Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 19 novembre 2012

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« … Thyres… »

Tutto quanto era accaduto tanto rapidamente che Midda non aveva avuto ancora il tempo di elaborare, effettivamente, gli eventi per così come occorsi.
Una parte della sua mente, quella più umana, più razionale, si era arrestata, addirittura, a ben prima dell’inizio del combattimento con i kahitii, negandosi qualunque possibile responsabilità nel confronto con una minaccia di tali proporzioni e dimensioni, contro la quale impossibile sarebbe stato ritenere di poter far propria una qualunque speranza di sopravvivenza. Un’altra parte, più propensa all’avventura oltre ogni consueto limite, oltre la comune ragione, seppur comunque vincolata ai confini della sua natura umana e mortale, aveva invece fermato il proprio operato all’arrivo in scena del dio Kah, elemento di troppo difficile accettazione per permetterle di proseguire nei propri pensieri come se quella fosse un’impresa non dissimile da qualunque altra già affrontata in passato. Escluse tali due principali e predominanti parti del proprio intelletto, della propria mente, quindi, solo un’intima e irrinunciabile scintilla di follia in lei pur indubbiamente presente, e a dir poco indispensabile a permetterle di compiere quanto era necessario compiere anche nei momento più improbi, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual avente fatto proprio il controllo sul resto del suo corpo sino a quel momento, per tutta la durata del combattimento contro Kah e, per inerzia, anche nel corso di quell’ultimo addio all’unico sposo a cui si fosse mai, paradossalmente, legata.
Ma se solo qual vittima dell’aspetto più folle della propria psiche, la Figlia di Marr’Mahew era stata in grado di sopportare la temporanea, e pur totale assenza di leggi naturali a regolamentare il mondo attorno a lei nel periodo di tempo in cui un dio era entrato in contatto con il Creato; qual tale ella non si era concessa particolare occasione di sorpresa nel confronto con l’immagine del marito nuovamente ridotta, se tal si sarebbe potuta definire, alle proprie consuete dimensioni, in luogo a quelle colossali e terrificanti con le quali aveva fatto capolino dalle smisurate porte della propria fortezza. Se così non fosse stato, se egli non fosse ritornato a una statura a lei più prossima, del resto, la mano di lui chiusa attorno al suo braccio  l’avrebbe quantomeno ridotta in poltiglia, non potendo neppur ipotizzare di afferrare, effettivamente, il suo arto, laddove già il suo intero corpo sarebbe stato troppo minuscolo per poter essere apprezzato al tatto. Così, tuttavia, era stato, rendendo quell’ultimo contatto fra loro meno grottesco, e pericoloso, di quanto, altrimenti, sarebbe risultato. E, malgrado difficile, se non impossibile, sarebbe stato individuare una qualunque logica utile a sancire quel mutamento di dimensioni nel semidio, prima a ingigantirlo, poi nuovamente a ridurlo; addirittura banale sarebbe altresì stato semplificare ogni dubbio, ogni incertezza, qual conseguenza di un’allucinazione, di quella perdita di controllo sui propri sensi che ella aveva già rilevato all’ingresso in scena del dio, ove, dopotutto, quel dettaglio avrebbe potuto essere considerato qual il meno insensato fra tutto ciò che, sino ad allora, era avvenuto.
Per tal ragione, quando, alla morte di Desmair, la sua mente iniziò a recuperare parziale controllo sul filo dei propri pensieri, la Campionessa di Kriarya non volle concedersi occasione di sciocca distrazione nel contemplare quanto grande, o quanto piccolo, avesse da considerarsi il corpo del proprio defunto sposo, quanto, mantenendosi, altresì, concentrata sull’evidenza di quanto era lì appena avvenuto. Di chi era lì appena trapassato.

« Desmair. » sussurrò ella, ritraendosi con delicatezza da quel corpo, nel mentre in cui la mano del semidio ricadde a terra, priva di qualunque ulteriore speranza di animazione.

