Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 21 novembre 2012

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Eppure… eppure a proprio sostegno, a proprio supporto, in proprio aiuto, e forse a sostegno, supporto e aiuto di entrambe, avrebbe dovuto essere paradossalmente riconosciuta proprio la morte di colui del quale avevano appena celebrato l’ultimo saluto, l’estremo addio. Perché, nel sogni di futuro che l’avevano vista coinvolta, in quelle visioni sull’avvenire che l’avevano sconvolta, negandole quella sola convinzione, forse infantile, e pur da sempre presente nella sua esistenza, quel principio di indipendenza innanzi a uomini e dei sol derivante dalla propria volontà, e dal proprio impegno; Desmair era ancora presente, era ancora parte della propria realtà, ove a lui non si era riferita qual appartenente al proprio passato, quanto caratteristico della propria attualità. Un’attualità che, evidentemente, tal non avrebbe più dovuto essere considerata qual possibile, qual temibile, non, per lo meno, in quella specifica forma.
Perché egli era morto. E una delle poche, assolute e, in ciò, addirittura gradevoli, leggi che da sempre avevano regolato il Creato, era quella che avrebbe negato qualunque possibilità di ritorno dalla morte, se non per effetti di oscene negromanzie che ben poco avrebbero restituito del soggetto coinvolto, trasformandolo, nel migliore dei casi, in una grottesca parodia di se stesso, spettro o zombie che questo avrebbe potuto offrirsi. Desmair comunque era morto. Era morto ed era stato cremato. E se anche fosse ritornato come spettro, non sarebbe più stato lo stesso. Non sarebbe stato, anzi, diverso dalle sofferenti ombre, prive di qualunque dignità, in vita impiegate al proprio servizio.
Il futuro era già cambiato. Era già, forse e speranzosamente, tornato a essere un’incognita.
O così, quantomeno, ella voleva illudersi fosse.

« Io partirò fra un’ora… » annunciò la donna dagli occhi color ghiaccio, nel contemplare le prime luci del mattino levarsi a oriente, dalle terre d’Y’Shalf, per tornare a offrire la propria gradevole benedizione sul mondo intero, come la carezza benevola di una madre sul capo dei propri figli prediletti.
« Buon per te. » commentò aspramente l’altra, arricciando le labbra e il naso, in un segno sufficientemente evidente di disprezzo per lei.
« Fath’Ma… » sospirò Midda, scuotendo il capo con trasparente stanchezza, nel non saper più in quali termini potersi rapportare con lei « Se esistesse un modo per modificare il passato, te lo giuro, farei il possibile e anche l’impossibile per modificarlo. E per impedire di coinvolgerti in tutto questo… in questo orrore e in questa follia. » premesse, mestamente « Purtroppo non esiste modo per cambiare il passato. Non esiste modo per riscrivere il presente. E non posso fare nulla per restituirti quanto ti è stato tolto… »
« Il mio padrone… » gemette la serva, portandosi una mano al capo, quasi a contrastare una vertigine, un senso di mancamento « Non puoi fare nulla per restituirmelo. Non tu… non altri. » sussurrò, fraintendendo completamente il senso ultimo delle parole a lei rivolte, equivocandole quasi fossero state espresse in riferimento a Desmair e non alla vita che le era propria prima di conoscerlo.
« Thyres! » imprecò la mercenaria, rivolgendo lo sguardo al cielo, ora sufficientemente scoraggiata innanzi all’evidenza di quanto difficile, se non addirittura impossibile, sarebbe stato liberare la propria amica di un tempo dall’influenza maledetta del suo defunto marito, tanto le aveva distrutto la psiche, nell’asservirla ai propri desideri, ai propri capricci « Rischio un esaurimento nervoso con te… sai?! »
« Non temere. Non è mio desiderio quello di restarti vicina… » negò Fath’Ma, escludendo completamente una simile eventualità « Non ti sono amica, Midda Bontor. Non più. Non scordarlo. »
« Oh… sarebbe difficile scordarlo, in conseguenza a tutte le stucchevoli dimostrazioni d’affetto che conitnui a rivolgermi, razza di zombie che sei diventata. » sbottò l’altra, accigliandosi « Se non fosse che rischierei di frantumarti, tanto sei deperita, inizierei a prenderti a schiaffi fino a rimescolarti le idee a sufficienza da farti tornare a ragionare come si deve. »
« Desideri uccidermi, per completare quanto non sei riuscita a compiere la prima volta?! » tentl di provocarla l’altra, osservandola ora con aria di sfida.

