Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

sabato 15 dicembre 2012

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Così l’una come l’altra, in quanto guerriere, in quanto professioniste della guerra, avendo scelto di vivere di quanto i più erano soliti morire, entrambe avevano presto imparato come il primo, vero, grande nemico per il loro avvenire, per il loro domani, per il loro futuro, avesse da essere ricercato non tanto nel mondo esterno, non fra coloro che, pur armati e minacciosi si sarebbero offerti attorno a loro, quanto al proprio interno, nel proprio intimo, nel proprio profondo… e non in termini puramente psicologici. L’avversario più infido, l’antagonista più pericoloso, infatti, avrebbe dovuto essere identificato nel proprio stesso corpo, e nella sua intrinseca mortalità, contraddistinta, pertanto, da una lunga serie di limiti oltre i quali non si sarebbero potute spingere neppure desiderando, ma oltre i quali, nonostante tutto, avrebbero continuato ambire a giungere, obbligate, in tal senso, da quel medesimo stile di vita per il quale contro tale limite erano solite continuare a scontrarsi.
Un difficile rapporto, quello pertanto esistente fra loro e i loro corpi, che non avrebbe mai potuto veder raggiunte soluzioni alcune, ma solo compromessi. Compromessi che, di volta in volta, le avrebbero vedute tentare di ottenere qualcosa in più dai propri avversari e che, altre volte, le avrebbero vedute irrimediabilmente cedere innanzi a loro, così come, anche in quel momento, entrambe temevano sarebbe presto avvenuto. Perché anche ove le loro menti e i loro spiriti avrebbero gradito proseguire a oltranza in quel confronto, menando colpi a destra e a manca fino a quando anche solo uno dei mastini della morte fosse stato ancora in vita, e pronto a offrire loro minaccia; i loro corpi, giustamente, stavano iniziando a richiedere una qualche occasione di riposo. Richiesta che, ben presto, si sarebbe tramutata in un’intimazione perentoria, nel confronto con la quale sarebbe stata loro concessa una ben ristretta opportunità di scelta, fra l’arrendersi alla stanchezza, e in ciò morire; e il non arrendersi alla stanchezza, cadere stremate al suolo e, comunque e alfine, morire.
Proprio su tale necessario compromesso, sull’obbligata consapevolezza dei propri limiti e di ciò che da essi sarebbe derivato, si fondava da sempre, e invero, il loro essere guerriere, il loro essere professioniste della guerra, rendendo propria ragione di vita quanto per i più era semplicemente motivo di morte: la conoscenza dei propri corpi, dei propri limiti e, con essi, della propria effettiva forza, del proprio reale potere, quel potere in grazia al quale sarebbero state in grado di continuare a lottare per conquistare, giorno dopo giorno, ora dopo ora, colpo dopo colpo, il proprio diritto a essere, a esistere e, in ciò, a lottare, in quello che, probabilmente, i più avrebbero condannato al pari di un circolo vizioso, ma che, tutte loro, Midda Bontor, avrebbero semplicemente difeso qual la propria definizione di vita. Una continua lotta: lottare oggi per difendere la possibilità di lottare anche domani. Un continuo tributo alla morte: uccidere oggi per vivere anche l’indomani, e, in ciò, avere ancora possibilità di uccidere… e uccidere senza tregua e senza pietà alcuna, ove la più semplice esitazione sarebbe loro valsa il futuro. Ogni futuro.