Un sussurro, quello che la vedova del semidio volle rendere proprio, che, al di là di ogni apparenza, si volle offrire più simile a un saluto che a un richiamo.
Un richiamo, infatti, avrebbe suggerito incertezza nel merito della morte lì appena occorsa, in una misura che ella non avrebbe desiderato rendere propria, nella volontà di riconoscere quello innanzi a sé qual un cadavere, malgrado ciò che tutto quello avrebbe potuto significare. Un saluto, altresì, avrebbe dovuto essere interpretato qual evidenza di accettazione da parte sua, e di inevitabile commiato, benché lì fosse anche stato scandito nella speranza di riuscire in tal modo a soffocare le lacrime che ella non considerava giusto piangere per un mostro qual il suo defunto sposo era e si era sempre voluto dimostrare essere, e che pur, tanto umanamente quanto stupidamente, non ebbe modo di reprimere completamente, qual avrebbe preferito fare.
Chi, al contrario, non tentò neppur vanamente di reprimere le proprie lacrime, e la propria disperazione più sincera, più onesta, fu la povera Fath’Ma, la quale, ricomparendo solo allora dalle macerie di quella che un tempo era stata la fortezza del suo padrone, si precipitò di corsa verso di lui, gettandosi urlante sopra il suo corpo privo di vita, con un trasporto addirittura incomprensibile, ove rivolto a chi, oggettivamente, le aveva rovinato la vita, conducendola sino alla pazzia. Pazzia che, purtroppo e a discapito di qualunque illusione da parte della mercenaria, non trovò occasione di risoluzione nella morte di Desmair, ma, anzi, solo di ulteriore crescita, sfiorando i confini dell’isteria.

« Desmair… padrone… signore… no… Desmair… no! » gridò la serva, stracciandosi letteralmente le vesti sopra a quel corpo, quasi a voler dimostrare agli dei tutti la propria pena per il torto che le avevano imposto in quell’omicidio « No… no… no! »

E Midda Bontor, unica erede del retaggio di sangue e di morte del proprio sposo, ebbe a domandarsi sinceramente cosa mai avrebbe potuto fare o dire per placare quel dolore, per arginare quella tragedia, prima che quella povera donna, ombra di colei che era stata, potesse arrivare a suicidarsi sul corpo del proprio aguzzino, ora rimpianto al pari di un eroe.

« Fath’Ma… » cercò di richiamarla, con tono di voce calmo, sereno, confortante e accondiscendente, nel volersi offrire a lei qual l’amica di un tempo, quella figura di confidente, e complice, che purtroppo aveva smesso di essere per lei il giorno in cui, disgraziatamente, aveva accettato di abbandonarla, di lasciarla proseguire da sola il proprio cammino di vita, in tal senso sol condannandola a divenire vittima di ogni sopruso psicologico, di ogni violenza emotiva da parte di quel mostro.
« Taci! » ringhiò l’altra, simile a una belva ferita, mostrando i denti da sotto labbra arricciate, al centro di un volto divenuto nero nel sangue dell’essere sul quale si era scaraventata sospinta dalla disperazione « Taci, lurida cagna! » inveì, in contrasto alla mercenaria « Se ti attendi che io possa riconoscerti rispetto o ubbidienza solo perché sei la vedova del mio signore, ti sbagli. Ti sbagli di grosso! »
« Io non desidero la tua ubbidi... » tentò di argomentare l’altra, venendo tuttavia bruscamente interrotta.
« Taci, ti ho detto! » insistette Fath’Ma, ormai privata completamente di senno « Una sola parola in aggiunta a quanto già hai osato pronunciare, e ti giuro che morirò nel tentativo di importi il silenzio, a giusto rispetto per questo momento… per il nostro lutto! »

Un plurale, quello adoperato dalla serva, che probabilmente avrebbe voluto considerare qual inclusi in tale conteggio anche tutti gli spettri delle legioni che, sino a poche ore prima, caratterizzavano l’esercito personale di Desmair e dei quali, tuttavia, ora non restava più evidenza alcuna.
Trattenuti, oltre la propria morte, con la violenza, con la prepotenza in quell’orrore temuto qual eterno, come eterno avrebbe dovuto essere il loro oppressore, tutti gli spiriti che avevano popolato quella fortezza si erano allora già dispersi, forse semplicemente allontanandosi raminghi in un mondo tutto da esplorare, o forse, e finalmente, ascesi in gloria ai propri dei, alla conquista di un aldilà da troppo tempo sognato. Unico spettro lì rimasto, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuta proprio colei che spettro non era, non nel senso più fisico del termine, benché, sotto ogni altro profilo, avrebbe dovuto essere considerata qual tale: Fath’Ma, l’ultima fedele di Desmair.

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