Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 18 novembre 2012

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Ma egli non era il solo a poterla istruire. Egli non era il solo a possedere le informazioni delle quali ella avrebbe potuto aver bisogno prima del nuovo, e ultimo, confronto con Anmel..
Esisteva un’altra creatura, un’altra entità a cui ella avrebbe potuto rivolgersi per ottenere quella verità, quella rivelazione di cui avrebbe abbisognato per proseguire nel proprio cammino, nella propria lotta, salvando se stessa, salvando una parte delle persone da lei amate e, in conseguenza, salvando persino il proprio intero mondo, per così come conosciuto. Un’entità che, egli sapeva, ella aveva già deciso di incontrare nel giorno in cui aveva scelto di tornare da lui, tornare alla sua fortezza fra i ghiacci, per chiudere la questione rimasta in sospeso fra loro, ottenendo risposte e, possibilmente, uccidendolo. E se le risposte erano e sarebbero rimaste inespresse, purtroppo nemmeno dalla sua morte ella avrebbe potuto trarre soddisfazione, perché, ormai, era chiaro che ella non avrebbe trovato di che gioire nella sua disfatta.
Dal momento in cui egli non era il solo a poterla istruire, dal momento in cui egli non era il solo a possedere quelle informazioni; e dal momento in cui ella si era già dichiarata intenzionata a indirizzare i propri passi verso l’unica altra fonte di conoscenza che avrebbe potuto concederle coscienza di quanto egli non avrebbe fatto in tempo a parlarle; ultimo dono di Desmair alla sua sposa, a colei che sarebbe presto divenuta la sua sola vedova, avrebbe dovuto essere quello della consapevolezza di come quella creatura, quella figura che ella aveva già deprecato al rango di propria antagonista, non avrebbe dovuto essere considerata frettolosamente qual tale. Non, quantomeno, nella volontà di non perdere l’ultima occasione, per lei, di capire con chi avesse realmente a che fare. Chi era sua madre.

