Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 25 novembre 2012

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Ritrovandosi a confronto con se stessa, fisicamente ancor prima che psicologicamente, Midda Bontor tentò di capire quando tutto avesse avuto inizio.
Perché se il “come” e il “perché” avrebbero dovuto essere giudicati di difficile intuizione, almeno nelle condizioni in quel momento attuali, il “quando” sarebbe stato più accessibile… o così si ritrovò a sperare.

Era trascorso poco da quando ella aveva celebrato il funerale del proprio sposo, Desmair, fra le vette dei monti Rou’Farth, laddove, sino alla sua parziale distruzione, era sorta la fortezza del medesimo, quella colossale edificazione nella quale egli era vissuto da imperitura memoria, lì, invero, prigioniero ancor prima che signore. Affidando il corpo del marito alle fiamme della pira funebre sulla quale aveva voluto cremarlo, secondo le tradizioni con le quali ella era nata e cresciuta, al fine di assicurargli una possibilità di eterno riposo, ovviando al rischio di un suo ritorno qual non morto, ella aveva voluto assumere formalmente lo stato di vedova. Una vedovanza, invero, sua di diritto, nell’improprio vanto derivante dall’essere stata la sua novecentoundicesima, e ultima, sposa, che ella aveva voluto abbracciare non tanto per un qualche immeritato affetto verso il mostro defunto, quanto e solo per costringere all’ubbidienza una giovane donna che, tempo prima, aveva sciaguratamente coinvolto negli eventi che l’avevano condotta a quel triste matrimonio, e che, successivamente, era stata perseguitata dallo stesso Desmair sino a quando la sua psiche non aveva ceduto, trasformandola nell’ombra della donna che era un tempo, e, soprattutto, in una fedele serva di tanto crudele padrone. Solo pretendendo qual proprio il retaggio del marito, quindi, ella avrebbe potuto sperare di trascinare seco quella donna, di nome Fath’Ma, pregando gli dei tutti affinché, in un modo o nell’altro, le concedessero la possibilità di sciogliere qunato era stato impropriamente legato, liberando la mente di quella sventurata dall’ombra del proprio persecutore e, in qualche modo, restituendole la vita che le era stata negata.
Dopo la morte di Desmair, che invero ella stessa aveva desiderato uccidere nella speranza di disfare alcuni nodi di un’altra e più complessa questione, la quale l’aveva vista coinvolta in prima persona e le aveva offerto la sgradevole impressione di non essere più padrona del proprio destino, del proprio fato, impiegata qual pedina in una questione più grande di lei senza neppure essere stata interpellata; ella non aveva tuttavia fatto ritorno a Kriarya, a quella città che chiamava casa e che, da qualche mese, l’aveva eletta propria Campionessa, nel reindirizzare i propri passi verso una seconda meta, una meta già nota, e già programmata qual da visitare nello stesso giorno in cui era stata decisa, da parte sua, l’esigenza di porre fine all’immortale esistenza del semidio suo sposo, definendo per egual ragione anche la necessità di una seconda uccisione. L’uccisione di una creatura che ella aveva riconosciuto qual quanto di più prossimo agli dei avrebbe potuto sperare di incontrare sino a prima dello scontro con il dio che l’aveva resa vedova; una creatura che aveva apprezzato, addirittura amato, e per la quale, se solo gliel’avesse domandato, sarebbe stata sicuramente pronta a combattere, uccidere e morire, tanto il rispetto e l’ammirazione vissuta; e, ciò nonostante, una creatura che sapeva averla tradita, sapeva averla usata per i propri scopi, e, nel momento in cui ella si era dimostrata desiderosa di uscire dalla via per lei tracciata, che sapeva averle scatenato contro i propri peggiori tirapiedi, fanatici religiosi che, per arrivare a fermarla, non avevano esitato a evocare creature dai poteri terrificanti, dalla forza incontrollabile, minacciandola… e minacciando, con lei, chiunque le fosse vicino. Per tale ragione, e nel ritrovarsi già posta a confronto con un’accoppiata di nemiche oltre ogni speranza di gestione, ella non avrebbe potuto tollerare l’esistenza in vita dell’y’shalfica fenice non più di quanto non avrebbe potuto sopportare quella del proprio defunto sposo. Motivo per il quale, prima di tornare a Kriarya e di organizzare l’offensiva finale a discapito della sua gemella Nissa Bontor, e della strega che aveva preso il controllo della sua già folle e crudele mente, Anmel Mal Toise, ella volle spingere i suoi passi nuovamente verso quello che, molti anni prima aveva scoperto essere un tempio sotterraneo dedicato al culto della fenice… tempio nel quale questa aveva preso quieta dimora, e nel quale, pertanto, avrebbe potuto ritrovarla.
Così ella aveva fatto ritorno a Krezya, e a quelle colline fra le quali era stata condotta, la prima volta, contro il proprio volere, dietro la minaccia che un folle mecenate di nome lord Alidan, violando ancora una volta i confini di quel pericoloso delubro sotterraneo, protetti da terribili trabocchetti, mostri e, persino, incantesimi, perfettamente memore di tutto ciò che aveva dovuto affrontare la prima volta e, in ciò, fiduciosa che, nel riaffrontare quel cammino noto le sarebbero state imposte minori difficoltà, minore rischio.
Purtroppo, così non era stato.
Così non era stato nel momento in cui quei trabocchetti, già noti, non si erano offerti nelle dinamiche attese. Così non era stato nel momento in cui quei mostri, già conosciuti, non si erano più presentati là dove cercati. Così non era stato nel momento in cui i pazzi fanatici proclamatisi Progenie della Fenice avevano fatto la loro ricomparsa, dimostrando di star lì attendendo la sua venuta, il suo arrivo, per fermarla, per combatterla, e, senza troppe remore, per ucciderla, come già più di una volta si erano dimostrati intenzionati a compiere. E l’unica consolazione che ella aveva potuto riservar qual propria era stata quella derivante dalla consapevolezza di aver, quantomeno, evitato di coinvolgere Fath’Ma in quell’affare, nell’averla lasciata in città, presso la locanda dove aveva preso una stanza per quei giorni, con l’esplicito ordine di non muoversi di lì sino al proprio ritorno. Forse magra consolazione… e pur, egualmente, tale.
Ma se, in parte, la ricomparsa in scena della Progenie non avrebbe dovuto essere considerata sorprendente, ben diversa reazione avrebbe dovuto essere considerata qual necessariamente derivante dal confronto con le altre sei se stessa innanzi alle quali, cercando di evadere dagli attacchi dei propri antagonisti, ella si era ritrovata praticamente a sbattere, convergendo contemporaneamente alle medesime in una comune stanza, in una comune area, da vie diverse, da percorsi estranei e, alla fine, lì comunque sfocianti.