E proprio in quello sguardo, proprio in quella provocazione trasudante risentimento e amarezza, parole che probabilmente era stata pensate al solo scopo di negarle definitivamente ogni velleità di conversione nei suoi confronti; alla Vedova di Desmair venne concessa per la prima volta una concreta speranza in tal senso. Perché ove anche, sino a quel momento, non erano mancati da parte sua tentativi di scatenare una qualsivoglia reazione emotiva nell’altra, l’unico successo ottenuto era stato a dir poco effimero e frustrante, e di molto inferiore rispetto a quello, invece, conseguito in quello stesso, felice momento.
Forse, malgrado tutto, Fath’Ma sarebbe potuta essere ancora recuperata. Forse sarebbe potuta essere ancora salvata. La sua mente sarebbe potuta essere liberata dall’oppressione dell’osceno semidio che si era abituata a considerare un padrone con il ritorno a un mondo caratterizzato da quella stessa umanità da lei apparentemente perduta. E il suo corpo… beh… per eliminare quell’aspetto emaciato e terribilmente invecchiato, probabilmente sarebbe stato sufficiente qualche buon pasto, a base di carne, verdura e frutta, come probabilmente, fra quelle vette innevate, non era solita vedere da molto, troppo tempo.

« No… desidero solo prenderti a schiaffi, come ho appena detto. » sorrise pertanto, non riuscendo a celare la propria soddisfazione innanzi a quella prospettiva, a quella favorevole possibilità in favore di un ritorno in sé dell’amica di un tempo, di quella confidente e complice perduta « Però dal momento che mi è rimasta una sola mano, come avrai notato, e che rischio di farmi male a impattare contro tutte quelle ossa sporgenti, per questa volta lascerò perdere, accontentandomi di rivalermi dei miei diritti nei tuoi riguardi… »
« … i tuoi… cosa?! » esclamò Fath’Ma, apertamente contraddetta da quella pretesa, seppur ancora inespressa, ancora taciuta nella propria effettiva misura.
« I miei diritti… o hai già dimenticato che ero la sposa di Desmair e, ora, ne sono la vedova, nonché unica erede?! » puntualizzò, sorniona e maliziosa, nel richiedere una prerogativa per la quale non aveva mai espresso interesse alcuno, e che pur, ora, sembrava attrarla « Se ti senti ancora tanto legata a lui, temo proprio che la nostra convivenza dovrà protrarsi ancora per qualche tempo… dal momento che tu, volente o no, dovrai venire con me. »

Attonita, per un fugace istante, restò la serva nel confronto con quella logica, per così come esplicata. Una logica al contempo giudicata insana e spietatamente corretta, folle e ingiustamente inappellabile, che non avrebbe potuto evitare di disorientarla. Perché forte, ancora, in lei era il retaggio del malefico operato del semidio; e nel confronto con l’ultima sposa, avversaria e ora vedova, di questi, ella non avrebbe potuto evitare di provare, al contempo, un moto di antagonismo, alimentato indubbiamente anche dalle distorte emozioni personali provate a suo riguardo, accanto a una costretta brama di asservimento, sintomatica dell’opera di indottrinamento impostale.
Due emozioni, due desideri di difficile coesistenza, che non avrebbero potuto evitare di porla in sincero imbarazzo e, in ciò, di alimentare un’ondata di ulteriore stizza a discapito della propria interlocutrice, colpevole di averla spinta in quella posizione di sgradevole stallo, da cui, qualunque scelta avrebbe compiuto, non avrebbe potuto mai considerarsi realmente soddisfatta, appagata.

