Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

giovedì 13 dicembre 2012

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« Non dire nulla… ti prego. » sospirò la sventurata, scuotendo il capo con rassegnazione, nella consapevolezza di quanto, come sempre, non le sarebbe stato concesso di scegliere la via più semplice, ma quella più pericolosa, quasi la sorte stessa, e gli dei tutti, fossero consapevoli che, in caso contrario, non vi sarebbe stata per lei occasione di soddisfazione, di appagamento.

Un’assunzione, quella propria del caso e del pantheon a lei attento, vigile sul suo operato, che, in verità, non avrebbe dovuto essere considerata pretestuosa o impropria, dal momento in cui, oggettivamente, ella, al pari di ogni altra Midda Bontor, era sempre stata solita preferire quelle avventure palesemente presentatesi qual le meno sicure, sotto un profilo di mera indennità fisica, e le più complicate, sotto ogni altro aspetto, nella consapevolezza di come, effettivamente, in caso contrario, non vi sarebbe stata per lei occasione di soddisfazione, di appagamento, ragione di concedere il benché minimo interessere verso simile impresa, né, tantomeno, di spendere un solo, fugace, istante del proprio sempre più prezioso tempo dietro un compito tanto sciocco, tanto banale, per il quale qualunque altro mercenario avrebbe potuto essere impiegato in suo luogo, in sua sostituzione, con l’aspettativa di ottenere un risultato pressoché inalterato.
Ovviamente, particolarmente estesa avrebbe dovuto essere considerata la scala di tonalità di grigio esistente fra il bianco del rifiuto netto e assoluto di qualunque missione non folle, non oltre i limiti dell’umana aspettativa, e il nero della cieca accettazione di tutta quella vasta serie di complessi modi per tentare il suicidio, qual la maggior parte degli avventurieri suoi pari avrebbero ritenuto essere ciò che ella era solita considerare qual un’occasione di divertimento. E in tale estesa scala cromatica, sicuramente, una posizione di rilievo sarebbe stata quella occupata da tutte le situazioni assimilabili a quella per lei allora presente: inutili complicazioni di soluzioni altrimenti più semplici, più immediate e più salubri rispetto ad alternative che nessun valore aggiunto avrebbero offerto ai fini ultimi della missione principale, se non quelli derivanti da innumerevoli e variopinte imprecazioni, inevitabili nel desiderio di meglio esprimere, addirittura esaltare, la soddisfazioneda tutto ciò derivante.

« Anmel pagherà anche questa… » bofonchiò, quasi fra sé e sé, attribuendo, in ciò, le giuste responsabilità a colei che l’aveva recentemente privata della propria mano destra, in nero metallo, ponendola, di conseguenza, in quella sgradevole situazione.

Ove pur, obiettivamente, quella non avrebbe dovuto essere considerata la prima occasione nella quale si poneva costretta ad affidare tutto il peso del proprio corpo a un singolo braccio, a una singola mano, a solo quattro semplici dita in carne e ossa; ella non avrebbe potuto dimostrarsi assolutamente entusiasta in conseguenza a quella situazione, e alle conseguenze che dalla medesima sarebbero potute derivare. Sebbene, infatti, in passato si era spinta a delegare persino a un solo, semplice dito, a una singola falange, l’ingrato compito di salvarle la vita, così come, dopotutto, chiunque fosse solito ritrovarsi con una certa frequenza in simili situazioni, aveva inevitabilmente fatto; ciò non avrebbe mai dovuto essere equivocato con una sua folle passione per un simile impegno, per un tal genere di attività, preferendo, comprensibilmente, rischiare la propria vita in grazia a diverse dinamiche, ove necessario rischiarla.
E dovendo scegliere fra rotolarsi all’interno delle fauci di uno scultone, per poi fuoriuscirgli dal cranio attraversandogli prepotentemente le cervella e, in ciò, uccidendolo; e restare a dondolarsi all’interno di un pozzo di tenebre potendo fare affidamento solo e unicamente alla propria mancina; ella non avrebbe avuto dubbi sulla propria scelta, sulla valutazione che avrebbe effettuato, pur mal sopportando l’idea di ritrovarsi a convivere, per giorni, con lo schifo derivante dalla traversata encefalica utile a sopprimere l’enorme lucertola in questione, senza rischiare, in ciò, di essere tramutati in pietra dal suo sguardo.

