Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

lunedì 26 novembre 2012

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« Quindi… vogliamo dividerci o no?! »

Un interrogativo che avrebbe potuto essere pronunciato da qualunque fra le donne guerriero presenti, laddove, in fondo, comune a tutte loro nelle proprie menti, e al quale, in quell’occasione, offrì tuttavia voce la mercenaria in armatura, osservandosi attorno e, in particolare, osservando le vie alle loro spalle, le strade dalle quali esse erano tutte giunte sino a quello spiazzo sotterraneo, e dalle quali, ella temeva, da un momento all’altro avrebbero potuto arrivare i propri avversari, i propri antagonisti, sorprendendole in quella situazione di disordine mentale e fisico, nell’assenza, malgrado tutto, di un qualche ordine strategico o, fosse anche e solo, di un modo univoco per riconoscersi all’interno del loro strano gruppo.

« A prescindere da ciò, sarebbe opportuno trovare un modo per identificarci reciprocamente, ancor prima di separarci o di proseguire unite. »

Una puntualizzazione che, ancora una volta, avrebbe potuto essere offerta da qualunque fra loro, ove nella mente della mercenaria in armatura così come in quella di ogni sua compagna, e che pur, in quel momento, venne allora scandita dalla voce della sola con la protesi mancina, intenta, non diversamente dalla compagna, e da tutte le compagne più in generale, a guardarsi le spalle, nel timore di potersi offrire inerme a qualunque nuova aggressione, fosse da parte della Progenie della Fenice, fosse da parte di chiunque altro lì sotto avrebbe potuto presentarsi.
Ma come decidere quale nome affibbiare a sette versioni della medesima donna? Come trovare un criterio univoco con il quale riconoscere l’una piuttosto dell’altra?

« Treccia. » definì colei che per prima aveva invocato la tregua, sollevando la propria mancina a indicare la compagna caratterizzata dalla lunga treccia nera, dall’assenza della destra, suo pari, e dalle terrificanti ustioni, scegliendo per lei tale soprannome e, in ciò, dimostrando una certa sensibilità nel non puntare l’attenzione sulla sua oscena condizione fisica, quanto e piuttosto su quella scelta, comunque univoca, di acconciatura « Ti piace? »
« Apprezzo la sensibilità. » annuì la donna appena rinominata Treccia, ben lieta che a scegliere quel nome per lei fosse stata, in fondo, ella stessa, ovviando a nomi peggiori con i quali, in passato, era comunque stata talvolta additata « Corazza. » suggerì pertanto, cogliendo l’esempio e indicando, accanto a tali parole, l’unica fra loro ad essere rivestita da un’armatura, dettaglio quantomeno insolito nel confronto con lo stile di combattimento che tutte loro avevano sempre preferito riservarsi.
« E sia. » approvò la guerriera chiamata Corazza, chinando appena il capo a quel nome, prima di osservarsi attorno per offrire il proprio contributo a quella sorta di giuoco « Amazzone. » denominò, volgendo lo sguardo in direzione della compagna dai corti capelli rossi, in riferimento alla figura delle mitiche combattenti tal’harthiane che, nella leggenda, erano solite rinunciare a qualunque espressione di femminilità, per dimostrarsi guerriere equivalenti e superiori a qualunque uomo.
« Mi sta bene… ma non aspettatevi che mi privi di queste! » commentò Amazzone, sollevando le mani a sorreggere ed enfatizzare la generosa e tremendamente femminile abbondanza dei propri seni, particolare fisico di cui, in verità, tutte loro andavano da sempre orgogliose, a prescindere dall’eventuale scomodità di un tale carico aggiunto nel cuore di una battaglia « Il mio Ma’Vret potrebbe aversene particolarmente a male, se gli negassi i suoi cuscini preferiti… non so se mi spiego. » ammiccò, maliziosa, certa di essere più che intesa dalle proprie interlocutrice.

Se quel nome maschile, scandito in tale contesto, fece leva sulla curiosità di una parte delle donne presenti; queste si dimostrarono sufficientemente pragmatiche da soffocare ogni commento, che in quel particolare momento sarebbe risultato quantomeno dispersivo, attendendo semplicemente che la loro compagna attendesse al proprio compito di indicare un soprannome per un’altra fra loro.

