Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

venerdì 16 novembre 2012

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Se qualcuno avesse interrogato Desmair nel merito di quali emozioni stesse vivendo innanzi alla consapevolezza della propria tanto inattesa quant’ormai certa e ineluttabile morte, il semidio non avrebbe oggettivamente saputo cosa poter rispondere. Troppe, e troppo contrastanti, erano infatti le intime reazioni che egli stava affrontando nel confronto con quell’evidenza, con quella forse spiacevole, o forse no, rivelazione, che avrebbe per lui segnato straordinariamente un punto di non ritorno.
Sorpresa, certamente. Perché egli, abituatosi all’eternità, abituatosi a un’esistenza al di fuori dell’esistenza, a quello stile abitualmente proprio degli dei; non avrebbe potuto che restare sorpreso nel confronto con l’evidenza di non essere, alfine, realmente un dio. O, comunque, di non poter trascendere, al pari di un dio, quell’ultimo appuntamento abitualmente proprio di ogni mortale, di ogni creatura del Creato. Una sorpresa, in verità, forse neppure negativa, non completamente tale, quantomeno, laddove utile a concedergli il non ovvio riconoscimento di appartenenza al Creato, nella propria incredibile varietà e complessità: da sempre vissuto al di fuori della realtà quotidiana comune a coloro che avrebbe dovuto considerare propri pari, il semidio si era disabituato all’idea di essere effettivamente parte di qualcosa, e non, piuttosto, una bizzarra anomalia, una singolarità sì potente, sì eterna, eppur aliena a tutto e a tutti, qual, del resto, avrebbero dovuto essere riconosciuti essere i tanto adorati dei, le tanto temute e rispettate divinità. Diversa, e addirittura riconoscibile qual una quieta consolazione, avrebbe quindi dovuto essere considerata l’idea di essere parte di quel mondo, di quella straordinaria ricchezza, riassunta all’interno di un così semplice termine, fortunatamente mai riduttivo, qual Creato, perché malgrado tutti gli spettri che aveva legato a sé, cercando con la propria evanescente presenza di alleviare la sua condizione, la solitudine alla quale era stato condannato avrebbe dovuto essere considerata ben peggiore di qualunque altro possibile fato, persino della morte alfine concessagli, ove nell’assenza di qualunque controparte con la quale ottenere una possibilità di confronto, persino il concetto stesso di “io” avrebbe perso, alla lunga, qualunque significato.
Contrarietà, necessariamente. Perché egli, abituatosi all’eternità, abituatosi a non dover temere non solo l’invecchiamento e la morte nella propria evoluzione più naturale, ma, neppure, mutilazione o decapitazione; non avrebbe potuto che restare contrariato nel confronto con l’evidenza di essere, alfine, stato abbattuto. Non che ciò fosse occorso per la mano di un comune mortale, e neppure per quella della prorpia sposa, nel momento in cui le aveva concesso il potere per farlo. Se stava morendo era in conseguenza alle azioni di un dio, e, nella fattispecie, del dio per lui identificabile qual padre, motivo per il quale, a modo suo, tutto ciò avrebbe potuto essere considerata una fine annunciata. Malgrado tale consapevolezza, però, egli non avrebbe potuto considerarsi soddisfatto, appagato dall’idea che un dio, e, nella fattispecie, suo padre, fosse riuscito a ucciderlo, si fosse preso la briga di entrare a contatto con il piano della realtà comune al Creato solo per tale scopo. Perché sebbene la discesa in terra di Kah avesse sconvolto a tal punto l’ordine naturale delle cose in misura addirittura sufficiente da permettergli di abbandonare il suo quadro, essendo stati posti in discussione persino i sigilli maledetti che lì lo avevano imprigionato per volere di sua madre; intrinseca sarebbe stata in lui la speranza di potersi dimostrare unico padrone del proprio fato, contrastando, e non metaforicamente, i disegni di un dio in grazia alla propria forza, alla propria determinazione, in quell’intima prerogativa che da sempre sua moglie, così come molti mortali a lei simili, per carattere, per tenacia e ostinazione, erano soliti riservarsi. Molto più umano di quanto mai non avrebbe potuto ipotizzare di essere, quindi, egli si stava dimostrando in quell’ultimo istante, e non tanto per l’alfine sopraggiunto confronto con il medesimo fato comune a tutti gli uomini, quanto, e piuttosto, per l’ordine mentale con il quale si stava rapportando a tutto ciò.
