Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

giovedì 29 novembre 2012

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« E’ tanto assurdo, per te, immaginare di poter avere una relazione con Be’Sihl?! » volle domandare Monca, in un interrogativo che, probabilmente, qualcuno avrebbe potuto considerare pericoloso, soprattutto ove rivolto a se stessa, o, quanto meno, a un’altra versione di se stessa; e innanzi al al quale, tuttavia, ella non volle sottrarsi, nella curiosità di comprendere come, proprio un’altra versione di se stessa, avrebbe potuto interpretare quella sua scelta.
« Assurdo?… non saprei. » negò la rossa, apparentemente rifiutando il confronto diretto con la propria interlocutrice, quasi temesse che una qualunque propria risposta avrebbe potuto indispettirla, eventualità nel confronto con la quale avrebbe preferito evitare di ritrovarsi « Per quanto mi riguarda, conosco a malapena il Be’Sihl della mia realtà, per potermi permettere di esprimere giudizio alcuno a tal proposito. Sicuramente appare come un brav’uomo, forse anche troppo buono per una città come Kriarya. »
« Immagino, quindi, che tu non sia solita soggiornare presso la sua locanda, quando ti capita di ritornare… a casa. » esitò, nell’esprimere quel concetto in associazione all’intera città del peccato piuttosto che, in particolare, alla locanda del proprio amato e amante, che già da prima di iniziare a considerarlo tale, era da lei riconosciuta qual propria dimora « Tu e Ma’Vret abitate, forse, presso la torre di lord Brote?! » ipotizzò, nel citare il proprio mecenate preferito, nonché amico, all’interno delle mura della città del peccato, colui al servizio del quale aveva iniziato la propria carriera qual mercenaria e che sarebbe stata ancora solita servire, avendo il tempo di impegnarsi attivamente nella propria ipoteticamente primaria occupazione.
« Sì. Praticamente sì. » confermò Amazzone, in tale conferma obliando a una serie di dettagli dei quali, con la medesima delicatezza che aveva pocanzi sospinto la sua interlocutrice a tacere dell’esistenza dei figli di Ma’Vret nella propria realtà, e che, ora, vide ella omettere ogni delucidazione nel merito della morte del proprio lord Brote, l’assassinio del quale, era implicito nella questione dell’altra se stessa, non era per questa mai avvenuto « All’inizio ero insicura su quanto sarebbe stato piacevole o meno rinchiudersi in una alta torre priva di vie di fuga. Ma, a posteriori, non posso lamentarmi di questa scelta… » commentò, deviando l’attenzione al dettaglio proprio dell’architettura dell’edificio in questione, ancor prima che del suo effettivo proprietario, del signore che, in esso, formalmente risiedeva.
« Povero Seem… » sorrise dolcemente la prima, rivolgendo il pensiero a quel giovane ex-garzone, un tempo impiegato all’interno della locanda di Be’Sihl, che qualche anno prima si era inaspettatamente e incredibilmente conquistato per giusto merito la possibilità di divenire il suo scudiero, modificando radicalmente la propria vita e la propria quotidianità per dimostrarsi degno di seguirla nelle proprie avventure, come, ovviamente, non doveva essere accaduto per il suo corrispettivo del mondo dal quale proveniva la propria controparte, nell’essere venute meno le condizioni base per permettere il loro incontro nei particolari termini in grazia ai quali, per lei e il proprio Seem, tutto era stato altresì possibile.
« Chi…?! » replicò l’altra, dimostrando quanto ogni deduzione, da parte della compagna, non si fosse offerta qual completamente priva di fondamento.
« Un ragazzo che, nel mio mond… » iniziò a spiegare, salvo essere bruscamente interrotta da un’evoluzione stolidamente imprevista, che la costrinse a invocare il nome della propria dea in loro soccorso « Thyres! »