« Destra. » sancì pertanto, in riferimento alla sola, fra loro, a possedere una mano destra in carne e ossa, non senza un necessario carico di invidia connesso laddove, tutte loro, all’epoca della perdita di tale estremità, erano state costrette a reinventarsi completamente qual mancine, non solo nel combattimento, ma anche nella vita di tutti i giorni.
« E’ sufficiente che non mi odiate per questo… » sottolineò Destra, ben comprendendo come, da parte loro, vi sarebbero potute essere ottime ragioni in tal senso, per quella propria caratteristica di unicità « Rossa. » indicando, a quel punto, l’unica fra loro contraddistinta da rossi capelli e ancora priva di un soprannome, non sforzandosi di apparire particolarmente originale, ove, comunque, l’originalità non era mai stata richiesta in quel momento di definizione reciproca.
« Avresti potuto impegnarti di più… » sbuffò Rossa, con implicita ironia nelle proprie parole, non avendo interesse di sorta in favore di un nome piuttosto che di un altro « Vorrà dire che mi dimostrerò all’altezza nel scegliere… Nera. » sorrise sorniona, nell’indicare una delle due sole donne guerriero rimaste innominate, scegliendo fra esse l’unica che, suo pari, non godeva di alcun particolare distintivo rispetto al gruppo, al di fuori del colore dei propri capelli, ed escludendo, in ciò, la promotrice di quel giuoco, il cui unico soprannome possibile sarebbe purtroppo risultato troppo offensivo per essere pronunciato a cuor leggero.

Ma prima che Nera potesse prendere voce, a ringraziare Rossa per la cortesia riservatale nel lasciarle l’ingrato compito di scandire l’unico nome che mai avrebbe voluto pronunciare ad alta voce, fu la stessa mercenaria in oggetto a riprendere parola, pronunciando ella stessa quello sgradevole, ma indubbiamente obbligato, soprannome.

« Monca. » sospirò, quietamente, cercando di aprirsi in un sorriso il più credibile possibile, nel sollevare la propria protesi destra e nell’osservare, proprio malgrado, il punto ove, sino a pochi mesi prima, era stata presente la sua mano in nero metallo dai rossi riflessi e, ora, null’altro era che il vuoto « In fondo è quello che tutte siamo… » sollevò e lasciò ricadere le spalle, minimizzando l’offesa « Ringraziando di cuore Nissa, e la sempre accogliente città di Kirsnya, per questo. » soggiunse sarcastica, nel rievocare i responsabili per la comune perdita di un arto, alla quale, trasparentemente, tutte avevano sopperito in egual modo, senza, tuttavia, realmente ripristinare l’integrità fisica in tal modo compromessa.
« Possiamo lasciarti il nostro nome, se preferisci… » suggerì Nera, dispiaciuta per la scelta della compagna, per quel nome che ella non era stata costretta a scandire, ma che, non per questo, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual più gradevole « Almeno una Midda è giusto che resti… no?! »
« No. » scosse il capo Monca, sorridendo di risposta alla compagna, per ringraziarla sinceramente per la premura dimostratale, in quello stesso sentimento che anch’ella, al suo posto, non si sarebbe lasciata mancare « Non sarebbe corretto. Se siamo tutte Midda Bontor, è giusto che tutte si rinunci a questo nome, volendo collaborare alla pari. E noi vogliamo collaborare alla pari… non è vero? »

Ed era vero. Era vero come, del resto, avrebbe dovuto essere necessariamente vero in quella straordinaria e folle situazione. Nel confronto con altre sei se stessa, non tali per una semplice somiglianza fisica, qual era da sempre stata propria anche solo, e banalmente, della sua gemella Nissa, quanto e piuttosto per la luce presente negli occhi color ghiaccio di ognuna di quelle Midda Bontor.
La stessa luce che ella sapeva essere presente nei propri occhi. La stessa luce che aveva terrorizzato molti avversari. La stessa luce che aveva affascinato molti alleati. La stessa luce che aveva ammaliato perdutamente ogni suo amante.

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