« … Midda… ascoltami… » la supplicò ora, mentre dalle sue labbra il nero sangue iniziava a grondare incontrollato e incontrollabile, espressione metaforica della vita che lo stava sempre più rapidamente abbandonando « … ti prego… ascoltami… »
« Ti sto ascoltando… » confermò ella, con tono animato da quel genere di premura che un sopravvissuto avrebbe potuto dimostrare nei riguardi di un moribondo, quasi la propria inalterata esistenza in vita avesse da considerarsi ragione di colpa, ancor prima che merito, una condizione di cui vergognarsi, e della quale scusarsi, quasi derivasse da un qualche, individuale e ottuso, egoismo, anziché da una serie di circostanze, solo in parte offerenti riferimento diretto alle possibilità di scelta, ai capricci, del singolo, mentre per lo più a esso estranee, in quella misura con la quale si è soliti parlare di fato, di destino, di sorte.
« … Midda… la… la fenice… » indicò egli, non potendosi concedere occasione di girare troppo a lungo attorno a quel concetto, nell’impossibilità a valutare quanto tempo, effettivamente, gli sarebbe ancora rimasto a disposizione per concludere quel lascito, quel passaggio di consegne, destinando alla creatura in questione l’onere di offrire alla propria sposa, e presto vedova, le spiegazioni di cui ella avrebbe necessitato « … la fenice… conosce molte risposte… »
« La fenice… » sospirò la Figlia di Marr’Mahew, storcendo appena le labbra verso il basso e palesando, in ciò, una certa contrarietà di fondo a quel nome, una reazione, del resto, più che prevista da parte del suo sposo, ragione per la quale era risultato necessario esprimersi in maniera chiara attorno a tale figura, senza affidare la questione al caso, in un’evoluzione che, altrimenti, troppo facilmente avrebbe veduto la donna aggredire, a testa bassa e senza porsi troppe esitazioni, quella propria, ultima, possibilità di comprensione sugli eventi dei quali era divenuta, proprio malgrado, protagonista già da diversi secoli.
« … so che non ti fidi di lei… so… so che desideri cercarla per ucciderla… esattamente come volevi fare con me… » asserì il semidio, cercando di mantenere il controllo sulla questione, sulla discussione « … ma, credimi… credimi se ti dico che non è tua avversaria… non di più di quanto non potessi esserlo io… »
« Tu e io non siamo stati propriamente amiconi… » sorrise la donna, ora con dolcezza, velato sarcasmo che non desiderava, tuttavia, imporsi qual tale, in un istintivo rispetto per la morte a cui egli si stava trovando a essere destinato.
« … il nostro rapporto… avrebbe potuto essere migliore… » ammise egli, tossendo e, in ciò, lasciando sprizzare verso il cielo una pioggia di sangue nero, che, in parte, finì con il mischiarsi a quello rosso che già copriva la pelle e le vesti della donna, sangue di semidio mischiato a sangue di dio, e del dio suo padre « … ma, nel confronto con la minaccia rappresentata da mia madre… non ti sarei mai… mai… mai stato avversario. Dopotutto sono stato io… a cercare Be’Sihl… e a coinvolgerlo in quanto sarebbe stato necessario compiere per… salvarti… »
« L’hai cercato tu?! » ripeté sorpresa, avendo assunto l’ipotesi contraria il giorno in cui, in tempi invero recenti, aveva scoperto l’esistenza di un patto di collaborazione fra i due, patto in forza al quale ella era stata salvata dalla prigionia a bordo della nave ammiraglia della propria gemella e, malgrado ciò, in conseguenza al quale aveva severamente aggredito il proprio amato, bollando la sua scelta qual premurosa, certo, ma anche sciocca e, ancora e soprattutto, quello stesso semidio per la morte del quale stava sforzandosi di trattenere le lacrime, qual il male incarnato « Perché…?! »
« … perché era l’unico che mi avrebbe ascoltato, sapendoti in pericolo… » spiegò in risposta, non desiderando cercare di giustificare il proprio operato, e pur non volendo neppure che ella potesse fraintenderlo « … perché era l’unico che sarebbe stato pronto a compiere quanto necessario per la tua salvezza… anche ove ciò avrebbe significato collaborare con me… e così è stato… »
« Avrebbe potuto morire! » tentò di protestare ella, recriminando sulla questione.
« … avrebbe potuto… mentre tu saresti certamente morta… » gemette Desmair, in quello che parve prossimo a un ringhio, espressione del dolore che lo stava continuando a dilaniare, e che egli stava cercando di ignorare per permettersi di pronunciare quelle ultime parole « … ma non è questa… la questione… » negò subito dopo, non volendo disperdere l’attenzione e le proprie ultime energie su quell’argomento parallelo « … per quanto tu possa credere… la fenice vuol solo vanificare la minaccia rappresentata da mia madre… »
« Arrivando a scagliarmi contro i suoi scagnozzi per farlo? Arrivando a imporre un osceno assedio attorno a Kriarya per ottenere… cosa?! Cosa voleva ottenere minacciando di morte me e tutta la città del peccato? » questionò ella, per un istante quasi dimentica delle condizioni per proprio interlocutore, nel rievocare le responsabilità attribuite alla creatura in oggetto, e a un gruppo di fanatici che, in suo nome, l’avevano aggredita più di una volta.
« … la fenice… conosce la verità… » tentò di imporsi sulla sua voce, con le proprie ultime energie, un grido purtroppo simile a un sussurro soffocato, il rantolo di un moribondo, nel mentre in cui la sua grossa mano si stringeva con maggior impeto, e pur con la debolezza di un bambino, attorno al braccio di lei « … la verità… sulla Portatrice di Luce… e sull’Oscura Mieti… »

Una frase, quella in cui Desmair volle impegnare tutto se stesso per un’ultima volta, che, purtroppo, non ebbe possibilità di essere completata nelle proprie ultime sillabe, morendo insieme a lui, sulle sue labbra.
Fu così, quindi, che il figlio del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise morì. Ucciso da suo padre per volere di sua madre. E trapassato fra le braccia della propria sposa, dell’ultima delle proprie mogli, colei che, paradossalmente, sola fra tutte aveva giurato e spergiurato che avrebbe trovato un modo per ucciderlo, ma che, malgrado ciò, malgrado tutto il male da lui compiuto, e che non desiderava assolutamente giustificare, non avrebbe potuto evitare di piangerlo e rimpiangerlo.
Piangerlo come solo avrebbe potuto piangere la morte di un degno avversario, di chi, tanto a lungo, era stato presente nella sua vita e l’aveva condizionata in misura maggiore di quanto non avrebbe potuto gradire, così come solo Nissa era stata in grado di compiere prima di lui. Rimpiangerlo come solo avrebbe potuto rimpiangere la morte di un buon alleato, di chi, in fondo, era stato presente nella sua vita e l’aveva condizionata in misura maggiore di quanto non avrebbe potuto credere, così come solo pochi, cari amici erano stati in grado di compiere prima di lui.

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