« Sei una dannata cagna… e spero che tu sia consapevole di ciò! » protestò a denti stretti, nell’ammettere in tal modo la propria impossibilità a reagire, a offrire argomentazioni utili a eludere quelle offertele, permettendole di sottrarsi all’impegno appena richiestole « Tu non sei mai stata accanto al mio signore. Non hai merito alcuno per pretendere il suo retaggio… »
« Questo è un dettaglio di secondaria importanza. » scosse il capo la mercenaria, stringendosi fra le spalle a dimostrare tutta la propria indifferenza in tal senso « Senza voler dimenticare cosa ho fatto per lui in queste ultime settimane, in linea di massima potresti avere anche ragione… » le concesse poi, a esplicitare il concetto tanto banalmente esposto « Tuttavia, nulla di questo invaliderebbe le nostre nozze e, di conseguenza, i miei diritti sulla sua… eredità. Su di te, nella fattispecie. »
« Se pensi che sarò una serva devota e adorante, ti sbagli di grosso, maledetta. » ringhiò Fath’Ma, insistendo sul concetto appena esposto « Perché se anche mi costringerai a seguirti, sarò per te un ostacolo ancor prima che un conforto. Un ingombro ancor prima che un aiuto. E’ questo che desideri? Vuoi davvero condannarti ad avere al tuo fianco una nemica?! »
« Nemica… che parola grossa. » minimizzò l’altra « Attualmente, comunque, sono spiacente di informarti che il ruolo di nemica è stato preteso dall’accoppiata Nissa-Anmel. E ti posso assicurare che, per quanto tu possa roderti il fegato, difficilmente potrai arrivare ai loro livelli. » sorrise, quasi divertita a tale pensiero, benché, nel citare la propria gemella avrebbe dovuto palesare meno serenità e molta più preoccupazione, preoccupazione per il proprio avvenire, per le prove che, ancora, le sarebbero state richieste, fisiche e, ancor più, psicologiche ed emotive.

Ancora una volta, e proprio malgrado, la serva non poté che scontrarsi con i limiti dell’opera di Desmair a discapito della propria mente, e della propria personalità, non potendo evitare di riconoscere, in quell’ultimo nome da lei scandito, nel nome della regina Anmel, la mandante dell’assassinio del proprio signore e padrone Motivo per il quale, al di là di ogni avversione vissuta .nel confronto con la vedova di questi; difficile sarebbe stato attribuirle un ruolo di reale antagonista, esistendo chi, meglio di lei, avrebbe potuto indossare tali vesti e le responsabilità a esse connesse.
Per tale ragione, inghiottendo quell’amaro boccone, la povera Fath’Ma, non poté evitare di rassegnarsi a seguire la Figlia di Marr’Mahew, qual propria nuova signora e padrona, benché, se solo le fosse stata ancora concessa la possibilità di farlo, avrebbe probabilmente preferito gettarsi in sacrificio sulla stessa pira sulla quale era bruciato il corpo del suo primo, e unico, reale, riferimento.

« Ti odio, Midda Bontor. » sbottò, storcendo le labbra verso il basso, e trattenendo a stento un grido isterico nel sentirsi posta in tal modo in trappola.
« E’ già un inizio… » sorrise la donna dagli occhi color ghiaccio, per tutta replica, più che soddisfatta di aver, quantomeno, risvegliato nella propria interlocutrice un’emozione forte.

La prima, ella sperava, di una lenta, ma ormai inarrestabile, riconquista della vita da lei perduta, della propria identità tanto brutalmente sottrattale da quell’orrido mostro di Desmair, immeritatamente pianto e rimpianto.

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