« Al tre… » concordò con se stessa Monca, or realmente a confronto solo e unicamente con la persona che era solita vedere riflessa allo specchio, e non con una delle proprie altre sei versioni alternative per così come lì conosciute, dal momento in cui alcuna fra loro avrebbe potuto accorrere concretamente in suo aiuto in tal frangente.

Inspirando ed espirando profondamente, ella non sprecò il benché minimo fianto per quel conteggio o per la sua repentina conclusione, contraendo, istantamentamente, tutta la propria muscolatura, nello sforzo che, a partire dalle quattro falangi alle estremità della sua mancina, per poi distribuirsi lungo la mano, il polso, l’avambraccio, il braccio, la spalla e, da lì, tutta la schiena e il resto del suo corpo, le avrebbe consentito di sollevarsi, e di sollevarsi, in grazia alla propria forza di volontà ancor prima che alla propria forza fisica, sino a quel passaggio, a quel pertugio al quale era allora semplicemente appesa, non diversamente da come un naufrago sarebbe rimasto aggrappato all’unica parvenza di supporto offertagli in mare aperto, fosse anche una semplice tavola di legno marcio.
In tale impegno, sotto simile sforzo, il suo intero corpo vibrò per un fugace istante, prima di trasformarsi, metaforicamente, in un unico blocco metallico. Un blocco che si mosse con incredibile fermezza, stabilità, controllo, ad ascendere lungo quella parete, in un’immagine che, se solo fosse stata visibile allo sguardo di un qualunque spettatore, sarebbe apparsa di incredibile eleganza, degna più di una danza esotica, ancor prima che di un impegno volto a preservare la propria esistenza in vita. Una danza nella contemplazione della quale ogni pensiero sarebbe stato obliato; e nell’esecuzione della quale, da parte della medesima, ogni pensiero dovette essere obliato, a non concederle possibilità di distrazione alcuna, qual, allora, sarebbe sicuramente stata per lei letale.

« … Thyres… » sibilò a denti stretti, forse in tal modo rassegnando la propria anima alla dea prediletta, qual voto preventivo, scaramantico per l’eventualità di un proprio fallimento, di una propria caduta.

Ma non a Thyres, né ad altre divinità, in quell’occasione fu destinata la sua anima immortale, restando, altresì, quietamente ancorata all’interno del suo corpo, di quello stesso corpo contro il quale il fato aveva più volte espresso la propria crudeltà, ma che, ancora, non aveva esaurito la propria energia vitale, non si era ancora rassegnato alla conclusione del proprio cammino esistenziale.
Così, ancorata semplicemente su quattro dita, e con una ben misera collaborazione dei propri piedi in un contesto troppo precario per poter tollerare qualunque possibile fonte di interferenza, fosse anche da parte del proprio stesso organismo; Monca riuscì a issarsi con fierezza sino al permettere al proprio addome, al di sotto dei generosi seni, di trovare contatto con quell’ambito bordo, con quella superficie grezzamente ritagliata; conquista ottenuta la quale poté, pertanto, permettersi di impiegare anche la propria sino ad allora inutile protesi destra, nell’appoggiarne il gomito all’interno della nuova via e, lì ancorata, nel completare la propria conquista finalmente persino con la collaborazione delle proprie ginocchia e dei propri piedi. E con un gemito, un semplice gemito di stanchezza e di soddisfazione, ella espresse la propria riconfermata presenza alle spalle della compagna, la quale, sino a quel momento, era rimasta in fiduciosa attesa di quel momento, rispettando la richiesta rivoltale al fine di mantenere un quieto silenzio a contorno di quella spiacevole evoluzione.

« Ce ne hai messo di tempo… » commentò Amazzone, nel riprendere voce, con tono scherzoso e altresì trasparente di tutta la propria soddisfazione nel non essersi ritrovata tragicamente sola nel proseguo dell’esplorazione di quelle tenebre, ovunque esse le avrebbero condotte.
« Scusami… mi ero distratta a contemplare il panorama. » replicò Monca, aggrottando la fronte e, alla cieca, allungando la propria mancina per schiaffeggiare, giocosamente, la compagna, colpendola sui sodi glutei, in quella che parve, pertanto, simile a una sculacciata di rimbrotto a un infante « Muoviti. Ora sei tu a dover fare strada! » la incitò poi, considerando chiuso l’argomento.

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