Quella, pertanto, avrebbe dovuto essere considerata la risposta utile al quando? Oppure ancora diversa avrebbe dovuto essere ricercata?
Perché, sebbene quel “quando” avesse ricostruito gli ultimi eventi, l’ultima parte del suo lungo viaggio, ancor incompleto avrebbe dovuto essere comunque riconosciuto, nel confronto con la questione nel suo complesso. Una questione per ricostruire la quale, tuttavia, ella avrebbe dovuto spingere la propria memoria a più di cinque, sei… ormai sette, o forse otto, anni prima. Al recupero della corona della regina Anmel, sciagurata missione in assenza della quale, forse, successivamente ella non si sarebbe trovata costretta a fare i conti con la medesima; e prima ancora all’incontro con la fenice, la cui estraneità a quanto successivamente accadutole, sinceramente, trovava ormai difficile considerare.
Un percorso di vita, pertanto, temporalmente esteso, ricco di eventi, e che pur, nonostante le evidenti differenze esistenti fra lei e le sue altre versioni, doveva essere stato almeno in parte condiviso, ove, altrimenti, difficile sarebbe stato ipotizzare quel loro attuale incontro, quel loro intreccio, tutte al di fuori dei propri mondi. E se alcuna di loro, in quel contesto apparentemente folle, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual sconvolta, alla vista delle proprie altre se stesse, il merito di ciò non avrebbe dovuto essere soltanto imputato al suo da sempre caratteristico sangue freddo, quanto, e piuttosto, dalle stesse esperienze di vita che avevano caratterizzato quegli ultimi anni, e che, di volta in volta, l’avevano spinta sempre oltre. Oltre ogni umano limite. E, soprattutto, oltre i confini del proprio mondo, come quando, anche in tempi recenti, si era spinta in quella realtà aliena entro la quale il suo mai compianto marito era stato intrappolato per secoli.
Tutto ciò, fra l’altro, senza obliare a quel non secondario dettaglio di una simile esperienza già affrontata in quello stesso tempio sotterraneo in occasione della propria precedente, e prima visita, quando, in termini assolutamente comparabili a quelli in tutto ciò riproposti, ella si era trovata a offrire sfida a se stessa. A un’altra se stessa, a lei identica in tutto e per tutto. In una sfida dalla quale era sopravvissuta solo perché, allora come ora, aveva avuto sufficiente autocontrollo per decidere di cercare la trattativa, ancor prima che la semplice sfida a testa bassa.

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