Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 14 dicembre 2012

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Sotto un certo punto di vista, Destra avrebbe potuto compatire Treccia. Entrambe Midda Bontor, entrambe straordinarie avventuriere e insuperabili guerriere, rappresentavano, evidentemente, due condizioni estremamente diverse l’una dall’altra, per non intendere, addirittura, opposte. A differenza di lei, difatti, la donna dai lunghi capelli neri che le erano valsi tale soprannome, non avrebbe dovuto essere riconosciuta qual particolarmente graziata dal destino. Al contrario, in suo contrasto, la sorte sembrava essersi accanita con particolare crudeltà, non marchiandola, semplicemente, con uno sfregio in pieno viso e con la mutilazione di un braccio, la cui assenza, suo pari, era stata sostituita da una protesi: addirittura, quella protesi era stata a sua volta mutilata, privandola di una pur apprezzabile mano, seppur surrogata; e, peggio, il suo intero corpo, con la sola, paradossalmente fortunata, eccezione del volto, era stato devastato da terribili piaghe da ustione, in misura tale da rendere quasi inguardabile, quasi sgradevole, un corpo abitualmente bramato dai più, abitualmente desiderato dalla maggior parte degli uomini, nonché invidiato, parallelamente, dalla maggior parte delle donne. Sotto quelle ustioni, che tanto benevolmente non le erano state fatte pesare con qualche spiacevole soprannome almeno fra loro, sue pari, qual sicuramente già altri non avevano mancato di affibbiarle, persino i tatuaggi del suo braccio mancino, il solo rimastole, erano stati stravolti nei loro motivi, nelle loro forme, dai rigonfiamenti cicatriziali, al punto tale da lasciarli apparire simili e una grottesca imitazione di quelli altresì presenti a adornare loro altre sei. E nel confronto con tutto ciò, con tale possibile e giustificabile compassione, Destra avrebbe potuto e dovuto sentirsi in imbarazzo, quasi colpevole per la propria condizione di grazia, qual necessariamente avrebbe dovuto essere considerata nel confronto con quella della compagna.
Sotto un altro punto di vista, simile e opposto, comunque, Treccia avrebbe potuto invidiare Destra. Entrambe Midda Bontor, entrambe imbattibili combattenti e impagabili mercenarie, rappresentavano, purtroppo palesemente, due condizioni estremamente diverse l’una dall’altra, per non intendere, più correttamente, opposte. A differenza di lei, difatti, la donna dal braccio mancino in nero metallo dai rossi riflessi, in opposizione al suo e a quello di ogni altra loro versione lì apparsa, al punto tale da esserle valso il soprannome attribuitole, non avrebbe dovuto essere riconosciuta qual particolarmente osteggiata dal fato. Al contrario, in suo favore, il destino sembrava essersi impegnato con particolare generosità, sì marchiandola, terribilmente, con uno sfregio in pieno viso e con la mutilazione di un braccio, ma in ciò, straordinariamente, graziandole il destro, il braccio nell’impiego del quale tutte loro erano probabilmente nate e cresciute, e con a privazione del quale, dolorosamente, tutte loro erano state costrette a scendere a patti, imparando nuovamente persino a vivere, nelle piccole questioni proprie di qualunque quieta quotidianità, così come nelle grandi sfide caratteristiche della sua particolare scelta di vita. Dietro la conservazione di quel braccio destro, ella non doveva aver sofferto la frustrazione derivante dall’incapacità a scrivere, a combattere e, persino, a mangiare, nel non essersi improvvisamente ritrovata privata della possibilità di impiegare, a tal scopo, l’arto e l’estremità con i quali, da sempre, aveva scritto, combattuto e, addirittura, mangiato, abilità che a tutte loro altre, a tutte loro private, altresì, di quel braccio, non erano state mai restituite, neppure a seguito dell’acquisizione di quel surrogato stregato. Un surrogato che, pur pagato a caro prezzo, drammaticamente, tanto alla stessa Treccia, quant’anche a Monca, sotto tal profilo non più fortunata di lei, era stato persino sottratto, e sottratto con violenza disarmante, imponendo loro un’insopportabile beffa in conseguenza a un già tanto sgradevole danno. E nel confronto con tutto ciò, con tale possibile e giustificabile invidia, Treccia avrebbe potuto e dovuto sentirsi in imbarazzo, quasi colpevole della propria condizione di disgrazia, qual necessariamente avrebbe dovuto essere considerata nel confronto con quella della compagna.
Ma né la possibile compassione dell’una, né l’obbligata invidia dell’altra, in quel contesto di comunione, di battaglia, avrebbe permesso a Treccia o a Destra di essere influenzate nel proprio operato, e nel proprio giudizio, offrendosi meno che completamente devote alla causa comune e, ancor più, alla tutela reciproca nonché, insieme, a quella della loro compagna già caduta, Corazza.
Così, quando Treccia abbisognò di un solido appiglio al quale aggrapparsi per saltare e, nel mentre di tal salto, rigirarsi completamente all’indietro e piombare, in ciò, alle spalle di un mastino slanciatosi con troppa irruenza contro di lei; Destra le offrì senza che neppur vi fosse necessità per lei di domandarlo, tutta la fermezza offerta dal proprio mancino, per accompagnarla in tale movimento, sostenendola e sospingendola senza un solo istante di esitazione, di incertezza o di dubbio. O, quando Destra si vide minacciata, alle spalle, dall’avvento di un gigantesco antagonista non rilevato, nella propria presenza, nella propria trasparente promessa di morte; Treccia intervenne rapida e decisa, sicura nei propri gesti, nel proprio operato, per sospingere il taglio della propria lama fra quelle fauci dischiuse, prima che con quelle zanne, affilate come coltelli, il mostro potesse anche solo ipotizzare di violare l’integrità della delicata pelle della propria compagna. E, ancora, quando la non ovvia sopravvivenza dell’inerme Corazza si trovò a essere posta in forse dallo sgradevole interessamento di un'altra fra quelle creature, inaspettatamente ricordatasi della presenza anche di quella terza possibile preda, tanto Destra quanto Treccia si mossero quasi all’unisono per prevenire simile ipotesi, tale eventualità, affondando l’una su un fronte, l’altra su quello opposto, le proprie lame nel costato di quell’oscenità, con violenza tale, con impeto utile a violarne le difese, penetrando oltre l’esoscheletro e affondando, senza pietà alcuna, nelle sue carni, per ucciderla, spaccandole il cuore con impeto sufficiente a farlo, addirittura, esplodere.