« Dimmi… ti sei mai posta domande su tutto questo? » interrogò la rossa, lievemente ansimante, contemplando fugacemente la morte imposta attorno a sé, e la pace in essa già conquistata, e pur non ancora completa… non completa qual sarebbe stata, per lo meno, quand’anche l’ultimo mostro sarebbe stato abbattuto, quand’anche l’ultima minaccia, in quelle allora loro scatenate contro, sarebbe stata respinta, soffocata nel calore e nell’impeto di abbondante sangue.
« Su tutto questo…?! » ripeté la mora, quasi a cercare conferma nel merito dell’effettivo soggetto sottinteso nella frase dell’interlocutrice, benché, nella più completa, assoluta empatia esistente allora fra loro, non solo la domanda formulata avrebbe dovuto essere considerata quantomeno retorica nel proprio effettivo interesse, quant’anche la risposta attesa avrebbe dovuto essere riconosciuta qual già nota, già condivisa, per quanto ancora lontana dall’essere formulata.
« Sul nostro stile di vita… sulla nostra continua ricerca di battaglia, quasi avessimo necessità di dimostrare qualcosa a qualcuno… o forse a noi stesse. » riformulò Destra, colpendo severamente uno mastino or non con la propria lama, quanto e piuttosto con il proprio stesso pugno metallico, in un impatto tanto violento da far risuonare l’eco di quella collisione nell’aria attorno a loro « Possibile che non vi sia un altro modo per tirare avanti, oltre a questo? »
« Senti forse la mancanza di una vita diversa? » replicò Treccia, senza la minima accusa nelle proprie parole, in quella nuova questione, della quale, ancora una volta, già conosceva la risposta e, in ciò, non esprimendosi in quei termini perché bramosa di ottenere dalla compagna una qualche spiegazione, quanto e solo di spingerla a confrontarsi con se stessa, per ottenere autonomamente consapevolezza su quanto non esisteva, né sarebbe potuto esistere, per loro, un altro modo per… tirare avanti, ricorrendo agli stessi termini da lei appena proposti.
« Assolutamente no! » negò repentinamente e fermamente la prima, escludendo sinceramente tale eventualità, ove mai presa in esame e, probabilmente, inaccettabile nella propria stessa occorrenza, qual una disgrazia ancor prima che una benedizione.
« E, allora, non riesco a cogliere il problema. » sorrise l’altra, scuotendo appena il capo, con serenità sull’intera tematica, malgrado, nel mentre di quelle parole, si ritrovò costretta a gettasi a terra e a impegnare la forza di entrambe le gambe per reindirizzare l’impegno offensivo che un mastino aveva ipotizzato a suo discapito verso un diverso obiettivo.
« Non credo che sussista, a tutti gli effetti, un problema degno di essere definito tale… » negò la mercenaria dai rossi capelli, minimizzando il valore del proprio interrogativo iniziale « Non per noi, quanto meno. » puntualizzò, aggrottando la fronte « E, forse, proprio questo potrebbe essere considerato un problema. »
« Il problema, quindi, sarebbe il fatto che noi non ci poniamo problema a vivere uno stile di vita che chiunque altro disprezzerebbe o, comunque, troverebbe inaccettabile alla lunga?! » tentò di rielaborare la donna dalla pelle terribilmente rovinata dagli effetti delle ustioni riportate in un passato forse neppur troppo lontano.
« E’ un problema…?! » la interrogò nuovamente, ricollegandosi al proprio dubbio iniziale, con un tono del tutto equivalente, or che, finalmente, la questione era stata eviscerata nelle proprie più banali sfumature, assumendo dei contorni ben definiti e, in ciò, meglio apprezzabili.

Che quello potesse essere, o meno, un problema, Treccia non poté dirlo. Né avrebbe potuto dirlo qualunque altra Midda Bontor, non possedendo una qualche risposta certa, così come, chiaramente, non la possedeva neppure la stessa Destra, o non si sarebbe fatta ambasciatrice di una tanto annosa questione.
Accettare l’idea, infatti, che quello fosse un problema, avrebbe significato, per tutte loro, ammettere quanto la propria quotidianità, la propria esistenza giornaliera, e quanto compiuto in quegli ultimi lustri, in quegli ultimi decenni, fosse stato qualcosa di superfluo, di vano, addirittura di sciocco, in una misura che alcuna fra loro avrebbe apprezzato ricusare. Parimenti, tuttavia, negare categoricamente l’eventualità che quello sarebbe potuto essere riconosciuto qual un problema, avrebbe significato porre, fra loro stesse e il resto dell’umanità, di qualunque umanità, un divario insormontabile, che difficilmente avrebbe potuto essere considerato qual realmente esistente a meno di non voler escludere la propria appartenenza a quello stesso genere umano a cui si era da sempre considerata appartenere.
Una risposta impossibile da formulare, pertanto, quella che venne allora richiesta a Treccia, in quanto proprio malgrado priva di una qualunque definita identità, e da riconoscersi qual appartenente a un oscuro confine d’ombra, fra il giorno e la notte, fra il sole e la luna, entro il quale ogni certezza sarebbe rimasta bandita; una terra di nessuno entro la quale ogni presunzione di consapevolezza sarebbe risultata impropria non di meno di una qualche pretesa di sovranità. E che, pertanto, restò taciuta, lasciando proprio malgrado Destra prevedibilmente insoddisfatta nel confronto con la sola replica che era stata in grado di prevedere…

« … solo se desideriamo che lo sia. » definì, rialzandosi da terra con un deciso colpo di reni, giusto in tempo per spingere la punta della propria spada nella gola dell’ennesima bestia.

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