Frustrazione, in parte. Perché egli, nel porsi perfettamente consapevole delle ragioni della propria morte, di quella condanna espressa da colei che un tempo era stata sua madre, e posta in essere per mano di suo padre; non avrebbe potuto evitare un certo grado di frustrazione, nel rilevare quanto, alfine, quella lurida cagna della sua genitrice, avesse ottenuto quanto desiderato e, per lui, non vi sarebbe stata occasione di una rivalsa diretta. Purtroppo, infatti, in quella non prematura, e pur spiacevole fine, non vi sarebbe stata per lui possibilità di affrontare, a viso aperto, quella snaturata madre che mai lo aveva amato, che mai lo aveva accettato accanto a sé, apprezzandolo soltanto qual fisica riprova dell’alleanza sancita con il dio suo padre; un sigillo vivente verso il quale mai si era concessa di vivere una qualunque emozione di affetto, di premura, nel non riconoscergli alcuna dignità in tal senso, alcun valore sotto tale profilo. E anche dove egli era riuscito egualmente a cavarsela, trasformando la propria prigione nella propria reggia, la propria condanna in un regno di spettri; sgradevole, frustrante era il pensiero, la consapevolezza di non essere mai riuscito a spingersi, concretamente, al di fuori del crudele piano di Anmel per lui, dei capricci che ella aveva da sempre alla sua stessa esistenza associato, sin dal suo concepimento, a concludersi con la pretesa del suo assassinio, quell’imposizione di morte così sancita solo perché ormai non più riconosciuto qual utile, o potenzialmente tale, ma solo qual un ostacolo, un fastidio, del quale liberarsi con la medesima semplicità con la quale si sarebbe potuta liberare del ronzio fastidioso di un insetto.
Soddisfazione, tuttavia. Perché egli, nel porsi perfettamente consapevole delle ragioni della propria morte, di quella condanna impostagli in sola conseguenza alla sua collaborazione con Midda in contrasto a colei che un tempo era stata sua madre; non avrebbe potuto evitare un crudele e malevolo sentimento di soddisfazione nel costatare quanto, comunque, avesse scommesso sulla giusta contendente, su colei che, non aveva dubbio alcuno, alla fine sarebbe stata in grado di vendicarlo, sconfiggendo, definitivamente, la regina Anmel Mal Toise e dimostrandosi capace, malgrado fosse una semplice mortale, di compiere quanto neppure lui era stato in grado di compiere. Con sensi che ormai stavano iniziando a tradirlo, con occhi che sempre con maggiore difficoltà riuscivano a mettere a fuoco l’immagine offerta loro, egli stava infatti comunque assistendo alla prima rivalsa della sua sposa nei confronto del suo assassino, nei confronti, addirittura, di un dio, seppur considerato minore; e in tale straordinaria esemplificazione, altro non stava che venendogli concessa un’anticipazione, piacevole e, addirittura, entusiasmante, di quanto sarebbe presto avvenuto, di quanto ella si sarebbe ancora una volta dimostrata in grado di compiere nei confronti di colei che, di certo, non le avrebbe riconosciuto possibilità di serenità sino a quando non avesse ottenuto ciò che desiderava: gli scettri dell’ultimo faraone, indicati qual propria eredità; e la testa della stessa Figlia di Marr’Mahew, indicata qual propria avversaria. Quello di giungere a un nuovo, e allora conclusivo, incontro, era qualcosa di scritto in lettere di fuoco nel destino di entrambe le donne, di sua madre e della sua sposa: un fato, tuttavia, non preordinato qual tale per una qualche volontà superiore, così come egli era consapevole Midda stesse iniziando a temere; ma tale in quanto definito così per effetto delle loro stesse azioni, delle loro scelte, che, anche talvolta inconsapevolmente, avevano tracciato giorno dopo giorno quel duplice cammino che inderogabilmente, ormai, le avrebbe condotte a un nuovo punto d’incontro, di confronto, a seguito del quale solo una fra loro avrebbe potuto spingersi oltre, proseguire a testa alta. E dove anche nella sua mai desiderata moglie, tale visione d’insieme ancora mancava, presto, molto prima di quanto non avrebbe mai potuto credere, sarebbe stata raggiunta, permettendole di affrontare con maggior serenità, e consapevolezza, tutte le sfide che, ancora, l’avrebbero attesa.
Desmair stava morendo. E nulla avrebbe potuto modificare tale assunto.
Ma nella propria morte, egli avrebbe potuto lasciarsi accompagnare dalla crudele gioia derivante dalla certezza che non sarebbe stato né il solo, né l’ultimo a cadere. Alle sue spalle, nel viaggio verso l’aldilà, qualunque esso avrebbe potuto scoprirsi essere, sarebbe molto presto sopraggiunto anche suo padre, un dio, il cui arrivo nel regno dei morti di certo avrebbe suscitato molto più scalpore di quanto non avrebbe potuto sperare di compiere lui stesso. E, di lì a non molto, concedendogli giusto il tempo di ambientarsi ovunque si sarebbe ritrovato, anche il terzo elemento della loro infelice famigliola, sua madre, si sarebbe ricongiunta a loro, lì inviata in grazia della stessa mano che, in quegli ultimi suoi fugaci istanti di vita, si stava preoccupando di non lasciarlo affrontar da solo quel viaggio verso l’ignoto.

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