« Non sei affatto male… » osservò la mercenaria dai lunghi capelli corvini, nel ritrarre la propria spada e nell’impiegarla, immediatamente, a tutela della propria stessa interlocutrice, per allontanare da lei l’ennesimo mastino troppo esuberante.
« Non sei male neppure tu! » confermò la donna guerriero dai capelli rosso fuoco, nel ricambiare la cortesia offertale non tanto a parole, quanto e piuttosto a gesti, nel respingere, a propria volta, uno dei mostri loro avversari, nel mentre in cui questi ipotizzò di pasteggiare con le carni della propria compagna.
« Ammetto di iniziare ad accusare una certa stanchezza. » suggerì la prima, nel porsi costretta a riconoscere quanto, oggettivamente, non avesse in alcun modo rilevato la minaccia a lei riservata, in conseguenza della quale, allora, avrebbe già potuto essere trapassata se Destra non fosse intervenuta così come aveva fatto.
« Ti sorprenderà… ma non sei la sola! » sorrise la seconda, cercando in ciò di minimizzare la criticità di quella spiacevole situazione, che presto, molto presto, avrebbe richiesto a una fra loro di pagare un alto, altissimo prezzo, così come ella stessa avrebbe già fatto se non fosse stato in grazia al supporto di Treccia in proprio favore, a propria difesa.

Opposte come il giorno e la notte, come la luna e il sole, quelle due donne, così simili e così diverse, si stavano allora scoprendo incredibilmente complementari e supplementari, capaci di non solo di aiutarsi reciprocamente, ma, insieme, di migliorarsi, dimostrandosi in tal modo in grado di sconfiggere quegli avversari che né da sole, né in semplice compagnia l’una dell’altra sarebbero state in grado di sconfiggere. Ma che, poste una al fianco dell’altra, una a sostegno dell’altra, una a integrazione dell’altra, avrebbero dovuto essere minimizzate, nella loro importanza, nella loro minaccia, non più letali di quanto non sarebbe potuto esserlo un qualunque altro antagonista, un semplice avversario come già tanti da entrambe affrontati e vinti nel corso della propria lunga e battagliera esistenza.

« Sbrighiamoci a concludere, pertanto. » incitò Treccia, scuotendo il capo come, in tal gesto, a scuotere lontano da sé ogni traccia di stanchezza, ogni ipotesi di resa… una resa volta ai propri limiti fisici ancor prima che al loro nemico, e tuttavia, non per questo, meno deprecabile o letale rispetto a qualunque altro concetto di resa.

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