Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 18 dicembre 2012

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« Déjà vu… » sussurrò fra sé e sé Monca, strisciando all’interno di quel passaggio, nel mentre in cui questo iniziò a comprimersi, a farsi più stretto, più soffocante, comprimendole le spalle, costringendola quasi a non respirare, nell’impossibilità a permettere ai propri già normalmente ingombranti seni di espandersi per effetto dell’ampliamento della sua cassa toracica, e ricordando, in tutto ciò, come quella non avrebbe dovuto essere considerata la propria prima esperienza in una simile situazione e, soprattutto, all’interno di quello stesso tempio sotterraneo.

Quando diversi anni prima, infatti, ella, nelle vesti dell’unica e sola Midda Bontor, appena eletta al ruolo di Figlia di Marr’Mahew, aveva inoltrato i propri passi entro i confini di quel delubro abbandonato, qual conseguenza di un’ignobile minaccia, un ricatto letale a discapito di un gruppo di bambini innocenti, fra i quali i figli di Ma’Vret, lo stesso Ma’Vret, eppur diverso, dall’amante della rossa Midda Bontor dai corti capelli che, in quel momento, la stava precedendo in quell’esplorazione; ella era stata costretta ad affrontare la minaccia di una sgradevole anfesibena proprio all’interno del ristretto spazio di un cunicolo in tutto e per tutto simile a quello, con tutte le inevitabili difficoltà del caso. Una lotta che, come molte appartenenti al proprio passato più lontano, avrebbe dovuto essere ricordata quasi con il dolce e amaro sapore della nostalgia, sfida quasi ingenua, quasi banale rispetto alla maggior parte delle ultime che ella aveva avuto occasione di affrontare, e che pur, all’epoca, ebbe di che impegnarla, per liberarsi dall’insistente aggressione di quel serpente bicefalo, contraddistinto da un interessante fattore rigenerante simile a quello delle idra, utile a complicarle leggermente il compito di ucciderla… e ucciderla definitivamente.
Ovviamente, alla fine, l’anfesibena era morta e se, per qualche paradossale ragione, in quel momento una nipote della medesima avrebbe voluto presentarle il proprio rammarico per il suo operato dell’epoca, ella avrebbe saputo come fermarla, in maniera rapida e decisa, memore senza esitazione alcuna, senza la benché minima incertezza, di quanto già posto in essere con la sua progenitrice per ottenere il medesimo risultato. Ma, ciò nonostante, malgrado l’assenza, in lei, di qualunque possibilità di ansia o di nervosismo in collegamento a quella particolare situazione, la consapevolezza della situazione in cui si era venuta nuovamnte a ritrovare, all’interno di quel particolare contesto, non avrrebbero potuto evitare di risvegliare in lei diverse emozioni, oltre, inevitabilmente, a un più che spiacevole confronto con la consapevolezza di come più di un altro lustro… quasi due, fosse trascorso da quel giorno.

