Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

venerdì 23 novembre 2012

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Sette, infatti, erano le Midda Bontor lì ritrovatesi riunite, a scambiarsi sguardi di diffidenza, di curiosità, di sorpresa e, persino, di rassegnazione, nell’accettare quegli eventi per quello che erano e apparivano, senza tentare, vanamente e stolidamente, di negarli. Sette donne guerriero che, malgrado spiacevole sarebbe necessariamente stato a pensarsi, avevano in tal modo ritrovato qual posta in dubbio la propria da sempre certa unicità, la propria mai discussa originalità, lì veduta, proprio malgrado, replicata in altre sei copie quasi del tutto identiche, l’una con l’altra. Quasi del tutto, e non del tutto, laddove, a ben vedere, sebbene le loro voci fossero identiche, e si esprimessero con eguali intonazioni, accenti e persino contenuti, lasciando trasparire una comune mentalità di base; sebbene i loro occhi color ghiaccio fossero identici, ed esprimessero un comune spirito indomito e indomabile, che innanzi ad alcun imprevisto avrebbe accettato di lasciarsi piegare, di lasciarsi dominare; alcune piccole differenze fisiche sembravano voler permettere a ognuna fra loro di potersi, quantomeno, riconoscere all’interno della massa, comprendendo di non star osservando la propria immagine moltiplicata attraverso un qualche complesso giuoco di specchi, ma, forse non così incredibile a dirsi, altre versioni di se stessa, alternative a quanto ella, ognuna di loro, era ed era divenuta in grazia alle scelte compiute, in base alle battaglie affrontate e vinte, o perdute.
Una fra loro, colei che aveva invocato la necessità di giungere quanto prima a un chiarimento su cosa fosse accaduto e su come invertire gli effetti di quella innaturale adunanza, era lì contraddistinta da una massa di capelli tinti in tonalità nero corvino, arruffati oltremodo; da una profonda cicatrice longitudinale al proprio occhio sinistro, che in passato le era valso epiteti poco eleganti qual quello di sfregiata; e un braccio destro purtroppo parzialmente mutilato, che molti anni prima, ancora in giovinezza, era stato sostituito a caro prezzo con una protesi stregata, un’armatura in nero metallo dai rossi riflessi, la quale, tuttavia, era stata a propria volta compromessa nella propria integrità in tempi recenti, ritrovandosi privata della parte oggettivamente più importante: la mano. Fra tutte le proprie compagne, in questi e altri piccoli dettagli, una moltitudine di altre piccole ferite cicatrizzate, segni incontrovertibili di tutte le avventure affrontate nel corso della propria esistenza; ella avrebbe dovuto essere riconosciuta, anche fra le proprie compagne, qual una delle Midda Bontor che, dalla propria, avrebbe potuto vantare un maggior numero di sfide combattute e vinte, così come solo avrebbe potuto dimostrare la sua ineccepibile esistenza in vita.
Peggio di lei, o meglio di lei, a seconda di quale accezione voler offrire a tutto ciò, avrebbe potuto essere considerata solo un’altra Midda Bontor all’interno del gruppo delle sette. Questa, era lì contraddistinta da un’apparentemente minore massa di capelli, egualmente tinti in tonalità di nero corvino, acconciati un un’alta treccia che, a partire quasi dalla fronte, legava saldamente e irremovibilmente i suoi capelli sino al collo, e da lì, ancora, più in giù, oltre metà schiena e quasi sino alla curva superiore delle natiche; da un’eguale cicatrice in corrispondenza all’occhio sinistro; e da un braccio destro egualmente vittima di una duplice mutilazione, tanto nella propria carne, quanto e ancor peggio nella propria protesi. A tutti ciò, che di base l’avrebbero resa equiparabile all’altra propria versione, quella con i capelli arruffati: ella avrebbe potuto addurre, spiacevolmente, una ricca e inedita serie di terrificanti ustioni che, risparmiando giustappunto il volto, a partire dal collo e a ridiscendere almeno sino al ventre, là dove era visibile, non avrebbero potuto evitare di tradire una serie di pesanti, e particolarmente recenti, torture a lei imposte in maniera tragicamente esclusiva, in termini univoci all’interno dell’intero gruppo, sconosciuti a ogni altra se stessa lì presente.
Accanto a loro, una terza Midda Bontor dai capelli corvini, tornava a offrire uno stile simile alla prima, seppur vantando, rispetto a essa, una maggiore integrità fisica. Il suo braccio destro, seppur originariamente mutilato poco sotto al gomito in conseguenza a quella comune, e sempre ingiusta, condanna per pirateria, non aveva mai risentito, infatti, degli effetti della seconda, e più recente, mutilazione, palesando ancor qual propria quell’estremità priva di sensibilità, e pur, negli anni, dimostratasi sempre e incredibilmente utile, tanto in battaglia, quant’anche, con un po’ di abitudine, nella vita quotidiana. E nel considerare come quell’ultima, sgradevole perdita, alle altre due era stata imposta a opera di una comune avversaria, comprensibile era ipotizzare come per lei, in termini indubbiamente più soddisfacenti, quell’incontro, quello scontro, quella particolare sfida si fosse sviluppata secondo dinamiche più favorevoli, sufficienti, per lo meno, da evitarle l’incomodo di quella deprecabile perdita, l’effettiva portata della quale, alle altre, forse non era ancora stata concessa di esplorare concretamente e completamente, e che pur, non di meno, risultava già sufficientemente spiacevole.
