu mai, a posteriori, rivista, riservando sempre e comunque quel destino, e talvolta anche qualcosa di peggio, a qualunque stupratore con cui mai ebbe a che fare.

« Quindi… chi è Desmair?! » riprese Amazzone, tutt’altro che decisa a lasciar cadere la questione nel nulla, anche in assenza di reali alternative nelle quali spendere il proprio tempo, e il proprio interesse, nel mentre di quella lenta, e difficoltosa, traversata, che sol speravano le avrebbe effettivamente condotte da qualche parte, senza tuttavia alcuna reale consapevolezza in tal senso.
« Era. » puntualizzò l’altra, senza alcuna particolare malinconia nel declinare quel verbo al passato, definendo, in ciò, l’appartenenza del soggetto in questione al mondo dei trapassati « E’ morto qualche settimana fa. » spiegò, a dissipare ogni qual dubbio a tal riguardo « Ed era mio marito. » dichiarò, non avendo trovato un modo migliore per definirlo in termini adeguatamente semplici.
« Tuo… cosa?! » replicò la prima, con tono confuso « Ma hai detto che hai una relazione con il locandiere! » protestò, dimostrando come, benché entrambe non si fossero mai riservate particolari pudori nella gestione della propria vita sentimentale e sessuale, entrambe avrebbero dovuto essere riconosciute qual fondamentalmente monogame, disinteressate a mantenere più relazioni contemporaneamente, anche e banalmente nella difficoltà a gestirne una sola « Da dove spunta questo Desmair? »
« Dal ventre della nostra cara Anmel. » sospirò Monca, ancora scegliendo la via della trasparenza totale verso se stessa, anche ove tentare di rielaborare la verità in altri termini sarebbe stato estremamente scomodo in quel momento, e avrebbe sol dato adito a maggiori fraintendimenti « Desmair era il figlio di Anmel e di un dio minore di nome Kah. Un semidio immortale. E quando dico immortale, credimi, intendo proprio immortale… dal momento in cui l’ho fatto a pezzi più volte senza essere in grado di arrestarlo. »
« Aspetta… aspetta! » invocò Amazzone, ora addirittura arrestandosi nella propria avanzata, tanto che la testa della propria compagna finì con l’impattare contro i suoi piedi in conseguenza a un sì repentino blocco « Non ci sto capendo più nulla. » ammise, effettivamente sempre più disorientata da ogni nuova spiegazione « Stai con Be’Sihl o no? Perché sinceramente mi par strano che tu ti sia sposata con qualcuno nel mentre in cui stai mantenendo una relazione con qualcun altro… » esplicitò, in termini inequivocabili, cercando chiarezza e, in ciò, comprendendo di doverne offrire ella stessa nei propri quesiti « E questo Desmair è vivo o morto? Perché parlare di immortali morti, sinceramente, suona estremamente stonato… » proseguì, subito e nuovamente continuando « E, ancora… il figlio di Anmel? Ma con tutta la gente che esiste al mondo, dovevi proprio andare a sposarti al figlio di quella dannata strega?! »

Domande legittime, addirittura sacrosante, quelle che Amazzone volle rendere allora proprie e che Monca non poté evitare di riconoscere qual tali, nell’ammettere come, a parti invertite, avrebbero certamente contraddistinto anche la sua curiosità, il suo intelletto, nel non essere in grado di ricostruire, sulla base di così pochi dettagli, una storia decisamente complessa qual quella che aveva caratterizzato la sua intera esistenza negli ultimi anni.

Ragione per la quale, con un sospiro e con un sorriso, ella riprese voce, dicendo: « Temo proprio che dovrai dedicarmi un po’ di tempo, se desideri raccapezzarti in questa faccenda… »

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