« … sto invecchiando… » sospirò, sempre rivolgendosi a se stessa, in un monologo privo di interlocutori, benché, ricercandone, ella lo avrebbe potuto trovare proprio innanzi a sé, nella figura, paradossalmente, di un’altra se stessa con la quale, tuttavia, dialogare.
« Come dici?! » domandò Amazzone, senza arrestare la propria lenta e difficoltosa avanzata, senza voltarsi, non che le fosse concessa simile possibilità, verso la propria interlocutrice, ma soltanto proseguendo, nell’obbligata speranza di poter giungere quanto prima al termine di quel cunicolo e, con esso, nuovamente a una qualunque fonte di luce, luce alla quale, proprio malgrado, si era ormai disabituata, avendo trascorso già troppo tempo immersa nelle tenebre più totali.
« Nulla di importante. » replicò la donna così interpellata, minimizzando il valore delle proprie digressioni mentali, oggettivamente prive di interessere, o tali riteneva, per la propria interlocutrice « Riflettevo semplicemente su quanto tempo è passato da quando mi sono ritrovata, per la prima e unica altra volta, a strisciare in questo modo all’interno di un cunicolo simile a questo, in questo stesso dannato luogo. »
« La sfida con l’anfesibena?! » suggerì, allora, la mercenaria dai corti capelli rosso fuoco, dimostrando a sua volta una particolare confidenza con quegli eventi, dall’altra impropriamente ritenuti qual una propria esclusiva, qual una propria peculiarità, incondivibile con le proprie versioni alternative.
« Sì… la ricordi anche tu? » commentò, non priva di un certo stupore.
« Sì… la ricordo. » confermò « Così come ricordo molte altre pericolose situazioni affronate all’interno di questo dedalo sotterraneo, anche ove, oggettivamente, non le avrei dovute aver affrontato, quali percorsi fra loro alternativi e, in questo, incompatibili. » spiegò, parlando sinceramente con la compagna, nella consapevolezza di non aver necessità, nel confronto almeno con lei, con sé, di mentire o di omettere quei particolari, per qunato folli « So che sembra assurdo ma è come se… »
« … se avessi affrontato lo stesso percorso lungo diverse vie, pur avendolo compiuto una sola volta. » concluse Monca per lei, dimostrando di condividere pienamente quella strana condizione, qualunque interpretazione si avesse voluto attribuire alla medesima.
« Esattamente! » annuì l’altra, appena rallentando il proprio incedere, a dimostrazione di quanto quel discorso, pur affrontato quasi per caso, la stesse interessando, e interessando molto più di quanto non avrebbe potuto essere frainteso « Come te lo spieghi?! »
« In verità… non me lo spiego. » replicò la prima, a sua volta assolutamente sincera con la controparte, non avendo ragione utile a mentirle o a celarle una parte della verità « Così come non mi sono mai spiegata chi fosse l’altra me stessa che, in quell’avventura, mi ritrovai ad affrontare… o così come, ora, non mi riesco a spiegare come tu e io possiamo essere qui insieme. »
« Perché…? Il fatto che esistano altre versioni di me… te… noi, insomma, è qualcosa di più consueto, dal tuo punto di vista?! » sorrise Amazzone, scherzando nel merito della particolare scelta di termini per così come adottata dalla compagna, fraintendendo come, a tutti gli effetti, la differenza da lei in tal modo sottolineata non avrebbe dovuto essere considerata qual semplice sofismo.
« Beh… » esitò la mercenaria dai neri capelli corvini, incerta ora su quanto poter dire e quanto, altrimenti, fosse meglio tacere, onde evitare ambiguità di sorta nella relazione con l’altra.
« … beh?! » ripeté tuttavia questa, aggrottando la fronte nel cogliere con assoluta precisione il significato di quell’esitazione « Vuoi forse dire che per te esiste una qualche logica alla base di quanto sta accadendo?! »
« Parlare di logica, forse, è un po’ eccessivo… ma una qualche idea, di fondo, credo di essermela fatta. » ammise allora, comprendendo che un singolo silenzio avrebbe potuto generare peggior problema rispetto a qualunque possibile fiume di parole.

Monca non era in grado di valutare quanto, effettivamente, la sua vita fosse stata diversa da quella di Amazzone, pur avendole entrambe condotte all’interno di quel particolare tempio in quel particolare giorno, alla ricerca di un comune obiettivo, perseguitate dai medesimi avversari. Se, infatti, era chiaro come una regina Anmel dovesse esistere anche nel mondo dal quale la rossa proveniva, ragione per la quale ella poteva aver avuto ragione di fare ritorno alla fenice suo pari; non altrettanto ovvia, banale, implicita, avrebbe dovuto essere riconosciuta l’esistenza di Desmair e, con lui, del complesso matrimonio che li aveva accomunati. Matrimonio in conseguenza al quale, ella aveva preso confidenza con l’esistenza di un mondo fuori dal proprio mondo, di una realtà aliena alla propria realtà, nella quale il semidio era stato imprigionato per volere della propria stessa genitrice, nonché della loro, comune avversaria, colei nella lotta alla quale, per la prima e unica volta, i due coniugi si erano ritrovati uniti, schierati su un comune fronte.
Proprio in grazia a ciò, in grazia alla consapevolezza che l’unione con Desmair le aveva offerto sull’intero Creato, facendole comprendere quanto molto altro ancora esistesse oltre i confini di ciò che tutti erano abituati a considerare qual comune e solo piano di esistenza; ella non avrebbe mai potuto permettersi tanta ottusità da escludere, arbitrariamente, l’esistenza di altri mondi, di altre realtà normalmente inaccessibili, entro le quali potessero vivere la loro vita altre persone, forse diverse, forse uguali a quelle con le quali ella era abituata ad avere a che fare, in un mondo forse diverso, forse uguale a quello nel quale tutti loro vivevano.  Ragione per la quale, nel ritrovarsi a confronto con sei diverse Midda Bontor, all’interno di un luogo particolare qual il tempio della fenice si era già dimostrato essere in passato, non avrebbe mai potuto farle invocare lo scandalo, così come, evidentemente, Amazzone si sarebbe attesa da parte sua.

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