Quarta e ultima Midda Bontor dai capelli tinti in quella tonalità nero corvino, non per un qualche ordine univoco e incontrovertibile, avrebbe dovuto riconoscersi qual distinta dalle proprie compagne e pari non tanto per una qualche particolare caratteristica fisica, in verità vantando una condizione in tutto e per tutto comparabile a quella delle altre facenti proprie una protesi in sostituzione costretta al proprio destro mancante; quanto e, ancor più, per le proprie vesti. Sebbene le sue compagne, infatti, non fossero vestite tutte in maniera identica, chi presentando un’essenziale casacca di pelliccia di sfinge qual ricordo del proprio ultimo e unico viaggio in quel di Shar’Tiagh, nel lontano nord; chi altresì ponendo l’abbondanza dei propri generosi seni celata da semplice stoffa in colori di ormai incomprensibile sfumatura, tanto coperti da terra, polvere, sangue e quant’altro; un comune stile di fondo avrebbe potuto essere riconosciuto in tutte loro, tranne che in quella singola e singolare eccezione, che si sottraeva all’omologazione comune per uno stile completamente diverso. Ella, in particolare, sembrava rinunciare alla mobilità propria di abiti di stoffa, o di morbida pelle, nei quali le proprie pari si dimostravano a proprio agio, in favore di una più vincolante, e soffocante, cotta di maglia, al di sopra della quale, non paga, diverse placche di una complessa armatura nelle medesime tonalità proprie del braccio artefatto, la ricoprivano, assicurandole, con il supporto aggiunto di un elmo, un grado di protezione indubbiamente superiore a quello proprio di qualunque interlocutrice lì presente, e pur, tuttavia, una minor libertà di movimenti, una minor agilità, qual solo, e necessariamente, avrebbe dovuto essere riconosciuta intrinseca in quella particolare scelta.
Oltre a quelle prime quattro donne guerriero, ed esteticamente distanti dalle proprie compagne, le altre tre mercenarie lì presenti, non sembravano condividere la scelta propria del cambio di colore imposto ai propri capelli dalle quattro, tale da rinunciare a quel rosso fuoco che avrebbe dovuto essere loro riconosciuto altresì qual di intrinseco diritto di nascita, in accordo a un’epidermide estremamente chiara, addirittura pallida,.e ornata da una vivace abbondanza di efelidi sparse.
Una quinta Midda Bontor, in questo, avrebbe potuto essere posta in quieta comparazione alle due compagne non private della propria mano destra in nero metallo dai rossi riflessi, proponendo le medesime caratteristiche fisiche, sfregio in corrispondenza all’occhio sinistro incluso, seppur definendo il tutto sotto, per l’appunto, una cascata di rossi capelli arruffati in luogo al nero corvino altresì predominante. Una differenza quanto mai minimale, e che pur, nel confronto con un mero impatto visivo, sembrava allontanarla straordinariamente dalle altre, quasi e addirittura ritagliando diversamente il suo stesso volto, nell’offrirle, in ciò, un’apparenza diversa. Non migliore o peggiore, in termini assoluti e assolutistici. Semplicemente diversa.
Accanto a lei, una sesta Midda Bontor, accanto alla scelta in favore al proprio colore naturale di capelli, presentava qual prediletta un’acconciatura completante diversa rispetto a ogni altra compagna lì schierata, diversa dalla massa arruffata e anarchica predominante sul gruppo, e anche dalla stretta treccia dell’unica, altra, eccezione, offrendosi qual lì caratterizzata da un corto, cortissimo taglio, tale da non trovare un singolo capello di lunghezza superiore al pollice, nella parte superiore del capo, o, addirittura, al mezzo pollice, andando a decrescere proporzionalmente. Un taglio estremamente marziale, il suo, che abiurava pertanto a ogni parvenza di femminilità, già posta in serio dubbio dalla predominanza delle proprie pari, in favore a un senso di indubbia praticità, tanto nella comune quotidianità, tanto e ancor più nell’ottica di un combattimento, di una battaglia, entro i confini della quale, in tal modo, non avrebbe offerto ad alcun avversario una qualche possibilità di appiglio alla propria chioma, possibile e, in ciò, sgradevole debolezza che avrebbe potuto costarle anche la vita, nel momento meno opportuno.

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