Distratte, da quel loro confronto verbale, in misura sufficiente da obliare alla tensione derivante dall’inseguimento a cui entrambe stavano venendo sottoposte, le due Midda Bontor commisero, proprio malgrado, l’errore di prendere eccessiva distanza dalla realtà e dai suoi pericoli, purtroppo per un fugace istante dimentiche della particolare situazione in cui si trovavano; della particolare, e pericolosa, ambientazione loro circostante; del semplice, e pur fondamentale, dettaglio dell’esistenza di trappole mortali disseminate lungo tutto quel tempio sotterraneo, non solo dedicato al culto della fenice, ma concepito, nella fattispecie, per la protezione della fenice, da ogni possibile ambizione predatoria esterna. E nella meritata sventura derivante da tale, per quanto effimera, dimenticanza, la coppia di mercenarie fu graziata dall’altrettanto meritata fortuna derivante dalla propria formazione fisica e psicologica, dal proprio costante allenamento e, soprattutto, dalle molte, troppe esperienze di vita vissuta a quella comparabili, e già affrontate nel corso di dozzine, addirittura centinaia di avventure passate.
Così, se sotto ai loro piedi, imprevista ma non imprevedibile, si dischiuse una pericolosa botola, attraverso la quale impossibile sarebbe stato immaginare a qual fato, probabilmente di morte, avrebbero potuto essere destinate; tale trappola non ebbe occasione di beneficiare della loro auspicata sconfitta, della loro desiderata caduta, dal momento in cui, con non soltanto incredibile, ma addirittura inumana reattività e coordinazione, le due donne collaborarono al fine di ovviare al peggio, salvandosi dalla caduta e da ciò che, con essa, sarebbe potuto derivare. Inumana reattività e coordinazione, la loro, in quanto, ove la trappola dischiusasi sotto ai loro piedi avrebbe dovuto essere riconosciuta sufficientemente estesa, in larghezza e lunghezza, da non permettere ad alcuna delle due una qualunque presa sulle pareti circostanti; le due straordinarie donne guerriero si dimostrarono agire, ancora una volta, qual espressioni di una sola, comune volontà, tale da vederle offrirsi reciprocamente l’una alla schiena dell’altra, intrecciare il proprio braccio destro al sinistro della compagna, e proiettare, il più possibile, le gambe in versi antitetici e tali da spingere i propri piedi a cercare un contatto con le ripide pareti di quel budello; assicurandosi in tal modo un’estensione praticamente doppia rispetto a quella a cui, una sola fra loro, avrebbe potuto ambire.
Non una reazione banale, ovvia o scontata, quella che in tutto ciò si concessero e, della quale, a tempo debito entrambe si sarebbero certamente stupite. Ma innanzi alla quale, all’atto pratico di quel confronto, della sfida in tal modo loro imposta, e della sopravvivenza da loro in tutto ciò ottenuta; alcuna fra le due ebbe ragione di recriminazione, lungi da volersi dimostrare ingrate agli occhi della loro comune dea per la benevolenza loro in tutto ciò assicurata.

« Thyres… » ripeté la rossa, un eco ritardato rispetto all’invocazione della propria sodale, e lì, tuttavia, ora nominata nel desiderio di ringraziarla, benedicendone il nome con tutto il proprio spirito.
« Stai bene?! » si informò immediatamente la mora, intimamente maledicendosi per essersi concessa tanta leggerezza, tanta sufficienza nell’affrontare quella fuga, da non aver previsto la possibile occorrenza di una tale trappola, o di altre ancor peggiori, che avrebbero loro potuto costare la vita.
« Sì, sì. » confermò rapidamente questa « E tu? »
« Una meraviglia. » ironizzò Monca, gettando il proprio sguardo verso l’alto, al di sopra delle loro teste, per cercare di valutare con maggiore puntualità la loro effettiva condizione, accompagnata in tal senso da un eguale constatazione da parte dell’altra se stessa.

Sebbene subitanea fosse stata la loro reazione, inevitabile era altrettanto stata, nella loro comune caduta, la perdita di almeno sette, forse nove piedi rispetto alla bocca del trabocchetto, che, a tale altezza, si mostrava rilucere per effetto dell’unica fonte di illuminazione presente in quel dedalo sotterraneo. In ciò, necessario sarebbe stato per le due donne coordinarsi al fine di riuscire a riconquistare quando perso, la posizione a cui, scioccamente, avevano rinunciato in conseguenza alla propria distrazione, scalando quel pozzo e tornando a offrirsi al corridoio superiore, a quella via, invero, ben distante dal potersi considerare sicura, come anche tutto quello stava dimostrando, e, ciò nonostante, comunque l’unica via sulla quale poter sperare di fare affidamento, per proseguire nel percorso tacitamente concordato verso l’oasi della fenice.
Non un’impresa improba, quella loro in tutto ciò richiesta, ma, al tempo stesso, neppure priva di possibilità di complicazione, qual, spiacevolmente, si volle subito loro palesare nella chiusura autonoma, in grazia a qualche dannato meccanismo, di quello stesso, e solo, spiraglio di luce, in conseguenza alla scomparsa del quale ogni speranza di salvezza parve, drammaticamente, essere stata loro negata.

« Si scende…? » sospirò Amazzone, in una proposta, a quel punto, non soltanto retorica, ma quantomeno e addirittura obbligata.

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